Mi stampai nella testa i campanili e le torri e lo spesso delle case, e poi il ponte e il fiume, la più gran acqua che io abbia mai vista.
Queste sono le parole che Beppe Fenoglio attribuisce al protagonista della Malora, Agostino, nel momento in cui egli ammira per la prima volta, davanti a lui, la capitale delle Langhe. Il breve romanzo è ambientato durante il Ventennio, ma l’immagine che cattura l’attenzione del povero servo langhetto trova una curiosa corrispondenza con quella evocata, secoli prima, da un uomo ben diverso. Mi riferisco al comandante capo della section topografique dell’armée d’Italie napoleonica che, nel 1796, occupa la città di Alba. La sua relazione recita così:
On trouve des fragments d’habitations d’époques très differentes; un nombre considérable de tours donnent à ce massif de bâtiments un aspect assez particulier, que fera toujours reconnaître Alba au milieu d’elles des portrait de plusieurs autres villes.
È evidente quanto il generale francese, Joseph François Marie de Martinel, sia stato colpito dalla vista del profilo della città, con quelle torri che, a suo parere, avrebbero reso per sempre riconoscibile il centro di Alba.

Ancora oggi le torri medievali di Alba continuano a connotare in maniera indelebile il paesaggio urbano cittadino e, nel corso del tempo, molto si è raccontato a proposito delle loro funzioni o del loro numero originario. A volte a sproposito.
Ricordo molto bene come, anni fa, quando mi accingevo allo studio della storia della città, di essermi imbattuto in materiali ormai datati, spesso di carattere turistico, in cui si ricordava come Alba, nel suo glorioso Medioevo, avesse annoverato ben cento torri: “la città delle 100 torri”. Questo è stato il soprannome della città, fino a quando lo sviluppo dell’enogastronomia locale ha spinto visitatori e visitatrici ad accostarla al vino e al tartufo e non alle sue vette architettoniche.
Ad Alba, cento torri non sono mai esistite.
La città, fondata dai Romani nel I secolo a.C., era sopravvissuta a stento a quei cinquecento anni di epidemie e invasioni che corrispondono all’Alto Medioevo. Nonostante tutto ciò, la presenza della diocesi e delle mura di origine romana le avevano consentito di sopravvivere. A partire dal X secolo, grazie anche a fattori climatici, Alba sarebbe risorta, con la graduale costruzione di torri, chiese e diversi altri edifici che le avrebbero consentito di raggiungere l’apice del suo sviluppo, fino alla rovinosa sconfitta di Roccavione del 1275.
In ogni caso, nonostante la sua fioritura, la città non avrebbe mai raggiunto le vette di altri comuni medievali più noti. In fin dei conti, Alba era accerchiata da città più potenti, come Asti e Genova, e da marchesati ambiziosi come quello del Monferrato o quello di Saluzzo, senza considerare quel coacervo di signori rurali, come i Ceva o i Del Carretto che avrebbero costruito rapporti cangianti con il centro urbano. Qualche secolo dopo, in questo grande gioco a cui presero parte anche i Visconti di Milano e gli Angioini di Francia, si sarebbero inseriti i Savoia, che avrebbero ottenuto la capitale langhetta nel 1630. In una città con tutte queste difficoltà, così preoccupata di salvaguardare la propria autonomia, è difficile immaginare cento torri.
Nei secoli bassomedievali, proprio a causa degli ingombranti vicini, Alba dovette esercitare molta diplomazia nei loro confronti. A chi scrive piace immaginare che all’ombra di queste torri si siano svolte innumerevoli trattative atte a salvaguardare le libertà comunali. Le torri non erano comunque poche, una trentina, per una città che all’apice del suo sviluppo poteva contare circa 7 mila o 8 mila abitanti. Purtroppo, solamente alcune possono ancora essere ammirate dalla superficie: dalla torre Sineo alla torre Bonino, dalle torri di casa Astesano alla casa-torre Riva, da quella di palazzo Mermet a quella abbassata del palazzo De Magistris o a quella di palazzo Ravinale. Le altre sono note a livello archeologico, grazie ai numerosi scavi che sono stati intrapresi soprattutto negli anni Novanta, e a livello iconografico, come le tavole ottocentesche di Clemente Rovere.
