Una donna coraggiosa, Lidia Beccaria Rolfi, figura straordinaria della Resistenza italiana, tra le poche che ha avuto l’ardire di testimoniare la brutalità dei campi di concentramento nazisti dopo la Seconda guerra mondiale. Non era un’ebrea, ma una deportata politica. Sopravvissuta al campo di concentramento di Ravensbrück, Lidia dedicò la vita a raccontare la sua esperienza, con l’intento di far conoscere al mondo le sofferenze delle deportate, ma soprattutto per contribuire a mantenere vivo il ricordo di ciò che accadde durante il regime nazista. Il suo impegno fu animato da una profonda convinzione morale: la memoria è un dovere civico, un atto di responsabilità verso le future generazioni.
La sua storia fa parte della Storia, non va dimenticata.

Lidia Beccaria Rolfi nasce l’8 aprile 1925 a Mondovì, in Piemonte. Cresciuta all’interno di una famiglia di tradizione contadina, ultima di cinque fratelli, prosegue gli studi presso l’istituto magistrale. Come molti ragazzi della sua età cresce nelle scuole di regime, ricevendo un’educazione improntata all’ammirazione nei confronti del duce. Un’educazione di cui all’inizio va orgogliosa. I primi dubbi sorgono, però, già dopo il 10 giugno 1940, data in cui l’Italia entra in guerra al fianco dei tedeschi. Nel 1943, poi, ai tempi della Repubblica di Salò, a soli 18 anni, le falsità della propaganda fascista divengono ai suoi occhi evidenti: avrebbe aderito alle formazioni partigiane opponendosi alla prepotenza dei fascisti e dei tedeschi che avevano occupato i territori italiani. I suoi fratelli, tornati dalla Russia, le avevano raccontato orribili atti commessi dai nazisti, atrocità che stavano cominciando a manifestarsi anche nel nostro paese. Ha già ricevuto la nomina a maestra elementare in Val Varaita, quando conosce un gruppo di ebrei fuggiti da Saluzzo e da Torino che le parlano degli arresti e dell’esistenza di un campo di concentramento a Borgo Dalmazzo. Spinta da ideali di giustizia, si mette in contatto con alcuni comandanti partigiani. Di notte, sotto una lampada a olio, monta bombe a mano che nasconde sotto il letto, di giorno fa la staffetta con lo pseudonimo di “maestrina Rossana”.
La possiamo immaginare muoversi circospetta tra i paesaggi boschivi della valle e Saluzzo, con i biglietti celati nelle scarpe o tra i capelli, al riparo dagli sguardi molesti dei nemici, animata da sentimenti di odio verso il fascismo. Pur essendo giovanissima, non è ingenua, ma ben consapevole che ogni missione può esserle fatale.
Bruno Maida, storico italiano che si è dedicato all’approfondimento della sua figura, nel libro L'Infanzia nelle Guerre del Novecento sottolinea come Lidia “fosse una giovane donna spinta da un profondo senso di responsabilità sociale e politica”, valori che l’hanno sempre aiutata ad affrontare i rischi e le paure con lucidità.
Purtroppo, in seguito all’irruzione in casa sua di militi della Guardia nazionale repubblicana, il 13 aprile 1944, Lidia viene interrogata e picchiata per un giorno e una notte, portata davanti a un plotone di esecuzione e poi consegnata alla Gestapo. Incarcerata a Saluzzo per un breve periodo, viene trasferita poco dopo alle Nuove di Torino fino al 27 giugno, quando, insieme ad altre tredici donne, si trova costretta a salire su un treno a Porta Nuova, ammassata all’interno di un vagone merci. Il treno, dopo il cambio a Berlino, si ferma a Fürstenberg. Tuttavia la destinazione è un’altra.

