La famiglia Faraggiana ha arricchito la città di Novara con un teatro, una villa monumentale, un palazzo che ospita il Museo etnografico e faunistico, all’apertura del quale Alessandro, il principale erede, donò cinque album fotografici che hanno aperto una prima finestra sulla passione dei Faraggiana per la nuova arte. Nel corso della ricerca ho poi rintracciato altri diciotto album.
Per raccontare una famiglia si parte solitamente dagli scritti – diari, lettere, memorie – che aiutano a ricostruire vite e arricchirle di pensieri. La richiesta esplicita di Alessandro Faraggiana rivolta ai “Signori Esecutori Testamentari” affinché curassero “personalmente” la distruzione di carte private ha cancellato molto. Alcune lettere però sono sopravvissute, numerosi telegrammi, tanti documenti notarili e infine le immagini, riemerse piano piano, che ci raccontano una storia sempre più definita nella quale una figura artiglia l’attenzione: Caterina Ferrandi. Una ragazza nata con tutti i privilegi possibili nella seconda metà dell’Ottocento, il secolo che vide l’affacciarsi di richieste femminili emancipative.

Divenuta signora Faraggiana avendo sposato il nobile Raffaello, Caterina si occupò di un giardino botanico e faunistico i cui animali, dopo aver vissuto nei recinti tra le aiuole, venivano tassidermizzati ed esposti nello chalet-museo creato dal marito e aperto al pubblico. Apertura che si accorda con la volontà di contribuire alla diffusione della cultura, ben manifestata dal regalo alla città di un nuovo teatro inaugurato nel 1905. I due figli di Caterina e Raffaello non potevano essere più diversi: ufficiale Alessandro, avvocato Giuseppe. I loro scritti sembrano documentare una vicinanza ma l’altrove lontano raccontato da Alessandro si collega bene al museo e lo riporta alla famiglia, quello di Giuseppe invece lo allontana; egli infatti si concentra sulla gente vicina e sulle scandalose disparità sociali. Eppure i principi egualitari così presenti nei suoi scritti sembrano non valere per la moglie, Maria Gonzaga, alla quale rimproverava il fallimento del loro matrimonio per “non essere mai stata abbastanza sottomessa” (sic). La separazione da lei, unita agli attacchi contro la ricchezza, di cui i suoi genitori disponevano ampiamente, determina il graduale e definitivo distacco di Giuseppe dalla famiglia.
Nel parco della villa di Meina è ancora visibile un piccolo, elegante edificio: il “gabinetto fotografico” che sembrava unicamente legato ai cinque album sui viaggi di Alessandro donati al Comune di Novara. Quando iniziai a ricostruire la storia della famiglia, nel 2005, quei contenitori erano i soli di sicura matrice Faraggiana, tanto che hanno condizionato lo sguardo sui successivi ritrovamenti e le immagini che via via riapparivano sembravano accessori esterni per aggiungere volti. Ma era un clamoroso errore di prospettiva.

Tali ritrovamenti infatti hanno gradualmente messo in dubbio che l’artefice fosse Alessandro e anche l’ipotesi di Giuseppe è ben presto sfumata; la più attendibile rimandava a Raffaello, coadiuvato da Caterina, ma il Corriere di Novara di inizio Novecento, quando pubblicava foto della famiglia, non mancava di segnalare che erano state scelte e inviate dalla “Signora”: ella decideva cosa mostrare al pubblico. Successivamente Carlo Cesarini, discendente dei Bono Massazza, famiglia in ottimi rapporti con i Faraggiana, mi ha inviato diverse foto realizzate da Caterina. In particolare il ritratto di Rachele Massazza, morta di tisi a 24 anni.
L’Eco del Verbano del 24 marzo 1900 (devo la segnalazione a Carlo Manni) ha definitivamente spostato l’attenzione: nel parco della villa di Meina, dice il giornalista, c’è uno chalet che “serve di gabinetto fotografico per diletto della Signora del luogo”. L’ultima conferma viene dal Corriere della Sera del maggio 1909: Caterina partecipò al Concorso fotografico nazionale e venne premiata per i paesaggi, “ottenuti in una tonalità verde che li avvolge come in un profumo di freschezza”, e per le immagini sportive (devo la segnalazione a Nadia Fusco). Era lei dunque la fotografa: ci troviamo davanti a una “donna fotoamatrice” che risultava un caso raro per l’epoca.
A questo punto il ritratto del cavalier Michele Cappelli, che domina un salone della villa di Meina, non è più un punto interrogativo e fa supporre che fosse il fornitore di fiducia dei materiali necessari; può essere che abbia procurato anche quanto serviva ai reportage di viaggio di Alessandro? Forse non era l’unico fornitore, ma certamente il principale.

