Mondovì e l'arte della ceramica

Una storia di creatività, tradizione e impresa

Nell'immagine: Il Galletto di Mondovì esposto in occasione della Mostra dell’Artigianato di Mondovì Piazza (© Archivio ATL del Cuneese - Foto R. Croci).
Ha iniziato negli anni Ottanta la sua attività di scrittore con le prime esperienze presso il settimanale Gazzetta di Mondovì e l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti. Da allora in poi ha… leggi tutto
  

Sono centinaia: uomini, donne, ragazzini, addirittura mamme che portano con sé bimbe e bimbi di pochi mesi, perché nella fabbrica c'è anche il “nido”. Provengono dalle loro case, dai vari quartieri della città, oppure giungono dai paesi vicini, ma tutti devono raggiungere il Follone. Il luogo si chiama così perché un tempo in quel sito, lungo le sponde del fiume Ellero, c'era una fabbrica di panni. La maggior parte arriva a piedi, qualcuno con il calesse o a cavallo; l'auto al momento è privilegio di pochi, ma tutti, superato il ponte attraversano il varco che porta nel grande cortile della fabbrica e vanno ai loro posti di lavoro. Lo stabilimento produce ceramiche, quelle stesse ceramiche che sono diventate famose in tutto il nord Italia, in Liguria e sulla costa francese grazie alla loro pregiata qualità e al variopinto galletto che spesso appare come decoro su piatti e vasellame prodotti a Mondovì; sono i primi anni del Novecento e la Richard Ginori è nel pieno della sua espansione.

Questo è il pensiero che scaturisce osservando alcune delle fotografie esposte nelle sale del Museo della Ceramica di Mondovì, nelle quali sono state immortalate le maestranze della fabbrica in posa nel cortile dello stabilimento.

La storia della ceramica monregalese, però, ha origini ben più remote.

Immagine collettiva delle maestranze Besio. Al centro in camicia nera e pantaloni bianchi Marco Levi, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).
Immagine collettiva delle maestranze Besio. Al centro in camicia nera e pantaloni bianchi Marco Levi, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).
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Alla ricerca della terra figulina

È il 1753 quando il Sovrintendente Corvesy visita, su incarico dei Savoia, la Provincia di Mondovì con il compito di trarne una visione economica e sociale d'insieme. Questo sarà, per il governo sabaudo, un tassello importante per procedere all'unificazione territoriale delle regioni sotto il loro dominio e, soprattutto, per provvedere poi all'applicazione dei dazi. Durante questo meticoloso sopralluogo il Sovrintendente, dovendo rispondere all'omologo di quello che oggi è il Ministro delle finanze, presta molta cura nel rilevare le attività economiche presenti all'interno delle varie comunità. Nella relazione di quell'anno a Mondovì non viene segnalata alcuna produzione di ceramiche; tuttavia, nei dintorni qualcosa si sta già muovendo: a Dogliani, dice il Corvesy, diversi artigiani producono “vasi di terra” i quali risultano di qualità inferiore a quelli prodotti a Chiusa Pesio poiché non hanno molta resistenza al fuoco a causa “della natural qualità della terra”.

Poco lontano però, a Perlo nella valle del Tanaro, c'è argilla di buona qualità ed è frutto di intenso commercio, infatti “...in tempo d'inverno, quasi tutti abbandonano le loro case, e nella primavera, ed estate portano a vendere terra griggia nel Piemonte quale in quei contorni in molta coppia se ne trova.”

Proprio l'abbondanza e la buona qualità della materia prima, l'argilla figulina – termine che indica una ceramica ottenuta da argilla quasi totalmente priva di corpi estranei –, spinse i primi pionieri monregalesi della ceramica a dare vita a un'intensa produzione di stoviglie sulle sponde del fiume Ellero. Oltre alla presenza della terra adatta, altro elemento fondamentale era l'acqua: il fiume che attraversa Mondovì possedeva buone caratteristiche, non troppo grande né troppo piccolo dove le acque risultavano facili da gestire per procurare forza motrice e facilitare i lavaggi. Era necessario, inoltre, disporre di molta legna per scaldare i forni e in questo territorio non mancava neppure quella. Tali constatazioni convinsero quegli imprenditori che, dall'inizio del 1800 e nei trent'anni successivi, diedero vita a Mondovì, e nel suo distretto, a numerose produzioni di ceramica.

