Quando aveva più di novant’anni ed era quasi completamente cieca, Lalla Romano ha scritto i suoi ultimi pensieri in una scrittura quasi illeggibile, frasi corte e “poesie fatte di nulla”, “come me adesso”. I testi sono stati trascritti con pazienza dal compagno Antonio Ria e pubblicati postumi (Diario ultimo, Einaudi 2006), insieme alle parole chiave, le parole ultime, che ha dettato ogni sera tra gennaio e febbraio del 2001 (morirà a giugno): dalla prima, Amore, all’ultima del 14 febbraio, Depressione. Il diario è la quintessenza della poetica della scrittrice piemontese, la quale sembra assumere la cecità come un punto di vista e spesso ripensa al soggetto centrale di tutta la sua scrittura in prosa: la materia autobiografica.

Tra verità artistica ed effettiva
Tutti gli scritti di Lalla Romano sono autobiografici ma tutti potrebbero non esserlo, perché i nomi dei luoghi e delle persone sono il più delle volte alterati, i fatti sfumati, i tempi non esplicitati e i ricordi quasi impersonali, per quanto raccontati in prima persona. È utile rileggere alcune delle riflessioni del Diario ultimo:
uno scrittore è responsabile della vita che ha inventato, non di quella che ha vissuto
Mi domando se è stata una mia tendenza alla mistificazione a farmi alterare le date, come risulta di fatto. Difendere una mia presunta coerenza morale non mi interessa. L’essere artisti comporta una tendenza alla mistificazione.
Il riferimento è al fatto che in alcune biografie derivate da una nota scritta di suo pugno la scrittrice risulta nata nel 1909 e non nel 1906. E ancora:
Vorrei riscrivere tutta la mia vita
Reinventarla
Rifarla
Forse capita a tutti.
Chissà se sono innocente
O colpevole.
Ernesto Ferrero, che ha raccolto in un libro una collezione di brani della Romano, nell’introduzione ha scritto che l’autobiografia è sempre una menzogna ben congegnata perché anche quando l’intento è genuinamente autobiografico, il fatto di scrivere (un gesto creativo) porta alla deformazione degli eventi e della loro sequenza. La deformazione è essa stessa autobiografica, in quanto soggettiva, ma è innegabile che permanga uno scarto tra la verità effettiva (le cose accadute, in certi tempi e luoghi) e la verità artistica. A Lalla Romano l’autobiografismo è stato spesso imputato come se si trattasse di un limite e di una scrittura minore (quando in realtà è una scelta operata da molti grandissimi scrittori e ancora di più scrittrici quali Marguerite Yourcenaur e Annie Ernaux). Glielo imputerà anche il figlio, dopo che i rapporti con la madre si saranno guastati in seguito alla pubblicazione di Le parole tra noi leggere (Premio Strega 1969), un libro che racconta la travagliata relazione tra madre e figlio: che lui se ne sia risentito è un segno che quell’autobiografismo non era mistificato, o non del tutto, oppure che il non dichiararlo come tale lo abbia reso immediatamente reale agli occhi dei lettori. Di certo è un segno che quei ricordi sono stati raccontati senza sconti, affettazione e sentimentalismo.

Graziella Romano proviene da una famiglia della media borghesia. Il padre Roberto era geometra e quando lei nasce, l’11 novembre del 1906, lavorava come tecnico del Comune di Demonte, in Valle Stura; la madre Giuseppina Peano era nipote del grande matematico Giuseppe Peano. Il nome un po’ liberty “Lalla” le viene affibbiato presto: lo ritroverà in una annotazione del padre sulla scatoletta di una lastra fotografica con un suo ritratto di quando aveva poco più di due anni. Il suo primo ricordo è un’immagine di terrore (la racconta in Un sogno del nord, 1989): un’ombra proiettata sulla parete della stanza, due piedi incrociati e appuntiti, forse di una balia che la teneva in grembo, che dondolano al ritmo di una nenia.

