Suor Giuseppina, l'angelo dei detenuti

Il coraggio di Rosina Demuru che sfidò i nazisti alle “Nuove”

Nell'immagine: Illustrazione © Valentina Lorizzo
Cristina Ricci

Vincitrice del contest La Stampa Academy, un laboratorio di giornalismo d’innovazione, indetto dal quotidiano torinese nel 2013. Ha frequentato il corso di Data Journalism organizzato dalla Federazione Europea del Giornalismo… leggi tutto
  

Progettato dall'architetto Giuseppe Polani, concepito come un penitenziario a segregazione individuale il carcere Le Nuove, inaugurato nel 1870 sotto il regno di Vittorio Emanuele II, venne costruito tra il 1854 e il 1869 e rima- se in funzione fino a quando non fu sostituito nel 1986 dal più moderno carcere “Lorusso e Cutugno” situato nel quartiere Vallette. Disponeva di 648 celle, tredici bracci, compresi quelli dei condannati a morte, nonché di due cappelle, una per gli uomini e una per le donne. Le celle avevano la caratteristica di avere le finestre a “bocca di lupo”, che permettevano di vedere soltanto il cielo. Durante il periodo fascista l’architettura era pressoché invariata ed è così che lo deve aver conosciuto Rosina Demuru.

Entrando nel braccio femminile de Le Nuove si viene accolti da una sorta di anticamera su cui si affacciano quattro uffici, la prima porta a sinistra conduce a quello della direttrice: Suor Giuseppina. C’è chi al carcere è costretto e chi sceglie liberamente di passarci la vita. Percorrendo i corridoi dove i suoi passi risuonarono quotidiana- mente per oltre quarant’anni, mi sono chiesta cosa avrà pensato quella ragazza di 23 anni la prima volta che vide le gabbie. Sbarre da terra a cielo, se di cielo si può parlare. Celle in cui accadeva che le recluse partorissero, celle in cui venivano reclusi anche i loro figli fino al compimento dei 3 anni. Lei che veniva dalla Sardegna, dove il blu del mare si confonde con l’azzurro del cielo. Cosa avrà provato davanti al grigiore e al freddo del carcere?

Suor Giuseppina Demuro.
Suor Giuseppina Demuro.
※ ※ ※

Una vita per le carcerate

Ripercorrendo la sua vita si può capire la commistione di sentimenti e di legami umani che la indussero a considerare quel luogo casa, al punto da chiedere di tornare per morirvi. Rosina entra per la prima volta nel carcere il 31 dicembre 1925 e il 6 gennaio del 1926 inizia a prestare servizio a favore delle sue detenute. Probabilmente era ben conscia che lì avrebbe trascorso gran parte della sua esistenza ma non poteva immaginare che sarebbe diventata la responsabile del braccio femminile nell’ora buia dell’occupazione nazista della città. Sono gli anni più duri, anni in cui, a partire dal 10 settembre 1943 e fino al 26 aprile 1945, il penitenziario ospitò, tra detenuti comuni e politici, una popolazione che quotidianamente oscillava tra 1.500 e 2.000 carcerati.

 Chi ha conosciuta Rosina la ricorda come una donna di media statura, con occhi illuminati da lampi di bontà e i lineamenti del volto adombrati dal voluminoso copricapo bianco. Sembrerebbe un essere mite e forse i comandanti tedeschi, che occuparono e gestirono in modo autonomo il famigerato Primo braccio, ne furono convinti, almeno in un primo momento, perché Suor Giuseppina, nei tempi più difficili, dimostrò di essere tutt’altro che mansueta. La sua tenacia si mostrò ben presto.

Di lei si potrebbero dire molte cose, sottolineare la generosa carità, l’intelligenza delle iniziative, l’energia morale, l’infaticabile attività, ma preferisco lasciare la storia alle sue parole che conosciamo grazie a una dettagliata relazione che inviò al cardinale Fossati nel febbraio 1946 nella quale ripercorre gli anni bui dell’occupazione.

Leggendola si comprende come possa essere stata definita “l’angelo del carcere” e si può immaginare quanto, nel buio delle celle dei con- dannati a morte, la tesa del suo copricapo potesse evocare le ali di un essere celeste. L’immagine non si deve discostare troppo dalla realtà se don Ennio Marabotto, incarcerato per motivi politici, scrive di lei:

sapeva cattivarsi le simpatie di tutti e perfino dei tedeschi. Infatti giungeva dovunque, a tutte le ore, ma sempre, di preferenza, dove erano dolori da consolare, pene da lenire, soccorsi da portare. La superiora aveva libero accesso ad ogni sportello per confortare con parole, cibi e indumenti. Ogni condannato a morte la vide nel buio sotterraneo delle celle di punizione farsi in quattro per alleviare gli ultimi istanti di vita.

