La sconfitta dell’esercito piemontese a Novara nel marzo 1849 contro le forze di Radetzky fu un trauma non soltanto per il Regno di Sardegna, con l’abdicazione di Carlo Alberto, ma anche per i volontari accorsi a combattere da tutta Italia. L’idea di una nazione unita sembrava morta sul nascere.
Chi si era compromesso nei moti, partecipando ai governi democratici delle repubbliche di Venezia, Firenze, Roma, Napoli, si ritrovò senza patria. Si trattava di centinaia di persone inseguite dai mandati di cattura dei vecchi regnanti tornati al potere.
Torino divenne il rifugio privilegiato degli esuli: soltanto dal Sud, raggiunsero la capitale circa 850 patrioti, mentre altri 300 si stabilirono a Genova. La corte di Napoli protestò per l’asilo ai proscritti, ma Vittorio Emanuele II nel 1851 rispose seccamente all’ambasciatore borbonico: “Dite al re vostro signore, che io, come principe italiano, ho il debito di campare dalla prigione e dal patibolo que’ miseri, che non hanno altra colpa salvo quella de l’amare la patria”. Cominciava la retorica del Risorgimento.
Non tutti i torinesi però accolsero con calore i meridionali. C’era chi lamentava che via Po si fosse trasformata nella napoletana via Toledo, apprezzando poco o nulla quel miscuglio di lingue sconosciute. Alfieri e Gioberti, che si erano battuti per sprovincializzare il Piemonte, erano rimasti mosche bianche. Le resistenze e le incomprensioni erano forti sia nell’ambiente accademico, sia nell’aristocrazia più antica. La marchesa Costanza d’Azeglio già nel luglio 1848 aveva scritto: “Invece di far diventare italiani noi, gli italiani farebbero meglio a diventare piemontesi”. Più tardi, la contessa di Sambuy avrebbe lamentato: “L’Italia stia a casa sua. Noi, nel nostro piccolo Piemonte, stavamo così bene senza tutti quei fratelli d’un altro letto”.
Ciò non toglie che fra gli esuli ci fossero i migliori giuristi, economisti, critici letterari, giornalisti del Sud. A Torino, accanto alla stampa ufficiale fiorirono bollettini indipendenti che resero sempre più maturo il dibattito politico, mentre l’insegnamento universitario acquisì modernità.
L’avvocato napoletano Antonio Scialoja (1817–1877) era stato invitato da Carlo Alberto già nel 1846 a insegnare Economia politica a Torino. Prima di allora quella disciplina era giudicata bizzarra, se non rivoluzionaria. A ventinove anni Scialoja, con le sue pubblicazioni, aveva già fama internazionale e le sue lezioni a Torino raggiungevano il migliaio di uditori, compresi ufficiali, impiegati statali e magistrati.

Scialoja abitava in via Dora Grossa (oggi via Garibaldi). Affascinato da Torino, così scriveva in una lettera a Pasquale Stanislao Mancini il 25 maggio 1846: “La città è bella. Le strade sono meravigliose per chi giunge da Napoli: in qualunque punto ti trovi, hai sempre lì preparato il più breve cammino per giungere a un altro”. Proseguiva però lamentandosi del freddo primaverile: “Il conte Sclopis mi dà conforto e mi assicura che d’ordinario lo inverno si sta su 13 o 14 gradi al di sotto dello zero; e ciò a titolo di conforto, parlando ad un meridionale, che ignora cosa voglia dire di sotto allo zero”.
Nella primavera del 1848, abbagliato dal governo costituzionale napoletano, Scialoja tornò in patria, ma al tramonto della breve stagione democratica venne arrestato. Dopo tre anni di carcere, la pena fu commutata nell’esilio e Scialoja tornò a Torino con la famiglia. La sua cattedra nel frattempo era stata occupata, e lui dovette accontentarsi di un magro stipendio da consultore del catasto, oltre che di lezioni private di economia e diritto. Si sistemò in piazza Bodoni nella stessa casa di Giuseppe Pomba, il libraio e tipografo che nel 1854 avrebbe fondato l’UTET. Quando nel settembre 1859 Scialoja venne finalmente nominato segretario generale per le finanze, si trasferì nell’attuale via Cavour in vista del Po.
Il giurista napoletano sarebbe tornato in patria nel 1860 dopo la spedizione di Garibaldi, per diventare ministro del suo governo provvisorio.