Trascorre l’infanzia, gli anni della Belle Époque, a Demonte. Il padre amava l’arte, la caccia, era un fotografo amatore. La madre era una donna molto bella, contemplativa e dalla felicità rapida e misteriosa: di lei Lalla scriverà (La penombra che abbiamo attraversato, 1964) che contemplava certi momenti fuggevoli della natura e poi “riabbassava gli occhi come avesse visto qualcosa che gli altri non vedevano”. Nel 1916, dopo la Grande Guerra, la famiglia si trasferisce a Cuneo dove il padre lavora come libero professionista nello studio del nonno, anche lui geometra. Abitavano fuori città, nella regione degli orti sulla statale per Nizza, nella casa del prozio, un prete solitario. Per andare al ginnasio e al liceo (il Silvio Pellico), Lalla percorreva un vialetto tra ville e gaggie, raggiungeva la “piazza grande” (piazza Galimberti) – dal perimetro regolare e simmetrico tra il burocratico e il militare, però piena di luce – percorreva i portici di via Roma bassi e bui. Si vergognava, allora, che Cuneo non sembrasse avere un vero e proprio centro storico, si vergognava anche del nome che negli anni successivi le parrà invece così puntuale e concreto, aderente alla posizione della città sull’altipiano alla confluenza dei fiumi Stura e Gesso.
Negli anni Venti la famiglia Romano va a vivere nel centro storico, in via Barbaroux, ma Lalla ormai frequenta l’università a Torino. Nei primi tempi torinesi viene ospitata dal prozio Giuseppe Peano, fratello del nonno materno, matematico e ateo, che le regala Così parlò Zarathustra. Dopo, andrà a stare in un educandato femminile in zona pre-collinare. Cuneo resterà una città tanto amata (la chiama Tule in un breve scritto), forse anche perché dai più ritenuta senza fascino, bigotta e al massimo lodata come ordinata e pulita. In un testo scritto pochi anni prima di morire, ripubblicato in appendice a Un sogno del nord (edizione 2014, Einaudi), Romano si chiede che cosa sia stata Cuneo nella sua vita. A Cuneo, dice, ho appreso la libertà di pensiero, e poi scrive una frase che potrebbe averla detta Pavese: “Non si ritorna se non dal luogo dove non siamo mai partiti”.

È a Cuneo che inizia a dipingere: ha il pallino della pittura (“l balin ‘dla pitüra”), commentano con rammarico i suoi concittadini. A Torino, nella Facoltà di Lettere e Filosofia, è allieva di Lionello Venturi, il famoso professore e critico d’arte. In Una giovinezza inventata (1979) racconta di come si fece notare dal professore. Durante una lezione, davanti a un “Tobia e l’angelo”, Lalla osservò che gli stivaletti gialli, sul bruno del terreno, erano un tono e non soltanto linea e forma come sosteneva il professore. Lo disse tanto per confutarlo, convinta com’era che i teorici dell’arte non avessero una conoscenza profonda della materia. Lui rispose seccato ma le diede appuntamento a casa sua qualche giorno dopo. È l’inizio di uno strano rapporto: lei gli porta a vedere i suoi disegni e i quadri legati da uno spago, lui rispetta la sua “freddezza” e ogni tanto, cautamente, le domanda qualcosa per provare ad attraversare la sua riservatezza; un giorno, ad esempio, le chiede quali uomini le piacciano e alla sua risposta – i contadini – sorride e dice “Vorrei essere un contadino”. Venturi la introduce alla scuola di Felice Casorati ma Lalla predilige una pittura essenziale, post-impressionista: dipingerà ed esporrà in mostre sino agli anni Cinquanta, quando inizia a scrivere (poesie e poi prosa); la pittura sarà abbandonata del tutto per circa quarant’anni, fino al 1993 quando verrà organizzata, grazie ad Antonio Ria, una grande mostra inaugurata a Torino.

