Rievocazione della battaglia dell’Assietta (foto tratta da www.piemonteis.org).

Storia 

Nuovi studi sulla battaglia dell’Assietta

Qual è la vera origine della parola “bugianen”?

Fisica di formazione, collabora con diverse testate nazionali ed estere come giornalista e divulgatrice scientifica. Ha collaboratocon molti Istituti di Ricerca e Osservatori Astronomici italiani e internazionali. Nel 2008 ha ricevuto il Premio “Voltolino” in giornalismo scientifico.

"Li nemici che in numero molto superiore erano venuti ad attaccare con gran impeto li nostri trinceramenti del colle della Sieta al di sopra d’Exilles con li avere li medesimi persi sei stendardi, lo stesso generale che li comandava, molti ufficiali di primo grado e da cinque o seimila uomini tra morti e feriti e prigionieri".

Il sovrano Carlo Emanuele III di Savoia invitava così i sudditi a ringraziare per la recente vittoria, ma una storica battaglia, combattuta più di trecento anni fa, è ancora in grado di raccontarci qualche cosa di nuovo? Per gli storici come Giovanni Cerino Badone ed Eugenio Garoglio dell’Università del Piemonte Orientale sì, tanto da dedicarci un recentissimo lavoro di ricerca. Ci stiamo riferendo alla famosa battaglia dell’Assietta combattuta il 19 luglio 1747, in piena guerra di successione austriaca.

Una battaglia combattuta più di 300 anni fa può ancora raccontarci qualcosa di nuovo?

L’Europa è nel caos

Nell’immaginario piemontese viene associata alla frase bugianen; già solo questo aneddoto sembrerebbe da ridimensionare, dato che parrebbe una leggenda legata a Paolo Federico Novarina, uno dei comandanti dell’esercito sabaudo, ma procediamo con ordine. Con gli storici iniziamo a calarci sulla scena del crimine e sul perché nel luglio del 1748 l’esercito piemontese, o meglio del Regno di Sardegna, si trovava tra la Val di Susa e la Val Chisone e cosa stava succedendo nel resto dell’Europa.

Il Regno di Sardegna e gli Stati limitrofi durante le Guerre di successione del XVIII secolo.
Il Regno di Sardegna e gli Stati limitrofi durante le Guerre di successione del XVIII secolo.

In poche parole un vero caos: l’Europa del XVIII secolo è sconvolta da guerre “dinastiche” che in realtà venivano combattute per il controllo geopolitico europeo, delle colonie americane e asiatiche. In seguito alla vittoria alleata di Torino (1706) nel corso della Guerra di successione spagnola, l’epicentro della conflittualità europea passò dall’Italia alla Germania; quest’ultima divenne la vera posta dei successivi tre grandi conflitti europei del XVIII secolo, noti come Guerre di successione polacca (1733 — 1738), austriaca (1740 — 1748) e Guerra dei sette anni (1757 — 1763).

Perché nel luglio del 1748 l’esercito del Regno di Sardegna, si trovava tra la Val di Susa e la Val Chisone?

L’assedio del Forte di Exilles

La Guerra di successione austriaca fu combattuta anche in Italia, in quanto Milano, e il suo Ducato, erano uno degli obiettivi strategici dei Regni di Francia e Spagna, decisi a strappare all’Impero austriaco il controllo della penisola. Il loro problema più grande era però quello vincere la resistenza delle armate dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e quella dell’esercito sardo attestato a difesa del fronte alpino e della riviera ligure di ponente.

Molti, nell’estate del 1747, si aspettavano un attacco a sud, contro Cuneo, i francesi invece tentarono l’assedio del Forte di Exilles. Per assediare il forte, però, occorreva prima controllare l’altipiano dell’Assietta.

L’avanzata francese in territorio piemontese che culminò nella battaglia dell’Assietta.
L’avanzata francese in territorio piemontese che culminò nella battaglia dell’Assietta.

La dimensione psicologica della battaglia

E per il successo di una battaglia non sono da sottovalutare l’equipaggiamento, la logistica, le condizioni atmosferiche e la preparazione dell’esercito, tutti fattori tenuti in gran considerazione da Cerino Badone e da Garoglio.

