La “Scrittura di Società in nome collettivo colla ragion Sociale Remmert e Costa”, firmata a Ciriè il 1° luglio 1874, è depositata al Tribunale di Commercio di Torino il giorno successivo. Sottoscrittori “i Signori Antonio Remmert fu Enrico nato a Entrup in Prussia ed il Signor Gaetano Costa fu Giacinto nato a Venaria Reale residenti ambedue in Ciriè”, recita l’atto. Potrebbe sembrare, a centocinquant’anni di distanza, la semplice costituzione di una “Manifattura di Treccie [sic] e Guarniture”, invece è il primo passo di una lunga storia.
Oggi un intero territorio conosce il nome Remmert, l’attività e le fabbriche. Parlando con gli abitanti di Ciriè e San Maurizio Canavese, ma anche dei paesi vicini, tutti hanno avuto in famiglia un componente che lavorò per queste aziende. Gli stabilimenti crescono di numero e progressivamente quello delle maestranze. All’inizio del secolo successivo gli opifici saranno cinque nel capoluogo del Basso Canavese, a cui si aggiungeranno San Maurizio e Lanzo Torinese. Ma i Remmert, per il sottile “gioco” delle Società Anonime erano anche soci d’indirizzo del Cotonificio Valli di Lanzo, nella stessa località e Pessinetto, della Manifattura di Cuorgnè, dei cotonifici di Pianezza e Ceva e in svariate altre attività extrasettoriali.

Chi erano i Remmert? Partiamo dal capostipite, quello da cui tutto ha inizio: Anton Remmert, Antonio, così come viene chiamato dal suo arrivo in Italia. Nasce a Entrup, un piccolo villaggio della Prussia occidentale nel 1823. La sua prima occupazione è quella di contadino, ma è un ragazzo ambizioso e verso i vent’anni decide di tentare la fortuna nella grande città industriale: Barmen. Oggi è un quartiere storico della città di Wuppertal in Germania, al tempo un grande centro dell’industria tessile nella valle del fiume Wupper, dove la specialità sono i nastri e le passamanerie, che all’epoca erano anche chiamati “articoli Barmen”. Saranno proprio i nastri decorati, al tempo elemento di punta nell’abbigliamento e nell’arredo, la grande fortuna dei Remmert. Prodotto prezioso, realizzato in grande quantità grazie alle macchine tessili Jacquard, un’invenzione rivoluzionaria del XIX secolo.
Antonio inizia lavorando in patria nell’officina di un fabbro e con i primi risparmi compra un vecchio telaio al quale ne seguiranno altri e in breve tempo diventa padrone di un vero e proprio opificio tessile. A Barmen incontra Giulia Wirtz, dalla quale avrà dieci figli, tutti nati in quella città.
Il primo contatto con Torino risale al 1866, quando inizia a vendere macchine tessili a un imprenditore torinese, questo lo porterà a recarsi più volte nella città subalpina, ma il punto di svolta sarà determinato da un incidente di percorso quando nel 1869 una partita di telai non gli viene pagata. Antonio si precipita a Torino, rimpatriare le macchine è impensabile, le ricolloca entrando in società con la Manifattura privilegiata di nastri in seta delle fabbriche riunite del Balon, una grande fabbrica lungo il canale Molassi, una realtà molto importante per l’epoca. Antonio coglie le potenzialità offerte dalla città e nel 1872, chiude l’attività in Prussia e si trasferisce con tutta la famiglia nel capoluogo subalpino.
I Remmert non sono gli unici stranieri a venire in città. Torino sta vivendo un periodo particolare: dal 1865 non è più capitale del Regno, un evento traumatico per i torinesi, e deve trovarsi un nuovo destino. Un sindaco illuminato, Emanuele Luserna di Rorà, vede nell’industria una forte possibilità di riscatto. Lancia quindi un vero e proprio appello, pubblicato sui principali quotidiani d’Europa, agli industriali stranieri affinché si trasferiscano e investano sul territorio. Sono gli anni in cui arrivano, oltre ai Remmert, numerosi industriali svizzeri e tedeschi: Abegg, Leumann, Koelliker, Hofmann, Wild, solo per citarne qualcuno. Si crea in breve tempo una business community straniera che non si limita a fondare nuove industrie, ma partecipa attivamente alla creazione di tutte quelle infrastrutture indispensabili a una crescita industriale: reti elettriche, telefoniche, ferroviarie. Nasce una nuova classe borghese, vivace e cosmopolita di stampo europeo, fino ad allora assente nel tessuto torinese. Nel 1905 Emilio Remmert, figlio di Antonio e uomo di punta del gruppo, partecipa alla stesura di un piano per la crescita industriale della città, l’anno seguente compare tra i soci fondatori della Lega Industriale, l’antenata di Confindustria.