La sezione femminile (© Museo Le Nuove).
La sezione femminile (© Museo Le Nuove).

Nel "primo braccio"

Dal suo racconto:

“Dopo l’8 settembre 1943 la nostra resistenza all’oppressore, per proteggere i fratelli oppressi, inizia con l’occupazione tedesca del
primo braccio: vi gettavano le loro prede, di cui erano gelosissimi. Ciò era per noi un cupo e assillante mistero” ma le “sofferenze che mai, nella nostra lunga vita presso i carcerati, abbiamo riscontrato o soltanto potuto immaginare” vennero ben presto svelate. “La prima volta che vi penetro, una lunga fila di uomini sta allineata nel corridoio, la fronte contro la parete, le mani contro il dorso. Attendono l’ispezione meticolosa e spietata dei tedeschi, mi si dice, per ore e ore è impossibile al personale del carcere, e tanto più ad estranei, penetrare nei locali; soltanto i militari delle SS e quelli addetti delle brigate nere aggregati ai tedeschi restano ad esercitare una rigida e brutale disciplina. Ritorno alla mia sezione sempre più decisa a raggiungere le sventure di questi infelicissimi fratelli”.

Il giorno successivo tenta di portare del cibo a quei detenuti ma la sua proposta è ritenuta “immorale”. Non demorde e torna all’assalto proponendo medicinali. Il comando tedesco accetta senza immaginare che essi siano “barattoli o boccette di zabaglione o di crema, di carne liquida, di Nestrovitt, medicina preziosa per i poveri degenti del primo braccio, privi di tutto”. L’opera di aiuto s’allarga:

Oggi posso gettare qualche parola di conforto ai rinchiusi perseguitati dal fantasma della fucilazione, domani, a spingerli almeno verso l’esame di coscienza, sempre, a confortarli e a prepararli per il più duro avvenire che loro era serbato. E il mio ardire aumenta. Il Signore concesse a me e alle mie consorelle l’insperato: la possibilità, cioè, di distribuire noi stesse i soccorsi vincendo ogni ostacolo che si presentava.

Le celle si aprono mostrando un’infinita miseria:

“Gli infelici sono ammucchiati nel luridume e nel fango fino a dieci per cella; il rozzo cucchiaio passa di bocca in bocca e si riceve la minestra nei catini che servono per le sommarie pulizie”. Un giorno, “l’infinita Misericordia divina ci permise di trasformare parte della sezione femminile in infermeria, per curare i nostri partigiani feriti gravi. Nessuno dei miei protetti è partito per il campo di concentramento e la maggior parte venne scambiata con prigionieri tedeschi. Se fossero stati lasciati senza cura, avrebbero certamente finito in cella le loro sofferenze”.
Il famigerato primo braccio tedesco (© Museo Le Nuove).
Il famigerato primo braccio tedesco (© Museo Le Nuove).

Aiuto per i condannati

Coadiuvata dal giovane cappellano del carcere, padre Ruggero Cipolla, Suor Giuseppina si attivò regolarmente per tentare di rendere meno disumane le condizioni di vita dei carcerati, essendo l’unica persona a poter “sottrarre” i detenuti alle angherie tedesche ricoverandoli nella sua infermeria. Per farlo ricorre a sotterfugi come quello dello scambio di lastre e di referti medici. Diventò il trait d'union con le famiglie dei condannati. Suo, spesso, l’ingrato compito di informare le loro madri che, arrivate per un colloquio con i loro figli, scoprivano che gli stessi erano stati fucilati al poligono del Martinetto. Ma il suo contri- buto non si ferma qui: promuove scambi di prigionieri, tiene i contatti con i comandi partigiani, con il Comitato di liberazione nazionale, con il cardinale Fossati e il suo segretario don Vincenzo Barale; telefona in piena notte al federale Paolo Zerbino per impedire che all’alba venga fucilato un padre di famiglia, colpevole di tenere un vecchio fucile, ricordo della Grande Guerra 1915–18.

Ma la realtà del carcere è sfaccettata, nel primo braccio finiscono spesso fanciulle poco più che adolescenti, catturate con rastrellamenti e perquisizioni. Forte della sua autorevolezza riesce a strappare le detenute politiche dalle mani delle SS trasferendole nella sezione di cui si occupa.

