Felice Fischetti, tra erranza e creazione

Vita e opere del poeta ammirato da Natalia Ginzburg

Nell'immagine: Fischetti che firma una copia della sua raccolta di poesie.
Rita Brescia

Nata a Torino, dove vive e lavora come psicoterapeuta. Autrice del saggio Anais Nin: il vizio di scrivere, del romanzo La Città sottile e della biografia romanzata Il poeta di… leggi tutto
  

La storia di Felice Fischetti, il poeta di cui scrivo e che ho avuto modo di conoscere bene all’interno del Gruppo appartamento di Pianezza presso cui lavorai tra il 1995 e il 2001, è una storia drammatica, attraversata da esperienze di vita errabonda e avventurosa. Contrabbandiere, minatore, legionario, Felice è un uomo solitario, inquieto, dalla sensibilità affine a quella di Dino Campana, che, come lui, trascorre molti anni in manicomio. La poesia nasce da una necessità alla quale deve corrispondere, persino obbedire. Dal “diluvio delle parole”, Felice salva l’indicibile, spoglia la lingua e la intensifica attraverso l’uso di neologismi e di nuove sonorità. Alla ricerca dell’Eterno, prova, attraverso i componimenti poetici, a restituire una forma al disordine mentale, a crearsi un’identità propria. Un’identità verticale che sarà un tentativo di proteggersi dal terribile senso di solitudine e d’estraniamento, un modo per trasfigurare l’angoscia in libertà dei versi, ma anche una forma di risarcimento, di riscatto da una vita di outsider e di rinuncia.

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Infanzia e giovinezza: radici e prime esperienze letterarie

Felice nasce a Guardia Lombardi, nel 1931, in provincia di Avellino, un paese dell’Irpinia, collocato su un poggio dalla cui vetta è possibile scorgere l’intera valle dell’Ofanto sottostante. Primogenito di tre figli, vive in una bella casa, attorniata da ulivi e castagneti, grazie al lavoro del padre, commerciante di lana e proprietario di un negozio di ferramenta. La sua infanzia trascorre serena, già alle elementari inizia a leggere Giulio Verne e ad amare la poesia di Pascoli, Ungaretti, Carducci. La fede nella sua famiglia, soprattutto nel padre, buono e vulcanico, è inossidabile. La madre è una donna pratica, una grande lavoratrice, poco incline a mostrare gli affetti, sia verso i due figli maschi che nei confronti della femmina. Quando, appena dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il padre viene a mancare, come figlio maggiore Felice è costretto ad abbandonare la scuola per aiutare economicamente la sua famiglia. Ha soltanto undici anni, ma prova a convincersi di aver ereditato l’anima da commerciante di papà, o almeno, vuole attribuirsela per evitare di soffrire troppo. I libri non servono più, li nasconde nel baule in soffitta, il sogno di diventare un avvocato e di difendere i più deboli, non lo potrà più realizzare.

Negli anni Quaranta, durante la guerra, il ragazzo Felice diventa un carrettiere. Pasta, olio, grano, farina, su e giù per i colli lungo strade impervie, con il suo mulo fino a Canosa, Bari, San Severo, Foggia. Dopo un paio d’anni il passaggio al contrabbando di sigarette e olio gli sembra naturale. Si tratta di lavoro, a quei tempi, una forma di guadagno ritenuta quasi legittima tra gente che muore di fame. Diverse famiglie contano almeno un contrabbandiere al loro interno.

Veduta del paese di Guardia Lombardi.
Veduta del paese di Guardia Lombardi.

Emigrazione: da Guardia Lombardi al lavoro nelle miniere del Belgio e della Francia

Gli anni passano, la guerra termina, il contrabbando è diventato troppo pericoloso e Felice si trova nella lista dei sospettati. In Italia si calcolano più di due milioni di disoccupati, soprattutto al sud e nel nord est. Paesi come Francia, Belgio e Svizzera, necessitano di manodopera. Grazie a un protocollo d’intesa con il Belgio, molti giovani uomini emigrano per lavorare nelle miniere. Felice, non ancora maggiorenne, pur a malincuore saluta Graziella, la sua fidanzata, e si trasferisce in Belgio clandestinamente, promettendole che l’avrebbe sposata al suo ritorno. Dopo un anno si sposta nelle miniere francesi, dove lavora ancora per circa dodici mesi. Quando torna a Guardia Lombardi non trova più Graziella ad aspettarlo; la fidanzata si è sposata con un compaesano ed è emigrata in Canada. Nella sua terra si sente, ormai, uno straniero.