Nel corso degli anni abbiamo spesso letto, o ascoltato, resoconti di battaglie narrate come se lo storico fosse su una collina lontana a osservare gli eventi nella loro complessità. “Basta dare in mano il fucile ad un uomo per trasformarlo in un soldato”. Niente di più sbagliato. La guerra ha una sua grammatica e una sua dimensione psicologica che non possiamo ignorare e che vanno studiate in maniera rigorosa. In questa grammatica le voci principali — e non sono le uniche — sono la psicologia del combattimento, la logistica, la raccolta delle informazioni, o “Intelligence”, se vogliamo usare questo termine e la tattica, ossia la pianificazione e la gestione del combattimento.

La dimensione psicologica è uno degli ultimi campi sul quale stanno studiando gli storici militari. Il combattimento è prima di tutto uno scontro tra l’uomo, la sua naturale ritrosia a uccidere, e il suo addestramento, che gli impone l’atto di uccisione. Nel corso della battaglia dell’Assietta i combattimenti furono sostenuti, specie da parte austro-sarda, dalle compagnie di granatieri. Questi uomini, senza particolari indagini “psicologiche” ma sulla scorta delle loro esperienze dirette, erano selezionati tra quelli che oggi sappiamo essere i “combattenti nati”, individui naturalmente portati allo scontro.

Distribuzione delle forze in campo e delle direttrici degli attacchi francesi. In alto a destra il resoconto delle perdite finali.
Distribuzione delle forze in campo e delle direttrici degli attacchi francesi. In alto a destra il resoconto delle perdite finali.
Questo approccio psicologico alla battaglia ci aiuta a comprendere molto delle scelte e delle situazioni che si sono venute a creare nelle varie fasi dello scontro. La logistica, ossia la capacità di mantenere in efficienza un esercito, ha avuto un’importanza capitale nella campagna del 1747. Basti pensare che solo il giorno della battaglia erano presenti nei pressi dell’altipiano dell’Assietta oltre 20.000 soldati sia francesi che austro-sardi; uomini che dovevano bere, mangiare, combattere. Senza contare il fatto che i feriti dovevano essere evacuati dall’area degli scontri.

Ambiente e informazioni

Da entrambe le parti, poi, fu necessario confrontarsi con l’ambiente alpino, che nel XVIII secolo era caratterizzato da estati molto brevi e particolarmente fredde che limitavano gli spostamenti lungo le vie di comunicazione presenti in quota. Il giorno precedente la battaglia, il 18 luglio 1747, sul crinale tra le Valli Chisone e Susa stava nevicando.

Il campo dell’Assietta.
Il campo dell’Assietta.

In più la raccolta di informazioni, o l’Intelligence, sul campo di battaglia era, ed è, fondamentale. Sapere di quali forze dispone il nemico e quali siano i suoi piani sono elementi che tutti i contendenti di tutte le guerre hanno sempre cercato di conoscere in anticipo. Nel 1747 entrambi i contendenti brancolarono a lungo nel buio. I piemontesi solo a metà luglio ebbero la certezza che l’attacco nemico si sarebbe sviluppato in Val di Susa contro Exilles, a difesa della quale furono concentrate forze decisamente esigue, mentre i francesi ignorarono fino alla fine che i difensori erano pochi e le fortificazioni erette particolarmente efficienti. Il comandante francese, il cavaliere di Belle Isle, era convinto che il nemico avrebbe ricevuto imponenti rinforzi già dal giorno dopo, il 20 luglio. I rinforzi sarebbero arrivati, ma erano ancora a giorni di marcia di distanza. Ecco perché i francesi attaccarono il 19, lasciando indietro preziosissimi assetti quali le artiglierie.

Giocare d’anticipo

Per quel che riguarda la dimensione tattica la battaglia fu pianificata in maniera adeguata da entrambe le parti. I piemontesi furono quelli che seppero però sfruttare meglio il terreno. Un po’ perché di fatto lo conoscevano assai meglio del nemico, in parte perché avevano finalmente fatto tesoro delle sconfitte subite negli anni precedenti.
Il comandante dello schieramento sabaudo, Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio.
Il comandante dello schieramento sabaudo, Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio.

La Guerra di successione austriaca per l’esercito piemontese non fu facile, e alla fine del 1745 stava quasi per terminare con una resa e un cambio di alleanze. Per varie ragioni l’alleanza tra Vienna e Torino tenne, e l’esercito del re di Sardegna Carlo Emanuele III recuperò le proprie forze. Tuttavia da allora l’armata sarda si limitò a operazioni di assedio o, nel caso di scontri campali, evitò di battersi in campo aperto e attese sempre scrupolosamente il nemico dietro solidi trinceramenti allestiti in precedenza su terreni già accuratamente selezionati, studiati, topografati e adatti a una difesa statica. I franco-spagnoli, non riuscendo ad agganciare il nemico in uno scontro campale manovrato di grandi proporzioni, non avevano altra possibilità se non assalire frontalmente complessi campi trincerati o tentare dispendiose manovre di aggiramento, con conseguente perdita di tempo, uomini e materiali.

