
Compie cent’anni, ma non ha perso un briciolo della sua eleganza. Anzi, il tempo trascorso e le storie che si sono intrecciate tra le sue mura gli hanno conferito un alone di fascino che lo rende unico. Il festeggiato è il Grand Hotel Sitea, uno degli hotel più rappresentativi della città, non a caso ospitato nel suo cuore pulsante, tra via Carlo Alberto e via Cavour. È trascorso un secolo esatto da quando, il 19 febbraio 1925, il cavaliere Emiliano Lera ne rilevò ufficialmente la proprietà, imprimendo il primo segno di una lunga storia familiare che ancora oggi lo distingue. Il Sitea è una memoria viva di Torino, una lanterna accesa attraverso i decenni, testimone discreto e appassionato di eventi, personaggi, guerre, amori e trasformazioni: “Non ho viaggiato, ma il mondo è venuto da me”, racconta Fabrizio Musso, direttore dell’hotel dal 2006, entrato in servizio nel 1988 a soli 19 anni come “aiutoportiere”, in un’epoca in cui esisteva ancora la figura del portiere d’albergo.
Ritratto di Emiliano Lera e fotografia del 1925 insieme ai cuochi e al resto dello staff.
Ciò che rende il Sitea un esempio piuttosto raro, quasi un caso di studio nell’accoglienza non solo torinese, è la sua continuità gestionale e affettiva. In un’epoca in cui quasi tutti gli hotel di lusso appartengono a grandi catene, il Sitea è da sempre nelle mani della stessa famiglia, quella dei Lera. Quattro generazioni (finora) che si sono susseguite con discrezione e dedizione, mantenendo il carattere personale, intimo e autentico della struttura.
Capostipite e primo promotore dell’albergo fu Emiliano Lera. Nativo di Pogno, nel Novarese, apparteneva a una famiglia originaria del Piemonte nord-orientale e aveva già una solida esperienza nell’hôtellerie, avendo diretto grandi alberghi internazionali tra cui, a Montecatini, un hotel di proprietà della Società italiana terme e alberghi (S.I.T.E.A.). Fu questa esperienza che, nel 1925, lo portò a rilevare l’albergo di Torino che apparteneva da poco alla Sitea e che da questa prende il nome, mantenuto nel corso dei decenni.
Foto di gruppo dello staff e interni (reception, sala macchine e lavanderia) dell'hotel negli anni '30.
L'edificio di via Carlo Alberto era destinato fin dall’inizio all’ospitalità: non si tratta di una residenza nobiliare riconvertita, ma di un hotel costruito con questa funzione. Funzione che svolge quasi senza sosta da 100 anni: dal 1925 a oggi, infatti, l’albergo ha mantenuto la stessa gestione e ha interrotto l’attività solo in due circostanze e sempre per cause di forza maggiore: tra il 1944 e il 1945, quando fu requisito dai reparti antipartigiani (vedi oltre) e nel 2020, a causa della pandemia di Covid-19. A quest’ultimo momento è legato un aneddoto curioso, raccontato dal direttore Musso: “Quando si trattò di chiudere fisicamente l’albergo ci rendemmo conto che il portone principale non aveva una serratura. Il manutentore dovette inventarsi una chiusura di fortuna realizzata al momento. Il Covid ci mise alla prova sotto diversi punti di vista: l’hotel sembrava in disarmo e il futuro era incerto, ma la proprietà ha fatto di tutto per tenerlo a galla e la ripartenza dopo lo stop forzato fu entusiasmante”.
Nei decenni, il Sitea si è rinnovato più volte (gli interventi principali risalgono agli Anni Sessanta, Ottanta e Novanta), ma sempre rimanendo “l’unico della specie”, grazie alla visione delle generazioni succedute a Umberto Lera. Dopo di lui, infatti, fu il figlio Giuseppe “Nino” Lera che nel 1950 prese la guida dell’hotel, poi (negli Anni Settanta) i nipoti Giulio e Maria Clotilde, fino ad arrivare (2010) agli attuali gestori: Federico e Niccolò Buratti-Lera, figli di Maria Clotilde. Dal 2001 fa parte dei Locali storici d’Italia.

