Se pochi sanno che a Mondovì, nel 1472, venne alla luce il primo libro stampato in Piemonte con la tecnica dei caratteri mobili ancor meno nota è la storia di Giovanna Maria Cunegonda Bertòla, ideatrice de La voce delle donne. Giornale scientifico politico e letterario, considerato il primo giornale di emancipazione femminile italiano con l’obiettivo di fornire alle donne gli strumenti per potersi fare strada in un mondo di uomini. La rivista ebbe purtroppo vita breve, ciò nonostante, fu fondamentale per il suo contributo allo sviluppo del giornalismo e della stampa periodica femminile.

Ottenute le autorizzazioni ministeriali, il primo numero vede la luce a Parma nel gennaio del 1865. L’intenzione della sua redattrice è esplicitamente dichiarata: discutere di argomenti di politica, scienza e letteratura. Bertòla si prefiggeva di affrontare temi quali l’istruzione femminile e i nuovi ruoli sociali che le donne avrebbero potuto raggiungere. Gli argomenti trattati e il programma sotteso di “educare, istruire, consigliare, parlare di diritti e di doveri” sono una novità assoluta nel paesaggio editoriale e un passo in avanti importante nella storia dei movimenti femminili. Non solo diritto all’educazione e all’istruzione, ma apertura alle attività extradomestiche e alle professioni, parità fra i due sessi. È su queste pagine che, per la prima volta in Italia, viene reclamato il diritto di voto per le donne.
L’innovazione venne subito colta da Anna Maria Mozzoni che avvia una collaborazione regolare con La voce delle donne e vi pubblica in anteprima una serie di articoli in cui esamina criticamente il progetto del nuovo Codice civile italiano redatto da Pisanelli. Questi articoli saranno successivamente raccolti nel volume La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano. Vi starete chiedendo perché Savej, che da sempre promuove la storia piemontese, oggi si occupi di una rivista emiliana. Il dilemma è presto svelato: Giovanna Maria Cunegonda Bertòla, redattrice, attivista, giornalista, scrittrice, insegnate e direttrice didattica, fu una donna di origini monregalesi che precorse i tempi, una vera pioniera in campo editoriale.

Nasce a Mondovì il 6 marzo 1843, in una famiglia facoltosa e di buona considerazione, il padre è Giuseppe Bertòla, la madre Francesca Bardissone. Anche grazie all’aiuto di uno zio le sono conferiti i mezzi necessari per frequentare la Scuola Magistrale. Il 6 agosto 1860 consegue la patente d’idoneità di maestra elementare di grado inferiore e il 20 maggio 1861 il direttore della Scuola Normale dichiara che la Bertòla è stata sempre fra “le prime per costante diligenza e fervido zelo nello studio” e che, pertanto, lascia “fondata speranza di riuscire ottima istitutrice e madre di famiglia” e le permette, in seguito, di acquisire la patente di maestra di grado superiore.
Tra gli scaffali della sua biblioteca si possono trovare volumi di attualità politica e di ispirazione risorgimentale: i libri scritti da Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, ma anche Rousseau e Mantegazza, Fourier e Saint Simon e, più avanti nel tempo, Paolo Mantegazza. Non ha ancora vent’anni quando incontra un protagonista del Risorgimento meridionale: Antonio Garcèa. L’uomo nato in Calabria nel 1820 a San Nicola di Vallelonga, fu un patriota rinchiuso per undici anni nelle carceri borboniche. Dopo l’esilio dovuto alla sua partecipazione alla rivoluzione napoletana del 1848, tra 1859 e 1861, fu dapprima un combattente dell'esercito sardo e poi si schierò al fianco di Garibaldi. Maggiore dell’esercito italiano giunge a Mondovì, alla guida della divisione Avezzana, nel maggio 1861. Poco tempo dopo incontra la giovane insegnante e nonostante la differenza d’età, forse complice l’ideale romantico del combattente ribelle, la monregalese si innamora; l’intesa è tale che i due si sposano già l’11 agosto di quello stesso anno: è il 1862.
La nascita della primogenita Clorinda, che sarà seguita da Luisa nel 1865, da Anselmo nel 1868 e da Giuseppe Roberto nel 1871, non impedisce alla donna di completare la sua formazione culturale, anche grazie alla cerchia di conoscenze del marito, e di intraprendere un personale percorso ideale e lavorativo che la condurrà verso la propria emancipazione.

