Alba e Asti, due città di origine romana, avevano da sempre vantato un ruolo primario nella rete degli scambi culturali e commerciali. Nel Medioevo i due centri rafforzarono questa loro vocazione, ma in questi processi fu la città astigiana a prevalere. In particolare, quegli stessi signori che edificarono le torri ammirabili ancora oggi nel suo centro storico divennero banchieri attivi, e anche temuti, in tutta Europa. Alba, invece, dovette sempre fare i conti con la potenza della vicina e attuare un’attenta politica diplomatica con i marchesati e i regni vicini. Nella più tarda età moderna e contemporanea, e soprattutto nel corso del Novecento, la situazione cambiò diametralmente. In questa ennesima storia italiana di rivalità, due sono le date spartiacque: il 1275 e il 1986.

Una remota rivalità può essere ravvisata quando, nel 589, il re longobardo Autari nominò duca di Asti il fratello di sua moglie, Teodolinda, il principe bavaro Gundoaldo; l’anno seguente, rimasta vedova di Autari, Teodolinda sposò e fece re il duca di Torino, Agilulfo; un altro duca di Torino, Arioaldo, divenne re nel 626; nel 653 la corona passò al figlio del duca Gundoaldo di Asti, Ariperto. Da ciò si desume che i Longobardi diedero una certa centralità ad Asti, e non ad Alba. In età carolingia, invece, Alba e Asti furono ugualmente sedi di comitati.
Successivamente, nel 1140, Asti, che era diventata la più popolosa e intraprendente tra le città piemontesi, ottenne dall’imperatore Corrado III il diritto di battere moneta. La produzione in loco di quella che nella congiuntura economica dell’epoca era una merce al tempo stesso richiestissima e insufficiente si rivela un affare vantaggioso: non soltanto il denaro astese cominciò a circolare in tutto il Nordovest, in concorrenza coi denari pavesi e segusini, ma gli uomini d’affari di Asti iniziarono a prestarlo a largo raggio.
Nonostante lo strapotere economico della vicina, Alba non aveva rinunciato alle proprie mire espansionistiche e ciò portò al primo grande scontro tra le due, nel 1192. Da una parte, Alba si era alleata con il marchese del Monferrato, quello di Saluzzo e di Biandrate; dall’altra, Asti con Alessandria, i vescovi di Torino e di Alba e con Manfredo di Busca. Nel 1193 Asti sconfisse nettamente Alba e nell’accordo di pace furono tracciate le linee di influenze delle due città, realizzando alcuni scambi di cittadinanza per rafforzare i legami tra i due comuni. La conseguenza maggiore della guerra fu però la nomina del primo podestà di Alba, l’astigiano Rolando Balbo. Imposto ovviamente da Asti, aveva il compito di controllare la città. Tuttavia, egli governò bene e, soprattutto, riuscì a migliorare il controllo albese sul territorio circostante attraverso una serie di giuramenti che egli fu in grado di ottenere dai signori locali.

Fu però il Duecento il secolo in cui si acuì la rivalità tra Alba e Asti. Infatti, al tramonto del secolo precedente, Asti aveva intessuto un sistema di alleanze che comprendeva Alessandria, Chieri, Testona e i signori di Sarmatorio, di Savigliano, di Pollenzo e di Saluzzo: in tal modo, Alba si sentiva accerchiata. Tuttavia, quest’ultima, grazie ad una attenta politica che l’aveva portata a ingrandire il proprio territorio, assunse un ruolo notevole nel Piemonte meridionale e ottenne l’appoggio di un rappresentante di spicco del fronte filoimperiale, ossia Tommaso di Annone. Egli riuscì a rafforzare le aree più vicine alla città e a ridefinire in senso più vantaggioso per Alba i rapporti con Asti, ridimensionando così la sua espansione attraverso l’individuazione chiara di determinate di zone d’influenza. A conferma di ciò, alla sua morte e alla contemporanea crisi del fronte filoimperiale, si ebbe una decisa crescita dell’azione territoriale di Asti, con una nuova espansione territoriale.
