La parola bürnìa sa di casa, di famiglia, rimanda ai momenti comuni di lavorazione e manipolazione dei cibi, della conservazione a cui sono deputati questi barattoli cilindrici e chiusi, dalle varie dimensioni: marmellate, confetture, conserve di ogni tipo. Una delle parole bandiera che rimarrà nella bocca dei parlanti anche quando i dialetti saranno un ricordo, proprio per il profondo radicamento nella sfera famigliare e sentimentale della casa.
Per quanto infatti bürnìa sia comune a ogni piemontese, che si trova forse persino in imbarazzo a doverla tradurre nell’italiano barattolo o vasetto, il piemontese la condivide, e con lo stesso radicamento, con diversi dialetti italiani (“Per noi agrigentini fa parte del dialetto ‘puro’, che inizia forse ad essere anche un pelino arcaico”, scrive in rete un lettore, in risposta al forum inaugurato da un milanese stupitosi di trovare in un negozio Tiger della sua città il cartellino recante la dizione burnia e non l’italiano barattolo a indicare un ben ordinato scaffale colmo del familiare contenitore di vetro).
Diffuso dunque, a partire dall’arabo bornīyah, a sua volta derivato dal persiano bārnī, il lessema bürnìa, con significato di contenitore cilindrico in ceramica o vetro chiuso da un tappo, variamente interpretato dal punto di vista fonetico, ha investito l’intero Mediterraneo raggiungendo anche le coste iberiche (spagnolo albornìa; catalano alburnìa) e quelle italiane, con attestazioni in Sicilia, Calabria, Sardegna, Liguria. Se è dallo spagnolo alburnia che provengono il sardo bùrnia e forse il milanese burnìa – grazie alla dominazione spagnola del ducato di Milano – il termine in Piemonte può essere giunto per due vie, parimenti verosimili. L’una dalla Sicilia, dove ancora oggi burnìa (al singolare femminile, al plurale maschile, burniei) è ampiamente utilizzato e rappresenterebbe la via commerciale, la via delle ceramiche e dei contenitori, le burnìe atte a contenere merci e vivande; l’altro dal ligure – ancora attuale la voce attestata in Liguria, brünìa – interessato per primo dalla penetrazione araba e per suo tramite direttamente poi al piemontese.
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