Drü (RS 4)

A misüra ch’a se slarga la man ant la drügia, a se strenz ant la smens (“Tanto si allarga la mano nel letame, tanto la si stringe nel seme”). Tanto cioè più fertile è un campo, tanto più si può sperare nella sicurezza di un buon raccolto. La fertilità dei campi, la fecondità della donna e degli animali sono per l’essere umano vitali a tutte le latitudini, da quando ha messo piede sulla terra, o perlomeno da quando agricoltori-allevatori si imposero sulla precedente società di cacciatori-raccoglitori: una lotta che si perde nella notte dei tempi. “Fertilità” e “fecondità”, sinonimi, riuniscono la stessa speranza di vita che dai prodotti della terra e dagli animali, dai figli dipende, dai frutti del lavoro e dalla progenie che in futuro quel lavoro proseguirà. In piemontese “fertile” si dice drü, e vale tanto per la fertilità del suolo quanto per la fecondità della donna, che si dice drüa, “fertile”, o come si diceva un tempo “una buona fattrice”, quando la considerazione per la donna non superava di molto quella per gli animali e della terra dai quali l’intera sopravvivenza dipendeva, organizzata in una rigida struttura patriarcale.

Drü proviene direttamente dal celtico drütos/druto, con il significato di “fertile”, al quale il mondo celtico associava pure l’idea di “arditezza” e di “forza”. La terra fertile era dunque una terra grassa, forte, una terra che dà sicurezza. Per questo, forse, la semantica del piemontese di drü si confronta anche con un altro valore, che è quello della lealtà, della fiducia, che fa dell’italiano drudo una “persona leale” o anche “amico”, “amante”, così qual è il suo significato nel provenzale drut. Con il tempo prevalse l’idea di “fertilità” che porta con sé benessere, agio, ricchezza. Motivo per cui (seguendo il Repertorio etimologico piemontese, Rep) drü finì per indicare, come traslato, anche il “ricco”, e con esso l’abitudine a poter scegliere, con la conseguenza di identificare in senso dispregiativo la persona che non si accontenta facilmente, l’“incontentabile”, lo “schizzinoso”.

A parte le sfumature, drü si prestò sin dall’antichità alla formazione di parole e di nomi di uso ancora comune. Immediato è il collegamento con ciò che fertile rende la terra: il concime, il letame, ovvero la drügia, “voce [che] proviene verosimilmente dal fr. druge ‘letame’ o dall’occ. drujo (id.), a loro volta dal lat. volg. *druticare ‘ingrassare (un terreno)’” (Rep 576). Drügé è quindi il letamaio, dal quale si estende l’area di pascolo più verde, la drüa, a cui il concime, semplicemente dilavato, direttamente si rende disponibile. Fertile doveva essere, e molto, il territorio su cui sorse Druento, nei pressi di Torino, il cui nome, Drüent, compare per la prima volta nel 1196, quando viene citato da Enrico Visconte di Baratonia in relazione alla cessione di un monastero. All’idea dell’originale fertilità, forza, del celtico drütos e alle conseguenze di un buon raccolto che portano con sé sicurezza e ricchezza fa da contraltare la “gioia” latina prodotta dal letamen. Parola da cui deriva il letame italiano e parimenti il liam piemontese, sinonimo di drügia. Ma appunto, se drügia conserva in sé un seme di vigoria, liam rimanda a quel parallelo latino che da letamen produsse dapprima laetus e poi lieto, legando la fertilità alla lietezza, alla gioia di un raccolto, e di una nascita, la gioia della vita che si rigenera.

Massimo Bonato

Laureato in linguistica generale, collabora come redattore editoriale con diverse case editrici torinesi e nazionali. Si interessa di sintassi, germanistica e linguistica piemontese. Lettore bulimico e grafomane, spende restante tempo… leggi tutto
  

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