Negli anni dell’università nella Biblioteca di Facoltà vede spesso un giovane pallido e magro che si attorciglia continuamente intorno a un dito della mano una ciocca di capelli neri: è Cesare Pavese. In quella biblioteca, un giorno, entra un uomo incredibilmente bello ed elegante, con i guanti, un cappello non sportivo come quelli che usavano gli altri, un impermeabile chiaro: è Franco Antonicelli, che nei suoi scritti Lalla Romano chiama con il nome Altoviti. Racconta (Una giovinezza inventata), e chissà se la storia è del tutto vera o trasfigurata e quanto, che una sera di primavera lo vide attraversare piazza Vittorio, per lungo, diretto verso la Gran Madre. Lei lo segue, lui raggiunge piazza Gran Madre, fingendosi svagato, quindi prende a salire verso Villa la Regina, lei dietro; a un certo punto si volta e la guarda: “Cercava me? – dissi. Mi sembrò risentito: – Voi mi siete venuta incontro.”
È l’inizio di una relazione o di un flirt che la lascerà delusa. Altoviti / Antonicelli è troppo disinvolto e mondano ai suoi occhi, simile al mese di marzo, “freddo e gentile”. Lui ammette di essere un irrequieto, un Peer Gynt (il cacciatore solitario protagonista di una leggenda norvegese e di un dramma di Henrik Ibsen); le scrive messaggi poetici indirizzandoli a “Pallade color dell’uva” ma con lei, così sottile e leggera ma nello stesso tempo imperscrutabile, con un’ansia di assoluto e una sensualità inappagata, non sa bene come comportarsi. Venturi sentenzia che la relazione non può funzionare perché Altoviti è un “fiore di serra” mentre lei è un “cardoselvatico”.
Nel 1928 Lalla Romano si laurea con una tesi su Cino da Pistoia e il fiore di serra non va alla sua discussione, ferendola. Verso la fine del ’29, Altoviti / Antonicelli le scriverà:
Cara Lalla,
tanti auguri: di che cosa, pensaci tu. Auguri proprio di cuore, perché dopo, tutto quel bene che te ne verrà farà piacere anche a me. Quando vieni?
Care cose affettuosissime dal tuo egoista malvagio bugiardo fedifrago sornione e violino senza canto
Peer
È l’atto finale della loro relazione narrata. Ventenne dandy e frivolo, di lì a poco Antonicelli diventerà antifascista militante, sarà arrestato e mandato al confino. Lalla, invece, ritorna a Cuneo, dove insegna storia dell’arte al liceo e poi diventa direttrice della Biblioteca civica. Nel 1932 sposa Innocenzo Monti, impiegato di banca, immortalato nel suo libro forse più bello, Mari estremi, pubblicato dopo la morte di lui nel 1984. Maturo sin da giovane, riservato, solido e protettore ma anche sensibile, di una bellezza virile con qualcosa di femminile, il marito riesce a temprare l’indole selvaggia di Lalla Romano, che starnutiva e rideva rumorosamente e mangiava carne cruda o poco cotta “le teste degli uccelli, dei pesci, gli ossi da rosicchiare”.

In questi anni Romano inizia a scrivere poesie e nel 1941 pubblica il suo primo libro (Fiore, Frassinelli). Durante la seconda guerra aderisce al gruppo “Giustizia e Libertà” e compie qualche lavoro nelle retrovie, impegnandosi nei Gruppi di difesa della donna, ma questa è una pagina della sua vita di cui non scriverà mai, preferendo tenere sempre fuori dalle narrazioni le questioni politiche, sociali, economiche e in generale la sfera pubblica.
Dopo la guerra trascorre ancora un anno a Torino: è il periodo in cui entra nel gruppo dell’Einaudi e approfondisce la conoscenza di Pavese, Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Italo Calvino. Nel 1944 Pavese le affida la traduzione di Tre racconti di Flaubert, e traducendo Lalla si rende conto delle potenzialità della prosa, del fatto che essa può essere rigorosa come la poesia e in più ha una capacità di diffusione, essendo realmente riproducibile (a differenza di un quadro e di un disegno), non attingibile dall’opera d’arte.

