John Lombe e il mistero della seta plagiata

L’antico stabilimento di Thomas & John Lombe a Derby visto dal fiume Derwent.

John Lombe e il mistero della seta plagiata

Una storia di spionaggio inglese nel Piemonte industriale del Settecento

Laureato in Lingue e letterature straniere presso l’Università del Piemonte Orientale, ha conseguito il dottorato presso lo University College Cork (Irlanda). Insegna lingua inglese e ha pubblicato diversi saggi sul… leggi tutto
  

La seta: un prodotto le cui origini si perdono nella leggenda, così ricercato e prezioso eppure ricavato da un insetto (la larva del Bombyx mori, ghiotta di foglie di gelso) che probabilmente disgusterebbe la maggior parte delle persone che dovessero trovarselo di fronte. Nell’articolato processo di lavorazione della seta il Piemonte raggiunse livelli di eccellenza in Europa, mantenendoli almeno fino alla Rivoluzione francese. Un primato che rese invidiosi alcuni, al punto da volerne carpire i segreti di fabbricazione con ogni mezzo.

La bachicoltura è ancora presente in Piemonte, specialmente nella Bassa Val Maira.
La bachicoltura è ancora presente in Piemonte, specialmente nella Bassa Val Maira.
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La tradizione serica piemontese

L’alba della produzione serica in Piemonte spuntò nel corso del Quattrocento per merito di alcuni mercanti di Racconigi abili a sfruttare i buoni rapporti con la piazza di Genova. In breve tempo Racconigi diventò il principale centro di produzione di tessuti di seta dell’Italia nordoccidentale. Naturalmente non si trattava ancora di un processo di tipo industriale, bensì basato sulla distribuzione del lavoro al domicilio dei contadini durante i periodi morti della stagione agricola.

Lo stesso avveniva nel Novarese che, all’epoca, era però ancora parte del ducato di Milano. Sul finire del Cinquecento, in seguito a una tregua tra i Savoia e la Spagna, un folto numero di novaresi e valsesiani si trasferì in terra sabauda portandosi appresso tutto il suo sapere manifatturiero. Spinta dalla diffusione sempre maggiore di piante di gelso, la produzione di seta greggia realizzata con materia prima locale, di ottima qualità e a buon mercato, cominciò a primeggiare in tutta la penisola. Nei primi decenni del Seicento una nuova sponda politica, questa volta con la Francia, aprì al prodotto piemontese un nuovo e profittevole sbocco commerciale presso il porto di Lione.

La seta piemontese era il risultato di una combinazione vantaggiosa tra il capitale e gli agganci politici delle città con la realtà dei piccoli borghi, nei quali la manodopera era perlopiù agricola e la produzione coinvolgeva quasi tutta la popolazione locale. A ciò si aggiunsero, tra Sei e Settecento, ulteriori investimenti tecnologici e una maggiore attenzione legislativa verso il settore. A tutti gli opifici furono imposti parametri produttivi omogenei, l’obbligo di pagare le operaie a giornata anziché a cottimo per aumentare la qualità e, non ultimo, la messa in atto di severissimi controlli e divieti. La manodopera femminile era impiegata soprattutto nel settore della filanda, dove era addetta sia alla trattura (la lavorazione della seta greggia a partire dai bozzoli), sia al compito più delicato, che consisteva nella trasformazione della seta greggia in organzino, un filato molto resistente ottenuto unendo due o tre fili di seta greggia e sottoponendoli a una doppia e alterna torsione.
Dal lavoro a domicilio si passò in fretta allo stabilimento industriale vero e proprio. In Piemonte sorsero, uno dopo l’altro, i più grandi filatoi del periodo, come quello di Caraglio, il più antico setificio d’Europa, voluto dal conte Galleani tra il 1676 e il 1678, e il già citato filatoio di Racconigi, in grado di impiegare fino a trecento operai.

Disegno della fine del Settecento che riproduce l'utilizzo di una macchina di trattura.
Disegno della fine del Settecento che riproduce l'utilizzo di una macchina di trattura.

