Le mondine, in una scena tratta dal film “Riso Amaro” di Giuseppe De Santis.

Sul set di “Riso Amaro”

Il film cult del neorealismo italiano è stato girato a Vercelli

Felice Pozzo
Felice Pozzo

Appassionato di storia delle esplorazioni e di letteratura avventurosa, italiana e non, è considerato uno dei maggiori studiosi della vita e delle opere di Emilio Salgari. Ha dedicato all’argomento numerose pubblicazioni e ha curato l’edizione di alcune ristampe salgariane.

Alla stazione di Torino, un giorno di maggio del 1948, sono in partenza i treni che portano le mondine verso le risaie, in una grande confusione di donne tra i binari, mentre altre mondariso arrivano con un camion. Uno speaker di Radio Torino annuncia l’avvenimento:

Sono alcuni secoli che nell’Italia settentrionale si coltiva il riso. Come in Cina, come in India. Cresce su un’immensa pianura che copre le province di Pavia, di Novara e di Vercelli. Su questa pianura hanno impresso segni incancellabili milioni e milioni di mani di donne che l’hanno frugata e assestata per quattrocento, cinquecento anni. È un lavoro duro e immutabile: le gambe nell’acqua, la schiena curva, il sole a picco sulla testa…

Tra poco l’altoparlante della stazione annuncerà:

Attenzione! È in partenza dal binario n. 6 il primo treno speciale per Vercelli riservato alle mondariso. Non disperdetevi.
“Riso Amaro”, scena iniziale.

Un treno speciale per Vercelli

Si tratta della prima sequenza, girata proprio in quell’anno 1948, del film Riso amaro (1949) diretto da Giuseppe De Santis, regista culturalmente vicino alla classe operaia e al mondo contadino: da quelle realtà avrebbe sempre attinto temi e questioni con uno stile appropriato e insieme attento alle tradizioni narrative e cantate della cultura popolare. Con lui, per questo film, firmarono la sceneggiatura Corrado Alvaro, Carlo Lizzani, Carlo Musso, Ivo Perilli e Gianni Puccini.

Torino, d’altra parte, con molteplici risvolti, è nella storia di Riso amaro molto prima che sia girata la prima sequenza alla stazione ferroviaria.

Il regista Giuseppe De Santis nel 1954.
Il regista Giuseppe De Santis nel 1954.

La Torino culturale

È la Torino einaudiana di Calvino e di Pavese. De Santis, nella primavera del 1948, frequenta la Camera del Lavoro torinese e, grazie all’amicizia con Davide Lajolo, che dal 1945 è caporedattore a L’Unità di Torino, frequenta anche la redazione di quel giornale dove incontra il giornalista Raf Vallone.

Raf Vallone in “Riso Amaro”.
Raf Vallone in “Riso Amaro”.

Da sette anni, ormai, Vallone ha abbandonato l’attività calcistica, dove aveva esordito in serie A nella stagione 1934 — 1935 disputando una partita con la maglia del Torino, dopo essere cresciuto nel settore giovanile torinese dei “Balon Boys”. Sempre giocando nei granata aveva poi accumulato 25 presenze nella massima serie. Ebbene, diventerà coprotagonista di Riso amaro, accanto a Vittorio Gassman, Doris Dowling e Silvana Mangano, iniziando così la carriera cinematografica che conosciamo.

Doris Dowling e Vittorio Gassman in “Riso amaro”.
Doris Dowling e Vittorio Gassman in “Riso amaro”.

…e la Torino industriale

Poi c’è la Torino che conta, quella che ha a che fare con l’Istituto Finanziario Industriale del gruppo Agnelli.

Il fatto è che come location ideale per il film era stata individuata la tenuta Veneria di Lignana (Vercelli) e occorreva il consenso di Giovanni Agnelli, detto Gianni, perché quella tenuta era stata venduta nel 1937 dai nobili Durazzo al suddetto IFI. A perorare la causa fu l’industriale antifascista di origini biellesi Riccardo Gualino, in quanto a capo della Lux Film, da lui stesso fondata a Torino nel 1935 e produttrice del film. Ha ricordato Gianni Agnelli:

Riccardo Gualino era un nostro amico, era amico di mio nonno in particolar modo e un giorno mi chiese di poter girare un film, quello che poi sarebbe diventato “Riso amaro”, nella nostra tenuta di Veneria. “Molto volentieri, ma non mi crei dei guai”, gli risposi subito. In realtà, fin dai primi giorni di lavorazione, mi riferirono che là, nella risaia, i cinematografari, così si chiamavano in quegli anni, creavano un sacco di scocciature. Perché in partenza si pensa che girare un film sia una cosa semplice, poi arrivano gli elettricisti, ti ritrovi cavi, luci e macchine piazzati dappertutto, poi c’era il problema degli alloggiamenti per la gente che deve dormire, centinaia di mondine un po’ vere e un po’ finte che facevano le comparse.
Foto storica della tenuta Veneria di Lignana (Vercelli).
Foto storica della tenuta Veneria di Lignana (Vercelli).
“Le risaie della piana vercellese sono lo splendido scenario dove gli inediti corpi delle mondine possono spiccare in tutta la loro sensualità fino a esaltarsi, nel caso della Mangano, nella famosa sequenza del boogie-woogie”.
Fernaldo Di Giammatteo, “Bianco e Nero”

La Rita Hayworth italiana

Gianni Agnelli era anche preoccupato all’idea che si girasse un film di campagna elettorale, in un periodo di spaccatura tra capitalismo e socialismo e tra blocco occidentale e orientale. Correva, appunto, l’anno 1948. Si sarebbe anzi recato personalmente più volte alla tenuta, durante la lavorazione, per controllare ma anche, si dice, perché notoriamente sensibile al fascino delle belle donne e il set ne pullulava. L’esordiente Silvana Mangano, allora diciottenne, le era già stata presentata prima delle riprese dal regista, che l’aveva definita la Rita Hayworth italiana, in quanto a bellezza. Non per nulla la sceneggiatura iniziale fu stravolta per affidarle un ruolo molto più importante, e questo grazie anche alla sua bravura e straordinaria capacità di impersonare il suo complesso personaggio, così come aveva in mente De Santis.

Silvana Mangano in una scena del film.
Silvana Mangano in una scena del film.

Fatto è che, com’è noto, la Mangano finirà con l’oscurare Doris Dowling, concepita come protagonista, e diventare il sex symbol nazionale del dopoguerra.

Ha ricordato Carlo Lizzani:

Avuto il placet, a Torino, dal grande patron Gualino, la prima persona che volemmo incontrare fu Cesare Pavese [per avere i primi suggerimenti]. Per noi era già un mito […] Ricordo le lunghe passeggiate sotto i portici di via Po, affascinati, io e De Santis, dall’eloquio di Pavese, a volte enigmatico, e rispettosi di certi suoi silenzi. Ci sedusse anche la sua curiosità per il nostro lavoro, il suo apprezzamento per il cinema neorealista di cui mi pare avesse intuito il carattere non naturalistico. La sua curiosità lo avrebbe portato, qualche mese dopo, sul set di “Riso amaro”.
Silvana Mangano e Doris Dowling sul set di “Riso Amaro”.
Silvana Mangano e Doris Dowling sul set di “Riso Amaro”.

Sul set della Veneria

Nella terza sequenza del film (la seconda si svolge a bordo del treno), le mondine arrivano in risaia su autocarri e anche noi abbandoniamo Torino e arriviamo nel vercellese.

La scena dell’arrivo non fu girata alla Veneria, bensì alla cascina Selve di Salasco, dove, fra autocarri Lancia, si vedranno più volte i camioncini Fiat 1100 ELR. Al vicino lago di Salasco saranno girate anche le sequenze del concorso Miss Mondina 1948, vinto naturalmente dalla mondariso Silvana, poiché al personaggio interpretato dalla Mangano fu volutamente conservato il suo vero nome, mentre il cognome diventò Meliga. Ma, come si è detto, la location principale fu la tenuta concessa da Agnelli.

Veduta della frazione Selve di Salasco.
Veduta della frazione Selve di Salasco.

I lavori che dovevano consentire alla tenuta di raggiungere un livello di modernizzazione tale da renderlo un modello di riferimento per la popolazione agricola locale erano iniziati nel 1938 ed erano durati circa due anni. Furono ristrutturati i dormitori, le sedici villette coloniche, la scuola e l’asilo. Più di ottocento mondine potevano essere ospitate in quattro capannoni, dotati di impianti sanitari e servizi per l’epoca moderni. Furono inoltre costruite stalle, di cui sei per quattrocento mucche lattifere e buoi d’allevamento. Vi erano inoltre due scuderie con oltre ottanta cavalli da tiro, con abbeveratoi automatici e fienili. Perciò fu ritenuta una location ideale.