È già buio quando le SS tedesche ordinano alle donne di incolonnarsi e di marciare lungo una strada che costeggia un lago. Alla fine della strada, la giovane Lidia, impaurita e stanca dal viaggio, scorge dinnanzi a sé un muro alto, nero, in cui si apre un grande portone. Quel muro appartiene a uno dei principali campi di concentramento femminili, Ravensbrück, situato a nord di Berlino, a circa ottanta chilometri di distanza. Dal 1939 al 1945 passano da lì circa centodiecimila donne, di cui la maggioranza non fa ritorno. Il lager è architettato in modo simile a una città industriale moderna, a un primo sguardo non incute timore. Tra quelle mura, con la matricola 44140, la giovane partigiana piemontese conosce l’orrore del sistema concentrazionario nazista. Ravensbrück non è un campo di sterminio, ma le condizioni di vita sono così dure che la morte è una presenza costante: il lavoro forzato, la fame, le violenze fisiche e psicologiche sono all’ordine del giorno. Migliaia di donne, tutte simili nel loro aspetto scheletrito, tutte con addosso vesti lacere. Con gli occhi vuoti a guardare il nulla, schiave. Nei primi cinque mesi di prigionia, Beccaria appartiene alla categoria delle operaie addette allo scarico merci e ai compiti più massacranti, di solito svolti al freddo. Il corpo è denutrito, pieno di pustole infette, ha i pidocchi, dolori alle ossa, freddo ovunque e come molte altre donne lì dentro non ha più il ciclo mestruale. Poi, grazie alla segnalazione di una bande rouge, è assunta alla Siemens. Il cambiamento di condizione lavorativa le garantisce pasti regolari e un tetto sulla testa e, soprattutto, le consente di sopravvivere. Dall’amicizia con le deportate e operaie francesi, inizialmente diffidenti nei suoi confronti a causa dell’aspetto molto trascurato, Lidia impara a prendersi cura del proprio corpo, a conservare la dignità, a tenere allenati cervello e memoria. Grazie a loro conosce le idee comuniste e personaggi come Marx e Rosa Luxemburg. Le compagne francesi le insegnano anche la loro lingua.
La prigionia a Ravensbrück segna profondamente la vita di Lidia. Il tempo in quel luogo non scorre secondo una dimensione lineare, è un tempo eterno, sospeso. Nel tempo del campo si è esposte a una disumanizzazione sistematica, di cui parlerà nei suoi scritti:
Durante l’internamento venni ricoverata per gravi problemi di salute; l’infermiera mi regalò carta e matita. Durante il lavoro forzato alla Siemens rubai della carta e ne feci un quadernino. Ci scrivevo pensieri, descrizioni e ricordi. Facevo disegni. Allenavo la memoria per non lasciarmi andare. Scrivere significava non pensare al dolore, alla fame, al freddo, ma anche affermare la propria umanità, rigettare la condizione bestiale del Lager. Ho dovuto anche distruggere quanto scrivevo per paura che venisse trovato: mi avrebbero punita. Ho salvato solo quanto avevo scritto negli ultimi tempi.
Il campo non è solo un luogo di sofferenza fisica, ma anche un laboratorio di annientamento morale. Il campo rappresenta una macchina perfetta di oppressione, le deportate vengono spogliate della loro identità e umiliate, costrette a vivere in condizioni che mirano a distruggere ogni forma di resistenza, anche quella più intima e personale. Uno degli aspetti maggiormente inquietanti di Ravensbrück è l’esperimento medico condotto su alcune prigioniere, definite “conigliette” perché utilizzate come cavie per test chirurgici e farmaceutici. Pur non essendo vittima diretta di questi esperimenti, Lidia è testimone delle loro conseguenze devastanti sulle compagne.

Lidia, nonostante le piaghe sul corpo, riesce a sopravvivere all’inferno di Ravensbrück, e finalmente, dopo l’arrivo delle truppe sovietiche, nel maggio 1945 viene liberata. Dovrà trascorrere, però, altri tre mesi a Lubecca, in un campo abbandonato di prigionieri russi, prima di riuscire a intraprendere il viaggio che la riporterà in Italia. Gli inglesi non sono interessati al destino dei deportati, in particolare delle donne, quasi tutte in condizioni fisiche precarie, se non malate. Il periodo di transizione è ancora difficile, ma Lidia può tornare a sentire l’odore dell’erba e a guardare la luna con occhi incantati. Può tornare, soprattutto, a sperare in un futuro possibile. Di questi tre mesi che la separano da casa scriverà nel romanzo L’esile filo della memoria, pubblicato postumo da Einaudi, nel 1996. Lo scritto è una riflessione dolorosa sulla guerra, sulla pace, sul ritorno dai campi di concentramento e sull’Italia del post-fascismo, a partire dalla lunga marcia verso la propria terra fatta in seguito alla liberazione da parte degli Alleati. Dalle pagine del suo romanzo leggiamo: “Voglio vivere per tornare, per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per raccontare forte, per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno”.