I rapporti commerciali con l’Inghilterra

Fra i concorrenti europei, gli inglesi furono tra i primi a riconoscere l’eccellenza dell’industria piemontese e la qualità superiore della sua seta. Ma, si sa, dall’ammirazione all’invidia il passo è breve. Già al principio del XVII secolo il re inglese Giacomo I aveva tentato di favorire la sericoltura nelle sue terre incoraggiando l’allevamento di bachi e inviando comunicazioni formali a tutte le contee affinché si provvedesse a piantare più piante di gelso possibili. Il clima freddo e piovoso fu però un ostacolo insormontabile e l’operazione fallì. Ancora ai primi del Settecento pressoché tutta la seta greggia veniva importata per essere lavorata in Inghilterra. Maggior esportatore verso le isole britanniche era proprio il Piemonte, il cui organzino era definito dagli stessi inglesi come “la più bella seta che si produce in qualsiasi parte del mondo”.

Una buona parte delle migliaia di balle di seta piemontese spedite Oltremanica veniva lavorata a Derby, una cittadina sul fiume Derwent al centro dell’Inghilterra. Proprio la presenza del corso d’acqua, insieme a una discreta quantità di manodopera a basso costo, incoraggiò un certo Thomas Cotchett ad aprire un moderno opificio in grado di compiere il primo stadio di lavorazione della seta senza doverla più importare dall’Italia. La fabbrica fu costruita nel 1702 e impiegò macchinari di produzione olandese. L’impresa e l’entusiasmo del suo finanziatore ebbero tuttavia vita breve poiché la qualità del prodotto risultò subito scadente. Ciononostante, l’imprenditore ebbe il merito inconsapevole di dare una spinta decisiva alla produzione serica inglese: presso il suo stabilimento, infatti, trovò impiego un giovane meccanico di nome John Lombe, che avrebbe di lì a poco cambiato le sorti dell’industria cittadina e nazionale. In un modo, come vedremo, alquanto discutibile.

Vista della città di Derby e del fiume Derwent intorno al 1850-1860. Dipinto a olio realizzato dal pittore inglese, originario proprio di Derby, Henry Lark Pratt.
Vista della città di Derby e del fiume Derwent intorno al 1850-1860. Dipinto a olio realizzato dal pittore inglese, originario proprio di Derby, Henry Lark Pratt.

Un piano di spionaggio industriale

La famiglia Lombe era originaria di Norwich, nell’Inghilterra orientale, e vantava una lunga e consolidata esperienza nel ramo della tessitura della lana e della seta. Il padre di John, l’imprenditore manifatturiero Henry Lombe, si sposò due volte: dal primo matrimonio ebbe due figli, Thomas, il maggiore, e Henry; altrettanti, Benjamin e John, ne nacquero dalla seconda unione. Alla morte di Henry, l’azienda di famiglia, che nel frattempo si era trasferita a Londra, passò al figlio più grande, Thomas. Il fratellastro John, il più giovane ma anche il più intraprendente, si era invece spostato a Derby per lavorare come apprendista meccanico proprio nella manifattura di Cotchett. John maturò in fretta una certa dimestichezza con i macchinari e intuì anche la bontà dell’iniziativa di Cotchett; il fratello maggiore, dal canto suo, aveva da tempo stretto rapporti con alcuni agenti italiani per l’importazione del raffinato organzino piemontese. I due fratellastri decisero di unire le reciproche abilità per realizzare un’idea tanta azzardata quanto ambiziosa: impadronirsi dei segreti degli opifici piemontesi, sfidando i rigidi divieti dell’epoca, per poi trapiantarli in Inghilterra. Thomas Lombe avrebbe messo i capitali, mentre John avrebbe messo in pratica un audace piano di spionaggio industriale.