Al figlio comunque sono attribuibili solo cinque degli album rintracciati, gli altri diciotto sono tutti riconducibili alla narrazione di Caterina. Non da sola però, si tratta infatti di un progetto culturale di più ampio respiro se si guarda con attenzione lo chalet grande che il giornalista descrive come
Museo vasto e ricchissimo grazie alla perizia del Senatore Faraggiana che vi dedica molte ore nel tempo della villeggiatura. Oltre agli animali un’apposita vetrina racchiude la mantellina di Ras Alula e alcune armi abissine donate al Senatore dal generale Baldissera; un’altra contiene armi e oggetti africani donati al Museo dall’esploratore Ugo Ferrandi.
Il Museo etnografico era dunque creazione di Raffaello, come confermerà il figlio nel 1949 al Corriere della sera. Si fa sempre più strada il dubbio che i viaggi fossero un modo per assecondare gli interessi del padre, a cui Alessandro era legatissimo, mentre i reportage fotografici si configurano come un compito assegnato dalla madre. Il dubbio di cui dicevo è rafforzato dal fatto che, dopo la morte di Raffaello, il figlio non organizzò più alcun viaggio e non esistono altre foto riconducibili a lui. L’abito da esploratore dunque era stato indossato per breve tempo e, forse, solo per accontentare il padre. Inoltre l’album sulla guerra di Libia, che sembrava quasi una prosecuzione dei percorsi africani, ha rivelato invece che tutte quelle immagini sono state scattate per Caterina e spedite a lei, che si impone come la figura dominante nell'itinerario di lettura delle immagini ritrovate.
La scoperta delle opere di un fotografo sconosciuto è sempre emozionante ma quando questi scatti sono il ritratto dell’intimità di una famiglia socialmente importante, che guarda anche fuori dalle proprie finestre, al valore del ritrovamento si aggiunge quello di testimonianza storica. Caterina era una "dilettante", ma il termine, che oggi può essere inteso in senso diminutivo, aveva allora un significato diverso: non implicava tanto improvvisazione quanto una naturale inclinazione. Molti personaggi illustri furono dilettanti fotografi: Francesco Chigi, i fratelli Primoli, Anna Maria Borghese, Giovanni Verga, Luigi Capuana… la fotografia era una delle passioni borghesi più travolgenti di fine secolo, l’altra era la bicicletta, novità che non mancava ai bambini Faraggiana.
La documentazione per immagini lasciata da Caterina copre all’incirca tre decenni, dal 1885 al 1920, e ci fa entrare nella spazialità interna ed esterna del suo ambiente, mostrando la vita privata nei suoi momenti importanti e raccontabili. L’occhio selettivo della fotografa racconta se stessa e la famiglia mediante scatti tutt’altro che casuali o improvvisati: una cronaca familiare che si svolge sempre in una ristretta cerchia di persone ma, se spostiamo l’attenzione sui paesaggi, notiamo il desiderio di abbinare dettagli artistici con elementi naturali. Molti scatti poi si avvicinano al reportage giornalistico, come le foto alla stazione di Novara nel 1905, quando il re e la regina vennero a inaugurare il monumento a Umberto I. Non si può fare a meno di ricordare che anche Vittorio Emanuele III ed Elena erano appassionati di fotografia; dunque, non era fuori luogo che Caterina fosse dietro il cavalletto per fissare la memoria dell’avvenimento.
Eredità, lasciti, traslochi e vendite hanno sparpagliato gli album contenenti il patrimonio di immagini Faraggiana e non è possibile sapere, a oggi, dove siano finiti i materiali sicuramente presenti nel gabinetto fotografico nel 1940, ovvero alla morte di Caterina che, dal 1911 quando era rimasta vedova, aveva sempre abitato nella villa di Meina, mentre il palazzo di Novara veniva venduto al Comune.

