Avere animali da traino non era da tutti, un tempo. Così, l’unica forza su cui si poteva, e si doveva, sempre contare erano le braccia. Su queste faceva affidamento la lesa, slitta a mano che serviva per trasporti di diversa natura, da monte a valle, di legname, fascine, fieno. Utilizzata tanto sulla neve tanto sui sentieri variamente lastricati di pietra per facilitarne lo scivolamento, la lesa era fatta come una comune slitta, costituita da due pattini di legno incurvati anteriormente e rinforzati sotto da listelli di metallo (acciaio o leghe), nonché da una serie di assicelle di legno fissate su elementi montanti, così da costituire un piano di carico, da cui sporgevano i lunghi manici per poter imprimere il moto di trascinamento. Lo scivolamento della slitta pare aver determinato sin dagli albori la provenienza del suo nome, forse debitore della radice celtica *sled- / *sleud- secondo il FEW (Französisches Etymologisches Wörterbuch), forse del germanico *slidan secondo il vocabolario etimologico di Alberto Nocentini, entrambi con il significato di “scivolare”.
Lesa rimane comunque nome diffuso lungo tutto l’arco alpino, dagli Appennini genovesi, dove ancora persiste la voce lesa, sino al friulano lòža, attraverso il bergamasco lesa sino all’Engadina, e a sud, nelle regioni francesi del Rouergue e del Béarn, dove si chiama leudo / leuzo / leo (REP, Repertorio etimologico piemontese). Un nome che, per quanto ancora incerta la sua prima origine, si è reso molto produttivo giungendo variamente sino a noi.
Il lesun, oggi montato su camion e trattori, altro non era che lo spartineve (o treggione) originario, formato da due pesanti assi di larice montati a cuneo con un cassone di zavorramento caricato di pietre, sabbia che veniva rilasciata sul selciato durante il trascinamento. Il lesun veniva trainato da cavalli, e sul cassone prendevano posto anche gli uomini che dovevano condurre i cavalli per le strade di città e paesi. Qualche lesun, abbandonato, o per sua fortuna valorizzato in un etnomuseo, si può ancora trovare qua e là.
Meccanizzati i lavori di montagna, anche la lesa ha finito per andare perlopiù in pensione, abbandonando boschi e campi per dedicarsi a qualcosa di più ludico. Con lesa infatti continuiamo a intendere la slitta con cui da bambini ci si lanciava sulla neve, passione infantile ma non solo. In tempi non troppo lontani, per esempio, in valle Miglioretti, dalle parti di Pino Torinese, vi era il costume di realizzare una vera e propria pista ghiacciata nella neve, lunga anche più di mezzo chilometro, nella quale lanciarsi con il proprio leset, lo slittino in legno, in nulla dissimile da quel leset che seguiamo nelle Olimpiadi invernali.
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