


contribuire alla storia dell’Egitto e all'incremento del materiale archeologico del Museo Egizio.
(lettera di Ernesto Schiaparelli al ministro della Pubblica Istruzione, 29 aprile 1902)

Schiaparelli si impegna in prima persona per curare ogni aspetto della spedizione. È lui a procurare permessi e autorizzazioni dal Service de Conservation des Antiquités de l’Égypte (il cui direttore è il suo vecchio insegnante, Gaston Maspero), è lui a convincere Vittorio Emanuele III a finanziare il progetto, lui a selezionare i collaboratori. La corona sabauda concede 15.000 lire (circa 70.000 euro al cambio attuale) di finanziamento l’anno, per quattro anni, ai quali si sommano altre 5.000 lire (22.000 euro) l’anno dal ministero della Pubblica Istruzione. Schiaparelli intende lavorare con una squadra che deve sempre comprendere un fotografo, un disegnatore e un restauratore. Fra questi collaboratori possiamo ricordare il comasco Francesco Ballerini, che muore giovanissimo nel 1910, a soli 33 anni, e viene rimpiazzato dal pinerolese Virginio Rosa. Saranno questi brillanti giovani ricercatori a creare un corpo di annotazioni, foto e schizzi che è esso stesso un tesoro. Messa insieme la squadra, ed assicurati i fondi, la M.A.I. può mettersi al lavoro.

La scoperta di Schiaparelli ha una grande risonanza non solo nel mondo dell’archeologia, ma anche a livello popolare. Da quando nel 1813 l’archeologo svizzero Jean Louis Burckhardt ha riscoperto il complesso dei templi di Abu Simbel, Nefertari è oggetto di grandi speculazioni e sogni romantici. È infatti estremamente insolito che un tempio venga dedicato ad una regina, e ad Abu Simbel Nefertari viene infatti raffigurata nel Grande Tempio come una maga, al fianco di Ramsete II, intenta a infondere la propria energia nel sovrano, mentre il Piccolo Tempio è interamente dedicato alla regina. Un’iscrizione ci rivela che Ramsete lo ha fatto costruire
come opera eterna, per la grande sposa reale Nefertari, l'amata da Mut, per tutto iI tempo a venire, Nefertari, attraverso il cui splendore brilla il Sole.

Quando nel 1904 Ernesto Schiaparelli entra per la prima volta nella tomba di Nefertari, "la Signora del Fascino" è da quasi un secolo entrata nell'immaginario popolare come simbolo di tutto ciò che c’è di misterioso ed esotico nell’Antico Egitto. Nefertari e la sua rappresentazione ad Abu Simbel sono stati al centro dell’esplosione di interesse per la magia egiziana nell’Ottocento, un interesse che verrà rivitalizzato dalla scoperta della tomba della regina. L’amore di Ramsete II per Nefertari e l’importanza della Regina nella corte egizia si riflettono nella sua tomba, che viene tutt'ora definita “la Cappella Sistina dell’Antico Egitto”. Se è vero infatti che la tomba QV66 è stata saccheggiata, le pitture sulle pareti rimangono intatte e costituiscono una testimonianza inestimabile della vita quotidiana a corte e una delle migliori rappresentazioni del viaggio che, secondo la religione egizia, l’anima della Regina avrebbe intrapreso verso l’aldilà.
La tomba di Nefertari è diversa rispetto alle tombe di altre regine, che hanno una struttura più semplice e una sola camera funeraria, e richiama invece le sepolture faraoniche della Valle dei Re. Gli scavatori agli ordini del faraone estrassero tonnellate di roccia scendendo fino a una profondità di 812 metri, per creare questa strutture, e i pittori affrescarono una superficie di circa 520 metri quadrati. Sulle pareti della seconda scala discendente, la decorazione è anche a rilievo. I dipinti costituiscono l’apice della qualità nell’arte funeraria egizia, mostrando uno straordinario livello di dettaglio e una paletta di colori molto ampia (verde, blu egiziano, rosso, ocra gialla, bianco e nero).
Gli artisti dell'Antico Egitto hanno raffigurato con dovizia di dettagli il cammino iniziatico della grande Sposa Reale verso il mondo dei morti facendo degli affreschi della tomba QV66 quasi una rappresentazione documentaristica delle pratiche e delle convinzioni religiose nell'Antico Egitto: Nefertari gioca a senet (un gioco di scacchiera, simile al backgammon) con un'entità invisibile, entra nel mondo sotterraneo dove incontra molte divinità tra le quali Osiride (il dio dei morti) e Iside e infine trionfa e si tramuta in Osiride, raggiungendo in questo modo la pace e la vita eterna.