Il siciliano Francesco Crispi (1818–1901) giunse a Torino nel settembre 1849 senza un soldo, costretto a campare con il sussidio degli esuli. Nel 1850 chiese una cattedra universitaria per insegnare Diritto, convinto che ciò gli fosse dovuto. La sua domanda non fu nemmeno presa in considerazione, per cui il professore iniziò a scrivere sui giornali mazziniani attaccando i Savoia, più per ripicca che per ottenerne guadagno. Fu una scelta di campo che lo portò a rischiare l’espulsione dal regno, senza che la sua condizione economica si sollevasse dalla miseria.

Nel 1852 Crispi incontrò don Bosco per strada. I due erano quasi coetanei. Vedendolo pallido e con le scarpe rotte, don Bosco lo invitò a pranzo nel suo oratorio e si prese cura di lui per un mese e mezzo: gli inviava il cibo tramite un amico, gli procurò del denaro e un paio di scarpe. Non sappiamo come don Bosco si sarebbe comportato se avesse letto il futuro dell’amico: violentemente anticlericale, maestro di corruzione una volta giunto ai potere, e per di più bigamo.
In quello stesso 1852 Crispi concorse al posto di segretario comunale a Verolengo. A dicembre coprì a piedi i trenta chilometri da Torino per consegnare la domanda nelle mani del sindaco. Nel curriculum descrisse se stesso con presunzione:
È singolare come un uomo, il quale ha sostenuto alti uffici e fu avvocato presso la Corte d’appello della più popolosa città d’Italia [Napoli], si presenti candidato a una segreteria comunale. Questo fatto è per se stesso un titolo di merito. La mia domanda indica come io voglia dedicare i miei studi e l’opera mia a beneficio del Comune da lei degnamente amministrato, e così lavorando e guadagnando onoratamente la vita.
Tre giorni più tardi gli venne comunicato che “tale nomina non cadde sul suo capo”, ma su quello di un certo Federigo Osasco di Bra.
Crispi condivise la sua bohème con Rosalia Montmasson, di Annecy, in una soffitta di via Vanchiglia 11. La sera la coppia ospitava Cesare Correnti, Giacinto Scelsi, Agostino Depretis, Giuseppe Revere; ciascuno contribuiva con la propria parte di cibo, mentre Crispi cucinava i maccheroni al sugo.
Il 6 febbraio 1853, a Milano, un gruppo male armato di mazziniani e socialisti attaccò alcune caserme austriache. La repressione fu immediata. Crispi, coinvolto nell’organizzazione, venne arrestato a Torino ed espulso. Fu condotto in catene a Genova e imbarcato per Malta. Era l’inizio di una saga di fughe, cospirazioni, rivolte, fino all’impresa garibaldina.
Dopo l’Unità Crispi sarebbe tornato a Torino con tutti gli onori. Avrebbe frequentato allora il caffè Romano all’imbocco della Galleria Subalpina, abbandonando il locale dei tempi difficili, il Progresso, sperduto fra i prati di via Vanchiglia (oggi non è più esistente). Il caffè Progresso era un tradizionale covo di carbonari che si ritrovavano nei due piani sotterranei. Si diceva che dai cunicoli si aprissero vie di fuga verso piazza Castello e i Murazzi. Il garibaldino Alessandro Dalmazzo, divenuto in seguito proprietario del locale, mostrò a lungo ai clienti la poltroncina rossa preferita da Crispi, suo compagno nella spedizione dei Mille.
L’antico caffè Romano, all’imbocco della Galleria Subalpina, era frequentato da parlamentari e ministri, e da Crispi in particolare. Oggi il bar, con il nome di Sfashion Cafè, fa parte dei locali di Chiambretti e si distingue per l’arredamento ricco di ironia, a cominciare dal triplice ritratto della famiglia reale di fine Ottocento: Vittorio Emanuele III, con la sua bassa statura, scompare fra il padre Umberto I e la regina Margherita di Savoia.
Accanto ai galantuomini, tra gli esuli si infilarono trafficoni e avventurieri, come Pietro Romano, sarto di Napoli che si fece passare per ufficiale di artiglieria, ottenendo il sussidio relativo.
Un altro sarto napoletano in miseria, un certo Ciccone, mise in palio in una lotteria due quadri che aveva portato con sé e che riteneva di valore. Scoraggiato dal disinteresse dei torinesi, bussò allo studio di Cavour. Questi ebbe pietà di lui e gli chiese l’ammontare della riffa: novanta numeri a tre lire l’uno, per un totale di 270 lire. Cavour estrasse dal portafoglio la somma completa e comprò tutti i biglietti. Ciccone, riconoscente, cedette i quadri al conte, ma Cavour li respinse. Alle insistenze del sarto, Cavour confessò: “Amico mio, io non amo i quadri, non me ne faccio niente. Ne vede uno solo appeso alle mie pareti? Ahimè, io sono poco artista e poco conoscitore”.
Cavour aveva altro da fare.
Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.