
Campionato mondiale di dattilografia svoltosi a Berna il 23 luglio 1967. Immagine tratta da Typewriter.
Nel 2012 è uscita nelle sale cinematografiche la commedia francese Populair, Tutti pazzi per Rose nella versione italiana. Ambientato nel 1958 tra la Normandia e Parigi, il film racconta le vicende di Rose Pamphyle, una graziosa ragazza con ambizioni da segretaria. Rose ha un talento innato: sa battere sulla macchina da scrivere a una velocità supersonica. Riuscirà a diventare campionessa nazionale di dattilografia, conquistando anche l’amore del suo datore di lavoro, Louis Echard.
Rose Pamphyle è un personaggio di fantasia, ma il contesto delle sfide di battitura ricostruito dalla pellicola è del tutto realistico. Queste gare avevano tutti i crismi delle competizioni sportive più tradizionali. Iniziarono a essere organizzate negli ultimi decenni dell’Ottocento negli Stati Uniti, in seguito al successo commerciale di una creazione fondamentale per lo sviluppo della società industriale: la macchina per scrivere Remington No. 1, prodotta a partire dal 1876 dall’omonima officina e inventata da Christopher Sholes e Carlos Glidden. Il corrispettivo italiano fu la Olivetti M1, prodotta dalla famosa ditta eporediese e immessa sul mercato nel 1911.

La prima gara dattilografica al mondo di cui si abbia notizia si tenne il 25 luglio 1888 a Cincinnati. Si affrontarono l’istruttore di macchine per scrivere Louis Traub e l’impiegato legale Frank McGurrin, che ne uscì vincitore. Può sembrare strano ma, agli esordi, la dattilografia era un’attività principalmente maschile. Ben presto, però, le donne iniziarono a superare in abilità i loro colleghi, stracciandoli senza pietà alle competizioni di velocità e andando man mano a riempire gli uffici. Tant’è che, nell’immaginario collettivo, le mansioni legate alla segreteria sono diventate inscindibili dalla figura femminile.
La moda delle gare di scrittura meccanica arrivò presto in Europa. Dal 1900 in poi anche l’Italia divenne teatro di queste particolari sfide, da Milano a Venezia, da Roma a Torino.
Torino ha avuto la sua Rose Pamphyle. Si chiamava Piera Bollito, nata il 23 gennaio 1905 da Ettore Bollito e Giovanna Roberto. La torinese, licenza tecnica in tasca, era in grado di far volare le sue dita sulla tastiera alla velocità di ben seicento battute al minuto. Il suo nome iniziò a comparire sui giornali negli anni Trenta del Novecento, grazie ad un’originale iniziativa organizzata dalla casa di produzione americana Metro Goldwyn Meyer per promuovere il film del 1936 Wife versus Secretary, Gelosia nella versione italiana. Protagonista del lungometraggio, la star Clark Gable nei panni di un marito accusato dalla consorte di tradimento con la segretaria, interpretate rispettivamente dalle dive Myrna Loy e Jean Harlow. La Metro Goldwin Meyer decise di chiamare a raccolta, nei cinema d’Italia che avrebbero proiettato Gelosia, le segretarie, o aspiranti tali, per sottoporle ad una gara che decretasse le migliori dattilografe del paese. A Torino la competizione si svolse nel pomeriggio di sabato 3 ottobre 1936 nella sala d’ingresso del cinema Ambrosio di corso Vittorio Emanuele II. Le iscritte erano centotrentacinque, dai sedici ai quarant’anni, professioniste e non, che desideravano testare le loro capacità. La prima classificata si sarebbe aggiudicata una macchina per scrivere, la seconda un premio speciale, dalla terza alla dodicesima un ricordo, mentre le altre si sarebbero dovute accontentare di un biglietto gratuito per la proiezione.