Scrive di loro:

Le donne da essi arrestate non potevano usufruire di nessuno dei consueti diritti delle carcerate comuni; sono stipate nelle anguste celle, non vanno ‘all’aria’, non vanno in cappella, non ricevono aiuti famigliari. La Carità non può sopportare con indifferenza i loro patimenti. Mi presentai perciò al maresciallo capo tedesco, ed esposi le mie lagnanze. La risposta fu: ‘Si devono osservare gli ordini’. Non mi dò per vinta e ottengo infine dal maresciallo notevoli concessioni. Le mie poverine vanno ora in chiesa, si confessano, si comunicano, lavorano, ricevono aiuti.

Sono in molti a rispondere all’appello della religiosa e dal tetro portone di corso Vittorio entrano cassette di uova, ceste di frutta, dolci, fiaschi di vino, zucchero, calzature, vestiti.

Suor Giuseppina Demuro (© Museo Le Nuove).
Suor Giuseppina Demuro (© Museo Le Nuove).

 In quel braccio entrano anche moltissime israelite. La superiora non può chiudere gli occhi di fronte all’Olocausto e, senza curarsi delle minacce delle SS, si adopera per far fuggire uomini, donne e bambini, impedendo che fossero avviati ai campi di concentramento e salvando così numerose vite. Prodiga le proprie cure a tutte le detenute ma in particolare alle più bistrattate. Annota:

Le donne che hanno maggiormente bisogno e che sento degne di aiuto e particolare comprensione sono le israelite, le più maltrattate. Ne ho conosciute 138, prive di tutto, ho conosciuto persino una mamma di 89 anni… Non vi è penna che possa descrivere.
È stata un vero e proprio angelo custode per innumerevoli detenute, e molto di più. Che fossero atee o credenti non importava […] si prodigava per far giungere ai familiari notizie dei prigionieri politici. Raggirava le SS, teneva testa ai repubblichini. Non aveva paura, o almeno non mostrava di averne. Ha salvato molte e molti dal braccio della morte, con trattative o espedienti: lo considerava il suo compito principale.

Salvando vite

Furono anni durissimi, in cui Suor Giuseppina rischiò ogni giorno la sua vita per salvarla agli altri. Con scaltra intelligenza, grazie all’applicazione alla lettera del Regolamento penitenziario, che prescriveva il trasferimento di un detenuto solo laddove si conoscesse prima, e con esattezza, il luogo di destinazione, Suor Giuseppina riuscì a evitare a molti la deportazione. Altro stratagemma usato fu quello dei ricoveri in strutture esterne, dalle quali avrebbero potuto facilmente fuggire. Il permesso veniva accordato dall’autorità tedesca ignara che i sintomi della malattia erano stati abilmente indotti. Si racconta di una giovane che venne fatta uscire dal Carcere per un’apparente polmonite. La suora fece raccogliere alle altre detenute tutti i mozziconi di sigaretta lasciati per terra dai soldati, ne filtrò il catrame in acqua che fece bere alla donna, in modo che alla visita medica le sue condizioni fossero ritenute tali da doverla portare in ospedale.

Suor Giuseppina non si occupò solo degli ebrei in carcere, ma sostenne tutta la Comunità Ebraica torinese. Ci furono anche episodi che non si conclusero positivamente.

“Ricordo”, scrive, “uno fra i mille dolorosi e terribili episodi. In una mattina piovosa arriva un tedesco con l’ordine di prelevare urgentemente quindici detenute. Intima l’apertura delle loro celle, rivoltella in pugno. Le riunisce e le spinge, così impreparate e nello stato in cui si trovano, su di un autocarro che le aspetta sotto la pioggia. Sono dirette alla caserma Nizza Cavalleria per essere inviate in Germania come ‘volontarie lavoratrici’. Senza porre indugio faccio raccogliere le loro povere robe, vi aggiungo provviste di vestiario e di alimenti e con un’automobile di persona amica accorro con alcune mie consorelle alla caserma, dove possiamo distribuire ogni cosa alle poverette, che ci abbracciano e ci benedicono, riconfortate, purtroppo avviate ad un doloroso destino”.

Ma fu soprattutto il salvataggio dell’infante Massimo Foà a farle meritare, nel dicembre 2023, l’onorificenza di Giusto tra le nazioni assegnata da Yad Vashem, l'Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme, che si occupa di commemorare coloro che hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei durante l’Olocausto.