Il “bugé nen” inventato di sana pianta

Ed ora veniamo ai protagonisti, questa battaglia è legata a diversi personaggi di primo piano. Il comandante dello schieramento sabaudo, Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio, fece una brillantissima carriera, e al Novarina, Conte di San Sebastiano, spetterebbe la frase leggendaria tramandata come “fiöj, bugé nen” o in altre maniere simili.

Il primo era un comandante poco fantasioso, che applicando alla lettera la tipica dottrina piemontese del periodo — scegliere un terreno tatticamente forte, attendere il nemico dietro una robusta fortificazione campale e distruggerlo con la propria potenza di fuoco — riuscì a vincere una battaglia che aveva già data per persa; aveva ordinato ai battaglioni sardi presenti di spedire nelle retrovie le bandiere per paura che i francesi le catturassero in combattimento! Gli ordini che diede nel corso della giornata del 19 furono tutti sempre in previsione di una ritirata verso il Colle delle Finestre via Gran Serin.

Il secondo, Novarina di San Sebastiano, semplicemente non obbedì ad un ordine scritto, che era quello di ritirarsi. Valutò un debole attacco francese come un grande assalto francese alla butta dei granatieri, si fece fissare sulle sue posizioni e innescò una grave crisi tattica nello schieramento austro-sardo. Fortunatamente i reggimenti svizzeri al Gran Serin tennero le loro posizioni e di fatto vinsero la battaglia. Tutta l’agiografia in merito alla difesa della Testa dell’Assietta, corredata di frasi eroiche e motteggianti, inventate di sana pianta nella seconda metà del XIX secolo dal Dabormida, sono da considerarsi del tutto prive di fondamento. Compreso il celebre “Bugia Nen”, che incominciò ad essere attribuito alle vicende del 1747 solo a Ottocento inoltrato.
Paolo Federico Novarina, conte di San Sebastiano, comandava la ridotta più avanzata alla Testa dell’Assietta.
Paolo Federico Novarina, conte di San Sebastiano, comandava la ridotta più avanzata alla Testa dell’Assietta.

La curiosità dello storico

Come si svolge il lavoro di un ricercatore storico? È un’attività prevalentemente archivistica o richiede anche ricerche sul campo? Quali luoghi sono stati coinvolti?

Per essere un buon ricercatore occorre una dote fondamentale, che riscontriamo sempre meno: una grande curiosità. Se non sei curioso, anche di cose che non ti intessano direttamente, allora si rimane nel campo dell’erudizione, e non più della ricerca. Noi due siamo due storici militari, il che ci pone in una posizione un po’ a latere nel mondo dell’Accademia attuale. Avendo scelto di occuparci di eserciti e battaglie, siamo convinti che chi si professa “storico militare” debba passare più tempo possibile all’interno del mondo militare. Questo non perché gli eserciti si replichino nel corso dei secoli, ma perché l’osservazione del presente aiuta tantissimo a comprendere i meccanismi di una macchina complessa, come è appunto una forza armata, anche in eventi del passato.

Giovanni Cerino Badone, con i gradi di capitano dell’Esercito, fa parte della Riserva Selezionata dell’Esercito Italiano e serve come docente di Storia militare alla Scuola di Applicazione di Torino, mentre Eugenio Garoglio ha accompagnato vari reparti in Battlefield Tour, ovvero visite specializzate nell’analisi dei conflitti, sulle Alpi Occidentali.

Lo storico Eugenio Garoglio durante una conferenza dedicata alla battaglia dell’Assietta.
Lo storico Eugenio Garoglio durante una conferenza dedicata alla battaglia dell’Assietta.
La ricerca non può prescindere dall’esplorazione archivistica e bibliografica — per questo lavoro abbiamo consultato gli archivi di Torino, Parigi e Vienna, tanto per citare i principali — ma, per quel che riguarda la Storia Militare nello specifico, una delle fonti più importanti è il campo di battaglia. Infatti, oggi esistono discipline quali la “Conflict Archaeology (archeologia dei conflitti)”, che consentono di indagare le zone dove sono avvenuti degli scontri armati. Il terreno aiuta a comprendere le scelte dei comandanti e la gestione del combattimento. La presenza di un’altura, di un corso d’acqua, la natura del terreno stesso, sono tutti elementi che condizionano lo scontro. Per nostra fortuna il campo di battaglia dell’Assietta è uno dei meglio conservati d’Europa.