Si richiedeva alle partecipanti, suddivise in gruppi, di ricopiare in sei minuti la prefazione scritta da Mussolini al recente libro del maresciallo Emilio De Bono sulla guerra d’Etiopia, intitolato La preparazione e le prime operazioni. Supervisore dell’evento era il professore Carlo Cerchio, “padre delle dattilografe torinesi, perché quasi tutte le ebbe come allieve”, autore di testi didattici di stenodattilografia e fondatore, nonché direttore dei corsi, della S.I.S.T. (Società Intersistematica Stenografia Torino), con sede in via Po 2.
Tra le concorrenti spiccava una “testina bionda che filava come un fulmine”. Era proprio lei, Piera Bollito! Nonostante un tentennamento al cambio del foglio e il testa a testa con “una tremenda avversaria dal cappellino verde”, Piera si qualificò al primo posto. Cappellino verde, al secolo Antonietta Ferrero, aveva scritto una parola in più, ma testina bionda aveva fatto meno errori. Piera era una fuoriclasse, ma in quel frangente non aveva dato davvero il meglio di sé: settanta parole al minuto, mentre il suo record era di cento. Avrebbe avuto altre occasioni per recuperare.
Ho cominciato piano. L’emozione mi impediva di fare di più. Quando ho preso ad andare forte, sono arrivata alla fine del foglio. Ho sentito che ero la prima a cambiare, ma ho perso il segno. Ah! Che rabbia sentire le altre continuare a battere ed io dover star ferma! Finalmente ho riattaccato ed ho tirato via da disperata.
La macchina per scrivere nuova fiammante vinta da Piera sarebbe stata molto utile per il lavoro nella copisteria Minerva di via San Pio V 9, con interni progettati dall’architetto Gino Levi-Montalcini. Il negozio era gestito insieme alla sorella Giuseppina, detta Pina, anche lei abilissima nel battere a macchina. A due passi dal lavoro, in via Principe Tommaso 4, si trovava l’abitazione delle due giovani. Erano donne lavoratrici e indipendenti, Piera e Pina. In quanto tali, erano impegnate nella valorizzazione e nel sostegno dell’imprenditoria femminile e delle pari opportunità. Entrambe le sorelle, infatti, erano socie attive del Soroptimist Club Torino, fondato nel 1950, e dell’A.I.D.D.A. (Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d'Azienda), fondata nel 1961.
Gareggiando per la ditta Olivetti, Pierina diventò presto campionessa italiana di dattilografia, sbaragliando le avversarie ai concorsi provinciali e nazionali indetti dall’Opera Nazionale Dopolavoro nel giugno 1939 e 1940 alla Fiera di Padova, con l’organizzazione tecnica del Primo Centro Italiano di Studi Dattilografici. Partecipò anche Pina, arrivando al secondo posto. La prima prova del 1940 si svolse il 16 giugno, praticamente all’indomani dell’ingresso dell’Italia in guerra (10 giugno). In seguito a un temporale, la scrittura a macchina fu effettuata al buio dalle concorrenti!
Le sorelle torinesi scrissero un breve memoir della competizione del 1940. Raccontarono che, partite da Torino alla volta di Padova, fecero una sosta a Milano per riunirsi alla squadra e per effettuare delle prove che ebbero esito molto positivo. Ma, arrivate nella città veneta la sera prima della gara, fecero ancora un’esercitazione e…
Ahimè! Le nostre mani erano tarde, legate, non rispondevano più alla nostra volontà. Immaginate due dattilografe alle loro prime armi. La macchina era divenuta un ordigno estraneo, complicato, nemico, invece che un congegno noto, amico, fedele come sempre. La causa non si poteva spiegare che con la fatica del viaggio, che avevamo fatto con una Fiat 500, sotto l'imperversare di una serie indescrivibile d'uragani. Coraggio! Meglio non insistere: e andare a dormire! L'indomani mattina eravamo rinate.
Piera e Pina descrissero la gara come nemmeno un radiocronista consumato avrebbe saputo fare:
Eseguiamo le prime battute lentamente... Mentre i nostri occhi seguono il testo da copiare, la mano acquista scioltezza, i nervi si distendono. La gara non dura che dieci minuti: bisogna filare a tutta velocità, poiché le altre concorrenti, a giudicare dal frenetico ticchettio, corrono ch'è uno spavento. Una ha già cambiato foglio: la partita è forse perduta? Anche noi stringiamo i tempi, non ci arrenderemo finché avremo fiato... Battiamo alla disperata, ma senza perdere il controllo della nostra azione. La prima pagina è riempita. In pochi secondi il foglio è cambiato. Non abbiamo perso il segno, le cose vanno come si deve; riprendiamo con rinnovata lena. Ma che accade dunque? Il fischio annunzia la fine della gara. Così presto! E si cominciava proprio ora a filare col nostro stile... se anche i risultati non saranno pari alle speranze, non abbiamo nulla da rimproverarci: abbiamo fatto tutto quello che abbiamo potuto.
Insomma, nonostante i timori e l’agitazione, “le campionesse torinesi” trionfarono.

