
Prima pagina del quotidiano “Corriere della Sera”, edizione del 6 giugno 1946, che dichiarava la vittoria del voto repubblicano a seguito della proclamazione dei risultati del referendum istituzionale del 2 giugno.
Si avvicina un anniversario importante, quello del 2 giugno, giorno in cui la nostra Repubblica compirà ottant’anni. Come ha ben detto Sergio Mattarella nel discorso di fine anno 2025, quel giorno fu fondamentale non solo perché per la prima volta le donne si recarono alle urne, ma anche perché, come ha evidenziato il presidente, quel primo voto donò un indelebile carattere democratico al nostro paese e diede avvio a un percorso che sarà concluso solo con la piena parità tra i generi. La via da seguire venne delineata da 21 protagoniste: quelle scelte tra 226 candidate, appartenenti a oltre 17 liste, che poterono fregiarsi del titolo di Madri costituenti.
Nonostante l’evidente inferiorità numerica – complessivamente i deputati erano 556 – queste donne superarono il timore reverenziale di dover discutere e confrontarsi con illustri e rispettati filosofi, giuristi o personalità della cultura e della vita politica antecedente il fascismo.
Pur rappresentando solo il 3,7% dell’Assemblea costituente, ebbero una forza dirompente che scaturiva dalla consapevolezza di ben conoscere e stimare il valore del proprio operato. Avevano ben chiaro il loro intento: quello di trasformare la condizione femminile attraverso il riconoscimento di diritti fino a quel momento negati a tutte le italiane. Lo scopo era garantire che lo Stato si impegnasse attivamente per la rimozione di tutti quegli ostacoli che avevano impedito, fino a quel momento, la piena partecipazione delle donne alla vita del paese. La loro determinazione si manifestò più volte in aula quando, lottando per inserire i diritti delle donne nel testo della Costituzione, dimostrarono di non farsi intimorire, stupendo non poco i colleghi e, forse, anche loro stesse.

La loro importanza non sta tanto nell’essere state le prime a varcare la soglia di Montecitorio quanto nell’essere state promotrici di principi che, senza il loro impegno, non sarebbero stati neppure immaginati. Decise ad abbattere secoli di discriminazione giuridica e sociale agirono su di un unico fronte e con una sola visione, andando oltre le logiche dei singoli partiti di appartenenza. Si prefissero perciò traguardi imprescindibili da raggiungere, consapevoli che i diritti delle donne non erano diritti di una sola parte, non erano destinati a un’élite, ma si trattava di norme che avrebbero influito sulle prossime generazioni elevando il livello di civiltà della futura società italiana. Disse Bianca Bianchi: “La Carta costituzionale deve essere intesa non soltanto quale specchio delle condizioni dell’attuale momento, ma porta aperta ad eventuali progressi”.
Il loro intervento fu decisivo per il riconoscimento dell’uguaglianza formale e sostanziale. Fu grazie al loro lavoro se venne inserita, nell’art. 3, la precisazione “senza distinzione di sesso” dopo il lemma “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Lottarono anche per il superamento del modello patriarcale insistendo che l’art. 29 specificasse l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e che l’art. 30 sancisse il dovere di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento dei figli nati fuori dal matrimonio. Furono promotrici affinché l’art. 31 sancisse l’impegno dello Stato alla protezione della maternità e dell’infanzia e per assicurare, con l’art. 37, alla lavoratrice gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni del lavoratore. Nonostante le resistenze dell’epoca, con l’art. 51, gettarono le basi per l’accesso delle donne a tutte le cariche pubbliche e alla magistratura.
Sono questi i corollari che consentirono, negli anni successivi, di emanare norme di legge a favore delle donne, della tutela dei loro diritti e che permisero loro di avviarsi lungo il percorso menzionato dal Capo dello Stato che vede come traguardo la piena realizzazione dell’emancipazione femminile.