Anche questa vicenda è narrata dalla voce della protagonista. La madre del bimbo scrive:

“Io ho attraversato un corridoio che mi sembrava interminabile, finché mi hanno messa in una stanzetta, in una specie di sgabuzzino e Guido, mio marito, è andato nel braccio degli uomini, il famigerato primo braccio tedesco. Io ero in questo sgabuzzino con il bambino che piangeva e Suor Giuseppina veniva, lo prendeva in braccio con la scusa di fargli prendere aria lo portava a farlo vedere a mio marito. Dopo mi arrivavano i bigliettini che io e mio marito ci scambiavamo... Un giorno la suora è venuta a dirmi che una patronessa delle carceri era disposta ad adottare il bambino, che aveva solo 9 mesi... Dal carcere mio figlio venne fatto uscire come un fagotto tra le lenzuola sporche dopo otto giorni di reclusione, otto giorni atroci...” la lettera continua “A Bolzano, primo lager che ho visto, all'appello hanno chiamato anche lui, e se fossimo arrivati ad Auschwitz insieme saremmo andati direttamente al forno crematorio tutti e due”.
Copertina di
Copertina di "Tienimi in braccio", un libro per bambini che ricostruisce la storia del salvataggio di Massimo Foà, Voglino editrice, 2021.

Dopo la guerra

Ma l’animo di Suor Giuseppina non sarebbe descritto nella sua interezza senza raccontare il senso di profonda riconoscenza che prova verso chi l’aveva aiutata, anche se considerati “nemici” a tutti gli effetti. Dopo la liberazione, al momento della scarcerazione delle milizie tedesche che comandavano il famigerato primo braccio, si ricordò della disponibilità di alcuni di loro e si preoccupò di fornire abiti civili che potessero aiutarli a scampare da sommarie vendette.

Dalle memorie di Monsignore Garneri:

Nell’aprile 1945 i nazisti battevano in ritirata e i partigiani stavano per impadronirsi della città. Per evitare un inutile spargimento di sangue, Suor Giuseppina si recò in Prefettura e, con il suo prestigio e la sua insistenza, ottenne un foglio collettivo di scarcerazione di tutti i detenuti politici. Mentre spari di mitragliatrici si incrociavano per le strade, seduta sul cofano di un’automobile che procedeva a passo d’uomo, agitava una bandiera della Croce Rossa fino alla Nuove: 500 detenuti politici uscirono incolumi dal carcere.

Dopo la fine della guerra continuò a impegnarsi a favore dei detenuti e dei loro familiari. Anche grazie alla sua dedizione il reparto femminile sarà ristrutturato e reso meno tetro e più rispettoso della dignità umana. Crea quella che definisce “la perla della sezione femminile”: allestisce l’asilo nido per i bambini da 0 a 3 anni, costretti a vivere in carcere con le madri. Nasce anche la scuola per imparare a leggere, scrivere e fare conti; i corsi di rattoppo, di stireria, di maglieria per le detenute che non avevano avuto la possibilità di alfabetizzarsi o di acquisire un mestiere.

Tra i mille motivi per ricordarla la “Casa del Cuore”, una struttura con venti posti letto per ovviare ai drammi delle donne che, uscite dal carcere, si ritrovavano per strada per mancanza di opportunità. Aperta nel maggio del 1949 è una delle prime case protette destinata alle detenute senza dimora, con difficoltà economiche e con figli minorenni. Le liberate dalle varie carceri italiane che non hanno fami- glia, o che ne sono state rifiutate, comprese le recluse dei Manicomi giudiziari, trovavano qui un’accoglienza familiare.

Nel 1962 le viene assegnata la medaglia d’oro al merito della “redenzione sociale” e l’UDI, Unione Donne italiane, in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, le conferisce il premio Mimosa d'oro per aver aiutato durante la Resistenza “detenuti politici di ogni credo”. Oggi il carcere in cui ha speso la sua vita è diventato un museo. È ancora possibile visitare il suo ufficio in cui troneggia un inginocchiatoio e un immancabile rosario e che è ricordato da una nipote come un luogo “rivestito di legno, profumato di pulito e sempre ingentilito da un vasetto di fiori”.

Entrandovi oggi colpisce la sua austerità ma non si fatica a comprendere quanto coraggiosa e umana sia stata questa donna.

A Torino, in via Lessona, una scuola comunale dell'infanzia è stata dedicata a Suor Giuseppina Demuro nel 1976 (foto di Paola Boccalatte, 2013, © MuseoTorino).
A Torino, in via Lessona, una scuola comunale dell'infanzia è stata dedicata a Suor Giuseppina Demuro nel 1976 (foto di Paola Boccalatte, 2013, © MuseoTorino).

