A vedere la serie tv Vikings (S3 E3) viene da saltare a un certo punto sulla poltrona pensando di aver compreso quel che del dio Frey la protagonista Lagerta va salmodiando in norreno, durante un rito propiziatorio: “skín Frey” (“luminoso Frey”). Alla ricerca sempre di radici antiche e spesso imprevedibilmente lontane, vi si rinviene quel suono familiare, vagamente onomatopeico di sclin.
Aggettivo squillante e cristallino, sclin designa un suono argentino e acuto, come quello di un campanellino. Non dal norreno però deriva, anche se pur sempre da una lingua germanica, che il Rew identifica con il gotico skilla, che significava “campanello, sonaglio”. Lo stesso significato che permane a distanza di secoli in sclin, nome maschile e non aggettivo, che continua a indicare pure in piemontese: “sonaglio, campanellino per animali”. Il germanico skilla si sarebbe poi fuso con il suffisso -inum di una non ben specificata lingua transalpina – secondo il Rep – fino a trasformarlo nell’attributo che usiamo ancor oggi.
Alla limpidezza del suono di cui sclin è attributo si affianca la variante sclint, sempre aggettivo, che fa riferimento alla limpidezza colta dal senso visivo. Ün cel sclint, ün vin sclint, na lüna sclinta è il modo in cui parliamo di un cielo terso, di un vino limpido, di una luna chiara, senza alone. Non è chiaro come questa variante si sia creata, attraverso la sola apposizione di una -t: forse per analogia a un participio presente o condizionato dall’italiano squillante. E a sfogliare i dizionari piemontesi a ritroso vien da domandarsi pure quando questa forma sia comparsa se l’unico a segnalare sclin e sclint come due voci distinte è il Neuv Gibàud, mentre non v’è traccia della variante sclint nel Sant’Albino che indica soltanto sclin, come nel Ponza, fino al settecentesco vocabolario del medico Pipino, passando dal dizionario piemontese-italiano-latino-francese dello Zalli e il bilingue piemontese-francese del conte Capello di Sanfranco. Tutto questo, sì, resta poco sclint.
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