Versi, radici e montagne

L’intimo viaggio di Remigio Bertolino nella poesia piemontese

Nell'immagine: Remigio Betolino nel suo studio (foto di Luca Corti).
D’origine savonese ha studiato filosofia all’Università di Genova, ma da anni vive a Cuneo, dove insegna. Si occupa di storia e di letteratura, con un occhio alle figure un po’… leggi tutto
  

Non si è poeti dialettali o in lingua, ma semplicemente poeti e la scelta di Remigio Bertolino di scrivere soprattutto in piemontese, e nel piemontese antico di Montaldo Mondovì, una variante quasi scomparsa, ha proprio il senso di inerpicarsi nella creazione di una lingua perduta.

Lo abbiamo accompagnato in una passeggiata nei suoi luoghi, a partire proprio dalla frazione di Roamarenca di Montaldo Mondovì, dove è nato nel 1948.

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Dar voce ai personaggi di montagna

Oggi Roamarenca è un borgo quasi del tutto disabitato, in cui però una chiesa dedicata a San Rocco, forse di origine medioevale e riedificata nel 1600, e le numerose case, antiche, di pietra gialla locale, che seguono la strada che scende al Roburentello (una importante via Marenca, una delle vie del sale verso la Liguria), fanno capire che un tempo era abitata da centinaia di persone. Le colline che digradano verso Torre venivano coltivate a frutteto e vigneto per la bella esposizione al sole, mentre oggi il bosco si riprende il suo spazio. Osservando gli edifici in cui c’era casa sua, quella di sua nonna, dall’ampio portico, e quelle dei suoi amici (con cui comunicava da finestra a finestra) Bertolino ci ha raccontato la sua scelta di scrivere in dialetto:

Pubblicai il mio primo libretto di versi, in italiano, nel 1974 [“Un ponte ci divide”: conteneva poesie dedicate alla figura paterna e altre legate anche alla sua esperienza di lavoro nelle Acciaierie del Tanaro, ndr.]. I versi mi suonarono, poi, falsi, imbalsamati in una patina retorica. Volevo dar voce ai semplici personaggi di montagna del mio mondo conosciuto da bambino e ragazzo, e mi accorsi che dovevo restituirli alla loro lingua originale, dare il senso del loro pensiero. Ho perso la mamma quando avevo tredici anni; passai tante ore con mia nonna, nata ancora nell’Ottocento, che sapeva incantarmi con le sue “storie”. La sua lingua era un dialetto arcaico, scabro: mi è rimasto impresso e credo che il mio primo scrivere nel piemontese di Montaldo abbia cercato di restituire a quel mondo l’esistenza attraverso la sua lingua e in qualche modo salvarlo dall’oblio. Inoltre il montaldese era la lingua materna.
La chiesa di San Rocco di Roamarenca (foto di Luca Corti).
La chiesa di San Rocco di Roamarenca (foto di Luca Corti).

Nelle prose raccolte nel libro Rabeschi (2009) racconta la sua vocazione come un gesto “naturale” che lo accompagnò fin da bambino quando, affascinato dalla neve che volteggiava fuori dalla finestra della sua scuola elementare, scrisse i primi versi sul suo quaderno e fu rimproverato dalla maestra che gli distrusse il foglio.

La poesia alitò le sue grandi ali di angelo invernale sulle mie spalle ingobbite. In una misera aula scolastica di montagna, seduto ad un banco di legno traballante, nella fila centrale, vicino ad una stufa a legna che ardeva e scoppiettava insieme alla voce della vecchia maestra. Nel lacrimoso riquadro del finestrone volteggiavano farfalle di neve che mi facevano l’occhiolino e mi incitavano a imitare le loro capriole. Aprii il quaderno dalla copertina nera come la notte e scrissi d’impeto qualcosa lasciando scorrere il pennino gonfio d’inchiostro sulle righe nere che parevano fili della luce persi nel biancore della campagna.
Un quaderno con le poesie di Remigio Bertolino (foto di Luca Corti).
Un quaderno con le poesie di Remigio Bertolino (foto di Luca Corti).

La poesia come fuga salvifica

Accanto alla chiesa scorgiamo l’edificio di quella scuola che ancora negli anni Cinquanta consentiva ad una quindicina di bambini di frequentare la scuola elementare, e in cui la maestra arcigna compì quel misfatto. Remigio ci racconta che tanti dei suoi compagni di classe vi arrivavano ogni giorno dopo un lungo cammino attraverso i boschi. Fu però la morte della madre, avvenuta quando Bertolino aveva solo 13 anni, a cementare quella spontanea vocazione e a farne una fuga salvifica: “la poesia mi gettò la sua corda di parole e mi salvò dal baratro in cui precipitavo”, scrive, sempre nello stesso libro. E cominciò ad affidare ai fogli, nel tempo passato nel caldo dei fienili (il barcon con il suo odore estivo di erba) le sue fantasie e a cercare la voce della madre scomparsa.