Spesso la storia del Sitea si è intrecciata con la Storia, quella con la S maiuscola. Questo incontro è avvenuto in parte perché l’albergo ha ospitato importanti personaggi della politica internazionale, del cinema, delle arti o dello sport. Altre volte, il Sitea è stato teatro di eventi di notevole rilevanza, non solo per Torino. Ad esempio durante la Seconda guerra mondiale, quando l’albergo, dopo aver subito lievi danni durante i bombardamenti del 1943, fu requisito dalle forze antipartigiane. Il 16 dicembre 1944 fu preso in consegna dai Reparti arditi ufficiali, unità dell’Esercito della Repubblica sociale italiana impiegate in attività di repressione delle attività partigiane. Gli ospiti vennero allontanati e l’attività sospesa fino al maggio 1945. In quel periodo cupo via Carlo Alberto fu rinominata via Ettore Muti (gerarca fascista), come testimoniano lettere ufficiali conservate nell’archivio dell’hotel.
Ma l’episodio forse più suggestivo avvenne pochi mesi più tardi, il 6 maggio 1945, quando, in un gesto simbolico e potente a conclusione della guerra di Liberazione, la bandiera del Corpo dei volontari della libertà fu consegnata al Comando militare regionale piemontese proprio all’interno dell’albergo.
Due documenti curiosi possono testimoniare il periodo storico fra il 1944 e il 1945: il registro originale dove è annotato che l’hotel fu requisito e una busta affrancata originale dove l’indirizzo dell’hotel non è via Carlo Alberto ma via Ettore Muti, ovvero il nome della via dato durante il fascismo.
“Il Sitea è sempre stato considerato l’hotel degli artisti”, ricorda Musso. Già nel 1935 l’hotel ospitò il jazzista statunitense Louis “Satchmo” Armstrong, in occasione del suo primo concerto a Torino, tenutosi al teatro Chiarella di via San Tommaso. Un altro ospite celebre fu la leggenda del pugilato Muhammad Ali, che, nel 1991, trascorse 3 notti al Sitea al riparo da sguardi indiscreti. Ali si trovava in città per partecipare a una trasmissione televisiva condotta dall’amico Gianni Minà, stella del giornalismo torinese, e il suo autografo con dedica compare, in ottima compagnia, nel guestbook del Sitea. L’elenco degli ospiti celebri che hanno alloggiato nell’hotel della famiglia Lera è infatti vastissimo e comprende, tra gli altri, l’ultimo presidente dell’URSS Michail Gorbačëv, il principe Alberto di Monaco, gli attori Marcello Mastroianni, Roberto Benigni, Walter Chiari, Gabriele Lavia, Monica Guerritore, Diego Abatantuono, Dario e Asia Argento, scrittori quali Allen Ginsberg, Umberto Eco, Paulo Coelho e Banana Yoshimoto, la scienziata Rita Levi Montalcini, personalità della musica come Lou Reed, Ray Charles, i Cranberries, i Deep Purple, Renato Zero, fino al “Pibe de Oro”, Diego Armando Maradona, che si dilettava a palleggiare tra i tappeti.
Il direttore Musso conserva un ricordo speciale di Mastroianni: “Veniva spesso qui e per lui eseguivo piccole commissioni come andare in farmacia e acquistare per lui le medicine di cui faceva uso. Un giorno, prima di una conferenza stampa, attese il mio arrivo solo per stringermi la mano e ringraziarmi. È in momenti come questo che si capisce il valore umano del mestiere”.
Alcuni autografi di ospiti celebri nel guestbook dell'hotel Sitea.
L’hotel è stato rifugio di artisti, teatro di vicende amorose, luogo di ritrovo per la buona società. Tutti questi elementi si legano in una vicenda che, negli Anni Quaranta del Novecento, ha visto protagonista Giulia Lera, figlia del fondatore del Sitea Emiliano e il noto pittore e illustratore Golia, pseudonimo di Eugenio Colmo (1885–1967). Un’originale collezione di lettere e disegni, conservata nell’archivio del Sitea, testimonia il rapporto tra i due. Golia, la cui abitazione era stata distrutta dai bombardamenti, era ospite frequentemente del Sitea e, invaghitosi di Giulia Lera, la corteggiava in modo scanzonato, lamentandosi allo stesso tempo quando non gli veniva assegnata la sua camera preferita.
Disegni originali di Golia: un biglietto d'auguri per il compleanno di Giulia Lera e lamentela per una camera assegnata.
Altri disegni testimoniano invece come l’hotel fra il 1943–45 fosse uno dei poli del bridge torinese. Giulia Lera era un'abile giocatrice, e le serate di bridge erano un appuntamento frequente. In una poesia umoristica, Golia racconta proprio di una serata al Sitea dove, durante una partita di bridge, una bomba interrompe il gioco e tutti gli ospiti sono invitati a tornare nelle rispettive stanze.