Tra il 1223 e il 1224, i comuni di Asti e Alba tentarono di mettere in piedi un vero e proprio esempio di ingegneria istituzionale, denominato coniunctio et unitas. Attraverso tale sperimentazione politica, si intendeva attuare una forte compenetrazione istituzionale, un’alleanza militare, accordi commerciali e la definizione delle zone di influenza tra Alba e Asti. Vi si lavorò sin dal marzo del 1223, ma questi lavori altro non furono se non il tentativo mascherato di Asti di estendere il proprio potere verso Alba e l’area langarola, poiché le truppe astigiane erano già in difficoltà nel settore orientale del Piemonte, con le sconfitte di Quattordio e di Calamandrana inflitte loro dagli alessandrini, appoggiati dai genovesi.
Tuttavia, gli attriti ripresero dopo la battaglia di Cortenuova del 1237. Dopo la sua vittoria, l’imperatore Federico II ridefinì la Lombardia superiore conferendo ad Asti un fondamentale ruolo di snodo, accendendo però le frizioni con Alba nel settore compreso tra Bra, legata ad Asti, e la villanova di Cherasco, edificata dagli albesi per rinforzare la propria presenza nell’area.

In seguito alla sconfitta di colui che era stato chiamato lo stupor mundi, la dinastia successiva, quella francese degli Angioini, conferì molto potere ad Alba, aprendo ulteriormente quelle vie commerciali verso la Francia meridionale che da sempre costituivano le fortune degli Albesi. Ma anche degli Astigiani. In più, proprio il ruolo centrale che il potente re Carlo d’Angiò aveva dato alla città aveva consentito l’insediamento in città del vicario, una figura di riferimento che andava ben oltre le mura cittadine di origine romana. Ma Genova aveva ormai voltato le spalle agli Angiò. E da lì a poco anche le altre città del Piemonte meridionale li avrebbero abbandonati, tra cui Alessandria, che si sentiva minacciata dall’alleanza tra Pavia, Genova, Chieri, Novara, Vercelli e i Marchesi del Monferrato e Asti. Quest’ultima non aveva mai tra l’altro ben digerito l’importanza attribuita dagli Angiò ad Alba. In definitiva, Alba si trovava ormai nel bel mezzo di una trappola diplomatica che la sua acerrima nemica, Asti, non tardò a far scattare.
I soldati astigiani, dopo una cocente sconfitta impartitale dagli Angioini presso Cossano, infatti, nell’estate del 1274 si erano impadroniti di Neive. Il contado di Alba venne poi saccheggiato nel 1275 e, senza che il vicario angioino osasse reagire, venne corso il palio di Asti sotto le mura delle città. Probabilmente, in questa occasione fu anche catturato il figlio del vicario che, dopo pochi giorni, sarebbe stato riscattato. Lo scontro decisivo si sarebbe tenuto a Roccavione nel novembre del 1275 e, in quell’occasione, gli Angioini furono definitivamente sconfitti. E Alba vide il proprio ruolo ridimensionato, proprio al cospetto di Asti che, nel frattempo, con il Palio, si era anche tolta lo sfizio di sbeffeggiarla.
Gli Astesi vennero ad Alba […] e vicino alle loro porte il Palio di Asti fu corso come era solito accadere in Asti nella festa del beato Secondo e questo avvenne nella festa del beato Lorenzo. Anno del Signore 1275.
Le clausole di pace siglate successivamente sancirono la superiorità di Asti su Alba, con l’assoluto divieto per la seconda di erigere o restaurare delle fortificazioni sul territorio extraurbano e con la messa al bando dei Graffagnini, ossia i membri di alcune illustri famiglie albesi che avevano sostenuto gli Angioini, ormai relegati nel Piemonte sudoccidentale. Nel frattempo, nel corso del XIII secolo, Asti, rispetto alla rivale, affiancò alla propria tradizione mercantile una nuova vocazione creditizia che rese gli agenti astigiani, noti in tutta Europa come Lombardi, elementi di primaria importanza nell’economia europea fino al XVII secolo: divennero infatti i banchieri di re e papi, di ricche città e di brillanti imprenditori.