Il rientro in patria è, tuttavia, diverso da come lo aveva immaginato. Il paese è devastato dalla guerra e dalla sofferenza, ma privo di memoria storica consapevole sui campi di concentramento. La società italiana dell’immediato dopoguerra, sebbene segnata dalla guerra, non sembra ancora pronta ad ascoltare le vicende dei sopravvissuti. Le esperienze dei deportati sono spesso ignorate, come se rappresentassero un ricordo troppo doloroso da affrontare. Chi subisce traumi, in effetti, il più delle volte prova a dimenticare o tende a rimuovere l’evento drammatico dalla coscienza. Si tratta di un meccanismo di difesa arcaico. Nei confronti della deportazione femminile poi, c’è un pregiudizio maggiore. Anche lei all’inizio non si sente pronta a riportare la sua esperienza: troppo freddo addosso, troppa fame, cicatrici impossibili da cancellare. Marchi sulla pelle che solo chi ha vissuto quel tipo di esperienza è in grado di comprendere. Lidia, nondimeno, vuole vivere. Indossa i pantaloni, fuma, si trucca, non frequenta la chiesa, non si iscrive a nessun partito. Lavora, conosce l’uomo della sua vita, Aldo Rolfi, diventa madre, pur avendo ancora molti vuoti da colmare. Malgrado il clima di rimozione collettiva, non si arrende, sente che è suo dovere raccontare ciò che ha vissuto. Non si può più tacere, non si può dimenticare. Per realizzare il suo intento, Beccaria avvia un’intensa opera di testimonianza, prima attraverso il racconto orale, poi attraverso la scrittura.

L’incontro con Anna Maria Bruzzone, insegnante e ricercatrice monregalese interessata alla storia delle donne, giunge al momento giusto. Anna Maria offre lo spunto per l’avvio del progetto Le donne di Ravensbrück, un progetto che comprende anche le interviste ad altre deportate. Le donne di Ravensbrück, pubblicato nel 1978, rappresenta una delle testimonianze più importanti e toccanti sulla deportazione femminile durante la Seconda guerra mondiale: in esso, Lidia descrive con grande sensibilità e precisione le sofferenze delle compagne deportate, dando voce anche a coloro che non possono più raccontare la propria storia. “Ravensbrück era un mondo a parte, un mondo in cui le regole della civiltà erano completamente annullate”, scrive Lidia, evidenziando come il campo rappresentasse una sospensione totale dell’umanità.
Il libro di Lidia Beccaria Rolfi mette in luce in particolare le specificità di genere della sofferenza femminile, in un sistema di oppressione pensato per annientare l’essere umano, ma che per le donne assumeva sfumature particolarmente atroci. Nel testo sono descritte le esperienze di madri separate dai propri figli, di giovani ragazze costrette a lavorare fino allo stremo, di donne che lottano per mantenere la loro dignità in un mondo che prova in ogni modo a distruggerla. Il valore di questa testimonianza risiede non solo nella sua precisione storica, ma anche nella capacità di Lidia di dare voce a quelle che lei definisce “le dimenticate” della storia, ovvero le donne deportate, spesso ignorate dalla narrazione ufficiale. Prima di lei, infatti, la storiografia aveva focalizzato la sua attenzione sulla deportazione maschile e sulla Resistenza partigiana, relegando le vittime femminili a un ruolo secondario. Le donne, ci tiene a specificare Lidia, non solo subivano le stesse violenze e privazioni degli uomini, ma erano oggetto di ulteriori forme di brutalità e di umiliazioni quotidiane che miravano a distruggere la loro femminilità e identità personale.
Negli anni successivi alla sua pubblicazione, Le donne di Ravensbrück è diventato un testo fondamentale nei percorsi educativi e scolastici adottati per sensibilizzare le nuove generazioni alla storia della Shoah. Grazie al suo stile semplice e diretto, privo di sentimentalismi e retorica, Beccaria è riuscita a raggiungere un ampio pubblico, rendendo accessibili concetti complessi e dolorosi.

