Cuntagg

Ci sono parole che, senza diventare un tabù, ci lasciamo volentieri alle spalle. “Contagio” ci eravamo abituati a usarla per disgrazie che ci parevano distanti, epidemie che si diffondevano lontano da noi, registrate dai nostri canali di informazione. Certo non avremmo mai pensato di trovarcela in bocca tanto spesso per parlare di noi, delle nostre città, dei nostri cari, delle nostre paure. Tanto distante da finire pressoché desueta anche in piemontese, in cui cuntagg ("contagio") si cristallizzò come esclamazione: Cuntagg! ("Che sorpresa!", "Che meraviglia!", "Che roba!"). A qualcuno è ancora capitato di sentirla, ma sporadicamente.

Come per l’italiano “contagio”, anche cuntagg deriva dal composto latino cum e una forma derivata del verbo tangere ("toccare"): "contatto", ci ricorda il Rep (Repertorio etimologico piemontese). Un pericolo, quello del contatto, del contagio, ben conosciuto durante le pestilenze del 1559 e poi del 1630 che imperversarono in Europa, senza lesinare lutti numerosi anche in Piemonte. In particolare, la peste raggiunse Torino nel gennaio del 1630 e, nonostante l’isolamento imposto da Carlo Emanuele I (detto "Testa di fuoco"), avrebbe lasciato la città soltanto alla fine dell’anno, decimandola di un terzo dei suoi 25.000 abitanti. Mentre la corte sfollava a Cherasco, fu Giovanni Francesco Bellezia a prendere in mano la situazione. Nominato sindaco soltanto nel 1628, Bellezia non aveva abbandonato Torino fino all’ultimo, ma al contrario vi aveva organizzato l’assistenza sanitaria possibile, contrastando i fenomeni di sciacallaggio e frenando gli episodi di isteria collettiva che si abbatteva su presunti untori, con aggressioni ed episodi di giustizia sommaria anche feroce. Al suo fianco si era trovato Giovanni Francesco Fiocchetto protomedico, cioè primo medico di corte di casa Savoia, che sarebbe divenuto per tutti il Médic del cuntagg. L’energia profusa da Fiocchetto per combattere l’epidemia lo portò a far tesoro di un’esperienza diventata modello per le epidemie successive e che raccolse nelle pagine del suo Trattato, dato alle stampe sin dal 1631.

Cuntagg! rappresentava l’orrore di scoprire di essere stati contagiati, ma anche la paura di essere contagiati da chi ormai non aveva scampo. Rimase quindi per secoli una maledizione da lanciare o da temere. At tacheissa ‘l cuntagg! Ti prendesse un accidente! Diremmo oggi in modo meno virulento. Tale fu la devastazione delle epidemie da lasciare in cuntagg anche un senso di quantità, di gran copia: A-i na j’é per ël cuntagg! (“Ce n’è per il contagio”, ovvero "ce n’è un mucchio", "c’è un sacco di roba").

Le pestilenze dileguarono, ma non il ricordo che nella parola rimase, trasformandola in una esclamazione usata da tutti, compresi personaggi di spicco come Cavour e Massimo d’Azeglio, che la lasciarono scritta nei loro epistolari, là dove cioè la lingua poteva permettersi un uso anche informale. E andò lontano, raggiungendo il Nord della Francia, a Lille, dove i piemontesi emigrati a lavorare nelle miniere pare venissero chiamati countachi, forse proprio per l’esclamazione che si sentiva loro esprimere. Andò lontano, anche nel tempo. Perché se pure negli ultimi decenni si sia sentita poco, bastò che l’ingegnere Paolo Stanzani, nel 1970, si lasciasse sopraffare dallo stupore e dalla meraviglia vedendo il nuovo prototipo di una Lamborghini perché il Cuntagg! uscito dalla sua bocca battezzasse quella vettura sportiva, che per tutti divenne la Countach, contagiando il mondo intero con la sua bellezza.

Laureato in linguistica generale, collabora come redattore editoriale con diverse case editrici torinesi e nazionali. Si interessa di sintassi, germanistica e linguistica piemontese. Lettore bulimico e grafomane, spende restante tempo… leggi tutto
  

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.