Nel nome della santa ed indivisibile Trinità, l’anno 991 dell’incarnazione del Signor nostro Gesù Cristo, il 4 maggio, indizione quarta.
L’uomo, vivendo nel mondo una vita fragile e caduca e potendo rettamente disporre, sarò contento se dispone volentieri delle cose sue in modo da poter servire l’altissimo Signore e conseguire il gaudio della beatitudine e l’eterno premio. E mentre ho pensato che al terribile giorno del giudizio i cattivi dovranno ricevere il meritato castigo ed i buoni ascoltare la desiderabile beata voce, vi abbiamo provveduto noi marchese Anselmo, figlio del marchese Aleramo di buona memoria, e la consorte contessa Gisla, figlia del marchese Adalberto, ed i fratelli Guglielmo e Riprando, figli del fu Oddone. Io stessa Gisla, […] con la mia facoltà elargitami dalla divina misericordia, faccio donazione ai cristiani affinché per merito della loro santa intercessione iddio abbia pietà di noi e, per mezzo di questo atto notarile d’imperituro valore, il Giudice supremo ci conceda di essere ammessi là, dove i giusti godono l’eterno gaudio.
Inizia così la Charta offersionis di costituzione dell’abbazia di Spigno Monferrato, la cittadina sorta alla confluenza del torrente Valla col Bormida che conserva ancora la sua impronta medievale ed è forse la più suggestiva dell'Alto Monferrato.
Incuriosita da questa lettura mi sono attivata per andare a visitarla per scoprire, a malincuore, che non è possibile essendo diventata un luogo privato ma, dopo qualche ricerca, ne posso raccontare la storia partendo proprio dal brano appena letto che è vergato sulla pergamena datata nel 991 dalla mano ferma del notaio Gerbino, che formalizzò la concessione dei beni per la sua fondazione.
L’importante documento fu donato, nei primi anni del Novecento, alla Biblioteca Civica di Savona dal capitano marittimo Giovanni Battista Minuto, fervente ricercatore della storia savonese, che la rintracciò dopo che se ne erano perse le tracce in seguito alla morte, avvenuta nel 1821, dell’archivista del comune di Savona, tal G. T. Belloro.

La fondazione dell’abbazia si deve alla volontà del marchese Aleramo e dei suoi eredi che vollero rispettare il desiderio di quest’ultimo di riedificare un luogo religioso dopo la distruzione dell’abbazia di Giusvalla, avvenuta dalla perfida gente dei Saraceni, qualche anno prima. La donazione era fatta allo scopo di accogliere e proteggere gli ospiti ed i pellegrini e, per perseguire il nobile fine, i fondatori si impegnarono ad offrire al medesimo convento una nostra corte di complessivi cinquecento iugeri, […] insieme con il castello e la cappella. […] Doniamo pure al medesimo cenobio 130 fattorie.
A conti fatti il monastero ricevette i beni della distrutta abbazia di Gesù Salvatore e delle sue pertinenze dislocate su quarantasei diversi territori suddivisi tra le diocesi di Acqui, Alba, Alessandria, Torino e Savona. La donazione era indissolubilmente legata alla nuova abbazia che poteva godere dei frutti dei terreni e delle loro pertinenze a patto che perenne, salda nel tempo e sempre stabile rimanga, cioè in quell’ordine per i singoli luoghi come qui fu inserito e come decise la nostra volontà.
Le rendite erano destinate all’abate e ai monaci, che le potevano utilizzare secondo le proprie esigenze, senza temere alcun tipo di rivendicazione o opposizione da parte dei fondatori o dai loro eredi. Venivano inoltre dettate specifiche disposizioni a tutela dell’abbazia posta sotto la giurisdizione del vescovo di Vado Ligure, vietando esplicitamente a quello di Acqui, o a qualunque altro, di esercitare alcun tipo di amministrazione sul monastero, fosse anche solo civile o economica.
Dopo queste raccomandazioni si leggono le gravi minacce redatte per intimorire chi avesse avuto l’animo di trasgredire le disposizioni impartite: ricevano la maledizione e la dannazione da parte dell’apostolo San Pietro, né ottengano la sua assoluzione, anzi soffrano con Giuda le pene eterne.
Per quasi cinque secoli, se pur con una certa discontinuità, la volontà del marchese Aleramo venne rispettata e l’abbazia agì in piena autonomia amministrando gli affari temporali di un ingente patrimonio ed esercitando una certa influenza sulla zona.