La tomba scoperta da Schiaparelli porta con sé anche un piccolo mistero: è infatti l’unica, nella Valle delle Regine, a non essere stata vandalizzata e deturpata. Questo porta gli studiosi a domandarsi se il corredo e la salma non siano stati trasferiti in un luogo più sicuro e non depredati, un’ipotesi romantica, che viene tuttavia disattesa dai fatti. Dalla tomba abbandonata di Nefertari Schiaparelli recupera un sarcofago spaccato, 34 ushabti (statuette funerarie), un frammento di bracciale d’oro, amuleti, cofanetti di legno dipinti, un paio di sandali in fibra intrecciata e, per finire, un reperto piuttosto macabro: un paio di gambe, tutto ciò che resta di un corpo mummificato. Un segno piuttosto chiaro che la tomba è stata visitata da saccheggiatori e non da sacerdoti devoti impegnati in un trasloco. Trasferiti al Museo Egizio di Torino, i macabri resti mummificati vengono informalmente battezzati “le ginocchia di Nefertari”. Solo nel 2014 uno studio confermerà che lo sono davvero: si tratta delle gambe di una donna alta un metro e 65, come Nefertari, morta a circa 40 anni di età.
Gli italiani torneranno a occuparsi della Tomba di Nefertari nel 1987, quando le autorità egiziane approveranno il progetto di restauro della struttura, affidandola al Getty Conservation Institute, che a sua volta incaricherà del lavoro un team italiano che farà capo all’Istituto Italiano del Restauro. Lo stesso Schiaparelli aveva osservato come il processo di deterioramento fosse in atto da tempi antichi, e il progressivo degrado dei dipinti ha subito un’accelerazione drammatica dopo l’apertura della tomba da parte dell’archeologo italiano.
Si rende perciò necessario correre ai ripari. Il lavoro di consolidamento degli affreschi porterà alla scoperta di un aspetto finora trascurato della tomba: i segni lasciati dalle squadre di artigiani che crearono le camere funerarie e le affrescarono. Nuove tecnologie e un paziente lavoro rivelano i segni lasciati sulla roccia dai capimastri per indicare agli scavatori fino a dove spingersi, e le tracce delle cordicelle intrise di colore con le quali i pittori tracciavano delle linee di riferimento per eseguire i propri disegni; schizzi di colore permettono di scoprire che i soffitti vennero dipinti dopo che gli affreschi delle pareti erano stati completati (probabilmente per sfruttare al meglio le luci delle lampade). Un patrimonio diversissimo per natura ma paragonabile per importanza ai sarcofagi e alle statue ritrovate da Schiaparelli.
Ma gli anni Ottanta sono ancora lontani quando nel 1906, continuando i lavori della Missione Italiana in Egitto, Schiaparelli scopre, nella necropoli di Deir el-Medina, la tomba di Kha, architetto reale, e di sua moglie Merit. Questa volta gli archeologi arrivano prima dei saccheggiatori – la tomba di Kha è intatta e ancora sigillata e il suo ricco corredo funebre diventerà uno dei molti tesori esposti al Museo Egizio di Torino.


Per motivi che paiono inspiegabili, Schiaparelli deve affrontare una feroce campagna denigratoria per il suo coinvolgimento in questa iniziativa. L’archeologo non si lascia intimidire, e anzi prosegue nella sua attività. Nel 1900, Schiaparelli è fra i promotori dell’Opera Bonomelli, “opera di assistenza degli operai emigranti in Europa e nel Levante”, intitolata al vescovo di Cremona, monsignor Geremia Bonomelli, e l’analoga Federazione dell’Italica gens; fondata nel 1908 come emanazione dell’ASMI, Italica Gens si dedica alla tutela dei lavoratori italiani oltre-oceano.
Con lo scoppio della Grande Guerra, il personale laico e religioso dell’ASMI viene rimpatriato, ma l’associazione riprende le sue attività alla fine del conflitto. A distanza di oltre cento anni, l’ANSMI è ancora operativa con una ventina di installazioni assistenziali. Per permettere a Schiaparelli di seguire sia il suo lavoro come direttore del Museo Egizio di Torino che le sue opere benefiche, ASMI e Italica Gens trasferiscono i propri uffici proprio all’interno del Museo, in via Accademia delle Scienze.
Di ritorno dalla sua ultima campagna egiziana, nel 1920 Schiaparelli affitta tutta la proprietà del vecchio castello di Occhieppo, sua città natale, e la concede gratuitamente alla parrocchia. Cinque anni dopo, la parrocchia di Occhieppo acquisisce i pieni diritti sulla proprietà dell'immobile.

è di una cortesia rara e squisita, e di una chiarezza assoluta; padrone del suo campo come pochi. Non c’è ombra di pedanteria nelle sue parole, piene di amabilità mondana. Il modo con cui usa e sottolinea certi aggettivi: "curiosissimo, interessantissimo", dimostra il compiacimento del dotto, e il piacere di potervi presentare mille oggetti preziosi, che non trovereste altrove. Il prof. Schiaparelli è veramente l’anima del "suo" Museo. ("Nella polvere dei secoli: le nuove sale del Museo egiziano", in "La Stampa", 17 ottobre 1924)
Greco C., Schiaparelli Ernesto in Dizionario Biografico degli Italiani, 91, 2018.
Guida U., Le associazioni e opere cristiane in Italia per l'assistenza degli emigranti, in Rivista Internazionale di Scienze Sociali e Discipline Ausiliarie, vol. 97, fasc. 369, settembre 1923, pp. 34-47.
Parlamento E., Ernesto Schiaparelli: insigne uomo di scienza e di fede dalle origini occhieppesi, Comune di Occhieppo Inferiore, 2007.
Schiaparelli E., Relazione sui lavori della Missione archeologica italiana in Egitto (anni 1903-1920), Torino, Regio Museo di Antichità, 1924-1927?.
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