Lavorazione della ceramica a Mondovì, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).
Lavorazione della ceramica a Mondovì, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).

Le materie prime, tuttavia, non avevano fonti illimitate e, come spiega bene Cesare Morandini nel capitolo “Corsa alla terra” del suo testo sulle origini del Distretto Monregalese della ceramica, vi fu un'accanita concorrenza tra i vari produttori per accaparrarsi i terreni nei quali si cavava l'argilla e si tagliava il legname. Le aree più contese erano, ovviamente, quelle più prossime a Mondovì spingendosi a Vico, Torre, Frabosa; un susseguirsi quasi frenetico di acquisti, permute, cessioni di terreni, in capo a quelli che divennero i principali produttori di ceramiche, parla chiaro in questo senso e dà l'idea del fervore che esisteva nella necessaria ricerca della terra “figulina” e del legname.

Il primo a iniziare con le produzioni fu un medico monregalese, Francesco Perotti, il quale nel 1805 adattò un fienile presente nel quartiere del Rinchiuso, attrezzandolo di forni e delle altre attrezzature necessarie per cominciare a produrre ceramiche. Francesco Andrea Felice Perotti era rampollo di una famiglia ben radicata nella società del quartiere e aveva trent'anni quando diede vita all'impresa.

A poco a poco altri opifici di Mondovì furono convertiti alla nuova produzione: setifici, frantoi, folloni per la lavorazione della lana e di altri panni che avevano cessato l'attività, vennero acquisiti e trasformati in fabbriche per la produzione di ceramica fino a giungere, insieme a Chiusa Pesio, Moline di Vicoforte e Villanova Mondovì, alla nascita spontanea di un vero e proprio “distretto”, specializzato in questa attività, che divenne ben presto un settore trainante per l'economia locale.

Lavorazione della ceramica a Mondovì, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).
Lavorazione della ceramica a Mondovì, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).

Musso e la “Vecchia Mondovì”

Ma torniamo alle origini. All'inizio dell’Ottocento, e per alcuni decenni, la provincia di Mondovì era sotto il Governo francese e diventò “Dipartimento della Stura”. L'economia era vivace e si avvaleva di una buona rete di rapporti commerciali, soprattutto con la vicina Liguria. Le produzioni prevalenti erano legate, fino a quel momento, soprattutto ai tessuti. Nel 1753 si rilevava in città una economia molto fiorente legata ai panni di lana, venduti soprattutto all'esercito, e una altrettanto florida attività legata alla seta. Il sopraggiungere, a inizio Ottocento, delle fabbriche di ceramica rappresentò, quindi, una vera e propria rivoluzione.

All'iniziativa del Perotti, infatti, ne seguì una seconda un paio di anni dopo, quando venne attivata la nuova fabbrica di ceramiche nell’edificio definito “Il convento”. Ma una svolta radicale al settore venne impressa dall'arrivo in città del savonese Benedetto Musso il quale impiantò una fabbrica nel quartiere di Carassone riutilizzando un grande setificio settecentesco in disuso. Musso era un grande esperto in materia poiché aveva imparato l'arte della ceramica inizialmente nell'azienda avviata dal nonno, Domenico Varaldo, e poi lavorando a contatto con Giovanni Battista Marcenaro e nei laboratori albisolesi di Giacomo Boselli.

Questo ceramista ligure era molto rinomato, soprattutto per aver introdotto l'innovativa produzione di terraglia che imitava quella inglese portando ad affermarsi un vasellame in stile “Wedgwood”, producendo ceramiche dal rivestimento nero e dalla lucentezza metallica, ottenuta grazie all'applicazione di pigmenti al piombo e al manganese. Il termine deriva dall’inglese Josiah Wedgwood, pioniere della Rivoluzione Industriale, che perfezionò questo materiale ottenendo nel 1763, come egli stesso disse, “un tipo di terraglia da tavola di aspetto del tutto nuovo rivestito di una vetrina ricca e brillante in grado di sopportare brusche alternative di caldo e freddo e di color crema”, nota come cream ware.