Il giorno della proclamazione in molti si accalcarono per vederle varcare la porta del Parlamento. I giornalisti stesero fiumi d’inchiostro per raccontare la loro toletta e le vicende familiari, poche furono invece le parole spese per illustrare le loro competenze e il contributo che già avevano dato alla patria. Infatti quasi tutte erano state partigiane, alcune avevano subito l’esilio e qualcuna era stata persino “ospitata” nei campi di concentramento tedeschi.
L’età media delle Madri costituenti era di 40 anni. La più anziana ne aveva 65, era Angela Merlin, la più giovane era Teresa Mattei di 25. Si contavano quattordici laureate, una percentuale assai alta per l’epoca, e soltanto due erano casalinghe. Nove erano comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini e Maria Maddalena Rossi), nove democristiane (Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio) due socialiste (Bianca Bianchi e Lina Merlin) e una (Ottavia Penna) apparteneva al Fronte dell’Uomo Qualunque.
Di queste tre erano nate a Torino: Angiola Minella, Rita Montagnana e Teresa Noce, che rappresentano tre anime diverse accomunate da una vita di militanza nel Partito Comunista Italiano e nell’associazione femminista Unione Donne Italiane (UDI), della quale furono attiviste fin dalla sua fondazione avvenuta nell’ottobre 1945, quando raccolse l’eredità dei Gruppi di difesa della donna di cui avevano fatto parte.
Possiamo già farci un’idea di chi fossero leggendo le chiare indicazioni che la Commissione elettorale del partito aveva impartito alle singole federazioni per la scelta dei nominativi da inserire nelle liste elettorali. Innanzi tutto, veniva richiesto a ogni federazione locale di proporre quattro candidati, di cui uno doveva essere di sesso femminile. La scelta doveva ricadere su persone che dimostrassero padronanza della loro linea politica, affidabilità e dedizione. Dovevano poi aver dimostrato capacità di direzione ed essere note per serietà, popolarità e rappresentatività.

Rita Montagnana e Teresa Noce hanno condiviso percorsi di vita e carriere politiche sorprendentemente simili. Nate a fine Ottocento, crebbero da sempre con ideali socialisti che abbandonarono per aderire a quelli proposti da Gramsci. Vissero entrambe un periodo in URSS dove frequentarono la scuola internazionale Lenin di Mosca e soggiornarono in Spagna e in Francia negli anni Trenta. Anche le loro vicende personali furono paragonabili: affrontarono con dignità l’emarginazione politica dopo lo scioglimento dei loro matrimoni con importanti dirigenti del PCI: Palmiro Togliatti l’una e Luigi Longo l’altra.
Per contro Angiola Minella, molto più giovane, era nata nel 1920, era di estrazione borghese, sposò gli ideali comunisti in età relativamente adulta ed ebbe sempre l’appoggio del marito Piero Molinari, che, per questioni interne alla federazione del PCI savonese, non venne candidato per le elezioni alla Costituente pur avendone pienamente i titoli. Angiola è la meno nota delle tre, quella che è più rapidamente caduta nell’oblio, forse per il fatto di non essere “la moglie di” o per essersi ritirata a vita privata nel momento in cui, nonostante l’ampio consenso che ancora riscuoteva, venne deciso che non potesse più essere candidata avendo alle spalle già quattro legislature.
Aveva solo 12 anni quando vide morire il padre, direttore della Reale Mutua, ucciso da un ex dipendente che gli tese un agguato sul pianerottolo di casa. Nonostante l’evento nefasto riuscì comunque a frequentare il rinomato liceo D’Azeglio e iscriversi alla facoltà di Lettere, come le impose la madre, nonostante volesse percorrere le orme del nonno materno iscrivendosi a Medicina.