La fotografia, etimologicamente nata come “scrittura di luce”, agisce giocando con le ombre, scava dentro le anime, i sentimenti, i volti, i corpi e gli oggetti dei protagonisti ma nessuno scatto può essere avulso dal contesto storico, dunque per leggere gli album Faraggiana fino a oggi rintracciati è necessario metterli in diretto rapporto con la ricostruzione del personaggio di Caterina, tanto appassionata da scegliere personalmente cosa inviare ai giornali e da collocare, nella sala gialla del palazzo “dove si riuniva la famiglia di sera”, le foto accanto ai dipinti.
Nei primi anni del Novecento non ci sono più problemi di abilità manuale nella preparazione del materiale sensibile. L’industria fornisce materiale di buona qualità ma resta molto costoso e questo restringe il campo agli aristocratici e ai ricchi borghesi. Caterina è certamente tra loro e, grazie a Cappelli e alla progressiva semplificazione delle procedure, doveva essere in grado di compiere autonomamente nel laboratorio di Meina i procedimenti di sviluppo e stampa in cui si nota a volte poca attenzione alla correttezza degli esiti, una testimonianza che, come nel caso di altri illustri dilettanti, la colloca al limite della pratica amatoriale ma in grado di servirsi dello strumento e con una sapiente scelta del punto di vista.
Se si esamina nel suo complesso il corpus fotografico costituito dagli album sopravvissuti, l’attenzione oscilla tra l’eco di mondi lontani, portata dal figlio viaggiatore, e il "qui e ora" ritratto dalla madre. Le immagini realizzate da Alessandro evidenziano infatti il ruolo della fotografia nei percorsi e negli sguardi dedicati dall’Occidente alle culture "altre" per cogliere analogie e differenze tra la nostra e la loro condizione umana. Nella sua dimensione "locale", Caterina fissa storie di famiglia, persone incontrate per strada, il lavoro minorile, i commerci, i mezzi di trasporto, le abitazioni ritratte all’interno e all’esterno, i mobili, i dipinti, la patinoire.
Si direbbe che Caterina abbia seguito un canovaccio narrativo, ma quegli scatti hanno certamente "colto l’attimo" dopo lunghe sedute di posa e preparazione; d’altronde chi si mette in posa racconta sempre qualcosa di sé, i ritratti contengono dunque una commedia umana da osservare con attenzione e sono moltissimi negli album Faraggiana. Le donne sono elegantissime, gli uomini quasi sempre in uniforme. Nessuno di questi scatti è prodotto dal caso, ognuno è esplicitamente posato e dunque volutamente artificiale: le signore hanno indosso abiti che proclamano il loro status sociale, mentre le divise che offrono i volti maschili raccontano il potere della guerra. Le foto ritrovate si muovono tra i fantasmi dell’Ottocento e l’affacciarsi dei consumi di massa del Novecento; il mondo sul crinale dei due secoli è avido di conoscersi e descriversi, la fotografia si fa strumento formidabile per rispondere a tale bisogno. Elisabetta d’Austria e Vittoria d’Inghilterra sono le collezioniste di ritratti più famose del tempo e gli album Faraggiana dominati dai volti si fanno quasi continuazione delle antiche gallerie signorili scandite dagli antenati; non riusciamo sempre a legare un nome a quei volti, possiamo però aggiungere un segmento di vita nel ricordo.