Ferdinando Musso al lavoro di aerografo. Manifattura Musso, Villanova (© Museo della Ceramica di Mondovì).
Ferdinando Musso al lavoro di aerografo. Manifattura Musso, Villanova (© Museo della Ceramica di Mondovì).

Benedetto Musso trasferì le sue conoscenze e le tecniche apprese dalla scuola di Albisola, dov'era fiorente da decenni l'attività di produzione di ceramiche, agli stabilimenti monregalesi e si prodigò con grande impegno alla crescita di questa attività nella città piemontese diventando un vero trascinatore di questo importante comparto economico. Musso dimostrò uno spiccato senso dell'innovazione e una notevole abilità commerciale che manifestò nel mantenere vivi i rapporti coi produttori liguri, dai quali attinse le tecniche decorative e i metodi per produrre, ad esempio, la pregiata ceramica nera; fu abile, allo stesso tempo, a ottimizzare le forniture delle materie prime al fine di rendere economicamente sostenibile la produzione.

Musso, grazie ai suoi buoni rapporti con le produzioni savonesi, agevolò poi l'insediamento a Mondovì della famiglia Besio la quale si rivelò, in seguito, una delle più affermate e longeve ditte di produzione ceramica. Benedetto Musso morì nel 1849, ma lo slancio che egli aveva impresso a questa attività non solo si mantenne vivo, ma crebbe, cosicché la seconda metà dell’Ottocento si avviò a essere il periodo più fortunato della ceramica monregalese, quella in cui si consolidarono in modo definitivo le peculiarità della produzione che prese il nome di “Vecchia Mondovì”.

Vassoio in terraglia tenera, manifattura Felice Musso “Il follone”, 1879–1897. Decorazione stampata con motivo a willow pattern (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì).
Vassoio in terraglia tenera, manifattura Felice Musso “Il follone”, 1879–1897. Decorazione stampata con motivo a willow pattern (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì).

L'evoluzione industriale

I fatti evidenziano come, gradualmente, la produzione di ceramiche si sviluppò su due fronti, ovvero artigianale e industriale. Le creazioni artigianali, che producono piccole quantità, sono fatte a mano dai piccoli produttori o dalle botteghe, mentre le fabbriche si concentrano sempre più su produzioni di larga scala. Da quel momento e per oltre un trentennio la produzione di vasellame, stoviglie e suppellettili conobbe, infatti, una continua espansione. Oltre alle numerose produzioni, più o meno rilevanti, presenti in città, erano sorte importanti attività nei dintorni: Chiusa Pesio, Moline di Vicoforte, Villanova, Mombasiglio. Tra il 1850 e il 1870 l'industria ceramica monregalese crebbe in modo abnorme e parallelamente cresceva la concorrenza che i produttori si facevano tra loro per accaparrarsi i clienti migliori. L'utilizzo delle stoviglie in ceramica si stava diffondendo ovunque e la maiolica sostituiva, soprattutto nelle abitazioni meno povere, i piatti e i vassoi in stagno. Alcune fabbriche si dotarono di attrezzature più moderne al fine di mantenere una produzione economicamente competitiva, indispensabile per contrastare la concorrenza nazionale ed europea che si andava via via industrializzando. Vennero adottati forni più efficaci, si passò dall'alimentazione con masse legnose a quella a carbone e sorsero alte ciminiere necessarie per disperdere i fumi della combustione.

I mercati, lungo questo periodo di nascita, di radicalizzazione e di consolidamento delle produzioni, subirono importanti variazioni. Nei primi tempi lo smercio della ceramica prodotta avveniva attraverso una fitta rete di venditori ambulanti, noti nel dialetto come “ciapasè” (dal dialetto “ciap”, piatto), i quali caricavano i loro carri con gli articoli prodotti dalle manifatture e li rivendevano nei mercati o direttamente alle famiglie degli operai, dei contadini e dei piccoli artigiani. Raggiungevano i paesi e le città del basso Piemonte e della Liguria spingendosi poi lungo la costa fino al sud della Francia. Quando le produzioni divennero più rilevanti nacquero anche numerosi negozi nei luoghi dove la vendita ambulante al dettaglio aveva già reso nota la ceramica di Mondovì.

