Pit Piccinelli riposa sul divano. Alle sue spalle il murales disegnato da lui.

Arte 

Pit Piccinelli: un uomo che amava la vita

Un "buen retiro" d’artista tra le colline del Monferrato

Roberto Coaloa
Roberto Coaloa

Storico, biografo di Tolstoj, slavista, traduttore, critico letterario, autore di saggi dedicati al Risorgimento, alla Grande Guerra e ai viaggiatori, come Carlo Vidua, collabora a Il Sole-24Ore e La Stampa. È uno dei più autorevoli specialisti della storia dell’Austria-Ungheria. Si definisce “flâneur esistenzialista”: un instancabile ricercatore di cose rare e amateur di musica.

In un luogo appartato del Monferrato, spazio d’incontri, di magia e di storia, sorge una straordinaria casa, un buen retiro d’artista: per molti anni ritrovo di amici alla corte del pittore e antropologo Pietro “Piero” Piccinelli (1917–2002), per gli intimi del Maestro semplicemente “Il Pit”. Si tratta della Cascina Prera, un’amena località nei pressi di Ottiglio, nella provincia di Alessandria, quasi al confine con il Monferrato astigiano.

Questo articolo, con ulteriori approfondimenti, è presente anche nel primo numero uscito su carta di Rivista Savej. Il numero è ancora disponibile: richiedilo!

 

Cascina della Prera

Quella casa è per chi scrive uno dei siti più importanti del Monferrato: dietro la collina si trova il piccolo borgo saraceno di Moleto — ora una delle località più conosciute del Monferrato –-poi, lungo la strada che congiunge “La Prera” con il paese di Olivola, c’è un’altra dimora, bizzarra, ora completamente disabitata, dove vivevano due personaggi singolarissimi, moglie e marito innamoratissimi: la pittrice Matilde Izzia e lo storico Aldo di Ricaldone, archivista e paleografo. Ma questa è un’altra casa e un’altra storia, che racconterò a parte.

"Bona e Pit nel Monferrato", olio su tela, Pit Piccinelli, 1976.

La cascina della Prera, costruita nel 1875, è imponente e sorprende per le sue ampie finestre ad arco acuto e l’ampio giardino d’ingresso, dove si passa sotto un magnifico arco di caprifoglio. A ridosso della scaletta di accesso al frutteto e vicino al piccolo terrazzo, da cui ancora oggi si può ammirare il panorama del Monferrato a perdita d’occhio, resta presente il fantasma di “Pit”; non è uno scherzo… Oggi a conservare la memoria di Pit è la moglie Bona Tolotti, artista milanese, che ha aperto al pubblico l’antica dimora, trasformando una camera per un servizio Bed & Breakfast (è la stessa Bona che prepara la colazione agli ospiti).

Scorza dura, animo sensibile

Pit Piccinelli è stato un artista originale, non di fama internazionale come altri che hanno scelto il Monferrato per vivere e lavorare, come Enrico Colombotto Rosso (1925–2013) e Aldo Mondino (1938–2005), e tuttavia il suo ricordo è più vivo rispetto a quello degli altri due.

Pit Piccinelli, ritratto da Roberto Coaloa.
Pit Piccinelli, ritratto da Roberto Coaloa.

A me ricordava molto Deris Bo (1921–1987), con la barba bianca, il rabdomante monferrino da tutti chiamato “il mago dell’acqua”. Piccinelli e Bo, persone assai diverse, ma speciali; personaggi tipici e indimenticabili del Monferrato.

Pit era un uomo dalla scorza dura e dall’animo sensibile; fu incomparabilmente grande come parlatore e come personalità. Tutto ciò non si può rappresentare. Io posso raccontare uno dei suoi tanti aneddoti, ma non il suo modo di dirlo che era il più. Conobbi Pit, la prima volta, all’età di dieci anni, proprio in compagnia del conte Aldo di Ricaldone. Poi lo rividi, ma con altra attenzione, quando ero un ragazzo fresco di studi e ricerche, nell’estate del 1999. Quando arrivai alla Prera di Ottiglio, Pit mi aspettava in giardino, circondato da graziosi cani e pronto a stappare una bottiglia di Barbera.

Dal Monferrato all’America Latina

Pit Piccinelli nacque in treno vicino alla fermata di Treviglio (raccontava lui), in una tradotta, mentre sua madre raggiungeva Torino, il 12 gennaio 1917. I genitori di Pit erano Antonietta Giacomini, veneziana, e Antonio Piccinelli, torinese, un tecnico della Fiat, proveniente da antica famiglia lombarda di pittori e collezionisti d’arte, che risale ad Andrea Piccinelli, detto Andrea del Brescianino. Il padre lo appoggiò negli studi di disegnatore e incisore, studiando a Torino con Francesco Menniey all’Istituo Fontanesi. Più avanti sarà anche lui insegnante di storia dell’arte presso l’Istituto Vittorio Veneto, San Ottavio, ENALC (TO). Il padre, invece, fu abbastanza contrariato quando il figlio conobbe un missionario in partenza per l’Ecuador.