Con la loro forma slanciata verso l’alto, le torri sono il simbolo dell’importante capitolo comunale della storia medievale di Alba. All’inizio del Trecento, Alba era quindi una città ricca di torri che sfidavano il cielo di Langa, mentre i nobili si contendevano il potere grazie alle armi di ferro e a quelle dialettiche, queste ultime non necessariamente più indulgenti delle prime.
Ma quando è nato il libero Comune di Alba?
La città ha iniziato a godere di una certa autonomia politica, come diversi altri centri dell’Italia centro-settentrionale, dopo la pace di Costanza del 1183, quando l’imperatore Federico Barbarossa concesse maggiori libertà alle città italiane che avevano sete di autonomia. Anche nel caso di Alba, gli accordi siglati presso la città svizzera sarebbero stati decisivi, sebbene una sua autonomia sia già datata al 28 maggio 1170, quando gli Albenses e gli Astigiani si impegnarono in protezione e aiuto reciproco.
Tra le fonti scritte più importanti che consentono di studiare la storia delle torri medievali di Alba si deve annoverare il cosiddetto “Libro della Catena”: un volume in pergamena, con una legatura in cuoio su tavolette di legno, il cui nome è dovuto alla catena con cui veniva legato al banco sul quale era esposto per la consultazione, al riparo dei portici della cattedrale di San Lorenzo. Esso raccoglie la legislazione medievale di Alba, con alcune integrazioni cinquecentesche. Nel testo sono presenti anche riferimenti alle torri cittadine e, tra le sue pagine, emergono varie annotazioni curiose, come il divieto di catturare i volatili che si posavano sulle torri. Invece, nel secondo capitolo si trova una sorta di tutela della proprietà privata, poiché si specifica come il Comune non possa obbligare nessun proprietario a prestare la propria torre per rinchiudervi ladri o delinquenti. Un’altra fonte di primaria importanza è il catasto cittadino del 1560 che consente di registrare l’evoluzione del centro urbano tra l’autunno del Medioevo e l’inizio dell’età moderna.

Tra le torri albesi, la più alta – 39 metri – è la torre Sineo. Realizzata nel corso del Duecento, è appartenuta a diversi proprietari e mostra una ricercata sequenza di quattro ordini di finestre che da monofore, risalendo alle diverse quote, diventano trifore all’ultimo piano. Il suo attuale nome è dovuto al cognome del proprietario attestato in età napoleonica. Probabilmente, si rivela essere anche una di quelle più fotografate, visto che torreggia in piazza Risorgimento, detta “del duomo” dai locali. Da sempre ben visibile, diversamente da oggi, all’epoca, si affacciava su una via che collegava direttamente piazza Risorgimento con la retrostante piazza Pertinace.
In origine, però, la torre Sineo non era la più alta: per legge, tale peculiarità spettava alla torre Comunale, la cosiddetta torre Negri. L’edificio, ben noto grazie anche alle fonti iconografiche, sorgeva nell’attuale piazza Risorgimento, poco distante dal palazzo comunale trecentesco, ma fu purtroppo demolito nel 1867 per volere del Comune, al fine di mettere in miglior luce la facciata della cattedrale che, proprio in quegli anni, era in corso di restauro. Tale torre rivive, in parte, nei suoi mattoni riutilizzati per realizzare la nuova facciata dell’edificio vescovile, chiaramente distinguibili da quelli ottocenteschi, visto il loro colore più scuro.
Questo non è sicuramente un colore casuale per la città: rossi sono i grandi vini delle Langhe, rosso è uno dei due colori dello stemma comunale e rossi sono i mattoni con cui le torri si presentano persino agli occhi del turista più distratto che si aggira per le vie del centro storico.