E poi c’è il bar, da sempre il sancta sanctorum del Sitea. Qui lo storico barman Giuseppe “Beppe” Loi, entrato giovanissimo nel 1989, lavora dietro il bancone da quel giorno senza aver mai fatto un giorno d’assenza. “Il barman è un po’ un confessore", racconta, "al bar si parla più che al ristorante, i clienti, soprattutto quelli abituali, cercano anche il rapporto umano: sta all’abilità di chi è dietro il bancone capire quando è il momento di parlare, intrattenere oppure semplicemente ascoltare”. Loi è il custode geloso e incorruttibile di mille aneddoti e autore di un cocktail diventato simbolo dell’albergo: un mix di rum, succo d’ananas, sciroppo di orzata e Curaçao blu, premiato al concorso nazionale Angelo Zola con il nome di Blue Sky nel 1985 e ribattezzato in seguito Sitea. Quest’anno compie quindi 40 anni, altro evento che si inserisce a pieno titolo nei festeggiamenti per il centenario dell’albergo.
Tra le foto che Loi conserva ce n’è una che lo vede addossato alla bottiglieria con le spalle, quasi a voler proteggere il proprio strumento di lavoro: “È così", racconta divertito, "A quel tempo il bancone era addossato lungo la parete verso via Carlo Alberto, che non era ancora pedonale. Quando passava il tram 18 le vibrazioni rischiavano di far cadere a terra le bottiglie.”
Il bar e lo storico barman Giuseppe “Beppe” Loi mentre prepara il cocktail Sitea.
In un mestiere fatto di dettagli, contatto umano e sacrificio, molti, al Sitea, sono partiti da lontano e hanno fatto dell’albergo il centro della propria vita. È il caso di Fabio Padovan, vicedirettore, 42 anni. “Sono entrato che avevo sedici anni”, racconta. “Studiavo all’alberghiero e ho iniziato come cameriere. Oggi sono deputy manager. Qui si cresce anno dopo anno, e ogni passaggio insegna qualcosa”.
La sua storia si intreccia a quella di tanti personaggi noti passati di lì: Renato Zero, Loretta Goggi, Zoe Saldana, Tim Burton. “Con ognuno di essi si crea un rapporto, quello che cercano è qualcuno di cui potersi fidare e che protegga la loro privacy”. Ancora oggi, Padovan non dimentica il suo primo giorno di lavoro, un giorno di fine anni Novanta: “In quel periodo il Sitea era usato come base per i ritiri della Juventus di Lippi. Io, giovane tifoso juventino, quel giorno incontrai Del Piero. Fu un’esperienza incredibile”. Padovan sottolinea come il lavoro si sia trasformato: “Oggi gli ospiti sono più frenetici. Hanno meno tempo, anche solo per ascoltare le spiegazioni sul check-in o sulla colazione. Ma il nostro compito resta lo stesso: anticipare i desideri, essere presenti, discreti, umani: in pratica, lasciare un sorriso sul volto dei nostri clienti. Le grandi catene non sempre riescono a offrire questa personalizzazione del servizio”.
Beppe Loi insieme a Muhammad Ali, Raul Cremona e Antonello Venditti.
Anche la ristorazione al Sitea è diventata negli anni un segno distintivo. Il ristorante dell’albergo esiste fin dal 1925, ma è solo negli anni ’80 che prende il nome di Carignano. Con il nuovo secolo, si rinnova completamente sotto la guida di Federico e Niccolò Buratti. Nel 2017 il Carignano viene aperto anche al pubblico e affida la cucina a Fabrizio Tesse e Marco Miglioli. L’anno successivo arriva la prima stella Michelin, suggello di un percorso che culmina nel 2022 con l’ingresso dello chef stellato Davide Scabin. Il ristorante diventa così un laboratorio di ricerca gastronomica, in dialogo con l’anima storica dell’albergo.
A completare l’offerta c’è il bistrò Carlo e Camillo, inaugurato nel 2018 nello spazio precedentemente occupato dalla storica camiceria Sebastian. Un luogo più informale, aperto anche nei festivi, con 60 coperti e menù à la carte, pensato per accogliere ospiti e torinesi in cerca di qualità e semplicità.
Interno del ristorante Carignano e ritratto dello chef stellato Davide Scabin (foto © Bob Noto).