Il ricordare non è mai neutro, mai del tutto oggettivo. L’atto del ricordare, soprattutto in alcune circostanze storiche, si trasforma anche in un atto politico: necessario e imprescindibile.
Lidia, infatti, non si limita a essere una testimone della Shoah e delle violenze naziste, ma diviene una figura centrale nel dibattito sulla memoria della Seconda guerra mondiale in Italia. In un periodo in cui l’Italia è ancora impegnata a ricostruire se stessa dopo la guerra e il fascismo, Lidia si trova spesso a dover combattere contro l’indifferenza o la volontà di dimenticare. Nel dopoguerra copre la carica di consigliere comunale e assessore a Mondovì, affiancando al lavoro di insegnante nella scuola elementare e a quello di docente di pedagogia all’istituto magistrale un’intensa attività di testimonianza sulla Resistenza e sui campi di sterminio. Nello stesso periodo lavora anche per l’Istituto storico della Resistenza di Cuneo e per l’Associazione nazionale ex deportati. In un contesto storico in cui la memoria della Shoah inizia a emergere con forza solo dagli anni Sessanta, si impegna attivamente nel suo ruolo di portatrice della memoria.
Uno degli aspetti che emergono con vigore dagli scritti dello storico Bruno Maida è la consapevolezza da parte di Lidia che il racconto della Shoah debba diventare uno strumento di riflessione per il futuro e non soltanto una narrazione del passato. Questo pensiero emerge chiaramente in una delle affermazioni della Beccaria: “La memoria non è solo ricordo. È un atto politico, un impegno per garantire che la barbarie non si ripeta”.
Lidia ribadisce l’importanza di una memoria fedele ai fatti storici. Per tale motivo diventa anche molto critica verso alcuni gruppi revisionisti che, durante gli anni Ottanta provano a minimizzare le responsabilità del fascismo italiano, negando persino la portata delle violenze addebitabili al regime nazista. In questo periodo collabora con storici, intellettuali e attivisti per far sì che la storia della deportazione non sia relegata ai margini della narrazione nazionale, ma diventi patrimonio di consapevolezza comune in Europa e nel mondo. Il ricordo non è solo commemorazione, ma anche uno strumento per costruire una società più giusta, rivolta a rafforzare tanto la coscienza storica quanto l’identità collettiva.

Lidia Beccaria Rolfi muore il 17 gennaio 1996, lasciando un’eredità preziosa di testimonianza e impegno civile. La sua opera, le sue parole e il suo esempio continuano a vivere attraverso le generazioni che, anche grazie al suo lavoro, hanno potuto conoscere le atrocità della Shoah e riflettere sul valore della memoria. Lidia Beccaria Rolfi è stata oggetto di studi e riflessioni da parte di storici, intellettuali e autori che hanno riconosciuto in lei una figura fondamentale per la comprensione della deportazione femminile e della Resistenza. Non a caso, Lidia viene spesso citata come una delle testimonianze più autorevoli della Shoah, accanto a figure come Primo Levi e Liliana Segre. Con Levi, sopravvissuto come lei ai campi di concentramento e conosciuto a guerra ultimata, stringe un’intensa amicizia, basata su esperienze, emozioni e sentimenti comuni.
La sua esperienza, raccontata attraverso le parole e l’impegno in prima persona, offre insegnamenti preziosi in diversi ambiti: dal coraggio di affrontare le ingiustizie, alla capacità di trasformare la sofferenza in forza collettiva, fino alla centralità della memoria storica come monito contro ogni violenza e sopraffazione. Messaggio quanto mai attuale nei nostri giorni minacciati da venti di guerra.
Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
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