Dalle ricerche archivistiche emerge, per esempio, che il contingente spagnolo, che doveva partecipare alla battaglia assieme agli alleati francesi, non riuscì ad arrivare a destinazione per le avverse condizioni meteorologiche, affrontate con equipaggiamento inadeguato, e chi riuscì tornò sui suoi passi.

Nuove scoperte

Cosa è emerso recentemente che ancora non si conosceva?

È emerso esattamente quello che sapevamo fin da subito: che la battaglia non è mai stata studiata seriamente, almeno non in Italia. L’unico studio italiano condotto in maniera approfondita, quello di Adriano Alberti, è del 1907. Ci sono poi gli importanti lavori di Arvers-De Vault, un imponente studio realizzato in Francia alla fine del XIX secolo sulle vicende italiane della Guerra di successione d’Austria; l’idea era quella di studiare il passato per preparare un eventuale conflitto contro il Regno d’Italia. Abbiamo fatto scoperte importanti, che cambiano la narrativa di questo scontro. L’elemento fondamentale ruota intorno a tre fatti principali; le errate informazioni dell’intelligence francese in merito al numero dei battaglioni presenti nel campo trincerato o nelle sue vicinanze; la fretta eccessiva che costrinse il comandante francese ad accelerare il più possibile l’arrivo dei cannoni da campagna, per poi abbandonarli; l’ostinata difesa dei reggimenti svizzeri del Gran Serin che decisero lo scontro. Si noti, che la difesa del Gran Serin doveva servire a proteggere la ritirata degli austro-sardi, vista come sempre più probabile dai comandanti piemontesi! Abbiamo poi ricostruito la cronologia degli eventi, l’organizzazione dei comandi e dei reparti impegnati nello scontro, la pianificazione tattica e logistica francese e piemontese dello scontro, le dinamiche degli attacchi, il ruolo delle artiglierie, la morte del cavaliere di Belle Isle, la fondamentale presenza sul campo dei reggimenti svizzeri, l’esatto numero dei morti e dei feriti. Senza voler entrare troppo nel dettaglio, abbiamo ora una descrizione dello scontro che scende a dettagli che prima non avevamo, fino a livello battaglione o compagnia. Abbiamo persino ricostruito, giorno dopo giorno per tutto il mese di luglio del 1747, le condizioni meteorologiche che interessarono il Piemonte e la Francia meridionale! Questo è stato possibile confrontando le fonti archeologiche con quelle archivistiche.
La tela commissionata da Carlo Emanuele III per Palazzo Reale, raffigurante la battaglia dell’Assietta.
La tela commissionata da Carlo Emanuele III per Palazzo Reale, raffigurante la battaglia dell’Assietta.

Abbiamo parlato di armi e di uomini, ma esistono anche i risvolti antropologici che si ripercuotono ancora oggi nonostante gli ultimi testimoni della battaglia siano morti entro il primo decennio del XIX secolo. Dopo di loro, la memoria di questo scontro iniziò a sopravvivere principalmente grazie ai libri di storia. Tuttavia grazie all’arte e alla tradizione popolare questo evento trovò ancora voce, sebbene in modo spesso leggendario.

A questo proposito si possono citare due esempi principali: in pittura il caso della tela commissionata da Carlo Emanuele III per Palazzo Reale, in musica la celeberrima Canzone dell’Assietta tramandata in area valdese sino a oggi. Tornando al quadro dell’Assietta, questo presenta in sé il potente messaggio della vittoria, trasmesso dalle forze piemontesi, quasi invisibili dietro i trinceramenti, che rovesciano fisicamente a terra gli sventurati attaccanti francesi. La Canzone dell’Assietta ottiene in pratica lo stesso effetto, con un pungente e ironico insieme di battute e scherni, dipingendo in chiave burlesca i cugini d’oltralpe.

Il testo della “Canzone dell’Assietta”.
Il testo della “Canzone dell’Assietta”.

Personaggi dimenticati

Una ricerca di questo genere fa emergere curiosità e aneddoti, e tanti personaggi dimenticati che riemergono dalle ombre della storia. Ai due storici ad esempio piacciono molto due ufficiali sardi, il capitano Rouzier e il tenente Thomasset. Come si può capire dai loro cognomi, non erano piemontesi; il primo era francese, il secondo svizzero. A loro due toccò preparare tutto il lavoro di ricerca delle informazioni sul campo di battaglia, capire dove il nemico avrebbe attaccato, con quali forze, e infine rallentarlo. Rouzier in particolare è uno dei militari più affascinanti del Settecento sabaudo; combatté in pressoché tutte le campagne alpine dal 1742 al 1748, e scalò negli anni le gerarchie militari da soldato semplice a colonnello.

