La rivolta delle caterinette

Illustrazione © Monica Barengo.

La rivolta delle caterinette

Le lotte per i diritti delle sartine torinesi

Cristina Ricci

Vincitrice del contest La Stampa Academy, un laboratorio di giornalismo d’innovazione, indetto dal quotidiano torinese nel 2013. Ha frequentato il corso di Data Journalism organizzato dalla Federazione Europea del Giornalismo… leggi tutto
  

Immaginiamo di essere una dama di fine Ottocento e di voler ammodernare il nostro guardaroba. Che fare? Potremmo scegliere i modelli più alla moda sfogliando una rivista, magari Margherita, il periodico di gran lusso stampato su carta finissima e con splendide incisioni o Il giornale delle donne, diretto da Elvira Roccabruna ed Emilia Nevers. Per farci confezionare il nostro abito dovremmo senz’altro rivolgerci alla nostra sarta di fiducia. Arrivate in piazza Castello non avremmo che l’imbarazzo della scelta e, giunte all’atelier, saremmo accolte in un grazioso salotto dove, sorseggiando una tazza di tè e chiacchierando amabilmente con le nostre “rivali”, sceglieremmo modello, stoffe, pizzi e merletti per la confezione del nostro abito.

Pubblicità di un manichino per sartoria presente sul giornale dell'Esposizione di Torino del 1911.
Pubblicità di un manichino per sartoria presente sul giornale dell'Esposizione di Torino del 1911.
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Torino capitale dell'alta moda

A differenza di quanto si può pensare, nei decenni successivi all’unificazione del regno, la metà della popolazione femminile appartenente al ceto medio-basso, era impegnata stabilmente in un’occupazione. Pur svolgendo un ruolo essenziale nell’economia familiare, a queste lavoratrici non veniva mai riconosciuta l’importanza del loro operato, anche perché i mestieri che svolgevano erano tra i più umili e mal pagati; inoltre il lavoro femminile era non solo estremamente frammentario, ma anche precario. Una percentuale importante di questa forza lavoro era attiva nel settore della produzione di abiti di lusso, ma al fascino del mondo della moda non equivaleva un altrettanto prestigioso stile di vita per le lavoratrici.

Nel 1864 le sarte titolari di botteghe artigiane erano, a Torino, 14 contro i 78 sarti, ma, nel 1893, si contavano in città più di 200 sarte titolari e 94 modiste-sarte contro i 149 sarti. La “piccola Parigi” era, all’epoca, non solo la capitale del regno ma anche dell’alta moda. Le migliori sartorie avevano rappresentanti che, dopo aver visitato le sfilate parigine, importavano i modelli francesi per creare abiti che avrebbero vestito le ricche e aristocratiche nobildonne da Milano a Firenze, da Roma a Napoli, per raggiungere anche le isole.

Le caterinette (così erano definite le sarte, dal nome della loro protettrice, santa Caterina d'Alessandria) costituivano un quinto dell’intera forza lavoro femminile; erano impiegate in sartorie, laboratori e botteghe, a cui si aggiungevano le donne impegnate nel lavoro a domicilio. La loro carriera iniziava intorno ai dodici anni, con mansioni di pulizia e consegne. Solo successivamente si poteva accedere all’apprendistato vero e proprio, dapprima con piccoli compiti e via via fino a carpire i segreti del mestiere dalle colleghe più esperte. I ritmi e gli orari di lavoro rendevano snervante il percorso, che si rivelava lungo e arduo, con un salario tra i più bassi del settore.

Nonostante ciò, grazie alla loro capacità di creare abiti che le rendevano eleganti e così simili alle nobildonne che vestivano, non si ritenevano operaie e difficilmente si costituivano in leghe per rivendicare i propri diritti. Solo quando la situazione diventò insostenibile pretesero il diritto al riposo festivo e salari migliori.

Scuola di cucito in piazza Vittorio, Torino (© Torino Piemonte Antiche Immagini – Archivio Hugo Daniel).
Scuola di cucito in piazza Vittorio, Torino (© Torino Piemonte Antiche Immagini – Archivio Hugo Daniel).