"Ragazza Tarahumara", Pit Piccinelli, 1973.

Pit fu iniziato al viaggio e visitò le foreste equatoriali ad est delle Ande. Dopo quel viaggio Pit si arrese alla volontà paterna e lavorò a Torino in un ufficio stampa della Fiat. Riformato dal servizio militare, non si sottrasse all’impegno antifascista e svolse funzioni di collegamento tra i gruppi partigiani di Torino e le brigate partigiane in montagna. La sua prima mostra è del 1942 a Pescara. All’attività pittorica unisce esperienze giornalistiche: con case editrici come Paravia e SATET. Finita la guerra, a Roma collabora alle prime elezioni italiane per la grafica, e poi a Milano per i corsi liberi all’Accademia di Brera con gli allievi di Carlo Carrà. Tra il 1948 e il 1949 visitò Parigi, dove conobbe intellettuali e artisti che cambiarono il suo modo di vedere il mondo. Forse in quei mesi esaltanti, Pit si prese quella che Baudelaire chiama la grande maladie: horreur du domicile. Poi verso la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, Pit ritornò a Parigi e visitò la Riviera francese, dove incontrerà Picasso, Prévert, Chagall e Cocteau.

L’horreur du domicile

Appassionato cultore degli Indiani d’America, stabilisce i primi contatti in Ecuador con gli Indios Jivaros, sulle rive del Rio Pastaza (1949), dopo una prima avventura giovanile che abbiamo già ricordato. Da allora la sua ricerca continuerà progressivamente visitando e studiando diverse popolazioni indigene tra il centro e sud America. I gruppi studiati si estendono lungo la grande marcia dei popoli preistorici, dal paleolitico inferiore, fino alle nazioni di lingua uto-atzeca (Nahuatl): Shoshone, Navajo, Zuni, Hopi, Yuma, Apaches, Tarahumara, Huicholes, Coras, Tepehuanes, Triques, Amuzgos, poi l’Alto Chiapas (Messico del Sud) tra cui: Lacandones, Chamula, Tzeltal, Tzotzil. Diversi viaggi lo hanno poi portato in Ecuador, Perù, Bolivia e Brasile (Indios Jivaros, Mosetenes, Chimanes, Ayoreos, Tupi Guarani, Tukano, Yanomami, Xavantes, Indios de lo Xingù, Karajà , ecc.) per lo studio delle popolazioni della foresta amazzonica. E’ stata una ricerca polivalente: antropologica, etnica, linguistica, storica, ma soprattutto umana. All’inizio degli anni Settanta, Pit lasciò Torino e si trasferì definitivamente in Monferrato, nella casa di Ottiglio, che sarebbe diventata campo base per le future spedizioni in Messico e nell’America del Sud e sede del suo archivio.

Pit di Stefano Mu.
Pit di Stefano Mu.

Alle numerose mostre personali in diverse città del Piemonte e della Lombardia, si andrà ad aggiungere l’importante appuntamento a Parigi con l’Università di Nanterre — Paris X: la grande esposizione di disegni, pitture e mappe Hommes et forets d’Amazonie presso la Biblioteca Universitaria, dicembre ’96 — gennaio ’97, dedicata interamente alle popolazioni indios della Foresta Amazzonica (Ecuador — Bolivia — Brasile).

History of America 1830

Ritornando al mio ricordo personale di Pit, ricordo che in quell’estate del 1999 parlai a Pit di un mio progetto messicano. Da poco avevo terminato un saggio su Cristoforo Colombo. Regalai a Pit quel libro, che ha una veste editoriale molto bella. In quel lavoro scrivevo di William Robertson e della sua opera History of America, che conferma la piena appartenenza dello scrittore ad un orizzonte della ricerca e della narrazione storica compiutamente e modernamente intesi. Appena raccontai a Pit della mia passione per Robertson, m’invitò a seguirlo per tre rampe di scale; lasciò libero l’adito e m’invitò a curiosare nella sua biblioteca. Pit estrasse dagli scaffali ordinati l’Histoire de l’Amerique nell’edizione di Amsterdam del 1779. Aveva due copie dell’edizione torinese del 1830, in particolare mi mostrò il libro ottavo, dove Robertson scrisse sul “numero degl’indiani che tuttora rimane” in America. Questo aspetto era ciò che cercava Pit negli scritti dello storico scozzese.