Ma la fase più propriamente industriale della produzione ceramica monregalese, che accompagna questa attività dalla seconda metà dell'Ottocento fino al ventesimo secolo, è legata essenzialmente a due nomi: Richard-Ginori e Besio.

Sala del Museo della Ceramica in cui sono conservati boccali e caffettiere in terraglia tenera realizzati dalla Manifattura di Savona e Manifattura di Mondovì nella prima metà del XIX secolo (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì - Foto Agostino Osio).
Sala del Museo della Ceramica in cui sono conservati boccali e caffettiere in terraglia tenera realizzati dalla Manifattura di Savona e Manifattura di Mondovì nella prima metà del XIX secolo (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì - Foto Agostino Osio).

La Richard-Ginori, dagli albori alla chiusura

Felice Musso, ultimo erede di Benedetto Musso, nel 1897 cedette la fabbrica alla “Società Ceramica Richard-Ginori”. Lo stabilimento era quello situato al Follone, ai margini del quartiere di Carassone ed era in continua espansione: all'inizio del Novecento occupava circa 300 operai (per la precisione 196 uomini, 24 fanciulli, 60 donne e 5 fanciulle) che diventeranno quasi 500 nel 1907. Gli anni della Prima guerra mondiale segnarono poi un momento di arresto nello sviluppo delle produzioni a causa della grande crisi che colpì l'Italia. La conclusione della guerra trovò anche il Monregalese immerso nella profonda crisi che caratterizzò ogni nazione coinvolta nel conflitto. L'ottimismo che aveva caratterizzato l'inizio del Novecento era scomparso e la ripresa fu resa molto difficile anche a causa di un'altra gravissima ragione: l'avvento della Spagnola.

La pandemia virale tra il 1918 e il 1920 infettò 500 milioni di persone in tutto il mondo, mentre si stima che ne siano decedute almeno 40 o 50 milioni. L'influenza letale colpì migliaia di soldati al fronte, già sfiniti dalla vita di trincea, ma anche la popolazione civile delle nazioni coinvolte, indebolita dai disagi di una guerra così lunga, con dure ripercussioni sul nostro Paese. Questi anni furono caratterizzati anche dall'aumento dei costi di materie prime e manodopera, il che spinse la Richard-Ginori a ridurre il numero dei dipendenti.

I marchi Richard-Ginori e Besio.

Solamente a partire dagli anni Venti l'attività ricominciò a conoscere una certa ripresa, recuperò la fiducia del mercato interno e si affacciò all'esportazione tornando ad assumere. La manifattura monregalese intraprese una politica di penetrazione dei mercati puntando sia sulle sue produzioni classiche, quelle per l'arredo e la tavola, ma aprendosi anche a produzioni di pregio grazie al coinvolgimento di ceramisti molto affermati. Fu così che campionari della produzione monregalese comparirono alle più importanti fiere ed esposizioni europee e americane riuscendo a sopravvivere anche alla Seconda guerra mondiale. La strategia di mercato, nel 1934, portò la Richard-Ginori ad associarsi, insieme agli stabilimenti monregalesi attivi in quel momento, ovvero la Beltrandi e la Besio, in un Consorzio per le vendite. Nel 1965 l'attività si fonderà con la S.C.I., la Società Ceramiche Italiane di Laveno. Purtroppo nella seconda parte del Novecento iniziò il declino delle fabbriche locali: la concorrenza delle grandi produzioni industriali portò inevitabilmente alla crisi degli opifici monregalesi che non riuscivano più a essere concorrenziali né sui mercati interni e neppure a livello internazionale, così la Richard-Ginori chiuse i battenti nel 1973 con un grave danno per l'economia locale e per l'occupazione.

Piatto realizzato in terraglia tenera raffigurante il Galletto di Mondovì decorato a pennello e tamponatura (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì - Foto di B. Vallepiano).
Piatto realizzato in terraglia tenera raffigurante il Galletto di Mondovì decorato a pennello e tamponatura (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì - Foto di B. Vallepiano).

