Non tutte le parole che si comprendono, cercandole in un dizionario, risultano poi di immediato utilizzo. Lo sa chi tenti di insegnare a uno straniero l’uso dell’avverbio addirittura, che solo con l’uso, ascoltando, provando e riprovando in contesti diversi ce ne si può appropriare. Del resto, come sosteneva Ludwig Wittgenstein, padre della logica moderna: “Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio”. Così accade nel piemontese con parole come ghëdu, facile da reperire in un dizionario come ogni altra, ma di non immediata comprensione per poterla utilizzare.
Ghëdu, a seguire i dizionari piemontesi è traducibile con “garbo, grazia, modo, vezzo” (per il Sant’Albino, 1859, come pure per il Ponza, 1859, il quale aggiunge “disinvoltura”), “garbo” (per il Gavuzzi, 1891), “tono, stile, modo, grazia” (Ël neuv Gribàud, 1983). Anche la sua origine è incerta: l’ipotesi più plausibile, secondo il Rep, è che derivi da un’antica base germanica *waizda, “guado”, trasformatasi nell’area galloromanza nella parola waid, “erba colorante” che si specifica nel francese guède come “erba da cui si estrae una tinta azzurra”. Da questo si può pensare che dalla tenuità del colore il significato sia passato a definire poi la grazia, il garbo nell’atteggiamento delle persone. Ma non solo. Perché se ci si può “dare un tono”, dé ün ghëdu, o dé ed ghëdu, “dare un tocco di grazia a qualcosa”, o fé na cosa cun ed ghëdu, “fare una cosa con stile” (a l’ha ün ghëdu a tiré ‘d lima!, “ha uno stile a tirar di lima!”), si può anche incitare a deje ‘n bel ghëdu (“dargli un bello slancio”) a un nuovo impiego, un lavoro che si sta per cominciare o magari incitando un bambino il primo giorno di scuola.
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