Ferito da quell’abbandono, convinto di non aver più nulla da perdere, in una notte ordinaria del 1953, Felice si presenta in uno degli uffici adibiti ai colloqui con chi intende arruolarsi nella Legione straniera, uno speciale corpo militare francese formato da uomini provenienti da diversi paesi. Ricorda di averne sentito parlare in miniera come di un rifugio per uomini in fuga, folli, banditi, avventurieri, anarchici. Tutti dimenticati da dio.

Fischetti a 25 anni.
Fischetti a 25 anni.

La Legione straniera: la dura realtà della guerra e la rinascita attraverso i versi

Dopo aver superato la visita medica e il colloquio motivazionale, Felice firma un contratto della durata di cinque anni, con l’impegno di servire la Legione ovunque sia necessario. Prima di essere destinato all’Algeria, è sottoposto a un periodo di qualche mese di addestramento durissimo. Marce forzate, di oltre trenta chilometri, affondato nel fango fino al collo, a più riprese. Poi entra nell’inferno. In Algeria la Legione straniera ha il compito di reprimere con ogni mezzo i moti di indipendenza del popolo. Le vittime innocenti non si contano più, tra loro ci sono anche donne e bambini. L’amico italiano, Saverio, muore proprio durante uno scontro armato. Per Felice è uno shock. Mai, prima di allora, aveva visto sangue sgorgare dalla bocca di un uomo, e le poche persone uccise fino a quel momento erano senza nome, perfetti estranei.

Felice comincia a produrre liriche in questo periodo, a ventitré anni, durante le notti insonni. In quei luoghi desertici e sperduti, tra il sangue e la polvere, la poesia è uno sforzo di dare senso alla sua sofferenza, un modo per sopravvivere. Forze sconosciute e violente prendono il sopravvento. I versi sono l’afflato di un creatore di miti, di un matto scientifico, filosofico, programmatico, come spesso si definisce. Una furia creativa che non riesce a contenere, lo spinge a scrivere come in uno stato di trance, nella necessità di crearsi un mondo proprio, lontano dalla guerra. Recupera ogni pezzo di carta che trova in giro per poter dare voce ai suoi componimenti. Le parole seguono un flusso di coscienza che lo allontana da tutto. Pagine e pagine fitte di parole deviate verso il basso. Scrivere è resistere. In Legione afferma di aver scritto e smarrito anche un romanzo autobiografico, oltre a più di cinquecento poesie in cinque anni. Su un foglio annota: La poesia è la mia terra, l’unico luogo che può accogliere l’infinito.

Monumento ai caduti della Legione straniera in Algeria.
Monumento ai caduti della Legione straniera in Algeria.

Il ricovero nel manicomio di Collegno: trent’anni di reclusione e di poesia

Dopo l’Algeria, incapace di ricrearsi una vita nel suo paese, Felice raggiunge il fratello a Torino, città in cui, per qualche mese, lavora come operaio in una fabbrica in Barriera di Milano. Torino gli piace, somiglia a una piccola Parigi. Via Po, di notte, ha un’atmosfera quasi magica. La serenità dura poco, però. A questo periodo risalgono i primi deliri di persecuzione. Spaventato dall’idea che qualcuno voglia fargli del male, si rivolge ai Carabinieri per richiedere il loro aiuto. Scelta che gli costa il ricovero coatto nel manicomio di Collegno. Come in un sogno, si ritrova tra quelle mura accompagnato da due guardie. È la primavera del 1961. Collegno, città rossa, operaia per definizione, al confine con Torino, ma abbastanza distante dal Centro, come il carcere e l’enorme discarica.