Lo spirito imprenditoriale di Marco Levi

La più longeva delle produzioni di ceramica di Mondovì si rivelò infine la “Vedova Besio & Figlio”, antica manifattura fondata nel 1842 da Giuseppe Besio di Albisola. Negli anni questa società conobbe vari passaggi di proprietà per approdare, nel 1929, all'industriale monregalese Marco Levi quando assunse la definizione di “Successori Vedova Besio & Figlio s.p.a.”. Levi, a causa dell'emanazione delle leggi razziali del 1938, fu costretto ad abbandonare Mondovì. Egli trascorse ben diciannove mesi nascondendosi in una piccola borgata del comune di Roburent, ospite della famiglia Castagnino, che riuscì a mantenere segreta la sua presenza nonostante le frequenti incursioni dei nazifascisti nel loro casolare. Il dottor Levi, nonostante la sua latitanza, grazie al sostegno del suo fidato collaboratore Angelo Occelli, riuscì comunque a seguire l'andamento dell'azienda. I guai della Besio, però, non erano finiti perché nel 1945 un bombardamento danneggiò gravemente la fabbrica che fu costretta a sospendere la produzione fino alla conclusione del conflitto. Nel dopoguerra, grazie alle capacità imprenditoriali di Marco Levi, l'attività riprese con vigore e la ristrutturazione vide la messa in opera di nuovi e moderni forni adatti alla realizzazione sia di porcellana che di decori al terzo fuoco (con questo termine si intende il terzo passaggio nel forno di un oggetto in ceramica che ha già subito due fasi di cottura: la prima è la cottura del supporto chiamata anche “biscottatura” e la seconda è la cottura dello smalto; il “terzo fuoco” viene utilizzato per l'applicazione di decorazioni speciali).

La Besio, che già nel 1947 contava 130 operai, affidò le decorazioni ad artisti molto affermati come Franco Gentilini, Arnaldo Colombatto, Dada Bianchi, Ego Bianchi e Andrea Contri formando in questo modo nuove generazioni di artigiani attraverso una scuola artistica di prim'ordine che diede vita a una ampia produzione di ceramiche molto raffinate e di pregiato gusto estetico. Nel 1980 la fabbrica, divenuta proprietà della società finanziaria “Fim Co” venne sottoposta a un forte rinnovamento delle tecnologie produttive che le permisero di rimanere sul mercato fino alla fine degli anni Novanta. Il marchio è stato rilevato nel 2001 da Gianni Rovea rilanciandone la produzione di antiche maioliche nel laboratorio di via Vecchia di Pianfei e passando da una produzione industriale a una di alto artigianato.

Aldo Moro incontra Marco Levi alla Mostra dell'Artigianato di Mondovì Piazza, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).
Aldo Moro incontra Marco Levi alla Mostra dell'Artigianato di Mondovì Piazza, s.d. (© Fondazione Museo della Ceramica di Mondovì, professore Cesare Morandini).

La decorazione della ceramica

Reperti archeologici di ogni civiltà e di ogni era tracciano lo stretto legame dell'uomo con questo elemento la cui etimologia risale al greco Keramos, benché fin dalla preistoria l'uomo abbia imparato a plasmare la terra, modellandola per ricavarne recipienti o piccoli oggetti; la storia della ceramica, è proprio il caso di dirlo, si perde nella notte dei tempi. Se durante il Neolitico le lavorazioni erano semplici e piuttosto grezze, finalizzate al mero uso quotidiano, nelle grandi civiltà dell'Egitto e della Mesopotamia, così come in Cina, la ceramica assunse un'importanza notevole e conobbe una grande evoluzione. Le prime smaltature vennero messe in atto più di cinquemila anni fa, la ceramica diventò gradatamente materiale per oggetti decorativi, per piastrelle da rivestimento, presentando man mano caratteristiche di resistenza sempre maggiore.

L'invenzione del tornio consentì di modellare più facilmente oggetti e recipienti e i trattamenti di smaltatura sempre più sofisticati consentirono di dare stabilità ai colori dei manufatti, in modo tale che non venissero alterati dall’esposizione al sole o dagli agenti atmosferici. Nel monregalese e nell'immediato circondario dove vivevano le popolazioni preromane dei Liguri Bagienni e dove nacquero poi gli insediamenti romani di Augusta Bagiennorum, di Bredulm e di altre realtà minori di epoche successive, sono venuti alla luce, durante indagini archeologiche, anche molti frammenti di ceramica.