Maria Mussa Ferraris e Cesarina Astesana

Maria Mussa Ferraris fu una tra le organizzatrici del loro primo sciopero. Patriota convinta, aveva preso parte ai moti del 1848. Come promotrice della Società di mutuo soccorso, nel 1880 divenne “preside” della Fratellanza artigiana ed ebbe modo di occuparsi attivamente dei problemi delle donne lavoratrici scoprendo le dure condizioni di lavoro delle sartine e delle modiste. Tre anni dopo rivendicò davanti al prefetto le ragioni di circa 5.000 ragazze che lavoravano nei 500 laboratori della città, dalle 12 alle 14 ore al giorno, con una retribuzione che non superava le 20 lire al mese. Chiese al padronato miglioramenti salariali e condizioni di lavoro meno faticose ma le richieste vennero unanimemente respinte.

Le sartine continuarono a oltranza l’agitazione senza raggiungere, però, risultati apprezzabili, se non la comprensione della cittadinanza, che aveva seguito con simpatia la lotta e integrò con una colletta le ore di guadagno perse con lo sciopero. All’agitazione seguirono molti licenziamenti e fu così che Maria diede vita al primo laboratorio cooperativo, la prima esperienza di manifattura femminile con partecipazione agli utili e una cassa di miglioramento.

Anche Cesarina Astesana si spese per queste donne costrette ad abbandonare i figli dalle sei del mattino alle undici di sera. Il 29 maggio 1901 diede vita alla Società di patronato e mutuo soccorso per le giovani operaie. Due anni dopo, oltre all’assistenza, la Società si sarebbe fatta carico anche del vivere quotidiano delle sartine creando in corso Regina Margherita una casa-famiglia che avrebbe offerto un servizio di refezione quotidiana e un asilo sicuro alle giovani lavoratrici. Successivamente diede vita a laboratori di stireria e rammendo e a una lavanderia a vapore. Queste strutture divennero un punto di riferimento per gli imprenditori, che spesso si rivolgevano all’associazione per assumere personale affidabile; si creò quindi una sorta di ufficio di collocamento che, per i tempi, era unico nel suo genere.

“Una corsa di sartine sulla neve a Torino”, illustrazione di copertina su “La Tribuna illustrata” del 13 dicembre 1903. Nel primo Novecento era frequente nelle principali città europee che le ragazze appartenenti alle classi popolari si cimentassero nelle gare sportive per i ricchi premi in palio.
“Una corsa di sartine sulla neve a Torino”, illustrazione di copertina su “La Tribuna illustrata” del 13 dicembre 1903. Nel primo Novecento era frequente nelle principali città europee che le ragazze appartenenti alle classi popolari si cimentassero nelle gare sportive per i ricchi premi in palio.

Le condizioni lavorative delle sartine

Nel 1906, il settore era in piena espansione. Le condizioni lavorative erano tali che l’Ispettorato del lavoro, nato a Torino in quell’anno, iniziò subito a occuparsene. Nell’indagine del 1911 censisce 798 laboratori che impiegano 4.903 lavoratrici. Nelle realtà più importanti erano impiegati anche gli uomini, con la qualifica di manovali e magazzinieri, ma il loro numero non supera le 22 unità. Le sartorie che contano più di 35 operaie sono 21, mentre 51 hanno un numero di lavoratrici compreso tra 11 e 35. Le botteghe che impiegano meno di 10 sarte sono 481, le ditte individuali 241. Lo studio analizza la forza lavoro anche in base all’età. Il 54% delle operaie aveva meno di 21 anni, di queste il 6,7% ne aveva meno di 15. Mediamente l’età non superava i 27 anni.

Il lavoro era considerato stagionale, molte donne venivano licenziate nei mesi in cui il lavoro veniva meno per poi essere riassunte quanto le ordinazioni riprendevano più numerose. L’orario lavorativo era generalmente di dieci ore giornaliere, ma, in alcuni periodi dell’anno (i mesi di punta di novembre, dicembre, aprile e maggio), per le operaie che avevano più di 15 anni, il numero di ore saliva e aumentava, arrivando talvolta a casi estremi in cui potevano essere obbligate a lavorare anche l’intera nottata.

In base alle capacità acquisite, la manovalanza era suddivisa in categorie di appartenenza (apprendista, aiutante, lavorante e direttrice) che, ovviamente, avevano una diversa retribuzione. Le apprendiste generalmente venivano pagate dopo sei mesi di praticantato; la loro paga era di appena 5 lire mensili per i primi due anni. Il salario minimo per una direttrice era di 100 lire mensili. La figura del tagliatore percepiva ben 250 lire mensili mentre la tagliatrice appena 80.