Con lo scoppio della guerra frequenta il corso per crocerossine presso l’ospedale di Bra dove viene a contatto con le prime formazioni partigiane. Intanto l’abitazione di corso Re Umberto subisce gravi danni per i bombardamenti e la famiglia si trasferisce a Noli, borgo marinaio che ha visto i natali della madre. Nel 1944 aderisce alla Resistenza e, dopo la caduta di Alba, inizia ad operare in Liguria dove incontra Piero Molinari, che sposerà alla fine del conflitto. È lui a formare la sua coscienza politica e a introdurla nella segreteria della federazione del PCI di Savona dove nel 1946 è nominata responsabile della Commissione femminile e consigliere comunale.
Nello stesso anno viene eletta all’Assemblea costituente e inizia la sua attività anche nel consiglio nazionale dell’UDI. In Parlamento presenta diverse interrogazioni: dalla richiesta di corresponsioni di sussidi straordinari di disoccupazione a provvedimenti a favore dei disoccupati, dalla richiesta di riconoscere il premio della Repubblica ai lavoratori alla liquidazione delle competenze per il servizio partigiano prestato da ufficiali, sottufficiali e marinai e al pagamento delle competenze arretrate per il periodo di prigionia ai marinai ex internati, a interrogazioni sulla sperequazione fra le pensioni di vecchiaia e quelle di invalidità. Si occupò alacremente della tutela dei minori collaborando con Nadia Gallico Spano nel progetto nato nel dopoguerra “salviamo l’infanzia” che consisteva nel dare ospitalità ai bambini più colpiti dalla guerra presso famiglie del Nord Italia. I primi a essere soccorsi furono piccoli di Cassino, seguiti da quelli di Napoli. Il progetto continuò anche negli anni seguenti e coinvolse anche gli scampati alle alluvioni del Polesine e dell’Aspromonte, eventi nefasti del 1951. Racconta quell’esperienza nel libro Cari bambini, vi aspettiamo con gioia… scritto con Gallico Spano e Ferdinando Terranova.
Dal 1953 al 1957 visse a Berlino Est in qualità di segretaria generale della Federazione Democratica Internazionale, un’associazione pacifista nata a Parigi nel 1945, e accreditata all’ONU. Rientrata in Italia fu nuovamente rieletta prima alla Camera dei deputati e poi in Senato. Spese la sua vita dando il suo contributo per l’emancipazione femminile, la tutela dell’infanzia e lottando strenuamente per la pace. Fu la prima firmataria di cinque progetti di legge di cui divenne legge solo quello per il riordino dell’Ente nazionale di previdenza e di assistenza alle ostetriche. Si spense a Genova il 12 marzo 1988.

Rita Montagnana nasce a Torino il 6 gennaio 1895. A quattordici anni è apprendista sarta e partecipa fin dall’inizio alle lotte del proletariato torinese. Durante le agitazioni contro il carovita del 1917 si distingue nel lavoro organizzativo e di propaganda e diventa dirigente del Comitato femminile regionale e membro della Commissione elettorale della sezione socialista torinese. In questo periodo conosce Umberto Terracini e Antonio Gramsci. Nel 1921, in seguito alla sua adesione al Partito Comunista, viene inviata a Mosca come delegata del partito al III Congresso dell’Internazionale Comunista. Rientrata in Italia viene chiamata a Roma per lavorare presso la direzione del Partito Comunista d’Italia e per dirigere il quindicinale delle donne comuniste Compagna. Dopo gli arresti del 1923 si specializza nell’organizzazione dei collegamenti cospirativi e, l’anno successivo, sposa Palmiro Togliatti. Nonostante il matrimonio e la nascita del figlio Aldo continua la sua attività politica in tutta Europa. Nel 1944 ritorna in Italia e partecipa alla costituzione dell’UDI.