La conservazione delle foto di famiglia entra nella volontà di affermare che siamo parte di un cammino e il mondo dei Faraggiana arriva a noi attraverso la narrazione costruita da Caterina. L’apparente naturalità di ogni scatto sottintende una relazione tra chi è fotografato e chi fotografa, nel cogliere e raccontare l’umanità per quello che è: i bambini a Castellazzo, alcuni scolari ai Salesiani, i piccoli fumisti. Nessuno di loro è un personaggio, sono persone con cui si è relazionata in quel momento e scorrono davanti ai nostri occhi pezzi di vita: borghese, contadina, persone di servizio, il ciabattino per strada. Volti di invisibili sui quali l’immagine offre l’avvio per una narrazione. La fotografia serve a testimoniare il proprio tempo, a non dimenticare, a non smettere di osservare; i bambini dei quartieri poveri e le signore eleganti hanno il medesimo sguardo diretto che evoca mille racconti. Si tratta dunque di una fotografa non per semplice diletto, ma mossa dal gusto di tenere il diario del vivere.
Grazie alla ricomposizione di frammenti sparsi, è riaffiorato il profilo di una donna colta e sensibile che si intreccia con la storia del tempo. L’atto del fotografare non è solo ricerca dell’inquadratura perfetta, ma dice il bisogno di comunicare, ogni autore infatti offre al pubblico il proprio modo di guardare il mondo e davanti ai numerosi ritratti è impossibile non pensare alle parole del fotografo Efrem Raimondi: “Il ritrattista fotografa sempre e solo se stesso”. Cosa avrà scoperto di sé Caterina dopo aver dedicato tanto tempo a guardare gli altri?

Tradurre in parole la vita segreta delle immagini è oggettivamente complicato, impossibile però sottrarsi al dubbio che, per la signora Faraggiana, la passione fotografica fosse anche un modo per raccontarsi e quindi costruire l’immagine di sé con la quale voleva essere ricordata. Caterina Ferrandi era stata la più bella e la più ricca ragazza di Novara ma segnata da un peccato originale irrimediabile: era figlia illegittima, tutta la città lo sapeva ed è lecito qualche dubbio sulla tolleranza dei novaresi dell’Ottocento relativamente alle questioni di nascita. Sua madre Fanny Wuille, proveniente da Losanna, era stata sposata dal ricchissimo avvocato Domenico Ferrandi solo quando la bambina aveva quasi due anni e non la si poteva più nascondere a Morghengo, il paesello della campagna novarese dove i Ferrandi avevano estese proprietà. I percorsi emancipativi che definiscono l’Ottocento femminile sembrano concretizzarsi per Caterina, già signora Faraggiana, nel superare la lettera scarlatta impressa dalla originaria condizione materna.
Acquista così un significato diverso la richiesta di Alessandro Faraggiana agli esecutori testamentari affinché distruggessero le carte private: è inutile spingersi a cercare oltre quanto viene raccontato dai lasciti e dalle donazioni alla città. Eppure riguardare gli album in sequenza concretizza sempre di più la lettura che Caterina stesse rappresentando se stessa, il volto in cui si riconosceva: non più la figlia della cameriera e del ricco avvocato ma una donna colta, interessata alle novità, capace di narrare. In un certo senso sta preparando per noi il proprio albero genealogico, da conservare e tramandare dopo averlo costruito quasi giorno per giorno. Allora ci si chiede se sia lecito cercare negli archivi i documenti mancanti, atti di nascita e di matrimonio ad esempio. Credo di sì, come è lecito sapere che Manzoni era figlio illegittimo, che aveva crisi di panico e in pubblico balbettava, che Quasimodo non sapeva una parola di greco, che la madre di Leonardo era una schiava.

Osservate una per una, come faccio da tempo, ciascuna di queste immagini riflette e racconta un momento preciso, ognuna è un passo nella stesura di un’autobiografia ideale, nella quale Caterina vuole essere ricordata. E quando il museo, donato dalla madre al Comune, venne trasferito a Novara, Alessandro presentò solo i suoi album di viaggio, tenendo per sé gli altri realizzati dalla madre. Si direbbe quasi che anch’egli volesse costruire una memoria di sé accreditandosi come esploratore, ciò che forse non era mai stato. Non solo Caterina dunque ha usato la fotografia per costruire l’autoritratto in cui essere riconosciuta.
// Le immagini provengono dal Fondo Fotografico Faraggiana, Comune di Novara. Voglio ringraziare: Igor Festari, Naturalista, UOS Musei, Settore Smart City e Attrattività Culturale della Città e Sara Gavinelli, Fondazione Faraggiana. //
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