Non essendoci un contratto di categoria non deve stupire che il salario non sia omogeneo: esso variava a seconda dell’importanza dell’azienda. Non solo i laboratori più piccoli impiegavano percentualmente persone meno qualificate di quelli più grandi, ma il salario di una sartina impiegata in un piccolo laboratorio era poco più della metà di quello percepito da una caterinetta di uno grande.

Gli ispettori del lavoro, nel loro rapporto, si soffermano anche sulle condizioni igienico-sanitarie dei locali. Spesso le sartorie avevano la propria sede in eleganti appartamenti, ma gli spaziosi e arieggiati saloni di prova dedicati alle clienti non erano una cartina al tornasole delle stanze adibite ai laboratori, dove le piccole finestre non consentivano un adeguato ricambio d’aria. Gli ambienti vengono descritti come bassi e piccoli, le lavoranti non avevano a disposizione neppure un metro quadrato a testa; era lo stesso ispettore ad avere “una penosa impressione di aria oltremodo viziata ed insufficiente”. Le condizioni erano talmente ardue che gli ispettori vogliono precisare che l’insalubrità degli ambienti emerge chiaramente senza che sia necessario prendere nota delle lamentele delle lavoranti.

Piccola operaia tessile fotografata da Lewis Hine nel Vermont, 1910. La fotografia fa parte del reportage “Mill Workers”, in cui Hine denuncia il lavoro minorile nelle fabbriche tessili americane e inglesi di inizio Novecento.
Piccola operaia tessile fotografata da Lewis Hine nel Vermont, 1910. La fotografia fa parte del reportage “Mill Workers”, in cui Hine denuncia il lavoro minorile nelle fabbriche tessili americane e inglesi di inizio Novecento.

Prime rivendicazioni

Il primo sciopero del Novecento avvenne il 3 giugno 1911, quando le sarte scesero di nuovo in piazza per richiedere l’osservazione delle norme prescritte dalla legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, l’orario giornaliero di nove ore, l’abolizione del lavoro a cottimo, la creazione di una cassa di mutuo soccorso per le malattie e per gli indennizzi dei lavori involontariamente guastati.

Durante la manifestazione, in molti laboratori, le caterinette vennero chiuse a chiave dai padroni per evitare che le dimostranti potessero raggiungerle e invitarle a unirsi a loro. L’astensione dal lavoro continuò per otto giorni e si concluse con un concordato i cui punti salienti furono: orario normale di lavoro dieci ore (massimo dodici ore), lavoro a cottimo non obbligatorio e assegnato solo a chi lo avesse richiesto, straordinario che poteva raggiungere le 6 ore al massimo per settimana e per il quale la paga oraria era rivalutata del 30%, riconoscimento di diritto al riposo domenicale di 36 ore, corresponsione della paga entro il 5 del mese successivo, responsabilità delle lavoranti nei lavori affidati ed eventualmente sciupati.

Il cronista de Il Momento così descrive le condizioni delle lavoratrici:

In genere giovani e giovanissime, [erano] costrette, contro gli accordi, a lavorare il sabato fino a tarda notte, o addirittura dal sabato mattina al mezzogiorno della domenica, non solo dentro gli ateliers, ma, per sfuggire ad eventuali ispettori, nelle stanze di abitazione dei proprietari, o a portarsi a casa il lavoro da terminare; i laboratori minori, del resto, erano ambienti ristretti, ricavati nei vani più impensati, cucine, pianerottoli, camere da letto, nei quali la cubatura d’aria per ogni lavoratrice era ridottissima e le lampade e fornelli a gas per i ferri da stiro riducevano ulteriormente la quota di ossigeno; si osserva infine che un’indagine medica universitaria rilevò che lo sviluppo di queste giovani subiva un arresto per eccesso di lavoro associato a denutrizione, quando, intorno ai quindici anni o prima, entravano nei laboratori.
Corso di ricamo Singer ad Alessandria, anni Trenta (© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Carlo Gilardenghi, Archivio fotografico, Fondo Claudia Barberis).
Corso di ricamo Singer ad Alessandria, anni Trenta (© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria Carlo Gilardenghi, Archivio fotografico, Fondo Claudia Barberis).