Negli stanzoni dell’ospedale psichiatrico si consumano altri drammi, suoi e dei compagni di viaggio. Felice si muove tra letti sfatti di miserabili, contenuti da cinture che ne immobilizzano le braccia, legati per i piedi ai termosifoni. La sporcizia regna ovunque. Nessun armadio, nessun appendiabito. La sera e la mattina è costretto ad assumere confetti di tutti i colori, gocce che promettono viaggi in territori da sogno. Le pasticche sembrano avere il potere di velare le allucinazioni, i deliri. Via i salassi, il ghiaccio sul corpo, le docce fredde, il cauterio alla nuca con potassa caustica.

"La Nave dei folli", Bosch H.,1494, olio su tavola, Museo del Louvre, Parigi.

Da tale privazione e dolore, con il passare dei primi anni, ritorna tra le labbra l’ostia portata in dono dalla poesia. Il fare poesia lo aiuta a dare un significato ai tormenti, a proteggerlo da ciò che sembrava avere origine da una nemesi, da quelle realtà d’insostenibile pesantezza rappresentate dalla Legione straniera, dall’esperienza manicomiale, ma anche dalle sue vicende personali. La poesia è il giardino che dischiude a qualcosa che prima non poteva avere un nome, un giardino incontaminato, capace di ospitare e coniugare le antinomie della vita. La poesia, al riparo dall’esilio, è canto libero, rimembranza, vita, è capace d’innalzare la parola altrimenti costretta al silenzio, è bisturi che raggiunge e trafigge il cielo:

Io sono un poeta di tante follie
Di tanti argomenti di vie e di paesi.
Nulla frastuona a chi preme la vita.
Io sono un poeta di spessi cammini.
Di chi rima i paesi di chi rima la follia.

Le regole metriche scompaiono, per alimentare una singolare costruzione musicale del testo, nel tentativo di salvaguardare la traccia dell’idea, di restituire alle parole una verginità, un candore ormai assente nei vocaboli abusati. La poesia diventa per Felice Fischetti il luogo sicuro, il medium capace di svelare il mistero a pochi iniziati, télos verso l’infinito ed esperienza di finitudine che trasfigura la follia, la ferita dello spirito e del male che gli tormenta l’anima:

La dottrina è il silenzio della pace
che vime il firmamento
Il cielo è celeste della parola
il vermiglio del piacere
il sogno senza frantumi
il sole senza pace
la virtù senza balia
le tracce della vita
il frastuono dei passi
i corpi senza via
la delizia senza amore...

Paradossalmente, con il passare del tempo, in quella nave dei folli Felice si sente al sicuro, in una realtà separata, ai confini del mondo; legato per sempre, al misterioso fluire del fiume, guado tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Intanto, fuori da quelle mura si comincia a respirare un clima diverso. Sulle prime pagine dei giornali si propaganda l’abolizione dei manicomi. La legge Basaglia è ormai alle porte. Nel 1973 il muro di cinta del manicomio di Collegno è abbattuto. Finalmente, nel maggio del 1978 è approvata la legge 180, che ridefinisce la concezione di malattia mentale e mette la persona al centro della cura. I reparti sono trasformati in comunità terapeutiche, i ricoverati diventano ospiti.

Che qualcosa sia cambiato non è così chiaro a Felice. Gli infermieri sono gli stessi, così le strutture. Ora, però, qualche studente universitario viene a trovarlo, viene a chiedere proprio di lui. Inoltre, grazie alle cooperative, nascono laboratori di arte terapia, animazione teatrale, arti figurative. Sergio Sut, curatore delle attività editoriali di una cooperativa che opera nell’ex ospedale psichiatrico, gli suggerisce di raccogliere le sue poesie in un libro.

Natalia Ginzburg, Felice Fischetti e Sergio Sut alla serata di presentazione della silloge poetica.
Natalia Ginzburg, Felice Fischetti e Sergio Sut alla serata di presentazione della silloge poetica.