È la composizione argillosa del suolo a spiegare l’impiego così assiduo del mattone. Tuttavia, il suo uso non è stato sempre scontato nel corso dei secoli. Infatti, dopo il loro massiccio impiego durante l’età romana, quando persino le mura vengono rivestite di questo materiale, durante i secoli altomedievali i pochi laterizi usati sono recuperati da rovine romane abbandonate, ma ancora ben presenti nel tessuto cittadino. A partire, invece, dai decenni finali del XII secolo, in concomitanza con la crescita economica e politica della città, i costruttori ricominciarono a usare i laterizi in misura maggiore.

Come dimostrano, però, gli scavi archeologici condotti nel corso degli ultimi decenni nel centro storico cittadino, le fondamenta delle torri o delle case annesse continuano a essere realizzate principalmente con ciottoli fluviali, legati con abbondante malta. Il loro colore grigio emerge in elevato solo presso la torre Bonino che, infatti, presenta una fascia costituita da pietre in arenaria ben levigate e squadrate, più chiare dei mattoni, che corre sotto le aperture della loggia su ciascuno dei quattro lati.
Quindi, se alcune delle torri si stagliano ancora oggi in superficie e di altre sono state trovate le fondamenta, altre ancora sono state inglobate in edifici successivi. Un esempio è costituito dalla torre dell’importante famiglia dei Falletti, edificata nel 1335 da Oberto Emanuele Falletti che, tra Quattrocento e Cinquecento, sarà restaurata, insieme al palazzo adiacente, dai conti Serralunga. Un esempio ancora più evidente è offerto da palazzo Mermet, una dimora settecentesca che ha inglobato ben due torri medievali.
La traiettoria politica delle torri medievali ha seguito quelle delle famiglie più in vista della città che, nei secoli medievali, si sono contese i poteri tra le mura cittadine. In particolare, anche solo la funzione originaria di questo edificio, assunto a simbolo dell’epoca, rivela la conflittualità perenne che doveva scandire la vita politica albese. E tali scontri si sono riverberati anche sulla storia delle torri, poiché le proprietà immobiliari delle famiglie esiliate venivano saccheggiate o anche danneggiate strutturalmente.
Costruire una torre rappresentava, tuttavia, uno sforzo economico e logistico importante e certamente non ordinario: è lecito quindi chiedersi come i committenti siano riusciti a finanziare questi cantieri. Le risorse economiche che consentirono alle famiglie albesi di costruire edifici di questo tenore provenivano da diverse direzioni. Da una parte, la maggior parte dei personaggi più in vista appartenevano a casate signorili che si erano arricchite grazie al tradizionale possesso della terra. È il caso, per esempio, dei Corradengo, dei de Brayda, dei Morozzo, dei Falletti e dei Marescotto. I Corradengo, ad esempio, espressero numerosi consoli e rappresentavano un ceto militare urbano, esattamente come i De Brayda, che soprattutto nei primi decenni comunali avrebbero annoverato diversi loro membri tra le magistrature cittadine con maggiori poteri. Dall’altra, anche le famiglie di mercanti che si erano arricchite decisero, in questa fase, di costruire le loro torri.

Essi commerciavano soprattutto la lana inglese, che acquistavano presso i porti di Savona e Genova e che poi rivendevano localmente, ma anche a Lione o nella Champagne. Nel Medioevo non si riscontra un grande apprezzamento per il tartufo bianco, colpevole di essere ipogeo, o per il vino. Quest’ultimo, prodotto sin dall’antichità, era soprattutto destinato al consumo quotidiano e, pertanto, non ritenuto degno di essere esportato. Tuttavia, a partire dal Duecento, con l’intensificarsi della pirateria nel Mediterraneo, i nipoti dei mercanti della generazione precedente investirono i propri capitali nell’attività creditizia, sebbene senza mai raggiungere i livelli dei “lombardi” astigiani, ben noti (e temuti) addirittura nelle Fiandre.