Nelle testimonianze raccolte da Bianca Guidetti Serra, Domenica Fiorio ricorda che, assieme a Marta Testa, Rita Montagnana si recò alla Prefettura di Torino per far aumentare il sussidio alle donne capofamiglia. Raccontò: “Siamo riuscite a far triplicare il sussidio alle ragazze madri. È stato un successo”. Rita Comoglio ricorda invece il sopralluogo fatto presso la filanda Favole di Boves dove erano impiegate circa venti ragazze giovanissime sottopagate, costrette a lavorare in condizioni insalubri che, uscite dall’opificio chiesero all’onorevole di intercedere a loro favore:
Siamo costrette a lavorare in queste condizioni perché i nostri genitori sono poveri, hanno bisogno del nostro misero salario per tirare avanti. La paga è inferiore a quella stabilita dal sindacato. Non possiamo parlare altrimenti verremo licenziate. Lei che è onorevole intervenga, ci aiuti, noi non possiamo farlo, perdiamo il posto.

L’appello non restò inascoltato e fruttò l’intervento del locale ispettorato del lavoro che, tra l’altro, accertò che tra le operaie “vi erano fanciulle tra i dodici e i quattordici anni”.
La ricordiamo con suo articolo scritto il 4 dicembre 1949 su Vie Nuove:
Sentii parlare per la prima volta dei socialisti quanto avevo otto anni. Era un primo maggio e mia mamma rientrando dalla spesa raccontò che la polizia caricava i socialisti giunti in piazza Castello per manifestare. Nei tafferugli erano rimasti feriti numerosi dimostranti. Un vecchio zio, proprietario di risaie nel vercellese commentava i fatti gridando: “Bisognava arrestarli tutti, sparare, piazzare i cannoni” perché, a suo dire, i socialisti che avevano organizzato la manifestazione erano perturbatori della quiete pubblica. Non comprendevo molto del suo discorso ma, in cuor mio, parteggiavo istintivamente per i dimostranti. La scelta di diventare socialista fu compiuta perché sentivo ingiusta la società nella quale vivevo e che doveva essere cambiata. Capivo che i socialisti difendevano i lavoratori, organizzandoli e chiamandoli alla lotta. Quando noi sartine scioperammo per l’aumento salariale fu la Camera del Lavoro a guidarci. Furono ancora i socialisti a protestare contro la guerra. Nel 1915 entrai nel partito, partecipai a comizi, dimostrazioni e cortei scandalizzando tutti i miei parenti ricchi e borghesi. Non erano molte le iscritte e venni eletta a far parte della Commissione Esecutiva di Torino. Ascoltavo molto e intervenivo poco ma cercavo di portare nel Comitato regionale femminile la voce del partito affinché l’attività svolta in difesa delle lavoratrici giungesse anche in provincia. Fu Gramsci a darci le prime indicazioni su come lavorare in modo diverso, adattando le direttive generali di principio alle condizioni particolari, all’ambiente in cui si agisce e alle persone che vi vivono. Dopo 35 anni di militanza posso dire che l’ideale che pareva allora a molti un sogno di illusi, o un delirio di fanatici, è diventato per quasi la metà del genere umano una viva realtà.
Dopo il mandato all’Assemblea costituente fece parte anche della I Legislatura. Si spense a Roma il 18 luglio 1979.
Teresa Noce nasce a Torino il 29 luglio 1900. La condizione della sua famiglia è tale che, fin da bambina, è costretta a lavorare in fabbrica ma, nonostante la giovanissima età, partecipa attivamente ai primi scioperi torinesi, come quello delle sartine del 3 giugno 1911 quando le caterinette scesero in piazza per chiedere l’osservazione delle norme prescritte dalla legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, l’orario giornaliero di 9 ore, l’abolizione del lavoro a cottimo, la creazione di una cassa di mutuo soccorso per le malattie. È una delle rappresentanti di maggior rilievo del movimento femminile e la ritroviamo in piazza nelle manifestazioni contro la guerra. La sua militanza nel Partito Comunista d’Italia di Gramsci la porta ad assumere importanti responsabilità sia in Italia che all’estero.
Nel 1923 dirige la Federazione giovanile comunista e il giornale La voce della gioventù, nel 1926 espatria clandestinamente a Mosca. Rientra in Italia 1931 ed è tra le organizzatrici dello sciopero delle mondine; redige l’Unità clandestina e la Risaia. È a Parigi nel 1933-1934, dove contribuisce alla nascita di Noi Donne che diventerà il portavoce dell’UDI. Partecipa alla guerra di Spagna.