L’incontro con Natalia Ginzburg, un riconoscimento inaspettato

Ci sono vite che si sfiorarono, come la conoscenza, dovuta a una serie di circostanze casuali, con Natalia Ginzburg, avvenuta nel 1984, durante un comizio elettorale a Collegno, a cui lei partecipa come candidata del PCI. La scrittrice, dopo aver letto le poesie di Felice, scrive una critica per rilevare la bellezza insolita di quei versi, la metamorfosi di un linguaggio capace di trasfigurare le parole. Nella prefazione Natalia scrive:

Ho letto le poesie di Felice Fischetti. Le trovo belle. Sono scritte in un linguaggio insolito. Felice Fischetti adopera le parole come se di volta in volta le dovesse inventare perché quelle che il mondo gli offre sono di qualità vile; le adopera come fossero cosa soltanto sua e chiara a lui solo; e tuttavia, in ogni parola, si sente un estremo desiderio di allacciare rapporti con il prossimo; e in questo contrasto è il fascino del suo linguaggio.
Sono poesie scritte in una condizione di solitudine estrema: non è però la solitudine del deserto, arida e riarsa, ma quella del mare; e sembra che le onde del mare siano passate sopra le parole di questo poeta trasformandole, come appunto fanno le onde con i vetri e i rottami abbandonati sul fondo; trasformandole e facendone qualcosa di ricco e strano.

Il prologo, giunto in ritardo rispetto alla stampa della silloge, Versi del pensiero mistero, curata dall’Usl di Torino, su iniziativa del Centro sociale Basaglia della Cooperativa il Margine, non viene, purtroppo, pubblicato. La grande scrittrice vuole, tuttavia, seguire la presentazione della raccolta nel Teatrino di Collegno.

Felice, emozionatissimo, indossa i suoi abiti migliori e, seduto al fianco di Natalia Ginzburg, nella sala del teatrino di Collegno, legge ad alta voce alcuni dei versi scritti. La voce gli trema:

Io sono il poeta di uccelli smarriti
che piangono la morte che piangono la via
Io sono la via di tante tristezze
di uccelli beati che sono dolcenti nelle voci pacate
Il silenzio dell’amore è il silenzio dell’usignolo
è una voce pacata che ristora il frammento
nel vuoto dello spazio
e della vita silenziosa
[…]
Mi sono celato nelle vie
tra mille ristori e mille poesie
Soli nella notte
Oh uccelli tristi e piangenti del mio cuore.
Fischetti con Natalia Ginzburg dopo la presentazione della raccolta poetica presso il Teatrino di Collegno nell'inverno del 1985.
Fischetti con Natalia Ginzburg dopo la presentazione della raccolta poetica presso il Teatrino di Collegno nell'inverno del 1985.

Il documentario di Rai 3: il racconto di una vita

Tonino De Bernardi, un regista d’avanguardia, produce, un anno dopo, il documentario su Felice Fischetti, Il Cammino difficile, per conto di Rai tre, nel quale, partendo da Guardia Lombardi, prova a dar forma e voce alla vita, alla poesia e al dramma dell’uomo e del poeta.

Un dramma religioso, che contrappone l’innocenza delle manine bianche che suonavano l’arpa allo spieto cammino di un’esistenza crudele, contaminata dal male; una dialettica abitata dalla lotta, dal ripetuto conflitto notturno tra l’angelo e Giobbe. È solamente una pausa/tra primavera e bufera/Di chi tocca le campane/Di chi suona lentamente…

Una gioia effimera, transitoria, solo una pausa, tra primavera e bufera, simile al tocco delle campane, il cui suono proclama alla collettività accadimenti da condividere, nella buona e nella cattiva sorte. Un suono saturo di significati, anche sacrali; un richiamo ad atmosfere arcane e familiari, tanto gioiose, quanto funeste. Dunque, non c’è passo/tra l’arena/di chi dorme e di veglia…

Un momento delle riprese del documentario sul poeta prodotto da Rai 3 nel 1986.
Un momento delle riprese del documentario sul poeta prodotto da Rai 3 nel 1986.

Il gruppo appartamento a Pianezza: una nuova vita?

La mia strada si congiunge con quella di Felice Fischetti in una fase del cammino, quando, dopo la legge Basaglia e la chiusura dei manicomi, Felice, insieme ad altri otto utenti che ancora abitano le comunità interne all’ex manicomio, viene destinato al Gruppo Appartamento di Pianezza. In questo contesto lavoro tra il 1995 e il 2001, anni in cui avviene la conoscenza sia dell’uomo che del poeta.

Rispetto agli altri ospiti, Felice è una persona appartata, ma la sua autentica natura è benevola, adamantina. Non è facile discorrere a lungo con lui, restargli simpatico, far cadere il muro di diffidenza che gli si scorge nello sguardo.