Nel 1947 si trasferisce a Milano con il marito e il figlio Piero e lavora come insegnante presso una scuola media; è da questo momento in avanti che inizia la carriera di scrittrice: il primo testo in prosa è Le metamorfosi, una raccolta di descrizioni brevi ed evocative di sogni (1951), il primo romanzo è Maria (1953), dove la protagonista è la domestica della scrittrice. La sua prosa si nutre tutta della sua vita di prima, quella a Demonte, a Cuneo e a Torino. In un unico libro accenna alla guerra ma Tetto murato (1957) è un testo anomalo nella letteratura ambientata durante la Resistenza: è un ménage à trois o meglio à quatre non effettivamente compiuto tra Ada, il marito Paolo e Giulia, alter ego della scrittrice, sposata con Stefano: i quattro vivono in semi-clandestinità in un borgo non determinato, negli ultimi anni della guerra. I due rifugiati Ada e Paolo sono in realtà Adolfo ed Eugenia Ruata, cari amici della Romano e anche di Pavese e la guerra fa soltanto da sfondo a una microstoria complessa e privata, come l’ha definita Eugenio Montale in una sua recensione.
Romano raggiunge la popolarità con il premio Strega del 1969 per Le parole tra noi leggere, un romanzo duro e tagliente che racconta il rapporto impegnativo con il figlio: lui è provocatorio, polemico, ermetico; lei, la madre, è consapevole di avergli girato intorno per tutta la vita, senza riuscire a comprenderlo e a entrare nella sua profondità. Racconterà, in un breve scritto (Contemplazione – Scheda di lavoro, in Un sogno del nord):
Anni fa mio figlio, interrogato pubblicamente sui miei libri, disse: “So che mia madre scrive storie di famiglia, penso che siano libri noiosi e non li leggo”. Adesso non li legge a ragion veduta, perché l’ho troppo coinvolto con Le parole, e non so dargli torto.

I ritratti fotografici di Lalla Romano trasmettono un’immagine di moralità austera ma luminosa e ironica. Era regale e affascinante, dall’aspetto nordico, ma non si piaceva. Da giovane disprezzava l’attenzione che gli uomini le rivolgevano e la cura del proprio aspetto, come se si trattasse di frivolezze trascurabili. Aspirava a una bellezza meno espressiva, a una perfezione irreale e pulita, cézanniana: negli autoritratti dipinge un volto ridotto alle linee essenziali, senza dolcezza, riproponendo uno stile formale che era poi anche uno stile di vita. Ma sotto a quel rigore scorreva una vivacità irrequieta che la faceva fuggire dagli sguardi altrui.
Non volevo essere considerata bella, bensì dotata d'intelligenza, e per questo sono stata punita – dirà in un’intervista negli anni Novanta – punita perché non ho conservato fotografie della mia giovinezza, semplicemente non me le lasciavo fare, fuggivo. E così adesso non le ho, e mi pento.