Nel 1948 all’interno della tenuta abitavano stabilmente almeno cinquecento persone, il che spiega la presenza di asilo e scuola, come ha ricordato nel novembre 2019 Rosanna Basano, allora dodicenne, e mondina a quindici anni, rievocando i giorni del film:

Per andare a scuola avrei dovuto fare 25 chilometri in bicicletta, erano troppi. All’epoca seguivo le lezioni all’interno della tenuta e appena finivo correvo sul set. Molti di noi avevano affittato le loro case alle comparse.

Una Hollywood nostrana

E tra le centinaia di comparse, pagate 150 lire al giorno, figuravano moltissime autentiche mondine, alcune provenienti dalle zone limitrofe e non poche di loro hanno in seguito, per decenni, rievocato quei giorni sui giornali locali, diventando a loro volta protagoniste fugaci, perché aneddoti e curiosità hanno ovviamente scandito la lavorazione del film, durata 75 giorni, e lasciato ricordi imperituri nelle loro vite.

Le mondine, “Riso Amaro”, 1949.

Una di loro, Rita Botto, ha ricordato, ad esempio:

“Riso Amaro” verrà presentato in concorso al 3° Festival di Cannes del 1949.
“Riso Amaro” verrà presentato in concorso al 3° Festival di Cannes del 1949.
Io stavo a Ronsecco ma si andava tutti a lavorare a Lignana. All’ora di pranzo io e la mia amica Teresa correvamo con il nostro tascapane e andavamo a vedere le riprese. Ci nascondevamo dietro i cespugli, volevamo vedere soprattutto quando Raf baciava le altre attrici. C’era anche Gassman. Lui era l’unico che non dormiva lì, arrivava in auto da Vercelli, una coupé bianca, e saltava fuori senza neanche aprire la portiera, agile come un diavoletto, e andava a bussare dove dormivano le attrici.

D’altra parte quell’inedito (o quasi, dal punto di vista cinematografico) ambiente rurale, si era trasformato magicamente in una sorta di Hollywood nostrana che aveva provocato andirivieni quasi febbrili tra Vercelli e Torino, e non solo, calamitando appunto, fra gli altri, Agnelli e Pavese. Arrivarono persino, il grande fotografo Robert Capa, noto anche per un flirt con Doris Dowling, e Italo Calvino, inviato di Cinema Nuovo. Sulle pagine de L’ Unità Calvino avrebbe scritto, nel luglio 1948:

Intorno, appesi ai pioppi, come tante lune impigliate tra le foglie, i riflettori inondano la notte sulle risaie di una luce bianca e falsa, proprio “da cinema”.

Ora, e da tempo, è un mondo scomparso, come non sono più tra noi i grandi protagonisti del film, diventato peraltro un classico italiano con connotazioni precise e indelebili, riconducibili al “neorealismo popolare”, dove la forte tensione civile e l’attenzione al risveglio della coscienza delle masse, sono innestate in una duplice vicenda d’amore tra forti richiami alla tradizione del noir e del melò.

Silvana Mangano a cena con il marito, il produttore Dino De Laurentiis, in una foto del 1957.
Silvana Mangano a cena con il marito, il produttore Dino De Laurentiis, in una foto del 1957.

Dino De Laurentiis, che aveva avuto in appalto dalla Lux Film la produzione di Riso amaro, sposò Silvana Mangano proprio nel 1949 anche se l’amore, secondo De Santis, sbocciò a riprese ultimate. Dal canto suo, Raf Vallone ebbe una relazione con Doris Dowling, già amata da Billy Wilder.

Un Capodanno galeotto

Ma un altro amore potrebbe essere sbocciato sul set del film: quello di Cesare Pavese (e non viceversa) per Constance Dowling, la sorella maggiore di Doris, Constance era nata nel 1920 e Doris nel 1923.

Le sorelle Dowling sul set di “Riso Amaro”. Immagine tratta da “Cesare Pavese, la vita, le opere, i luoghi” di Franco Vaccaneo, Gribaudo, 2009.
Le sorelle Dowling sul set di “Riso Amaro”. Immagine tratta da “Cesare Pavese, la vita, le opere, i luoghi” di Franco Vaccaneo, Gribaudo, 2009.

È un fatto che, ufficialmente, Pavese conobbe le sorelle Dowling a Roma nel Capodanno del 1950, in casa dei comuni amici torinesi Francesco Rubino, medico del lavoro, e di sua moglie Alda Grimaldi, coi quali Pavese aveva compiuto un viaggio nella capitale. Nella lettera da Torino a Roma inviata a Constance il 17 marzo 1950, Cesare li chiama Ciccio e Dada, confidenzialmente, e scrive:

Nessuno dei due mi ha detto niente, tanto meglio — non so se avrei saputo resistere e non tradirmi come un ragazzo.