Con il tempo, però, Felice acquista fiducia in me, mi invita a leggere liriche bellissime:

Io sono il poeta di ristori
di gioia di preludi cammini
Ogni canto, lo smilzo della vita
di chi passa e di chi dorme
di chi veglia assopito e grotta le ciglia al sudor perlato
Tutto è profumo d’aiole in fiore
Io sono vivo nel sole placato
nelle lucciole che brillano d’incanto
Io sono l’arpa alle manine bianche
La vita è un sentiero di chi brilla
e di chi spieto cammino.

Dal silenzio si sostanziano le parole, la vita stessa e il suo mormorio:

L’urlo del soffoco
è l’inferno che grida
è il simbolo della vita
Dea piange e la vita si commuove.

Subito comprendo che quei versi, intessuti da un linguaggio molte volte misterico, diventano comprensibili solo a patto di avvicinarsi a essi con una particolare disposizione dello spirito. Mi era già capitato di incontrare, nel linguaggio quotidiano di Felice, l’uso di parole, per me, in principio, prive di senso. Si tratta di termini selvatici, primitivi, che attingono a una memoria antica, contaminata dalle radici dialettali della sua terra.

Questo è un tetroso cammino, capisce lei? È un mondo di furiosa esfinge…

Parole recise, in apparenza retoriche e altisonanti, inserite nel discorso come per interrompere la comunicazione creando il caos e l’indeterminatezza, propria, peraltro, del disordine mentale. Intuisco che inventare parole nuove è per lui un po’ come dare vita a un nuovo mondo, il proprio. Una sorta di mimesi della creazione, intima e privata. Ancora prima di comprendere il significato di un singolo testo, a sorprendere è la musicalità del ritmo poetico che si avverte come esito di una necessità ideale.

Mi appare chiaro che senso e armonia stanno in intima comunione, che quel linguaggio richiede un tipo di ascolto simile a quello della musica. Felice scrive di meno rispetto ai tempi del manicomio, ma mi chiede di trascrivere al computer qualche nuova poesia. I temi principali sono la terra natia, la solitudine dell’uomo, la sacralità. La stessa solitudine diventa suono, e si propaga nelle regioni nascoste del cuore. Regioni private e inaccessibili, precluse ai cammini degli uomini stolti, mi spiega.

Dapprima sembra di addentrarsi in una fitta foresta di simboli, di occulte e inquietanti presenze. Poi, lasciandosi trasportare dall’eco dei versi, si riesce a sorseggiarne l’intima bellezza poetica, il ritmo dotato di una consonanza perfetta:

Io vivo d’armonia sinfonica
vivo per edicere al mormorio del vento
La vita è candida allo strazio penoso
Io vivo tra gli sterpi cammini…
Il documentario su Felice Fischetti, "Il Cammino difficile", prodotto dal regista Tonino De Bernardi.

Conclusione ed eredità

La vita di Felice si conclude nell’estate del 2005, a causa di una malattia polmonare, in una RSA di Torino, dove viene trasferito in seguito al compimento dei 70 anni. Dopo sette anni dalla morte, inizio a lavorare alla sua biografia romanzata. Credo che scrivere di un poeta non sia mai un lavoro facile, soprattutto quando, come in questo caso, si è conosciuto l’uomo. Una lunga gestazione, fatta di ricerca e di ascolto personale, che viene alla luce nel 2016, anno della pubblicazione del testo. Una maniera per onorare e ricordare un vero poeta, un poeta in dialogo continuo con la dimensione sacra dell’esistenza.

Le foto di Felice Fischetti, esenti da diritti e scattate amatorialmente, sono state fornite a corredo del volume di Sergio Sut, curatore di una piccola casa editrice del Consorzio Arca di Torino. I familiari superstiti dell'autore del mio libro sono stati a suo tempo consultati nel corso della ricerca e informati del fine letterario dell’opera.

Bibliografia
  • Brescia R., Il poeta di spessi cammini ̶ Biografia romanzata di Felice Fischetti, Milano, La vita Felice, 2016.
  • Fischetti F., Versi del pensiero mistero, Cooperativa Il Margine, 1984.

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