L’atto di donazione si concludeva con la solennità della formula del rito salico:
Ed in tal ordine per mezzo del coltello e della pagliuzza annodata, per mezzo del guantone e del vaso di terra e del ramo d’albero al medesimo Monastero e all’Abate noi facciamo legittima consegna e personale investitura.
I precetti della legge salica rendevano evidenti il potere diretto e assoluto dei benefattori e il dono della zolla di terra e del ramo indicavano sia il terreno che i frutti del suo raccolto.
Tra le firme dei sottoscrittori che chiudono il documento troviamo anche quella di Gilsa che professava la legge longobarda; perciò il notaio rogante dovette accertare che anche la nuora del marchese Aleramo acconsentisse liberamente alla donazione e non avesse subito pressioni per apporre la sua firma contro la sua volontà.

Ma chi erano gli Aleramici, una famiglia che diventò così potente da poter contendere la signoria del Piemonte?
La prima notizia conosciuta della casata si ha nel 934 quando i re Ugo di Provenza e il figlio Lotario le concedono una corte detta Auriòla, nei pressi di Acqui, che comprendeva quanto esisteva tra i torrenti Piota e Stura: castello, cappelle, case masserie, vigne, campi, monti, valli, pianure, servi e tutto quel che si può immaginare. L’imperatore Ottone I consolida la posizione del marchese Aleramo accordandogli tutte le corti esistenti tra il fiume Tanaro e il fiume Orba arrivando fino al lido del mare nella zona oggi conosciuta come la Riviera di Ponente. La Marca Aleramica così istituita comprendeva tre Comitati, o contee: quella di Acqui, quella di Vado – Savona e quella del Monferrato.
Non si deve però cadere nell’errore di pensare che l’edificazione dell’abbazia fosse frutto solo del fervore religioso. Se è vero che i monasteri, assieme alle pievi, offrivano ospitalità ai viandanti è altrettanto vero che, insieme alle torri di guardia e ai castelli, rappresentavano anche poteri locali che, grazie ad essi, controllavano il territorio esigendo tasse e gabelle.
La decisione fu anche politica e tattica a partire dalla scelta del luogo su cui venne edificata che, non a caso, individuò un’area poco distante dal centro abitato ma oltre il fiume Bormida, sul colle detto di San Quintino in ricordo del predicatore romano martirizzato. Il sito individuato per la sua costruzione si trovava in un’ansa del fiume Bormida, a ridosso di un ponte molto antico, tuttora presente, detto Ponte di San Rocco di cui si possono ancora ammirare le cinque arcate a schiena d'asino, la pavimentazione a ciottoli e due cappelle in origine utilizzate per il pagamento del dazio. La via che seguiva il corso del fiume, già nominata Aemilia Scauri, era un collegamento commerciale e religioso che fin dall’impero romano congiungeva Derthona (l’attuale Tortona) a Vada Sabatia (ora Vado Ligure), passando per Acqui.
La posizione dell’abbazia consentiva di esercitare sia il controllo del territorio che il passaggio delle merci tra Piemonte e Liguria.
Lo storico Ferdinando Gabotto afferma:
A quel modo stesso che la fondazione dell’abbazia di Spigno, come tante altre, pur movendo anche da motivi di pietà religiosa, ha essenzialmente lo scopo politico di creare un forte antagonismo devoto ai Marchesi e protetto da essi, che tenga in iscacco nel comitato acquese il Conte locale e qualche famiglia signorile.
Infatti, affidando il controllo del monastero al vescovo di Vado, i fondatori dell’abbazia si garantivano dei sicuri alleati ai confini della marca aleramica da loro amministrata sperando tuttavia che, nel corso dei secoli, gli abati non divenissero ostili al futuro feudatario offuscandone il prestigio e l’autorità.
Il documento venne firmato nel castello di Visone e ciò potrebbe sottintendere che gli Aleramici non avevano il controllo su Acqui, all’epoca governata da un altro vescovo con il consenso dell’imperatore.

Vi era poi un’altra ragione per edificare abbazie e monasteri. Non bisogna dimenticare che l’invasione saracena aveva causato quasi l’intero spopolamento della zona subalpina e che la fondazione di questi istituti religiosi significava quasi sempre il progresso dei territori su cui esercitavano la loro influenza; uno sviluppo che era da intendersi sia sul piano economico che su quello culturale.