Pit Piccinelli e Roberto Coaloa con amici messicani nel 1999 alla Prera.
Pit Piccinelli e Roberto Coaloa con amici messicani nel 1999 alla Prera.

Il progetto messicano

Pit, allora, era malato di tumore alla gola. Non riusciva a parlare quasi, ma era straordinariamente forte e vivace. Mi chiese il taccuino nero e iniziò a scrivere e disegnare. Era un modo per comunicare efficace, in pochi secondi tracciava sul mio quaderno notizie e dati della sua vita.

“Tu vuoi conoscere gli Indios, ti presento mia moglie!”
Pit Piccinelli

La sua mano strinse forte la penna e iniziò a disegnare, incidendo con forza le pagine. Lo schizzo che mi ha lasciato sul taccuino rappresenta lo Zócalo di Città del Messico: la grande piazza sulla quale si affacciano da un lato l’enorme Palazzo Nazionale, dall’altro la cattedrale barocca (La Asunción de Maria Santissima), e sul lato sud il Palazzo Municipale. Disegnò l’ex piramide azteca che sorge sulla stessa piazza. Iniziò a parlarmi delle violente agitazioni studentesche della primavera — estate 1968, delle culture precolombiane, dell’etnologia… La mia attenzione era però sul Messico e lui mi accompagnò in una sorta di viaggio virtuale. La prima cosa è visitare il Museo Nacional de Antropologia disse… A Pit, il Mondo Messicano si aprì grazie a un giornalista e a sua moglie, che gli fecero conoscere gli Indios. Il giornalista disse a Pit: “Tu vuoi conoscere gli Indios, ti presento mia moglie!”. Quella donna, una papaloca, donò a Pit la possibilità di conoscere profondamente il Messico. Pit, così, si avvicinò agli Indios e alle loro pratiche magiche, le loro cerimonie, i loro segreti: dal “ragazzo informante” al cosiddetto cambio di bastone tra gli Indios Huichol.

Vista panoramica della Plaza de la Constitución, informalmente conosciuta come El Zócalo, la piazza principale di Città del Messico.
Vista panoramica della Plaza de la Constitución, informalmente conosciuta come El Zócalo, la piazza principale di Città del Messico.

Ascoltavo i suoi racconti sui Tarahumara, sulla celebre “cerimonia degli spiriti”, che Pit disegnò e regalò al Museo di Storia Messicana. Pit conobbe i capi villaggio che preparavano ciotole ripiene di cibo, così da consentire ai morti di mangiare. Frequentai Pit per quattro anni, spesso andavo da solo, armato di carta e penna, o gli portavo persone curiose di conoscerlo, come il professore messicano Luis Alberto de la Garza. Dall’inizio del nostro incontro fino alla fine, Pit ed io parlammo sempre di Antonin Artaud, molto ammirato da entrambi. Negli ultimi incontri conversammo di poeti, in particolare Byron, e in un brillante simposio di Olivola gli recitai Beppo. L’ultima volta che vidi il Pit fu il 12 gennaio 2002. Andai a trovarlo e festeggiammo con la sua compagna Bona il suo ottantacinquesimo genetliaco.

Un ultimo saluto…

Qualche mese prima Pit ed io fantasticammo uno studio originale e brillante sul “paesaggio”, sedimento di storia e spazio di ricerca storiografica. Eravamo nei pressi di Cereseto, nella confinante Valle dei Frati nel territorio di Ottiglio. Ammiravamo lo sfarzoso castello neogotico di Cereseto, fatto costruire da Riccardo Gualino, pensando di ricostruire la storia del Monferrato nel suo paesaggio, un’idea che consentiva di abbracciare tre discipline: estetica, geografia e storiografia, ma anche la letteratura, il romanzo storico. Una “geostoria” del Monferrato che si apre non soltanto ai tempi della longue durée, ma ai grandi spazi, alle matrici territoriali in grado di condizionare in profondità la vita delle popolazioni…

Pit Piccinelli, collage.
Pit Piccinelli, collage.

Quel 12 gennaio 2002 iniziammo a festeggiare Pit alle 11 del mattino, per terminare nella tarda serata. Tutta la compagnia si prese una solenne sbronza di barbera e champagne e, ancora peggio, brandy. Pit era sempre pronto a riempire il mio già stracolmo bicchiere. Pit si riposò per qualche ora sul divano, proprio sotto la parete disegnata da lui, quando morì Picasso. Quando si svegliò comprese che era ormai l’unico superstite, se si escludeva il gatto di casa, che era astemio. Mi ritirai en catastrophe. Cercai veramente di andarmene alla chetichella, vergognandomi dell’atroce grande bevuta. Con me c’era Magnolia de la Garza, la giovane figlia del professore messicano, ora una delle più importanti galleriste d’arte contemporanea, protagonista nel mondo della vita artistica internazionale. Il pittore, tuttavia, mi rincorse nel cortile, e mi afferrò per le spalle e mi abbracciò fortissimamente. Fu il mio ultimo saluto a Pit, un uomo che amava la vita.