Un momento dell’edificazione dell’obelisco, eretto nel 1882 a celebrazione della vittoria, che ancora oggi si può vedere sul campo.
Un momento dell’edificazione dell’obelisco, eretto nel 1882 a celebrazione della vittoria, che ancora oggi si può vedere sul campo.

Il campo di battaglia

Cosa rimane oggi se si visita il luogo della battaglia?

Il campo di battaglia dell’Assietta è uno dei meglio conservati d’Europa. Le tracce dei trinceramenti, anche se modificati negli anni successivi lo scontro e poi parzialmente demoliti in varie occasioni, sono perfettamente visibili. Ma non solo; abbiamo persino ritrovato le fosse comuni dei caduti uccisi in combattimento il 19 luglio 1747.
Foto di un figurante durante una ricostruzione storica. Sullo sfondo il campo di battaglia dell’Assietta (foto tratta dalla pagina Facebook).
Foto di un figurante durante una ricostruzione storica. Sullo sfondo il campo di battaglia dell’Assietta (foto tratta dalla pagina Facebook).

Sicuramente dopo questa ricerca cambia la visione della battaglia, molto superficiale e artefatta, dell’esercito francese comandato da ufficiali valorosi ma totalmente sciocchi e sprovveduti, e di un esercito austro-sardo popolato da saggi e valorosi Bugianen. Nulla era scontato quando il primo proiettile fu sparato il 19 luglio 1747.

Quando siamo su un campo di battaglia cerchiamo sempre di immedesimarci nei contendenti, di capire la ragione di alcune scelte a scapito di altre. Molto spesso i campi di battaglia sono davvero degli spazi molto ampi, letteralmente vuoti e privi di qualsiasi segno che faccia capire che lì, proprio lì, ci sia stata una battaglia. Quando questi segnali vengono trovati, spesso una croce, una cappelletta o un oratorio, la Storia ci scorre letteralmente davanti agli occhi.
Una ripresa panoramica del campo di battaglia, come si presenta al giorno d’oggi.
Una ripresa panoramica del campo di battaglia, come si presenta al giorno d’oggi.

La rievocazione storica

Oggi la ricostruzione storica della Battaglia, portata avanti dal Coordinamento Rievocazioni 1600 — 1700, è ormai un appuntamento fisso, che consente al pubblico di tornare con l’immaginazione al 19 luglio 1747. Grazie a una serie di ricostruzioni di quadri di storia vivente, è possibile vedere ricreati un accampamento del tempo, le trincee, le manovre e le attività dei soldati. La ricostruzione, se pur in scala molto ridotta, degli scontri consente poi di rendersi conto di quelle che erano le dinamiche del combattimento nel XVIII secolo.

In definitiva l’obbiettivo stesso dell’evento è quello di trasmettere la storia con l’azione, restituendo al pubblico una lettura della storia attraverso le emozioni.
Un momento della rievocazione storica annuale al colle dell’Assietta (foto tratta dalla pagina Facebook).
Un momento della rievocazione storica annuale al colle dell’Assietta (foto tratta dalla pagina Facebook).

Quali sono le prossime indagini e su quali fronti?

L’Assietta ci ha dimostrato una cosa, molto importante; quella battaglia, per quanto possa oggi apparirci remota, è in realtà la culla, la base di una “Via Italiana alla Guerra”, ossia un modo tutto italiano di concepire la battaglia, e in definitiva la guerra. Un approccio molto difensivo, strutturato sulla necessità di cercarsi un luogo tatticamente forte, munirlo di opere campali, e lì attendere l’attacco nemico. Le nostre più grandi vittorie, la battaglia del Solstizio nel 1918 e Gazala nel 1942, sono state ottenute in questa maniera. Cercheremo di indagare questa “Italian Way of War”.

Noi siamo comunque due modernisti, e per il breve periodo, dopo aver completato il lavoro sull’Assietta, abbiamo già due progetti in corso d’opera, entrambi già a buon punto; uno studio sulle fortezze del Regno di Sardegna dal 1713 al 1860, e una ricerca sull’assedio della Balsiglia del 1690. E tanti altri che… sveleremo più avanti!

Alura bugete pura.

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