A fine Duecento, si era arrivati quindi all’apice della rivalità tra le due città: entrambe avevano infatti una vocazione commerciale, contendendosi quindi gli stessi mercati. In più, anche i prodotti commerciati erano simili poiché erano prevalentemente tessuti. Erano quindi gli aspetti comuni a rendere nemiche queste città: a quelli economici se ne aggiunse uno istituzionale, ossia un ceto dirigente comunale che non proveniva dalla rete di potere vescovile, ma dal mondo mercantile e borghese. Infatti, il gioco politico a cui presero parte questi vescovi fu un gioco che conferiva una minore centralità alle signorie ecclesiastiche, spesso fonti di problemi con le autorità statali o comunali.
Le persone protagoniste di tali vicende non avrebbero potuto immaginare che la rivalità tra Alba e Asti si sarebbe perpetuata fino all’Ottocento e al Novecento e oltre, con il 1986, lo scandalo del metanolo, come data spartiacque.
Nel XIX secolo, infatti, come ricorda lo storico astigiano Stefano Incisa, dopo la battaglia di Marengo, la Francia aveva stabilito che Asti sarebbe diventata capoluogo del Dipartimento del Tanaro: ad Alba, invece, non fu dato alcun ruolo, probabilmente a causa dei fermenti repubblicani che l’avevano vista protagonista tra il 26 e il 28 aprile 1796. Tale esperienza finì anzitempo a causa della firma dell’armistizio di Cherasco.
Come anticipato in precedenza, la rivalità tra Alba e Asti ha però anche un sapore novecentesco e, del XX secolo, parleremo col dottor Sergio Miravalle, fondatore e direttore della rivista Astigiani. Storia e Storie di Monferrato, Langa e Roero, nata su sua iniziativa proprio nel 2012.

Tralasciamo la storia del Palio di Asti che vuole corso già nel 1275 dagli Astesi attorno alle mura di Alba assediata. Un episodio che merita di essere ricordato risale al 1935 quando rinasce la provincia di Asti. Il fascismo voleva nuovi capoluoghi di provincia per controllare meglio i territori con i prefetti e le questure. In Piemonte erano in lizza tre città: Asti, Biella e Casale Monferrato.
A Biella c’era una forte presenza operaia legata alle industrie tessile e da Roma decisero che era meglio tenerla sotto l’agraria Vercelli. Restò da scegliere tra Asti e Casale. Il podestà astigiano Vincenzo Buronzo, un moncalvese colto e arguto, aveva già dal 1929 fatto riprendere la corsa del Palio per dare lustro alla città e convinse anche il maresciallo Badoglio, che era monferrino di Grazzano, a mettere una buona parola con Mussolini per far scegliere Asti. Più tardi Badoglio, dopo la conquista dell’Etiopia, ebbe in dono dagli astigiani anche una villa che ancora oggi porta il suo nome.
Torre Comentina, la seconda torre civile più alta di Asti ed è annessa a Palazzo Medici del Vascello (immagini tratte da visitasti.it).
Deciso il capoluogo bisognava dare ad Asti una sua provincia. Nel territorio avrebbero dovuto esserci anche Alba, le Langhe e il Roero. Però, quando i cuneesi lo vennero a sapere chiesero aiuto al re Vittorio Emanuele III, confidando nei profondi legami tra i Savoia e la Provincia Granda, basti pensare alle tenute di Pollenzo, Valdieri e Racconigi. Il re accolse l’istanza e fece sapere a Mussolini che “la Granda non si tocca”. Asti ebbe così un territorio provinciale sghembo dalle colline del Torinese di Castelnuovo don Bosco alle Langhe che toccano la Liguria di Roccaverano, che la propaganda disse a forma di grappolo d’uva. E Alba? È rimasta in Provincia di Cuneo e solo negli anni Ottanta del Novecento si è tornati a discutere di Provincia albese staccata da Cuneo e personalmente avrei visto bene una sola provincia di Asti e Alba con doppio capoluogo di pari dignità tipo Massa-Carrara o Pesaro e Urbino.
Chiesa di San Domenico ad Alba.