📌 Cascina Prera
Frazione Prera n. 2
15038 - Ottiglio (AL)

Sulla Musica del Pit

Nell’Archivio di Pit Piccinelli alla Prera di Ottiglio, Bona Tolotti sta procedendo all’archiviazione dei materiali collezionati nei suoi numerosi viaggi da “Pit”. Una parte cospicua è composta da strumenti musicali: tesori delle culture antiche del Messico e dell’America del Sud. Si può trovare, ben conservato, un tamburo dei rituali Tarahumara.

Esiste un CD dal titolo Amazonia 6891 sound from jungle, natural objects echo and electronic waves di Pit Piccinelli, Fred Gales e Walter Maioli. Le musiche erano state realizzate originariamente in cassette da “Sound Reporters” nel 1986. Sul CD è riportata in inglese questa spiegazione (tradotta dal sottoscritto):

Un lavoro di tre persone in diversi tempi e luoghi, che si incontrano in questa magnetica registrazione per evocare i suoni di un viaggio in Amazzonia. Walter Maioli, artista, naturalista, incontra durante le sue ricerche sulle origini della musica Pit Piccinelli, settantenne, pittore e etnografo, che durante i suoi viaggi in Sud America ha raccolto in Amazzonia oggetti naturali tipici della giungla, come elementi vegetali e parti di animali, che restituiscono i suoni spesso dimenticati nei molti lavori su questa regione. Walter registrò le dimostrazioni di Pit e ascoltò le sue storie. Successivamente, in Olanda, questo materiale musicale fu ascoltato da Fred Gales, antropologo e studente di musica elettronica. Analizzò e si immerse nella sua composizione. Il lavoro procede con la giungla simulata da Luce, la figlia di nove anni di Walter, le ambientazioni delle storie di Piter Kolosima, scrittore archeologico, frammenti dei concerti metropolitani della giungla — le voci misteriose della natura, degli uccelli, degli Indios, frammenti di film e ricordi di amici, frammezzati di quando in quando da suoni elettronici. La composizione fu montata al “Het Einde van de Wereld” (La fine del mondo), dove FG e WM mischiarono in un’unica traccia 30 minuti continui di questo viaggio musicale così come lo ritroviamo sul lato A. Sul lato B i molti suoni utilizzati possono essere ascoltati singolarmente. All’interno della custodia dell’audiocassetta è possibile trovarne le descrizioni. Il resto del materiale è come una giungla da scoprire a poco a poco.

Curiosità

Chi scrive sta lavorando a una accurata bio-bibliografia sul Pit, in particolare cercando di riordinare alcuni suoi lavori sui Tarahumara, non ancora conosciuti al grande pubblico e che meriterebbero grande attenzione. Si tratta di una serie di disegni eseguiti da Pit durante i rituali dei Tarahumara. È un materiale eccezionale, unico. Pit eseguì i disegni negli anni Settanta.

La vita del Pit è avventurosa. A Torino si fece conoscere non solo come artista e pittore. Fu un personaggio à la page, raccontato in molti articoli su riviste e giornali. Da approfondire la storia dei suoi concerti all’inizio degli anni Quaranta a Torino, dove suonava la tromba. La sua attività di pittore a Torino negli anni Sessanta, con artisti come Ezio Gribaudo, alla Galleria Borgopo, è tutta da raccontare. Come da raccontare è l’attività di “Pit” come vignettista per il quotidiano La Stampa e disegnatore per volumi illustrati, come Pinocchio. Su “Pit” artista a Torino segnalo un articolo Tra le fiabe di Tadini nasce una galleria per incontrarsi, sulla rivista Arte, numero 321, maggio 2000, pp. 152–153. Si tratta di una intervista al gallerista Giampiero Biasutti che racconta:

Mi capitò, un giorno, di leggere su un settimanale un’intervista al pittore giapponese Tamako, il quale sosteneva che Piccinelli fosse il più importante artista italiano.
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Bibliografia

  • Coaloa R., Vivere in Monferrato. Artisti, intellettuali e la riscoperta dei borghi rurali delle colline casalesi, in Castronovo V. (a cura di), Monferrato lo scenario del Novecento, Alessandria, Cassa di risparmio di Alessandria - Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, 2007.
  • Volterrani E., Frattaglie. Ricette dell’amor perduto, Torino, Blu Edizioni, 2009.
  • Weiss M., I bambini di Clavières. Storie e ricordi di una fotografia degli anni ’70, Milano, Emergency, 2009.
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