Assenzio (RS 6)

In piemontese l’Artemisia absinthium, l’assenzio, può essere chiamato in diversi modi: absint, üisens, bunmé, erba amera, erba santa, erba fort, medighet. Ciascuno di essi racconta un pezzo di storia dell’assenzio, storia quanto mai curiosa e travagliata.

In effetti, l’assenzio è un’erba amera, un’erba fort, se anche i greci con ἀψίνθιον (apsinthion) facevano riferimento al gusto amaro della pianta, definendone l’estratto “imbevibile”. Ma fu, almeno all’inizio anche un’erba santa, un medighet per le proprietà terapeutiche che si vollero ascrivere al genere Artemisia.

Nel 1789, nei pressi di Neuchâtel, in Svizzera, il dottor Pierre Ordinaire aveva registrato un distillato a base di assenzio, melissa, anice, issopo, acoro e dittamo, con intenti curativi, che si rivelarono però di poca efficacia. La ricetta venne dopo pochi anni ceduta a una piccola liquoreria, nella vicina cittadina francese di Pontarlier, la Pernod, che aggiunse alla ricetta il finocchio, traendo un liquore aromatizzato attorno ai 70 gradi, a cui l’assenzio fresco e l’issopo donavano un colore verdolino, tale da essere soprannominato la Fée Verte (la Fata Verde).

Ancora a metà tra il concentrato curativo e il distillato da bancone, l’assenzio venne utilizzato durante l’invasione francese dell’Algeria, e somministrato alle truppe come profilassi contro la febbre; distribuito credendo che l’alta gradazione alcolica consentisse di rendere l’acqua potabile con una certa sicurezza. Lì cominciò il suo successo come distillato vero e proprio, dal momento che tornati in patria i soldati continuarono a richiedere questo liquore nei locali, come bevanda rinfrescante o digestivo da diluire nell’acqua. Una moda che prese piede in fretta, e mai come prima, agli albori della Belle Époque sostenuta da una campagna pubblicitaria che portava con enfasi il liquore tra le mani di ogni bon vivant, di eleganti donne di classe. Tra il 1875 e il 1913 il consumo di assenzio in Francia crebbe di quindici volte; l’artemisia era abbondante in natura e, in virtù del progressivo calare del prezzo dell’alcol tratto dalla fermentazione di grano o barbabietole, si arrivò a pagare un bicchiere di assenzio meno di una pagnotta di pane, meno di un bicchiere di vino.

A questo punto, da liquore preferito dalla dama con sigaretta e bocchino dell’alta borghesia, l’assenzio si rese disponibile anche ai ceti più bassi fino a soddisfare il miserabile che di quattrini doveva far elemosina. Dalla raffinatezza e l’erotismo del primo marketing, la pubblicità cominciò a far l’occhiolino ai poeti maledetti, ai bohémien, agli impressionisti allora in voga. Anche se la realtà celava ormai altro: nel torno di qualche lustro, dalla trasgressione della borghesia si era passati all’alcolismo tanto più diffuso quanto più a buon mercato, che raggiungeva i più poveri e i minori; da segno di distinzione a piaga sociale; da liquore pregiato a capro espiatorio a cui ascrivere abbrutimento e annichilimento, minore rendimento sul lavoro, episodi criminali.

Il problema però non era soltanto sociale, ma economico. Moralisti e proibizionisti, sanità pubblica e governo strinsero d’assedio i produttori di assenzio, che avevano fatto fino ad allora la loro fortuna. Tuttavia si dovettero fare i conti con la possibilità che a combattere il diffuso alcolismo si abbattesse anche l’intero comparto degli alcolici, per non parlare di quello vitivinicolo già abbondantemente provato dalla concorrenza che l’assenzio gli aveva fatto per anni. Per colpire l’alcolismo si doveva colpire l’assenzio, non l’alcol, e il nome di Valentin Magnan, dimenticato da tutti, tornò a far parlare di sé.

Valentin Magnan, medico e psichiatra che legò il suo nome all’ospedale Sainte-Anne di Parigi, aveva condotto studi sull’assenzio molto tempo prima che il liquore dilagasse capillarmente. In particolare si era concentrato sulle alterazioni e sulle allucinazioni che un uso prolungato del distillato poteva produrre; aveva quindi studiato l’olio essenziale cavandone un componente, il thujone, che a suo dire sarebbe stato la causa del delirio provocato dalla bevanda alcolica. Con gli esigui strumenti scientifici del tempo, Magnan prese per assoluto il dato estratto dall’olio essenziale, senza cioè porlo in correlazione ad altri dati, non ultimo l’effetto dell’alcol: ovvero, quanto thujone sarebbe stato necessario per provocare deliri e allucinazioni? Quanto alcol sarebbe invece bastato per raggiungere i medesimi effetti?

Governo e moralizzatori avevano il loro dato scientifico su cui fondare una campagna per affossare l’assenzio e il suo liquore. Anche un dato pseudoscientifico era sufficiente per individuare il problema e isolarlo: l’assenzio non era più soltanto un liquore, era ipso facto diventato un veleno. Non l’alcol provocava alcolismo, bensì era il thujone presente nell’assenzio a condurre a deliri e allucinazioni. I comparti vitivinicolo e alcolico erano assolti, e salvati. Così, dal 1915 in Francia, dal 1923 in Germania e via via in tutta Europa, l’assenzio venne bandito vietandone produzione e commercializzazione.

Fu solo nel 1988 che cadde l’ostracismo a cui era stato sottoposto l’assenzio, riprendendo le ricerche quanto mai approssimative di Magnan. Ci si accorse allora che la quantità di thujoni necessaria a essere nociva all’organismo doveva superare i 250 mg/l e venne stabilito che per commercializzare il liquore non dovessero essere presenti più di 35 mg/l. Senonché nel 2008, dei ricercatori, venuti in possesso di bottiglie di assenzio del 1915 le esaminarono, scoprendo che la quantità di thujoni in esse contenute erano… di 35 mg/l, perfettamente in linea con le normative europee odierne. In definitiva non altro si scoprì che per cominciare a diventare nociva all’organismo, quella quantità di thujoni, presente oggi come allora nell’assenzio, occorreva che di liquore ne fossero bevuti sei litri di seguito. Che deliri e allucinazioni fossero dovuti allora alla gran copia di alcol in circolazione a buon mercato?

Massimo Bonato

Laureato in linguistica generale, collabora come redattore editoriale con diverse case editrici torinesi e nazionali. Si interessa di sintassi, germanistica e linguistica piemontese. Lettore bulimico e grafomane, spende restante tempo… leggi tutto
  

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