Tornando ad Antonio, nel 1874 si trasferisce a Ciriè, piccolo centro considerato strategico per la vicinanza a Torino, collegata dalla ferrovia, e per la presenza di una rete di canali organizzati e gestiti dal Consorzio dei Comuni ed Utenti Industriali sulla Riva Sinistra della Stura.
Al primo opificio fondato nel 1874 ne seguiranno altri. I Remmert arrivano ad avere, come già scritto, cinque fabbriche con oltre 2.000 addetti. Le più importanti sono due – oltre alla Veja, Babau e Battandero – quella di San Michele acquistata nel 1878, dove impiantano nel 1888 la prima struttura in Italia per la filatura di lana lunga inglese usata per fabbricare trecce, e la Biancheria. Quest’ultima, appena fuori del centro cittadino, è progettata dall’architetto Pietro Fenoglio e costruita dall’impresa dell’ingegner Giuseppe Antonio Porcheddu, una delle più importanti di Torino, che usa il calcestruzzo armato per i pilastri. Qui nel 1907 viene posto il busto in bronzo di Antonio, donato dagli operai e impiegati delle industrie Remmert. I rapporti con le maestranze sono sempre gestiti dai membri della famiglia senza grandi turbolenze specialmente allo scoppio degli scioperi e del contrasto sociale. Le relazioni intraprese con i lavoratori e con il territorio possono apparire oggi anacronistiche; un secolo di lotte, di scontri, le leggi a tutela dei lavoratori, il modificarsi della prestazione di manodopera, la tecnologia dell’industria moderna hanno annullato completamente un simile sistema. Cercare quindi di effettuare un parallelo o di esprimere un giudizio sarebbe del tutto antistorico. Pare però giusto evidenziare il rapporto umano che, in positivo o in negativo, intercorreva un tempo fra operaio e industriale, il quale faceva sì che l’uno e l’altro si sentissero responsabili non solamente della produzione e del profitto, ma anche di un’etica del lavoro, di uno stile di vita all’interno della fabbrica e della comunità, rapporto che, al presente, è andato quasi completamente perduto.

La famiglia d’altra parte partecipa attivamente alla vita sociale della cittadina. Enrico è eletto in Consiglio comunale; alla sua scomparsa entrerà Guglielmo che ricopre la carica di assessore all’Edilizia fino alla morte nel 1919. I membri del clan sono presenti negli Enti e nelle Associazioni assistenziali; Emilio e Guglielmo hanno le loro residenze vicino alla fabbrica Biancheria e seguono da vicino la vita della comunità. Guglielmo fa redigere a proprie spese il Piano Edilizio per regolare lo sviluppo urbanistico di Cirié, purtroppo bocciato dal prefetto perché la legge prevede che solo i centri con più di 10.000 abitanti possano averli e Ciriè non li raggiunge ancora. L’intervento pubblico più importante è del 1909. Guglielmo ed Emilio Remmert acquistano tutta la proprietà degli eredi del marchese D’Oria, morto nel 1906, e donano il palazzo alla città affinché diventi sede del Comune. Questo è in pessime condizioni e quindi intervengono anche finanziariamente nell’opera di restauro. È in una lettera che i due fratelli si scambiano con il sindaco Davide Negro per la cessione dell’edificio che compare la definizione di Ciriè come loro “Patria adottiva”.

Una storia parallela riguarda San Maurizio Canavese, dove ancora oggi è visibile la grande struttura industriale che presenta un maestoso ingresso con la scritta Remmert S.p.A. (che sostituisce la precedente Remmert e Valle). È quanto rimane oggi visibile dello stabilimento tessile che Andrea Remmert e Domenico Valle impiantano nel 1905, e che ritmerà la vita del paese e dei comuni limitrofi per decenni: un volano per l’economia di un territorio che muta gradualmente, ma in modo significativo, la vita dei suoi abitanti.
Il 1905 risulta un anno molto fecondo che registra anche la fondazione dell’impianto tessile della Società Anonima Manifattura Jenny-Trombetta, annoverante fra i diversi soci un membro della famiglia Remmert. Sempre nel campo cotoniero, già dal 1899 è presente l’azienda di Carlo Wirtz, cognato di Antonio Remmert. Le maestranze inizialmente ammontano a circa un centinaio provenienti in parte dagli stabilimenti Remmert di Ciriè di proprietà degli zii di Andrea, nonché dal paese e dai comuni vicini. Persone che entrano in fabbrica, anche giovanissime, tanto da necessitare di uno sgabello su cui salire, ad esempio, quando devono effettuare la pulizia dei macchinari. Presto si arriva a oltre un migliaio con operaie che scendono a piedi persino da Corio per rimanere tutta la settimana a San Maurizio e ritornare la domenica al proprio paese. Una costante della ditta sono le gite aziendali organizzate sin dai primi anni del Novecento, le quali costituiscono un momento importante nella vita di persone che non possedevano i mezzi per spostarsi.
Nella fabbrica sono prodotti tutti i derivati dalla tessitura e dalla trecciatura e il campionario annovera nastri dei più diversi tipi, stringhe, trecce fisse ed elastiche, con una lavorazione a ciclo completo, dalle balle di cotone ai prodotti finiti, pronti per la spedizione.
Andrea Remmert e Domenico Valle hanno percorso insieme trent’anni di amicizia, di lavoro, facendo fronte alle inevitabili vicissitudini nazionali e mondiali, quali la guerra del 1915–1918 e il crollo di Wall Street, con ripercussioni pesanti sia sull’azienda che sul tessuto sociale. Essi però non sono solamente industriali, sono sempre presenti nella vita del paese e in tutte le sue manifestazioni. Domenico muore il 10 maggio 1933, mentre Andrea il giorno 8 maggio 1938. Nei loro testamenti destinano cospicue elargizioni a tutte le maestranze.
Nel 1969 gli stabilimenti di Ciriè si fondono con quelli di San Maurizio creando la Remmert S.p.A. Con gli anni Settanta, però, inizia il periodo di declino con l’ingresso dello Stato che, nel 1980, cede lo stabilimento a Filiberto Martinetto, imprenditore tessile, il quale acquisisce anche lo storico marchio.

