Rivista Savej: appunti per un progetto editoriale

Raccontare il Piemonte, un articolo alla volta

Rivista Savej nasce per contribuire alla divulgazione della cultura piemontese. E nasce on line, in formato digitale, su internet, pronta per farsi leggere da uno smartphone o dallo schermo di un computer. Perchè la cultura può anche riguardare fatti storici e personaggi persi nel tempo, ma per vivere va comunicata ai contemporanei, con le modalità e gli strumenti e le parole di adesso.

Chi sono i piemontesi

Era il 21 aprile del 1974 quando Indro Montanelli, per alcuni anni editorialista di razza de La Stampa, pubblicava il suo ultimo Controcorrente sul quotidiano piemontese: nel prendere congedo dai lettori (stava per fondare Il Giornale), ritornava con la mente alle difficoltà che lo avevano stranamente colto — lui, facile di penna e di eloquio — nello stendere il suo primissimo articolo per il giornale di casa Agnelli:

Sapevo benissimo cosa volevo dire. Ma mi paralizzava l’idea di dirlo ai piemontesi. (…) In fondo, pensavo, chi sono? Facciamo pure l’elenco delle loro virtù e ammettiamo, scialando, che le abbiano tutte: e con ciò? Va bene, sono bravi: bravi contadini, bravi operai, bravi soldati, bravi funzionari, bravi tecnici, bravi imprenditori: e con ciò? Va bene, hanno fatto la Fiat, nessuno da questo momento lo sa meglio di me: e con ciò? Va bene, sono gli unici a sapere come si conduce uno Stato, una diplomazia, un esercito: e con ciò? Va bene, sono quelli che hanno fatto (Dio li perdoni, diceva mio nonno) l’Italia, noi li abbiamo soltanto aiutati a farla peggio di come l’avrebbero fatta loro, se l’avessero fatta da soli: e con ciò? Va bene, la loro cultura, rimasta sempre agganciata a quella europea, è meno provinciale della nostra: e con ciò?

Tra i molti meriti di Montanelli, diamogliene uno nuovo: di aver fornito, a più di 40 anni di distanza, e in modo perfettamente inconsapevole, il destro per introdurre il progetto di Rivista Savej. Perché se quanto sopra è vero — dubitare è sempre saggio, specie dei complimenti; e per piemontesi pieni di understatement quali siamo, dubitare dei complimenti, oltre che saggio, è quasi doveroso; ma facciamo finta che lo sia — allora vale davvero la pena raccontare e raccontarci. Perché, diceva qualcuno, per sapere dove andare bisogna conoscere da dove si viene.

Divulgare, raccontando

Qualche anno fa la Fondazione Savej — oggi Fondazione Enrico Eandi — varò il progetto Savej.it, un portale di e-commerce presso cui acquistare i testi pubblicati dalle case editrici piemontesi. Nel presentare l’iniziativa, Enrico Eandi scriveva:

La crescente globalizzazione sociale e culturale che ha investito le società moderne, può rappresentare un rischio di estinzione per le tradizioni e per le memorie legate ad uno specifico territorio. In realtà però è la conoscenza stessa della propria identità, il sapere chi siamo, a diventare l’arma migliore per aprirsi al mondo senza timore di essere sopraffatti.

Rivista Savej cerca, cercherà di fare proprio questo: divulgare la conoscenza dell’identità piemontese, raccontando.

Raccontando la cultura e la mentalità di quei “bravi contadini, bravi operai, bravi soldati, bravi funzionari, bravi tecnici, bravi imprenditori” che assieme hanno effettivamente fatto l’Italia, ma prima ancora hanno fatto il Piemonte. Raccontare la loro lingua, perché una cultura specifica presuppone sempre una lingua altrettanto specifica con cui esprimersi. Raccontare la loro storia, che spesso, anche se non necessariamente, incrocia la Storia con la esse maiuscola (e a proposito di Italia: Giovanni Arpino doveva essere tendenzialmente d’accordo col nonno di Montanelli, se è vero che nella sua breve poesia Pais scrive: “(…) Ò povri nui, / che a fesse italian / suma empinì ed puj”.

Cultura, lingua, storia: tre facce della stessa medaglia, difficili da trattare singolarmente senza fornire un cattivo servizio. Scrive ad esempio Primo Levi:

Noi non abbiamo mai accettato la desinenza barocca -issimo del superlativo latino e italiano. Non ne abbiamo bisogno: ne abbiamo talmente poco bisogno che non abbiamo neppure un equivalente rigoroso dell’italiano “molto” (abbiamo si un mutubim, ma goffo e in disuso). (…) Non possiamo, e non vogliamo, dire che una ragazza è bellissima: diciamo che è bella come un (sic) fiore, che un vecchio è vecchio come il cucco, e che una medicina è grama come il tossico.

Interessante: la lingua come testimonianza di una certa mentalità, e in quanto testimonianza, importante di per se stessa al di là delle opere letterarie che l’hanno più o meno adoperata. (E, nel caso della lingua piemontese, occorre anche aggiungere: più o meno correttamente adoperata. Perché sul come si scrive una lingua di dominante tradizione orale, ebbene, ci sono fior di discussioni. Ma ci teniamo questo argomento per un articolo, o anche più d’uno, da pubblicare poi).

Dicevamo, qualche riga più in su: divulgare la conoscenza dell’identità piemontese, raccontando. “Divulgare” è la parola chiave. Fortuna vuole che il Piemonte possa contare su diverse realtà associative e culturali, e quasi altrettante pubblicazioni, in grado di dare una testimonianza efficace di questa terra e della sua gente. Ma in molti casi (non tutti) sono pubblicazioni che soffrono di una certa autoreferenzialità, o comunque parlano a chi a questi temi — il Piemonte, la sua cultura, la sua lingua, la sua storia — già è interessato. Di solito, anzi, fortemente interessato.

Lo scopo di Rivista Savej è, al contrario, parlare anche a chi verso questi argomenti ha un interesse poco più (o poco meno) che latente; e cercare di farlo qui, sul web, con un tono contemporaneo, con un taglio contemporaneo.

In sintesi: meno Savoia, più Giacomo Bove.

Buona lettura.

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