Renzo Crivelli ha insegnato per anni all’Università di Torino letteratura inglese e ora, docente a Trieste, scrive di teatro, continuando l’insegnamento e segnalandosi come tra i più noti conoscitori di James Joyce. Il fantasma del palazzo è la sua seconda opera di narrativa, dopo il romanzo giallo La regola di Trémaux, dove presente e memorie storiche s’inseguono senza tregua in brevi racconti ambientati tra Novara e i laghi d’Orta e Maggiore. Sembrano uscire queste piccole storie dal cappello di un Piero Chiara, che indaga sulle sponde del lago sul trascorrere del tempo in un microcosmo davvero poco noto, che fa pensare anche al mondo di Mario Soldati, indimenticabile scrittore di spettri. Il primo racconto sembra un’agghiacciante avventura nella casa dell’orrore. Si tratta invece di un piacevole divertissement che avrebbe fatto la felicità di un regista come Dino Risi, tanto ricorda il palazzo di Novara l’ospizio per artisti diretto da un folle Mario Del Monaco nel film Primo amore.
Il ricordo riesce a mutare il rapporto fra realtà e sogno, dà nuova vita e luce a fatti scomparsi o perduti, come in Il volo dell’angelo, sulla memoria della Resistenza. Spesso il lago, nel suo confine angusto, tra le sponde e la chiusura dei monti, è anche il carcere di grigie esistenze, come quella del giornalista nel piacevolissimo racconto Le lettere segrete. L’orrore, i delitti atroci e i racconti del soprannaturale fanno spesso capolino. Crivelli esalta la montagna con i panorami romantici, in una narrazione d’altri tempi che è un omaggio da esperto scrittore al territorio novarese natio e a un mondo che non esiste più, con i suoi capitani d’industria parecchio cornuti, le marchese, in ristrettezze finanziarie, che vivono non di rendita, ma di svendita.
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