Il suo primo lavoro raccoglie le gesta del patriota Garcèa. Il saggio viene pubblicato a Torino, presso la Tipografia Letterari di piazza San Carlo 10 e, così come indica il titolo, è la “memoria storica” di Antonio Garcèa sotto i Borboni di Napoli. Rivoluzione d’Italia dal 1837 al 1862. In questo testo sono raccolti i racconti del marito e vengono narrate, con linguaggio risorgimentale, l’eroismo dei patrioti e dei martiri napoletani e calabresi. Il professore di antropologia all’Università della Calabria Vito Teti nel saggio che dedica alla coppia Garcèa-Bertòla, definisce quel volume come un “Testo esemplare, vero monumento edificato dalla giovanissima moglie in onore degli anni di lotta del marito”, e testimonianza della sua adesione personale a un modello di totale impegno politico ed etico. Entrambi facevano parte di quell'élite alla quale, dopo aver costruito l'Italia, era affidata la speranza di costruire “d'azeglianamente” gli italiani. Sottolinea come il loro impegno fosse diretto nella vita attiva, alla divulgazione del loro credo in tutta la penisola; la loro esistenza testimonia l’esistenza di un’altra Italia, fu la metafora di un'altra storia tra sud e nord, tra uomo e donna, tra passione e ragione, tra ceti privilegiati e ceti popolari.
A seguito del trasferimento dell’esercito la coppia giunge a Parma nel 1864 e Giovanna inizia ad ambientarsi nella nuova realtà. La città è colpita da una grave crisi economica ma agli occhi della ventenne appare viva e piena di opportunità. I salotti cittadini sono in fermento e si discute animatamente della prossima emanazione del nuovo codice Civile redatto da Pisanelli che subordinava qualsiasi attività femminile all’autorizzazione maschile, sia in campo giuridico che commerciale.
Convinta che “La civiltà di un popolo cammina in ragione diretta dell’influenza morale, del valore giuridico e della dignità che ha la donna presso quel popolo” ideò il primo giornale femminile emancipazionista le cui tracce si trovano nella Biblioteca Palatina della città dove sono state ignorate per i successivi 150 anni. Le posizioni assunte dalla Bertòla sono ispirate probabilmente dal saggio di Salvatore Morelli, edito nel 1861 La donna e la scienza ovvero la soluzione del problema sociale dove lo statista, convinto dell’uguaglianza dei diritti tra i generi, affermava, anticipando addirittura John Stuart Mill, la necessità di liberare la donna, riconoscendo nel valore dell’educazione il mezzo con cui perseguire il risultato.

Nasce così il bisettimanale, scritto dalle donne per le donne, vuole essere una voce che stimoli il bisogno di confrontarsi sui temi d’attualità dalla politica alla cultura, dalla scienza alla letteratura, che riconosca la forza, le qualità, le capacità femminili anche nei ruoli extradomestici. Il primo numero de La Voce delle Donne esce il primo gennaio 1865 con una tiratura di 3.000 copie a diffusione nazionale. Troneggia in prima pagina un titolo che già ne anticipa i contenuti: "Diritti e doveri, istruzione e lavoro per la donna!". L’obiettivo è quello di essere “il primo grido del rinascimento intellettuale della donna” per fare ciò bisogna “educare, istruire, consigliare, parlare di diritti e di doveri” un’assoluta novità nel paesaggio editoriale del nuovo Stato.
Bertòla fece appello a “tutte le scrittrici, di cui l’Italia si onora, perché le prestino la loro penna, il loro aiuto, i loro lumi, in quest’opera non meno difficile che importante” e si impegnò in prima persona nella scrittura di articoli e saggi di carattere sociale e affrontò lucidamente gli argomenti emancipazionisti tanto che il suo nome divenne noto nel dibattito politico nazionale in seguito alla pubblicazione di un suo articolo su Il patriota (quotidiano parmense entrato in stampa negli anni sessanta dell’Ottocento). Alcuni suoi articoli varcarono l’oceano e vennero riproposti nella rivista argentina Indipendente del Chili di Buenos Aires.