Se c’è un momento spartiacque nella storia recente del Sitea, è stato quello delle Olimpiadi invernali del 2006. “Prima, la nostra clientela era principalmente legata al business, l’hotel nei weekend si svuotava”, racconta Musso. “Dopo i Giochi, Torino ha scoperto la sua vocazione turistica. I negozianti che un tempo chiamavano i vigili alla vista dei pullman, cominciarono a uscire per salutare. Noi, abituati al turismo d’affari, iniziammo a vivere l’hotel anche come luogo di piacere, cultura, condivisione”. Durante le Olimpiadi, il Sitea ospitò tra gli altri il team della Coca-Cola. E da allora è stato coinvolto in tutti i grandi eventi cittadini: dalle ATP Finals al Giro d’Italia, dai concerti alle manifestazioni culturali. “A Torino sappiamo fare accoglienza. Gli stranieri arrivano, a volte senza troppe aspettative, poi se ne vanno felici. Questo è il nostro orgoglio”, conclude Musso.
Il Sitea, pur mantenendo salde le proprie radici nella storia, ha saputo evolversi per incontrare i gusti dei viaggiatori. Anche per questo, nel 2019, la famiglia Buratti ha inaugurato il Royal Palace Luxury Suite, una struttura separata ma integrata nell’offerta Sitea. Situato nel palazzo ottocentesco di fronte, in via Cavour 13, ospita sei suite di grande pregio, con elementi architettonici originali, ingresso indipendente e servizio di maggiordomo.

Nel mondo dell’hôtellerie, tutto passa: mode, design, catene internazionali, chef stellati. Ma qualcosa resta. È lo spirito di un luogo. Il modo in cui viene offerto un caffè, il tono della voce che augura il buongiorno, la capacità di rispondere con cortesia e professionalità a qualunque richiesta. “Prima dell’uomo viene l’albergo”, dice Musso. "Il nostro è un mestiere di sacrificio. Si viene a lavorare anche nei giorni liberi, per non mettere in difficoltà gli altri. È una filosofia di comunità che passa di generazione in generazione. Cito spesso l’esempio di un nostro antico cameriere, Paolo, legato per tutta la vita all’hotel più ancora di quanto non lo fosse alla moglie, che pure amava moltissimo. Ma il suo non è un caso isolato. Il Sitea è qualcosa che ti conquista e non ti lascia più”. Anche Beppe Loi lo conferma, parlando del Sitea come di “una famiglia”, dove ogni gesto ha un valore che va oltre lo stipendio.
Passeggiando per i corridoi del Sitea si ha la sensazione che la storia sia rimasta appesa alle pareti, come il profumo delle cere antiche sui pavimenti lucidati. Ogni stanza, ogni dettaglio – dal battente in ottone delle porte alle stampe del primo Novecento – racconta una certa idea di tempo: non come nostalgia, ma come cura. “Il nostro lusso è il silenzio”, confida Musso. “Il cliente si accorge della qualità anche da ciò che non c’è: rumori, stress, automatismi. Qui tutto è fatto a misura umana”.
Nei salotti affacciati su via Carlo Alberto si servono ancora tè e pasticcini su vassoi d’argento, con tazze in porcellana che sembrano uscite da un servizio da collezione. Anche il direttore Musso, quando descrive il proprio lavoro, lo fa con il pudore di chi non cerca il palcoscenico. “Una volta il direttore era un uomo di pubbliche relazioni, non sapeva usare il computer ma conosceva tutto della città. Oggi deve saper fare anche l’ingegnere: capire di impianti, sicurezza, risparmio energetico. Ma il cuore del mestiere resta la relazione”.
La lobby e la veranda.
Le celebrazioni per i primi cento anni del Sitea si sono aperte formalmente lo scorso 19 febbraio e si protrarranno per tutto l’anno, abbracciando vari aspetti dell’albergo. Un “regalo” particolarmente gradito, non solo agli ospiti del Sitea, è stato il nuovo menù del ristorante Carignano, chiamato “250/100”, con il quale lo chef Davide Scabin ha rispolverato 13 piatti iconici della sua fortunata carriera. E poi c’è Il valore del tempo, l’esposizione storica che mette in mostra nei locali del Sitea oggetti e documenti provenienti dal patrimonio di alcuni dei brand più prestigiosi e storici di Torino, partner, come il Sitea, della piattaforma “Exclusive Brands Torino”.
Tre dei piatti del menù “250/100”: bombolino, cyber egg e zuppizza (foto © Bob Noto, courtesy of Antonella Fassio).
Tra le altre iniziative, spicca quella della valorizzazione dell’archivio dell’hotel, che raccoglie lettere, fotografie, disegni, menù e registri originali. In un’epoca in cui tutto è digitale e sfuggente, l’hotel conserva la memoria fisica della propria storia. Una delle immagini più suggestive è una lettera firmata da Allen Ginsberg, poeta beat, accompagnata da una poesia scritta di suo pugno. Una memoria poetica, intima, fragile, ma persistente.
Come il mestiere di accogliere.
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