Con i soldi del fratello in tasca, intorno al 1715 John partì per l’Italia. Arrivato in Piemonte, riuscì a farsi assumere come meccanico presso un setificio di una località non meglio precisata. A riferircelo è uno storico di Derby, William Hutton, che conosceva bene l’industria locale poiché lavorò giovanissimo proprio nell’opificio di Derby aperto in seguito dai Lombe. Hutton sostiene che John Lombe incontrò inizialmente parecchi problemi nel carpire i segreti del processo di produzione e del funzionamento dei macchinari piemontesi. A quanto pare, Lombe sarebbe in seguito riuscito a corrompere alcuni sorveglianti così da poter trascorrere più tempo all’interno degli stabilimenti per osservare attentamente le complesse apparecchiature. Ad ogni visita, Lombe riproduceva tutto ciò che poteva su un taccuino e, a quanto pare, riuscì anche a trafugare alcuni ingranaggi dei macchinari nascondendoli in un baule da viaggio.

In un disegno del 1860 il cosiddetto
In un disegno del 1860 il cosiddetto "Piedmont Old Chest", ossia il cassone da viaggio nel quale John Lombe avrebbe trafugato in Inghilterra appunti e pezzi di macchinari rubati in Piemonte. Di esso si sono perse le tracce a partire dagli anni '80 dell'Ottocento.

Secondo un’altra fonte, più vicina alla famiglia Lombe, John avrebbe prima di tutto imparato il dialetto piemontese, dopodiché si sarebbe fatto passare per un contadino locale in cerca di lavoro e avrebbe così ottenuto impiego in uno degli opifici della regione. Qui, prestando la massima attenzione, sarebbe riuscito a riprodurre su minuscoli frammenti di carta alcune parti dei macchinari protetti gelosamente dalle leggi sabaude.

La versione più fantasiosa, ma anche la più gustosa, è riportata da una rivista britannica, The Penny Magazine, del 1835. Dopo aver tentato invano di farsi accompagnare, a più riprese e da persone ogni volta diverse, in visita a un opificio piemontese, e non essendo riuscito a capirne più di quanto sapesse già, John riuscì a ingraziarsi il parroco che aveva in cura le anime della famiglia proprietaria del filatoio in questione. Il silenzio e l’aiuto del prelato furono naturalmente ben retribuiti. Mr. Lombe fu presentato ai responsabili della manifattura come un giovane e promettente meccanico bisognoso di un impiego. Grazie ai buoni uffici del sacerdote, John ottenne così un lavoro presso la filatura come addetto a uno dei preziosi macchinari del quale intendeva comprendere a fondo i principi di funzionamento. Non avendo un posto presso cui alloggiare, a John fu per qualche tempo concesso di sistemarsi all’interno dei locali della fabbrica. Fu come rinchiudere un bambino in un negozio di dolci! Dopo essersi procurato gli strumenti necessari, l’inglese trascorse notti intere ad annotare tutto quanto potesse tornargli utile. Durante il giorno appunti e disegni rimanevano nascosti nel sottoscala nel quale il giovane si era sistemato, mentre in seguito sarebbero stati occultati in mezzo a balle di seta e fatti infine pervenire agli agenti inglesi dei Lombe.

Altre fonti riportano sospetti sempre crescenti delle autorità sabaude nei confronti del giovane meccanico, il quale, sentendosi osservato e in pericolo, a un certo punto pensò bene di svignarsela. Approdò sano e salvo in Inghilterra sul finire del 1716 accompagnato da due esperti operai piemontesi.

Ritratto di John Lombe sul ponte Exeter del fiume Derwent.
Ritratto di John Lombe sul ponte Exeter del fiume Derwent.

La Old Silk Mill e la licenza esclusiva

Scampato il pericolo, i fratelli Lombe si misero subito in azione. Nel 1717 Thomas, il cervello finanziario dell’operazione, concordò con la municipalità di Derby l’acquisto di una striscia di terreno sul fiume Derwent, una specie di palude che si estendeva per centocinquanta metri, larga una ventina, al prezzo di otto sterline annuali. Qui sarebbe sorta la prima e più moderna fabbrica di lavorazione della seta dell’intera Inghilterra. Prima di iniziare i lavori di costruzione si rese necessario irrobustire il terreno con enormi tronchi di quercia sui quali furono poi realizzate le fondamenta dell’edificio. Nel frattempo John era riuscito ad affittare vari locali in città nei quali poter avviare la lavorazione della seta in attesa della conclusione dei lavori di costruzione dello stabilimento. I lavori durarono quattro anni per un costo complessivo di trentamila sterline, una cifra ragguardevole per il periodo.