Arrestata in Francia nel 1944, viene tradotta nel campo di concentramento di Ravensbrück. Una volta finita la guerra e tornata in Italia, viene eletta all’Assemblea costituente. Partecipa ai lavori della Terza Sottocommissione che si occupa dei diritti e doveri economico-sociali e durante la discussione in aula, nella sua Relazione sulle garanzie economico-sociali per l’assistenza della famiglia, sottolinea l’importanza della maternità, che non deve essere vista come faccenda privata ma è da considerarsi come missione sociale. Dice: “La maternità è, oltre che una funzione naturale della donna, oltre che una missione umana, anche una funzione sociale, perché su di essa si basa la famiglia, perno della società, perché essa crea le nuove generazioni, avvenire dell’Italia”.
Sostiene che lo Stato ha l’obbligo di garantire a tutti i bambini la salute, lo sviluppo fisico, morale e intellettuale sia a quelli legittimi come agli illegittimi. Inoltre a tutte le madri deve essere garantita la possibilità di procreare dignitosamente. Ciò significa che debba essere garantita una situazione economica che consenta loro di vivere decorosamente per il periodo in cui dovranno assentarsi dal lavoro. Da sempre impegnata anche in ambito sindacale, Teresa Noce riteneva che
la lavoratrice capo di famiglia è quella che mantiene la famiglia e per mantenere la famiglia fa un lavoro. Ma la donna lavoratrice non è soltanto l’operaia, bensì anche quella che, avendo una numerosa prole da allevare, non può lavorare; in tal caso viene a mancare la qualifica di capo-famiglia che le consentirebbe di godere di una determinata assistenza. La donna operaia ha qualche diritto, ma la donna casalinga, la massaia rurale, la contadina non hanno nessun diritto all’assistenza.

Sottolinea l’opportunità di differenziare gli interventi di assistenza da quelli di previdenza, in quanto la categoria di cittadini che non paga i contributi, ad esempio le casalinghe, pur non potendo pretendere il diritto alla previdenza, ha diritto, però, a ricevere un’assistenza adeguata. Afferma che l’assistenza è “per quelle persone che non fanno un lavoro salariato e in modo particolare le madri di famiglia, le cosiddette casalinghe, le quali, pur non facendo un lavoro salariato, sono utili alla collettività, in quanto hanno cura dell’allevamento dei bambini”. Quando un costituente le risponde che si tratterebbe di beneficenza, Noce ribatte che “non si tratta di assistenza sotto forma di carità pubblica, sia pure sociale, ma di qualche cosa che sorge da un diritto” perché “la donna lavoratrice non è soltanto l’operaia, bensì anche quella che, avendo una numerosa prole da allevare, non può lavorare” è per questo che propone che sia inserito in Costituzione un articolo che riconosca il ruolo sociale delle casalinghe garantendo loro un salario.
Eletta nella I Legislatura repubblicana, nel 1948 presenta un disegno di legge per la tutela della maternità di tutte le madri che fossero operaie, impiegate pubbliche, lavoratrici autonome, impiegate in agricoltura o casalinghe. È il primo progetto universalistico che prevedeva un’indennità di gravidanza pari al 100% della retribuzione normale; il divieto di licenziamento; la conservazione del posto di lavoro, la creazione di asili nido e sale di allattamento per bambini fino a due anni. Dopo due anni di discussioni divenne legge il 26 agosto 1950. Nello stesso anno venne anche approvata la legge sul divieto di licenziamento delle lavoratrici madri, gestanti e puerpere che aveva promosso con Luigi Sansone.
Fu l’unica delle tre a partecipare alla Commissione dei 75. Dopo il mandato all’Assemblea costituente fece parte anche della I e II Legislatura. Morì a Bologna il 22 gennaio 1980.
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