Oltre ad avere una forte vocazione commerciale che la città aveva sin dal Medioevo quando il Comune astese era tra i più potenti del Nord Italia, Asti entra negli anni Trenta in un’orbita industriale, legato al settore automobilistico torinese, a differenza di Alba. Tale sviluppo logistico è favorito anche dalla linea ferroviaria Torino-Genova che toccava, tra le due città, solamente Asti. Qui sorgeva agli inizi del Novecento anche la Vetreria, che forniva bottiglie al comparto vinicolo e, appena dopo la Seconda guerra mondiale, nasce anche la Saclà sottaceti. Il comparto metalmeccanico fornisce alla Fiat ammortizzatori, fari, fanali, freni ecc. In definitiva, fino al secondo conflitto mondiale, le due città hanno un peso economico estremamente diverso perché ad Alba lo sviluppo industriale con Ferrero, Miroglio, Mondorubber, non aveva ancora attecchito.
Ci volle del tempo e ci sono documenti che lo dimostrano. In una mappa del Piemonte edita dal Touring Club Italiano pubblicata nel 1960, in vista della celebrazione del centenario dell’unità d’Italia le città indicate con un quadrato verde erano quelle che meritavano un soggiorno; quelle sottolineate in verde almeno una sosta; le altre invece sono indicate in nero e non interessanti turisticamente. Nella prima categoria sono indicate solamente Torino e Stresa; tra quelle sottolineate in verde vi sono Asti, Vercelli e Pinerolo. Come si può notare, quindi, Alba nel 1960 è considerata una cittadina di scarso valore a livello turistico.
Ricordo che Asti fu sede di importanti esposizioni internazionali enologiche a fine dell’Ottocento mentre Alba ha avuto il merito e la fortuna di accogliere la scuola enologica. Asti dal 1932 è sede del consorzio di tutela dell’Asti spumante, dà nome ad un vino, anche se la zona di produzione è a sud da Strevi alla Valle Belbo con centro industriale a Canelli.
Lo sviluppo del settore spumanti ha visto spesso i produttori di uva moscato trasformati in conferitori delle industrie: il contadino produce l’uva e la vende agli industriali. Saranno poi loro ad occuparsi della vendita del vino. Parallelamente nascono le cantine sociali, spesso ispirate da parroci e da dirigenti cattolici altre di area socialista e comunista o del partito dei Contadini. Quasi ogni paese dell’Astigiano vuole avere la sua. Al contrario, nell’Albese, la piccola proprietà contadina non si aggrega e le cantine sociali, tranne rare eccezioni come le Terre del Barolo del maestro Arnaldo Rivera, non attecchiscono. Nell’Albese convivono alcuni grandi nomi del Barolo come Prunotto, Gaja, Fontanafredda con realtà vinicole più piccole che vendono le uve. Merito della Ferrero e di altre industrie è di non aver sradicato i contadini dalle loro cascine: sono diventati operai, ma hanno mantenuto le vigne con doppio lavoro e lavorando nei week end.
Negli Anni Settanta e Ottanta Alba è andata sviluppandosi grazie alle sue industrie, Asti si ritrova prima a crescere anche grazie alla forte immigrazione dal Sud e prima ancora dal Veneto, poi a vivere le ansie e le crisi della parobola industriale del comparto auto. Prima ha patito lo spopolamento delle campagne verso Torino, soprattutto nel Nord della Provincia dove le vigne erano meno redditizie e lo scandalo della grande cooperativa Asti Nord ha contribuito a far chiudere molte cantine.

Innanzitutto, è necessario ricordare che il metanolo portò ad un’azienda astigiana di Incisa Scapaccino e fece scoprire i collegamenti con personaggi come Giovanni Ciravegna, un commerciante senza scrupoli di Narzole il paese senza vigne, non lontano da Cherasco, dove molti trafficavano nel vino “aggiustandolo”. Un intreccio tra territori. Quello scandalo segnò anche una voglia di riscossa: i consumatori capiscono che un bottiglione di vino a mille lire non può essere d’uva. Movimenti con Arci Gola a cui Carlin Petrini mette le ali con Slow Food contribuiscono a far crescere una coscienza diversa tra i produttori e i consumatori.