Perché nel frattempo erano successe alcune cose.

Constance Dowling
Constance Dowling

L’amore secondo Cesare Pavese

Ai primi di marzo, a circa due mesi da quel Capodanno, Doris aveva scritto da Roma agli amici Rubino per informarli che Constance era esaurita e aveva bisogno di una vacanza. Loro le avevano proposto di mandarla a Torino così avrebbero potuto condurla in montagna, a Cervinia.

Per farle festa, appena giunta, l’avevano condotta a cena fuori con un cavaliere. Ha ricordato Bona Alterocca:

Non trovano un tale loro conoscente, tipo elegante con grossa auto fuori serie, che sarebbe stato adatto: e allora ricorrono a Pavese. È sempre pronto a fare un favore e poi, in mancanza del bell’uomo di mondo, per Connie un intellettuale dalla conversazione saporosa, può andare.

Né Francesco, detto Ciccio, né Dada sospettano le conseguenze della serata.

Constance (Connie) vuole andare a Cervinia con Cesare e là, troppo trepidante lui, dolcissima lei, avviene ciò che deve accadere. L’idillio sarebbe continuato per un po’ a Torino, dove tornano e restano finché lei non riparte per Roma e poi per l’America. La storia di questo ultimo, sfortunatissimo amore di Pavese, che le scrive poesie, è nota. Come è noto quanto la coppia fosse bizzarra, visto che Connie proveniva da una decennale e letteralmente infuocata relazione con Elia Kazan. Ha scritto Lorenzo Mondo:

È tra le braccia di questa donna voluttuosa e svezzata che Pavese si prepara a gettare la sua vita.
Doris Dowling con Cesare Pavese, Roma, 1950.
Doris Dowling con Cesare Pavese, Roma, 1950.

Nel giugno successivo, al ninfeo di Villa Giulia di Roma, gli fu assegnato il Premio Strega per La bella estate e sua seducente madrina della serata fu Doris Dowling, che da qualche tempo, all’occasione, tentava di consolarlo per Connie che, falliti i tentativi con Cinecittà, cercava fortuna a Hollywood senza ricordarsi affatto di lui.

Ma torniamo alla Veneria, un po’ indietro nel tempo. Là, abbiamo detto, si era recato più di una volta Pavese, attratto e incuriosito dal mondo del cinema per il quale avrebbe tentato qualche lavoro di sceneggiatura. Ma vi si era recata anche Constance, in visita alla sorella che si vedeva inesorabilmente rubare la scena dalla prorompente e giovanissima Mangano. La circostanza è documentata da alcune fotografie, che ritraggono le sorelle insieme sul set di Riso amaro.

Si incontrarono mai, Connie e Cesare, alla tenuta nel vercellese? Si direbbe di no, ma tra le storie circolate sul film esiste anche questa, a rafforzarne la memoria.

A proposito di memoria a Legro, frazione di Orta San Giulio, un po’ distante dal noto lago novarese, esiste una serie di affreschi che decorano il centro storico a formare il cosiddetto “Cinema messo al muro” e a far entrare Legro nel novero nazionale dei “paesi dipinti”. La galleria d’arte a cielo aperto è dedicata ai film che hanno utilizzato come set i paesi attorno al lago d’Orta e le località del Piemonte in genere. Ebbene, attira subito l’occhio la grande immagine della fiera e provocante mondina di Riso amaro, di Silvana Mangano, diventata appunto un’icona del cinema italiano.

Affresco dedicato a
Affresco dedicato a "Riso Amaro" a Legro d’Orta.
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Bibliografia

  • Alterocca B., Pavese dopo un quarto di secolo, Torino, Società Editrice Internazionale, 1974.
  • Michelone G. — Simonelli G. (a cura di), Riso amaro — Il film, la storia, il restauro, Alessandria, Falsopiano, 1999.
  • Mondo L., Quell’antico ragazzo — Vita di Cesare Pavese, Milano, Rizzoli, 2006.
  • Pozzo G., Gassman era agile come un diavoletto, in La Stampa - Vercelli, 18 settembre 2009.
  • Toffetti S. (a cura di), Rosso fuoco. Il cinema di Giuseppe de Santis, Torino, Lindau, 1996.
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