Il campo d’azione dei Remmert non si limita però solo ai comuni di Ciriè e San Maurizio, ma si espande alle Valli di Lanzo, oltreché ad altre località piemontesi. Tutto ha inizio a Mathi, dove nel 1884 Augusto Remmert, figlio del capostipite Antonio, decide di seguire autonomamente la locale fabbrica, con dépendance a Villanova e Nole.
Nella mappa delle aziende di famiglia a Balangero, acquistata nel 1902, compare anche una manifattura inusuale per l’imprenditoria familiare: la Fabbrica di viti metalliche per legno Remmert & C.ia, inizio di una florida attività che prosegue ancor’oggi, ma che viene ceduta dal gruppo già cinque anni dopo.
Componenti della famiglia sono inoltre all’origine della Magnoni e Tedeschi che da Cafasse si estenderà in molte località del Nord Italia. Qui Carlo Remmert, figlio di Enrico, resta fino alla prematura scomparsa in guerra nel 1918. La presenza di Guglielmo termina poco dopo, muore difatti nell’anno successivo. Poi i destini si allontanano e le due aziende diventano, in qualche modo, concorrenti.
I fratelli Remmert e il cognato Francesco Sottocornolo, marito di Anna, a Lanzo progettano anche un nuovo opificio di grande dimensione in regione Grange, con tecnologie d’avanguardia. Aperto nel 1893 dura però pochi anni, fino al 1908, quando la produzione viene spostata a Ciriè nella Fabbrica Battandero.
Questo territorio non verrà però dimenticato, il Cotonificio Valli di Lanzo – continuatore dello storico Bocciarelli – nella stessa Lanzo Torinese e Pessinetto, vede la costante presenza di Emilio Remmert, anche se non come unico attore ma con ruolo di importante azionista di riferimento. È la stessa formula di rilevante partecipazione che troviamo nei già citati Cotonifici di Ceva e Subalpino di Pianezza, nell’Hofmann di Torino e nella Manifattura di Cuorgnè.

I Remmert, pur essendo industriali tessili, sono aperti a cogliere tutte le novità di un’epoca straordinaria: nel 1906, anno di boom dell’automobile, fondano una casa automobilistica, la Fabbrica Automobili Standard – FAS; i figli di Antonio sono soci iniziatori della Società Italiana di Elettricità Cruto, concorrente di Edison nella fabbricazione di lampadine; Guglielmo Remmert è colui che dà i natali all’Itala Film, la casa cinematografica che, tra gli altri, produce il colossal Cabiria. Aderiscono alle grandi esposizioni internazionali torinesi, come soci promotori e partecipanti. Entrano in molteplici attività produttive – con quote di diversa rilevanza – in svariati settori merceologici: dai laterizi alla meccanica, dalla birra alla confetteria, per ricordarne solo alcuni diametralmente opposti. Grazie alla potenza economica del gruppo nel 1894 a Ciriè emettono addirittura biglietti fiduciari, banconote cartacee locali basate sulla credibilità di chi le diffonde; nel 1912 Emilio è socio con Eugenio Gerardi nel Banco Agricolo Commerciale di Ciriè, settore fino ad allora sconosciuto ai business della famiglia. Ma, fedeli all’origine della loro fortuna, non abbandonano mai la produzione di nastri, un vero destino.
Sono un clan compatto negli affari come nella vita privata. I figli di Antonio si integrano velocemente scegliendo tutti coniugi italiani, viaggiano molto, parlano diverse lingue e si dimostrano moderni anche nella vita privata. Le residenze di Emilio, a Ciriè e a Torino, sono punto d’incontro della migliore società dell’epoca, le sue tre figlie, eredi dell’attività industriale, saranno educate con una modernità inusuale per l’epoca. Era una grande famiglia che partecipò attivamente a un cambiamento epocale di Torino e del suo territorio. Una storia da ricordare.
// Il testo, realizzato con la collaborazione di Cristina Natta-Soleri, riprende scritti e contenuti del volume "I Remmert dalla Prussia a Ciriè alle Valli di Lanzo. Una storia di industria e progresso", Lanzo Torinese, Società Storica delle Valli di Lanzo CLIV, 2024, a cura di Angelica e Cristina Natta-Soleri e Aldo Audisio, con contributi di Giovanni Crosetto e Giancarlo Destefanis. //

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