Tra primo e secondo dopoguerra

Il primo dopoguerra fu ancora caratterizzato da grandi agitazioni. I salari medi delle operaie calzaturiere erano di 9 lire al giorno, mentre le ragazze sarte di 16–17 anni, considerate apprendiste anche se lavoravano già da alcuni anni, avevano un salario di appena 2–3 lire al giorno, le aiutanti 4 lire e le lavoranti provette 5–6 lire. Il costo di un chilo di pane sfiorava 1 lira.

I lavoratori rivendicavano salari adeguati al costo della vita. Lo sciopero alla ditta Barone Mazzoni, avvenuto nel 1920, paralizzò l’azienda per 50 giorni. Aderirono tutti i 3.600 lavoratori, di cui 2.200 donne, che ottennero le otto ore lavorative, videro il pagamento di una parte delle giornate di sciopero e un considerevole aumento di salario.

Presa consapevolezza dei loro diritti, anche le lavoratrici di altre sartorie iniziarono a iscriversi al sindacato del vestiario e proclamarono uno sciopero, che durò 34 giorni, per rivendicare un forte aumento salariale, la diminuzione delle ore straordinarie settimanali, il “sabato inglese”, ossia il sabato pomeriggio non lavorativo; inoltre si chiedeva il riconoscimento dell'organizzazione sindacale e il divieto di licenziamento non giustificato.

Solo nel 1947 fu siglato un vero contratto sindacale per la sartoria.

Alla grande e rapida espansione del settore avvenuta fra Otto e Novecento e proseguita fino alla metà del secolo, seguì un lento declino, dettato dalla fine dell'apprendistato, dal calo della domanda dovuto allo sviluppo della produzione in serie, dall'ascesa di Milano come capitale della moda e dalla dispersione della produzione del “made in Italy”.

Di quella stagione restano Addio giovinezza, operetta di Sandro Camasio e Nino Oxilia, Tra donne sole, romanzo di Cesare Pavese da cui fu tratto il film Le amiche di Michelangelo Antonioni. Tuttavia, l’immagine che viene data da queste opere è falsata. Lo stereotipo che dipinge le sartine come donne frivole e leggere poco o nulla ha a che vedere con le loro reali condizioni di vita e di lavoro.

Pubblicità dell'azienda produttrice di macchine da cucire Singer.
Pubblicità dell'azienda produttrice di macchine da cucire Singer.

Rita Montagnana (1895–1979)

Rimasta orfana di padre a soli otto anni, Rita vive con la madre e sei fratelli. A quattordici anni va a lavorare in una sartoria, avendo già la chiara consapevolezza dei propri diritti di lavoratrice. Aderisce infatti agli scioperi delle sarte torinesi (1909–1911) e si iscrive alla Camera del lavoro. Viene eletta nel 1946 alla Costituente.

Teresa Noce (1900–1980)

Proviene da famiglia operaia poverissima. Già alle elementari è garzona presso un fornaio, poi sarà stiratrice, sarta e anche operaia. Nel 1911, a soli 11 anni, partecipa al primo sciopero delle sartine torinesi che chiedevano un salario più alto e la riduzione a sole 10 ore di lavoro al giorno.

Bibliografia
  • Levra U. (a cura di), Storia di Torino. Da capitale politica a capitale industriale (1864–1915), Torino, Einaudi, 2001.
  • Magrini E., Allaria G.B. (a cura di), L’industria della sartoria per signora e le condizioni sanitarie delle operaie in Torino, Roma, Officina Poligrafica Italiana, 1911.
  • Le oscure miserie delle sartine torinesi rivelate dalle cifre di un’inchiesta. Estratto dal Bollettino dell’Ispettorato del lavoro, in Il Momento, 5 giugno 1911.
  • Picolato R., Le sartine torinesi nel 191. Uno sciopero di quarant’anni fa, in Rassegna Sindacale, 55–56, giugno 1962, p. 110.
  • Il Risorgimento va di moda. 150 anni di abiti femminili raccontati da donne di oggi, Collana editoriale "I quaderni per l’imprenditoria", Torino, CCIAA, 2011.

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