Quella dolcezza inappagata ritorna nel Diario ultimo, dove un giorno, sentendosi vecchia e chiedendosi come la veda Antonio, il compagno più giovane, scrive di sentirsi “vergognosamente felice…” e subito dopo: “Sono felice infelice, del resto condizione umana naturale.”
Nella produzione della scrittrice occupano un posto importante i “romanzi per immagini”, degli scritti di genere non classificabile composti in prevalenza da immagini, con brevi testi a corredo. Il primo, del 1975, è Lettura di un’immagine, seguito da Romanzo di figure (1986), Nuovo romanzo di figure (1997) e Ritorno a Ponte Stura (2000). I testi sono stati composti a partire dal ritrovamento, in più fasi, delle stampe e poi delle lastre in vetro originali delle fotografie scattate dal padre negli anni di infanzia della scrittrice, tra il 1904 (anno del matrimonio di Roberto e Giuseppina) e il 1914. Le centinaia di lastre avvolte nella stessa carta rossa in cui Lalla le aveva viste, da bambina, nella camera oscura della casa di Demonte, diventano la base di “romanzi” che sono un omaggio al padre, alla sua capacità di cogliere l’attimo di massima espressività, e all’infanzia, ma anche una nuova lettura del passato.
Lalla Romano guarda le fotografie, molte delle quali ritraggono lei stessa, i genitori, i familiari, per dare un senso compiuto a quel passato. Il rapporto tra i genitori è riletto alla luce delle foto che li ritraggono insieme, scattate con l’“autoscatto” dell’epoca, usando una peretta che il padre teneva nascosta nella mano dietro la schiena, dopo aver ben dissimulato nel terreno il tubicino di gomma che collegava la peretta alla macchina. Le foto rivelano dei segreti, sono epifanie e agnizioni di una verità profonda, permettono di intuire il destino e l’origine dei tratti caratteriali di Lalla bambina. Come ha scritto Alfredo Giuliani in un articolo del 1998 pubblicato su La Repubblica, non si tratta semplicemente di dare testimonianza di un passato vagheggiato con nostalgia e affetto, con buoni o cattivi ricordi: “Qui assistiamo a un fenomeno molto più complesso e fortunoso: l'invenzione di una memoria”.
Alcune delle fotografie più belle sono esposte a Demonte, nello Spazio Lalla Romano allestito al primo piano del Palazzo dei Conti Borelli, insieme a una ricostruzione fotografica della biblioteca del suo studio milanese di via Brera; una parte dei suoi dipinti, in precedenza conservati nello spazio, sono stati acquisiti nella “Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo”. Una targa è affissa sulla casa dell’infanzia di Lalla Romano, posta all’inizio del paese, una grande e compatta casa gialla su portici larghi e bassi.
Foto dal Museo Lalla Romano (© Biblioteca Civica Demonte).
Nei libri di Romano, Demonte è chiamata “Ponte Stura”, un nome inventato durante la scrittura di La penombra che abbiamo attraversato e di cui poi la scrittrice si pentì:
Mi è restato per molto tempo un rammarico, quasi un rimorso per aver cambiato il nome. Allora si usava in letteratura. Io sono stata libera nel pensiero, sempre; ma qualche volta nelle cose pratiche, anche letterarie, sono stata influenzata dalle opinioni dei più vecchi. Mi dicevano che non bisognava dare i nomi veri. Tutti consigli sbagliati, dati anche da letterati illustri. Pazienza.Non mi sono ribellata abbastanza. Me ne pento
Cambia nome alle persone e ai luoghi che ha trasfigurato di più, e che quindi sono da prendere meno alla lettera? O li cambia proprio in quei casi dove non ha mistificato nulla, ha scritto il vero, e allora falsifica almeno il nome per proteggerli, perché si possa pensare che non sono esattamente loro?
In quel pentimento è stata forse troppo dura con se stessa, perché sostituire o celare i nomi reali le ha permesso di costruire una memoria accessibile a tutti, potenzialmente universale.
Cos’è essenziale, nei ricordi e rievocazioni? Ciò che sarà colto, rivissuto da chi non c’era. […] Ognuno sostituirà nomi e tempo, comunque, e saranno efficaci. […] Ciascuno porrà nomi e tempi nuovi, e saranno storie vere, comunque.
Vere in quanto amate.
Una verità, dunque, che non è data dall’aderenza rigida ai fatti reali ma dalla dose di amore con la quale li ricordiamo e in qualche modo ricostruiamo per renderli presenti.

Il perimetro dei nostri ricordi ci definisce e limita ma anche, nell’ottica di Romano, ci rende liberi: è lo spazio, quello impropriamente detto autobiografico, nel quale esercitare la nostra libertà, uno spazio illimitato perché continuamente reinventabile. Per inventare la memoria serve un tempo lungo, durante il quale riattraversare continuamente infanzia e adolescenza che sono vaste e infinite ma anche perdute.
La memoria è la “misura principe di ogni narrazione”: sua, individuale, ma nello stesso tempo terreno di coincidenza con i lettori, non perché essi abbiano gli stessi ricordi, ma perché respirano e abitano nella stessa memoria “inventata”.
Io sono abituata a incontrare me stessa. I miei libri (romanzi) sono etichettati con la sciocca, saputa e superficiale denominazione di “autobiografici”; che non ha valore rispetto alla sola verità; l’invenzione.
In una delle ultime interviste (La Repubblica, 9 agosto 1997, Laura Laurenzi), alla domanda “Quando è stata più felice nella sua lunga vita?” Lalla Romano ha risposto: adesso.
Adesso perché adesso possiedo il passato che è diventato tutto presente. Dietro di me ho la mia vita. E fino a che uno ha memoria, uno la propria vita la può rielaborare, anche correggere. Siamo determinati dal nostro passato, ma lo possiamo anche modificare nella nostra memoria, nella nostra esperienza, finché abbiamo la lucidità.
Le care memorie perdute, perché amate, e vere, in quanto inventate.
👉 Per la visita allo Spazio Lalla Romano si ringrazia l’assessore alla cultura del comune di Demonte, Sergio Giraudo.
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