La donna oltre il velo

Rosina nasce a Lanusei il 2 novembre 1903 da Francesco e Matilde Fioris. La sua è una famiglia numerosa: è la secondogenita di nove figli. La famiglia emigra a Cagliari, dove Rosa si avvicina al mondo delle Suore Vincenziane. Appena ventenne entra nell’Asilo della Marina di Cagliari. Nel 1923 parte alla volta di Torino dove prenderà i voti il 19 luglio. Dal 31 dicembre 1925 fa parte del gruppo chiamato a seguire le detenute del carcere giudiziario “Le Nuove” di Torino. Si ingegna per trovare modi e metodi per relazionare con le detenute. Impara a suonare l’harmonium, a fare della musica uno strumento di gioia, di liberazione dal male e di crescita interiore per le sue carcerate. Si istruisce maggiormente, cerca di ridurre le sofferenze dei detenuti.

Nel 1942, su suggerimento del Direttore del carcere, dottor Marino Tamburrini, viene nominata Suor Servente (Superiora) della Comunità delle Figlie della Carità e responsabile della sezione femminile. Finita la guerra Suor Giuseppina continuò a vivere tra quelle mura che ormai le appartenevano. Colpita ripetutamente da ictus do- vette lasciare le Carceri per essere curata a Pallanza, località del Lago Maggiore. Aggravandosi la sua condizione, ella stessa chiese di essere riportata alle Nuove, dove si spense nell’ottobre del 1965.

La sua morte non cancellò il suo eroismo dalla memoria collettiva. Il sindaco Giuseppe Grosso la commemorò con una seduta solenne del Consiglio Comunale con queste parole:

Suor Giuseppina, insignita della Medaglia d’Oro al merito della redenzione nel 1955 e della Mimosa d’Oro nel 1962 dall’Unione Donne Italiane, aveva un grande cuore di donna che sapeva mettere in atto i precetti del Vangelo con spirito di carità e sape- va donarsi senza mai far pesare e senza mai sottolineare l’opera compiuta.

A questa straordinaria donna che aveva dimostrato un coraggio senza pari nei momenti più bui della storia è dedicata la Scuola Materna in via Lessona “perché il suo nome rimanga fra quelli a cui Torino deve ammirazione e riconoscenza e la sua personalità continui a essere di esempio a quanti credono sinceramente nella giustizia e nell’amore fra gli uomini”. Anche il centro antiviolenza dell’unione dei comuni d’Ogliastra porta il suo nome.

Bibliografia
  • Bertolo B., Donne nella Resistenza in Piemonte. Infermiere, staffette partigiane, madri coraggio, deportate, combattenti, martiri, Sant'Ambrogio di Torino, Susalibri, 2014.
  • Boccalatte L., De Luna G., Maida B. (a cura di), Torino in guerra: 1940–1945. Catalogo della mostra, Torino, 5 aprile – 28 maggio 1995, Torino, Gribaudo, 1995.
  • Castagneri M., Suor Demuru. La Carità tra le sbarre delle “Nuove”, in La voce e il tempo, 26 aprile 2020.
  • Cavaglion A., Una piazza Carlina invisibile. Torino ebraica (1938–1945), Torino in guerra: 1940–1945. Catalogo della mostra, Torino, 5 aprile– 28 maggio 1995, Torino, Gribaudo, 1995.
  • Cipolla R., I miei condannati a morte. Lettere e testimonianze, Torino, Il Punto, 1998.
  • Garneri G., Tra rischi e pericoli, Pinerolo, Alzani, 1981.
  • Ginesu F., Sardegna al femminile. Storie di donne speciali, II volume, Una suora sfida i nazisti, in L’Unione Sarda, 2017.
  • Loddo T., Una vita oltre le sbarre delle Nuove. Suor Giuseppina Demuru, in Studi Ogliastrini, n. 13, 2017.
  • Merletti M., Ciò che nel silenzio non tace, Torino, Einaudi, 2021.
  • Pansa G., “Viva l'Italia libera!. Storia e documenti del primo Comitato militare del C.L.N. regionale piemontese, Torino, Città di Torino - Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, 2004.
  • Tuninetti G., Clero, guerra e Resistenza nella Diocesi di Torino (1940–1945), Casale Monferrato, Piemme, 1996.
Ricevi le newsletter di Rivista Savej. Scrivi qui sotto la tua mail e clicca "Iscrivimi".
Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 7 persone!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.