Un dato interessante a ulteriore conferma del numero delle torri che erano presenti ad Alba fra il Duecento e il Trecento è il numero dei cognomi delle diverse famiglie che compaiono nel “Libro della Catena”: una trentina circa, proprio come le torri a oggi note.
Se dopo aver letto questo articolo, a un lettore o a una lettrice venisse voglia di recarsi ad Alba, proverò a costruire una proposta di itinerario medievale della città. Dopo aver visitato il duomo, con la sua facciata neogotica ottocentesca, volgendo gli occhi verso la sua sinistra, il visitatore distinguerà la torre Bonino, con il caratteristico marcapiano grigio a cui si accennava in precedenza; davanti a lui la torre Sineo, con i suoi 39 metri; in fondo a destra, invece, la torre Astesano e, alla sua destra, più vicino alla cattedrale, potrà provare a immaginare ben tre torri, tra cui la torre Negri e altre due le cui fondamenta sono visibili visitando i percorsi di Alba Sotterranea. Alla sua destra, avrebbe probabilmente visto anche, dal Trecento, il palazzo comunale, oggi restaurato a più riprese. Invece, proseguendo in avanti, vedrà stagliarsi di fronte a lui via Cavour, la via medievale per eccellenza della città. Infatti, se via Maestra (detta magistra al tempo dei cavalieri e degli scudieri) era comunque una strada di origine romana, corrispondente all’antico cardo massimo della città, via Cavour è stata creata ad hoc nel Medioevo. Infatti, sulla sinistra, superata la torre Sineo con l’annesso palazzo, il visitatore potrebbe apprezzare il palazzo porticato, detto “loggia dei mercanti”, un edificio di origine medievale che al piano terra ospitava alcune botteghe, e, sulla destra, il palazzo Paruzza, oggi sede centrale della Banca d’Alba, e la torre Astesano, ben riconoscibile per una doppia losanga decorativa sulla sommità. Svoltando, successivamente, sulla sinistra, il visitatore si ritroverebbe in piazza Publio Elvio Pertinace, lo sfortunato imperatore romano nato nel territorio di Alba, dove non potrà non notare il torreggiante palazzo Marro, di origine medievale, costruito sfruttando le fondamenta del tempio romano del I secolo a.C.

Un itinerario medievale non può prescindere da una passeggiata in via Maestra e dalla visione delle figurine in terracotta di casa Do, che rappresentano scene di musici e danzatrici molto curiose, indicatrici di un Medioevo profano a cui, forse, i frequentatori di musei o chiese medievali non sono molto abituati. Infine, le chiese: per quanto riguarda il duomo (la cattedrale di San Lorenzo), l’unico elemento autenticamente medievale visibile sulla superficie è il campanile, su cui, in determinate date, è anche possibile salire. Sotto di esso, si aprono i locali del museo diocesano, al cui interno sono visibili numerose testimonianze relative alle fasi medievali della chiesa, emerse durante gli scavi archeologici realizzati tra il 2007 e il 2011. Infine, lo sguardo di questo ormai stanco visitatore non potrà però prescindere dalla chiesa trecentesca di San Domenico. Costruita nei primissimi anni di quel secolo, oggigiorno solo la facciata è originale, con il suo magnifico portale realizzato da maestranze genovesi, poiché le navate e l’abside sono stati ricostruiti nel Cinquecento dopo un rovinoso terremoto.
Proprio come nei secoli medievali, le torri sono private e, di conseguenza, non è possibile salire sulla loro sommità per ammirare il paesaggio urbano. Tuttavia, salendo sui campanili della chiesa settecentesca di San Giuseppe o su quello della cattedrale di San Lorenzo, oppure dirigendosi verso la frazione Altavilla o verso Diano d’Alba il visitatore del 2026 potrà ancora ammirare sotto di sé il centro storico albese, con quella selva turrita che tanto aveva impressionato il fenogliano Agostino e il francese napoleonico De Martinel.
👉 Si ringrazia Livia Siccardi per la disponibilità e per la concessione delle immagini.
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