Ursmer Berlière nel suo L’ordine monastico dalle origini al secolo XII, indica i monasteri benedettini come “veri centri di civiltà” che si concretizzavano con la creazione di nuove aree coltivabili ottenute attraverso la bonifica e il disboscamento. Ben presto, le abbazie benedettine divenivano anche centri culturali e favorivano la nascita di villaggi che potevano godere del nuovo benessere economico grazie alla creazione di aziende agricole, anche di grandi dimensioni, che davano vita a vivaci scambi commerciali con una ricaduta positiva sull’intera zona.
Veri e propri centri amministrativi, le abbazie fungevano da volani per l’economia. A mano a mano che progredivano, i beni venivano suddivisi in altre curtes, più o meno vaste, che basavano la loro economia sull’agricoltura tendendo a realizzare la loro completa autosufficienza.
Il monastero aveva anche una funzione sociale grazie a foresterie e infermerie che, ben presto, divenivano gli unici punti deputati all’assistenza per persone di qualunque classe sociale. Inoltre, in caso d’invasione, il monastero diveniva un luogo di rifugio per le popolazioni della zona.
L’abbazia di San Quintino in Spigno Monferrato rappresentò un faro della cultura, della civiltà e dell’economia per tutto il medioevo. Grazie anche alla sua posizione geografica, costituiva un punto di riferimento per tutti quei viandanti e pellegrini che percorrevano la via Emilia e che potevano percorrere la tratta Piacenza - Acqui - Tortona - Vado - Ventimiglia - Arles evitando il passaggio per Genova.

La sua storia può essere ripercorsa attraverso l’esame dell’opera dei suoi abati. L’ultimo a essere eletto fu Francesco del Carretto, dei Marchesi di Savona che resse il monastero fino al 1406. Dopo tale data vennero nominati direttamente dal papa e, a testimoniare la potenza della casata, alla guida del monastero si susseguirono diversi esponenti della famiglia dei Del Carretto.
Sul finire del 1400 i monaci benedettini lasciarono l’abbazia e il 13 novembre 1500, papa Alessandro VI promulgò una bolla pontificia che annetteva il monastero alla Diocesi di Savona guidata dall’allora vescovo Giuliano della Rovere che, appena tre anni dopo, venne eletto papa col nome di Giulio II.
Ma dopo tanta solennità che ne fu dell’abbazia e del suo monastero? Nell’archivio vescovile di Acqui Terme si trovano tracce della sua esistenza fino al 1838. La relazione del 19 marzo 1872 sui beni ecclesiastici, redatta dall’arciprete don Guglielmo Piccione, non fa nessun cenno all’abbazia e, solo nel 1927, l’arciprete don Giuseppe Spagarino informa che:
nella pianura della Bormida verso Monbaldone sorge la celebre Abbazia di S. Quintino, con quasi ancor tutta l’ossatura della chiesa e con molti avanzi dell’antico convento. Il vescovo di Savona ne è abbate perpetuo e, soppresso ai tempi di Napoleone, attualmente è della famiglia Cenni di Genova.
Un altro documento coevo racconta ancora:
Abbandonata dai Benedettini, fu unita alla Mensa Vescovile della Diocesi di Savona, alla quale apparteneva tutta la vallata Cairo-Spigno. Il Vescovo ha il titolo di Abbate di S. Quintino e per molti anni la scelse a dimora autunnale. Aveva annessa una Chiesa in stile romanico. Quando la Badia venne distrutta nelle guerre napoleoniche, fu pure distrutta la Chiesa, incamerati i beni e venduti, ed i proprietari nella parte anteriore riservano una parte della Chiesa, che ancor oggi si apre ai fedeli in poche circostanze.

L’avvento di Napoleone fu determinante per la sua secolarizzazione. I soldati napoleonici distrussero gran parte del sito razziandone i beni per rivenderli. Venne risparmiata solo la chiesa nella quale si praticava ancora il culto. Dopo il congresso di Vienna i beni vennero restituiti alla curia ma, pochi anni dopo, il Parlamento Subalpino ne decretò l’acquisizione al demanio e la vendita all’asta. I privati che li acquistarono convertirono la chiesa in casa colonica e, da allora, la proprietà non è più accessibile al pubblico. Non si sa per certo quando sia avvenuta la vendita perché, dall’esame delle partite catastali, vi si trovano cenni a partire dal 1883.