Sulla rivista Anna Maria Mozzoni scrisse articoli in occasione della scadenza elettorale del 1865, cui avrebbero dovuto essere chiamate anche le donne, sul progetto del nuovo Codice Pisanelli e sulla questione dell’istruzione femminile. Nella prima lettera inviata alla direzione si chiedeva:
Che se i legislatori sono forzati a confessare che da Adamo in qua non si pensò che ad utilizzare la donna, ma non mai a giovarle, ad imporle doveri, ma non mai ad assicurarle diritti; a chiederle sacrifici, ma non mai ad impartirle compensi, a farla virtuosa, ma non mai a farla felice; se le cose stanno realmente così, che cosa significano di grazia, e che cosa han diritto di significare all’orecchio della donna quelle alti sonanti parole, patria, indipendenza, progresso, e libere istituzioni?
La Voce delle Donne fu un’esperienza giornalistica esemplare, con un’attenzione meticolosa verso le fonti. I temi trattati furono vere e proprie inchieste e denunce. Rispetto al tema dell’inferiorità fisiologica della donna, tanto caro a gran parte della cultura maschile dell’epoca, la redazione interpellò il fisiologo Filippo Lussana e pubblicherà una serie di articoli che dimostreranno in maniera scientifica che, dal punto di vista fisiologico, non vi è ragione per considerare la donna inferiore all’uomo.

Altrettanto interessanti i numerosi articoli di carattere sociale che invitano le lettrici ad assumere un impegno nella vita sociale e politica del Paese. Nonostante l’ostilità dei giornalisti maschilisti i giornali della città, come La Gazzetta di Parma e Il Patriotta, reagiscono piuttosto bene all’uscita di questo nuovo giornale, non fa altrettanto l’ambiente ecclesiastico. Il vescovo di Parma monsignore Felice Cantimorri dichiara pubblicamente: “È parte del mio dovere sconsigliarvi dall’acquistare e leggere i giornali che attaccano la nostra religione. Fra questi giornali debbo segnalare l’irreligioso e spudorato La voce delle donne” che venne addirittura definito voce del diavolo. Dopo queste parole il giornale viene decisamente boicottato, subisce atti vandalici e ne viene ostacolata la distribuzione. Si allontanano le lettrici e collaboratrici più moderate e molte associate smettono di pagare la quota, costringendo il giornale alla chiusura ad appena due anni dalla sua prima uscita, non senza avere lasciato un segno nei cuori delle circa diecimila abbonate sparse per l’Italia.
La voce delle donne resta un esempio per le future generazioni. La stessa Mozzoni entrò nel gruppo delle redattrici della rivista quindicinale illustrata La Donna (1868-1890) diretta dalla mazziniana Gualberta Adelaide Beccari tenendo la prima rubrica scientifica – di fisica – redatta da una donna. Il quindicinale continua a essere al servizio delle rivendicazioni femminili con l’ambizioso programma di costruire la "madre cittadina" necessaria alla nuova Italia unita. Il quindicinale diventa per un trentennio la palestra per le maggiori firme del proto-femminismo italiano: come Emilia Mariani, Malvina Frank e Giorgina Craufurd una delle firme più importanti nella lunga campagna contro la prostituzione di Stato e a favore del voto alle donne, che impegna La Donna a partire dagli anni Settanta. Anche Il Giornale delle Donne, pur essendo pubblicato a Torino dieci anni dopo, prese spunto dall’esperienza emiliana.