Nel giugno 1949 Piera sbaragliò con la Olivetti Lexicon 80 le avversarie anche alle Gare Nazionali di Stenodattilografia tenutesi al Casinò di Viareggio, vincendo una macchina per scrivere e ben centomila lire. Il suo sogno era quello di riuscire prima o poi a surclassare il dattilografo milanese Alfredo Tombolini. Con le sue dieci battute al secondo, Piera era quasi vicina all’obiettivo, ma non raggiunse mai Tombolini, detentore del record mondiale di 15,8 battute al secondo.

Nel 1950 Piera vinse il concorso nazionale francese svoltosi ad Algeri. Alle prime Olimpiadi Internazionali di Stenografia e Dattilografia, che si tennero presso la Villa Reale di Monza dal 14 al 17 aprile dello stesso anno, “la prodigiosa dattilografa torinese” arrivò prima su oltre duecento partecipanti alla gara internazionale di velocità, con la media di 545 battute al minuto, e a quella italiana a squadre. La squadra Lexicon-S.I.S.T. era formata anche da Emma Scalvini, Elena Amosso e Antonietta Ferrero, nientemeno che quel temibile cappellino verde che Piera incontrò all’Ambrosio nel 1936. Invece, la gara individuale nazionale fu vinta dalla romana Jole Mariotti, che diede sempre del filo da torcere alla nostra Piera. Sempre onnipresente era Pina, tanto che le due sorelle furono soprannominate le “Coppi e Bartali della dattilografia”. Anche negli anni successivi Piera Bollito continuò a mietere successi grazie alle sue frenetiche dita e, in seguito, diventò la madrina delle campionesse dattilografiche più giovani della S.I.S.T., a cui passò il testimone.

Pina si spense il 21 novembre 1985, raggiunta da Piera il 22 gennaio 1994. Nel necrologio di quest’ultima, apparso sul quotidiano La Stampa, compare questa frase:
Ti ringraziano i laureati che hanno presentato tesi dattilograficamente ed esteticamente perfette grazie alla tua professionalità.
La tomba di famiglia all’interno del Cimitero Monumentale di Torino è una moderna e sobria edicola funeraria in diorite e serizzo, che passa quasi inosservata in mezzo alle altre. Commissionata nel 1968 alla veronese Ada Bursi, una delle prime donne architetto in Italia, è caratterizzata dall’iscrizione “Post laborem requiem in Domino - Dopo il lavoro riposo nel Signore” e da pregevoli opere in marmo di Carrara realizzate dalla scultrice nicese Claudia Formica. Al suo interno ci sarebbe lo spazio per posizionare una macchina per scrivere, magari una Olivetti, per rammentare a chi passa le vittorie “sportive” delle sorelle Bollito.

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