Nella seconda metà del secolo scorso l’architetto Gian Franco Fioredda la descriveva in questo modo:
I perimetri esterni, nonostante le varie manomissioni, conservano una indubbia caratterizzazione di derivazione lombarda. Particolarmente interessante la distribuzione e conformazione delle lesene che denunciano un carattere prettamente strutturale con una chiara corrispondenza all’organizzazione dello spazio interno. Attualmente l’edificio è spezzettato in vari ambienti adibiti ad uso abitativo e sarebbe necessario operare dei saggi sulle strutture per risalire con certezza alla organizzazione originale dello spazio. Si può tuttavia supporre, con un certo grado di approssimazione, l’esistenza di tre navate coperte con volta a crociera. Notevole la facciata scandita da una rigida ripartizione della superficie che si ricollega con continuità ai fianchi. L’insieme richiama, in qualche modo, la severità di certe strutture bizantine e preromaniche.
I pochi che hanno potuto visionarla raccontano che l’edificio conserva la cripta e alcune lapidi romane e rinascimentali. All’interno sono ancora parzialmente visibili, sulla parete destra, i dipinti, risalenti all’XI secolo, in cui sono raffigurate due figure non riconoscibili, ma di buona fattura. Nel sottotetto, in corrispondenza dell’ingresso, si possono notare alcune parti affrescate di un “Giudizio Universale”, ormai in pessimo stato di conservazione.
Esternamente spicca lo stile romanico borgognone con le due monofore della facciata a capanna a due spioventi e del piccolo campanile a vela sulla sommità, oltre al portale ormai murato.
Se l’abbazia non è più visionabile possiamo sempre rifarci visitando la chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio o fare una gita fuori porta e programmare una visita alla Biblioteca di Savona accordandoci per poter visionare la Charta custodita nei suoi archivi.

Figlio di Aldeprando di Sassonia, conte dell'Hessengau, aveva sposato la principessa Alasia, figlia di Ottone I. Venne nominato marchese il 21 marzo 967. La leggenda, raccontata da Jacopo d’Acqui e ripresa dal Carducci nel 1883, vuole che Aleramo nascesse da genitori sassoni a Sezzadio, nei pressi di Acqui mentre erano in pellegrinaggio verso Roma. Il neonato venne affidato a una balia di lingua tedesca per il tempo strettamente necessario per raggiungere la capitale della cristianità, ma la famiglia non si riunì perché i genitori perirono durante il viaggio di ritorno.
Rimasto orfano, Aleramo crebbe allevato dai signori del luogo. Scudiero prima e cavaliere poi, combatte valorosamente nell’esercito imperiale. Quando l’imperatore Ottone scende in Lombardia per sedare una ribellione, porta con sé la figlia Alasia, o Adelasia. I due giovani si innamorano ma, temendo un rifiuto da parte del genitore di lei, fuggono rifugiandosi nella foresta dell’Adelasia dove Aleramo svolgeva l’umile lavoro di carbonaro. Il mito vuole che lo stemma della dinastia Aleramica, che venne poi ripreso dai Del Carretto, uno dei rami discendenti della casata, sia ispirato a quell’avvenimento: Adelasia cavalcava un cavallo bianco, mentre Aleramo uno rosso ispirando le bande bianche e rosse del blasone.
Dall’unione nacquero quattro figli: Ottone, Anselmo e Guglielmo, mentre non si conosce il nome della sorella. Dopo molti anni, l’imperatore ritornò in Italia per sedare nuovamente una ribellione a Brescia. Lì venne raggiunto dal Vescovo di Albenga che perorò la causa della coppia. L’ imperatore, venuto già a conoscenza dell’animo nobile e generoso di Aleramo, nonché della sua grande capacità di combattere lo perdonò e acconsentì al matrimonio con la figlia. Come regalo di nozze concesse al genero tutti i terreni che avrebbe potuto percorrere a cavallo in tre giorni.
Aleramo non se lo fece ripetere due volte e partì al galoppo. Da quel dono nacque il territorio del Monferrato. Alla sua morte, come vuole la tradizione, venne sepolto nell’abbazia di Grazzano, da lui fondata nel 961.
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