I continui trasferimenti del marito condizionano non poco l’attività di Giovanna e voglio credere che siano stati questi a determinare la chiusura del giornale piuttosto che pensare che le avversità l’abbiano piegata. Giunta a Empoli non abbandona i suoi ideali dedicandosi all’attività formativa attraverso la scuola. Progetta un collegio internazionale femminile di matrice laica ma interviene un nuovo trasloco e riuscirà a concretizzerà l’idea solo nel 1869 a Reggio Calabria con il “Collegio convitto delle nobili donzelle”. La sua attività nel mondo educativo si consolida nel 1871 quando viene nominata direttrice del convitto della Scuola Normale femminile di Catanzaro, istituto nel quale già insegna. Nonostante gli ostacoli dettati dai cambi di residenza il suo lavoro riceve le lodi dell’opinione pubblica e della stampa e viene decorata con una medaglia d’oro, acquista grazie a una sottoscrizione popolare. A consegnarle l’onorificenza sarà Giuseppe Garibaldi.
Nel 1875, prima di lasciare Catanzaro, indirizza al prefetto una franca e dura relazione sullo stato deplorevole della scuola in Italia e in particolare sul degrado di quelle della città. Giovanna continua la sua attività di insegnate e direttrice scolastica in diverse città italiane e nel 1897 scrive Educazione della donna, insistendo fra l’altro sull’importanza dell’accesso delle ragazze all’Università. In pensione si ritira a Bobbio, presso la figlia Luisa, sposata con Carlo Olmi, di una delle più illustri famiglie locali, e vi muore il 31 agosto 1920.
La sua figura viene riscoperta e rivalutata nel 1992 grazie alla pubblicazione, a cura di Gino Reggiani, di una copia anastatica della raccolta di La Voce delle Donne e grazie alla tesi di laurea di Angela Malandri dedicata a “Giovanna Bertola Garcea e La Voce delle Donne” che, per l’esaminata accurato della vita e dell’opera della giornalista si avvale di un dattiloscritto redatto dal pronipote Giancarlo Olmi dal titolo Vita di Giovanna Bertola.
Come spesso accade Giovanna Bertòla viene indicata soprattutto come la moglie di un esponente del Risorgimento meridionale, dimenticando l’adagio che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Per conoscere meglio la sua figura sarebbe importante analizzare il legame con la città natale di Mondovì, a partire dalle sue radici famigliari fino a estenderle ai contatti e alle amicizie monregalesi dopo il suo allontanamento dalla città.
Antonio Garcèa nasce in Calabria, a San Nicola di Vallelonga, nel1820 fu un attivista del risorgimento italiano nel Mezzogiorno. Partecipa ai moti popolari del 1848 tra Napoli e la Calabria per ottenere la Costituzione. La lotta si sviluppa tra Roccella e Reggio, con particolare intensità nel distretto di Gerace, dove il generale Ferdinando Nunziante compie una dura repressione. Lo scontro con le truppe borboniche, che prevalgono, è durissimo e si conclude con oltre cento morti e cinquecento feriti. Antonio Garcèa viene catturato e, con altri prigionieri, incatenato e portato a Napoli, da qui sarà tradotto, con gli altri, nel carcere di Procida.
Vito Teti, nel saggio Il patriota e la maestra, a proposito della prigionia inflitta a Garcèa e a Carlo Poerio, ricorda il pamphlet del liberale inglese Gladstone, che denunciò la violazione dei diritti degli imputati e descrisse il Regno delle Due Sicilie come la negazione di Dio e la sovversione di ogni idea morale e sociale. Il pamphlet provocò la presa di posizione della Gran Bretagna, che intervenne affinché il governo napoletano risolvesse il problema dei prigionieri politici. La soluzione trovata fu spiccia e sbrigativa, si ritenne di chiudere il caso imbarcandoli su una nave americana per trasferirli in Argentina; i prigionieri però riuscirono a far cambiare rotta alla nave dirigendosi in Irlanda, dove verranno liberati. Lasciata l’Irlanda Antonio Garcèa raggiunge Torino, dove si arruola nell’esercito piemontese; è l’agosto del 1859. Nel 1860 si imbarcherà a Quarto alla volta di Marsala partecipando alla spedizione dei Mille. L’anno successivo sarà di stanza a Mondovì dove incontrerà Giovanna.
La rivista è stata ristampata a cura di Gino Reggiani: La Voce delle donne, Parma, la Pilotta, 1992.
Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.