La fabbrica fu subito nota come Old Silk Mill e riuscì a produrre organzino a prezzi vantaggiosi per il mercato interno. Lo stabilimento era un colosso mai visto: disponeva di otto locali illuminati da ben 468 finestre distribuite su cinque piani, in tre dei quali trovavano posto i monumentali macchinari modellati su quelli piemontesi. Questi erano composti da decine di migliaia di leve e ingranaggi in grado di sfruttare al meglio il vicino corso d’acqua e dare lavoro fino a trecento operai.

Ciliegina sulla torta, nel 1718 i Lombe ottennero dal Parlamento una licenza esclusiva, della durata di quattordici anni, per la produzione di organzino in Inghilterra. L’astuto piano pareva ormai funzionare brillantemente.

L'Old Silk Mill, la fabbrica voluta dai fratelli Lombe, in un'incisione ottocentesca.
L'Old Silk Mill, la fabbrica voluta dai fratelli Lombe, in un'incisione ottocentesca.

Vendette e ricompense

A questo punto della storia, le tinte prevalenti, da gialle, iniziano a tendere verso tonalità più fosche. Le solite fonti inglesi, William Hutton in primis, riportano la rabbia e la frustrazione crescenti delle autorità piemontesi. Per vendicarsi, il duca Vittorio Amedeo II avrebbe inviato Oltremanica una non meglio identificata artful woman (letteralmente, una “donna scaltra, ingegnosa”), già conoscente dei due italiani che avevano accompagnato John Lombe. La donna pare sia riuscita a convincere uno dei connazionali a somministrare, a piccole dosi per non sollevare sospetti, del veleno a John Lombe. Questa sostanza piegò lentamente la salute dell’inglese, che nel giro di pochi anni si spense in preda ad atroci sofferenze. Il decesso avvenne il 16 novembre 1722: John Lombe aveva soltanto ventinove anni. La donna, insieme al complice, fu interrogata dalla polizia locale, ma presto rilasciata per mancanza di solide incriminazioni a suo carico, mentre in Piemonte il religioso che aveva spalleggiato l’inglese sarebbe stato addirittura brutalmente torturato.

Sepolto John presso la chiesa di Ognissanti di Derby, Thomas assunse le redini dell’impresa. Gli affari prosperarono fino al 1732, anno di scadenza della licenza che permetteva ai Lombe di produrre filato di seta in esclusiva. L’anno precedente Thomas Lombe aveva inoltrato domanda al Parlamento affinché prolungasse tale concessione: in un primo momento, l’assemblea sembrò propensa ad accogliere la richiesta; in seguito, tuttavia, i consiglieri del re ritennero opportuno revocare la licenza per consentire, invece, che i segreti della lavorazione della seta diventassero di dominio pubblico. Presto nuovi setifici aprirono, a Derby e in altre parti del paese, tanto che nel 1850 il numero di persone impiegate nella lavorazione della seta avrebbe superato il milione di unità.

Thomas Lombe non rimase però a bocca asciutta: il Parlamento acconsentì allo stanziamento della ragguardevole somma di quattordicimila sterline come ricompensa per “l’eminente servizio reso alla nazione” nello scoprire i segreti dei macchinari italiani e introdurli in Inghilterra. Troppo facile ma inevitabile far notare la doppia morale inglese su questo punto: riuscirono a far passare un furto, un imbroglio – che, per quanto rischioso e ben architettato, tale rimane  – per un atto eroico a favore della madrepatria. Sarebbe altrettanto facile e scontato immaginare la reazione inglese se, a compiere lo stesso “eminente servizio” a loro danno, fosse stato un italiano. Le tirate moraleggianti e i luoghi comuni sulla truffalderia italiana si sprecherebbero.

Una sezione di un macchinario all'interno del filatoio di Caraglio, in provincia di Cuneo.
Una sezione di un macchinario all'interno del filatoio di Caraglio, in provincia di Cuneo.

Bibliografia

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