Superata la fase di semplice utilizzo si scoprì che la ceramica poteva essere base per decorazioni artistiche, come hanno dimostrato sia grandi artisti che eccellenti artigiani. Questi ultimi hanno saputo dare a oggetti di uso quotidiano pregio e originalità, pur nelle produzioni di serie, cimentandosi in sempre nuove tecniche e in innumerevoli decori. Il Museo della Ceramica di Mondovì, che ripercorre la storia industriale e artistica della città, è dotato di un ricco allestimento che occupa due piani del notevole Palazzo Fauzone di Germagnano, a Mondovì Piazza e, tra le 17 sale che lo compongono, una è dedicata all'archeologia. La collezione conta poi oltre seicento pezzi ceramici che offrono un'ampia veduta sulle fogge e sui decori.

Alcune fasi della lavorazione: pennellata e timbro (© Besio 1842).

Sulle decorazioni artigiani e artisti si sono sbizzarriti nel tempo con le immagini più varie: composizioni floreali, ritratti di personaggi famosi, paesaggi, disegni astratti. Nelle fasi iniziali a Mondovì le tecniche di decorazione erano piuttosto semplici e si usava prevalentemente il pennello, affidato quasi sempre ad abili mani femminili. Gradualmente il pennello, che richiedeva molta abilità ed era un sistema lento, venne rimpiazzato da spugne, timbri e mascherine. Si faceva uso, infatti, di spugne naturali che venivano intagliate e utilizzate per trasferire il colore sulla ceramica grezza con la tamponatura; con la stessa tecnica di trasferimento dei pigmenti si usavano stoffe arrotolate e ricoperte da merletti dalle forme più svariate. Queste tecniche richiedevano precisione e sortivano effetti decorativi molto gradevoli, creando quei famosi e apprezzati “pizzi blu” apposti soprattutto sulla tesa dei piatti e dei vassoi. La necessità di velocizzare la produzione, continuando tuttavia a offrire un prodotto dall'aspetto gradevole, portò all'introduzione di tecniche innovative che prevedevano l'uso di mascherine metalliche e di pistole ad aria compressa. Una tecnica sofisticata e complessa era quella definita “transfer print” che consisteva nel trasferire sulla ceramica, dopo la “biscottatura”, un'immagine precedentemente realizzata su lastra di rame. Questo metodo, già praticato nelle fabbriche savonesi, come abbiamo accennato in precedenza, venne portato a Mondovì da Benedetto Musso e consentì di sveltire notevolmente la fase della decorazione.

La produzione ceramica del distretto monregalese ha certamente contrassegnato una lunga e gloriosa epoca, considerevole dal punto di vista commerciale, dell'occupazione e, non meno importante, per l'aspetto artistico andando a incidere profondamente anche sul carattere della città stessa.

Devo un ringraziamento alla direttrice del Museo della Ceramica di Mondovì dottoressa Christiana Fissore e al dottor Giovanni Rizzi che hanno gentilmente agevolato i miei sopralluoghi.

Bibliografia
  • Baggioli C., La ceramica “Vecchia Mondovì”, Torino, Omega Arte, 1999.
  • Giacomolotti J., Ferrari O., Montefusco V., Frotthingham A., Dos Santo J., Le ceramiche in Europa dal Medioevo fino al 1925, Milano, Fabbri, 1982.
  • Livio B., Stefano Paolino dalle lotte antimilitariste alla segreteria dei ceramisti italiani, in Mondovì e i suoi ceramisti, Rivista dell'istituto Storico della Resistenza in Cuneo e Provincia, n. 58, Cuneo, 2000.
  • Morandini C., Le origini del distretto Monregalese della Ceramica, Torino, Umberto Allemandi & C., 2008.
  • Descrizione della Provincia di Mondovì: relazione dell’intendente Corvesy - 1753, copia a cura di Balbo P., Presidente della Società di Storia Patria, 1783.

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