Prendono avvio una serie di politiche, tra cui alcune varate dalla Regione Piemonte, con la rete delle enoteche e delle botteghe del vino che favoriscono lo sviluppo dell’enoturismo e in questo settore l’Albese dimostra di avere una marcia in più come era già successo con la promozione del tartufo grazie a personaggi come Giacomo Morra che riesce ad imporre il brand e il mito del tartufo bianco d’Alba al di là delle reali zone di raccolta del profumato fungo ipogeo. Nell’Astigiano la reazione è più lenta anche se non mancano idee come quelle di Giovanni Borello che fin dal 1967 aveva voluto la festa nazionale del vino chiamata Douja d’or e poi il grande Festival delle sagre di metà settembre.

Come già detto avendo un’industria meno basata rispetto ad Asti sulla filiera dell’auto, Alba non perde l’equilibrio. La città della Ferrero o di Renato Ratti che è stato anche un grande direttore del Consorzio dell’Asti o del farmacista De Giacomi riesce a farsi immaginare come la capitale di un luogo mitico, le Langhe sfruttando anche il fascino di scrittori come Pavese e Fenoglio e crescendo in glamour più del Monferrato e del Roero. Per quanto riguarda i rapporti tra le due città, tra fine anni Ottanta e anni Novanta, ricordo i duelli giornalistici tra Borello, presidente della Camera di Commercio di Asti, e Giacomo Oddero, presidente della Camera di Commercio di Cuneo, attorno al tartufo e altro. I due si ritrovano anche a discutere di bottiglie perché gli albesi avevano deciso di introdurre un particolare tipo, detto albeìsa. A tale iniziativa, gli astigiani reagiscono coniando la astesana, una bottiglia che avrebbe dovuto contraddistinguere il vino astigiano che, però, al contrario di quella creata dagli albesi non ha avuto seguito. Ciò nonostante i legami tra i due territori sono stretti e intensi e numorose aziende hanno vigne in entrambi.

Sì, ho la sensazione che da quegli anni gli astigiani invidino gli albesi su molti aspetti della vita cittadina – dai grandi eventi agli orari dei negozi. Spesso sento dire “come fanno ad Alba”.
Non credo che ad Alba la cosa sia reciproca.
Un po’ di sano campanilismo fa bene, se non si esagera come nel caso delle due candidature a Capitale italiana della cultura presentate separatamente in due anni diversi ed entrambe bocciate. Mi parrebbe logico e sensato che venisse ripresentata una sola candidatura Alba-Asti che metta insieme il meglio da Fenoglio a Paolo Conte.
Considero le differenze tra i due territori una ricchezza e non un limite. A conferma di ciò, nel 2018 avevo ideato il festival Dolce Valle. Anche se si è svolto per un solo anno a causa di alcuni errori di gestione, il progetto partiva dal presupposto che le colline che circondano Alba e Asti, unite dal Tanaro sono una terra dolce dove ogni paese ha i suoi dolci tipici. Se a tutto ciò aggiungiamo aziende come la Ferrero e la Sebaste, senza tralasciare i produttori della nocciola di Langa e del miele e le vigne del moscato, emerge un quadro estremamente ricco e variegato. L’obiettivo era mettere in luce questi aspetti: proprio perché dolci, questi territori possono diventare mete di un turismo dolce, non aggressivo mangia e fuggi.
Infine, dirigendo fin dalla nascita 12 anni fa la rivista trimestrale Astigiani, storia e storie di Monferrato, Langa e Roero, scopro ogni volta quanto siano legati questi territori. Nell’ultimo numero abbiamo ricordato i dieci anni del riconoscimento Unesco del nostro comune patrimonio vitivinicolo. Direi che Asti e Alba sono così diverse e così vicine da essere in ogni caso uniche.
Sergio Miravalle, giornalista, per decenni firma de La Stampa. È stato docente di comunicazione e immagine del vino alla facoltà di Agraria dell’Università di Torino. Da dodici anni ha creato e dirige la rivista di storia e storie Astigiani che promuove eventi gastronomici e culturali come il Bagna Cauda Day e il Carpionato del mondo.
Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.