Così racconta la scena della casa segnata dalla morte in Mi, contenuta nella sezione Ël vòl di Sbaluch:

A ca
j’ava fasse ’l ni
la mòrt.
I passava
sensa trasse
sjë specc. 

La fiòca
am beicava dai veri.
“Pòrtme n’at”,
i-j bramava. 

Ma chila, dòp un vòl,
am dëscariava ’nt la stànsia
con ij ridò bianch,
le figure nèire
ëntorn a la cassia,
le man siorà
ch’i scoro su gran-e ’d rosari
e ’l gat – àngel ëd prea –a fissé la sënrech’as mugia sot la stiva.
A casa / aveva fatto il nido la morte. / Passavo senza immagine / sugli specchi. / La neve / mi guardava dai vetri. / “Portami in alto”, / le gridavo. / Ma lei, dopo un volo, / mi abbandonava nella stanza / con le tendine bianche, / le figure nere / intorno alla cassa / le mani butterate di geloni / che scorrono su grani di rosari / e il gatto – angelo di pietra−/ a fissare la cenere / che s’ammucchia sotto la stufa.
Il cortile di Roamarenca con la porta di quella che era la scuola elementare (foto di Luca Corti).
Il cortile di Roamarenca con la porta di quella che era la scuola elementare (foto di Luca Corti).

La ricerca della madre da allora diventa ossessiva nelle poesie di Bertolino ma perde ogni connotato psicologico e ne assume uno universale, paradigmatico di ogni perdita che ognuno deve affrontare: c’è un bambino, orfano, in una capanna nel bosco, si potrebbe dire, e quel bambino ha un padre gentile ma triste, “con gli occhi del colore della nebbia”. Quel bambino ricorda altri occhi, castani luminosi, aperti, di una madre che si è ritirata improvvisamente oltre le cime delle montagne bianche ed è solo ad affrontare la vita e il dolore, in compagnia degli elementi, che ci mostrano il loro volto a volte tenero (un pero che dà frutti che ormai al mercato nessuno vuole) a volte terribile (i temporali, un mese di pioggia a maggio, il lato oscuro delle cose che emerge con il buco nero del pozzo che attira a sé). Lui li affronta da solo o, meglio scopre che la sua penna può dominare, anche se debolmente, questa doppia faccia di una natura numinosa.

Il tempo per la poesia non è mai perso

Un’altra persona però, nei suoi racconti strappa quelle prime pagine: anche l’inserviente del collegio di San Michele, nelle scuole medie, lo sorprenderà di nuovo a “perdere tempo” scrivendo versi e lo rimprovera aspramente. Oggi (Ùltime reuse) riflette su quell’espressione “perdere tempo”: il tempo della poesia è un tempo laterale, mai perso e mai quotidiano. E nessuno riuscirà a fermare quel miracolo che sempre si ripete come il fiorire delle rose piantate da suo nonno ancora nell’Ottocento, rose antiche che fioriscono fino a dicembre davanti al suo tecc, sulla collina di San Giorgio, sul crinale fra il Corsaglia e il Roburentello.

La vecchia casa sulla collina di San Giorgio e le sue rose antiche (foto di Luca Corti).

Infatti, nonostante i temi del lutto e della vita povera ed essenziale della gente di montagna siano quelli centrali nella sua poesia, essa non è una poesia luttuosa o amareggiata. Emerge una visione rarefatta della realtà di montagna che va ben al di là della dimensione di nostalgia del “buon tempo andato” e la montagna vi assume un carattere di scenario perfetto per l’isolamento e la concentrazione sulla parola e sugli elementi naturali. Quando leggiamo della donna povera e vedova, “marastra” che prende sette orfanelli “all’ospedale” per trarne sostentamento e li fa vivere in una capanna poverissima di stenti, e quando uno muore lo appende vestito fuori dalla porta, perché non accetta che la sua morte porti una riduzione delle sue entrate (figura grottesca ma anche tragica di strega povera che contempla “coj sòd lusent ch’i sglin-o /sota la pajassa / quand im vir la neucc.”, con un’avidità primaria e crudele) capiamo che questo personaggio come pure la povera donna suicida o il papà che spezza al mattino tristemente legnetti per accendere la stufa, non hanno affatto un valore memorialistico, come in tanta pur apprezzabile narrativa che vuole ricordare la scomparsa civiltà contadina.

Come ha scritto giustamente Giorgio Bárberi Squarotti, “Mai forse una poesia è stata più lontana d’ogni concessione al patetico, al realistico, al narrativo, alle commozioni.” Al di là di ogni compiacimento retorico in Bertolino la tragicità dei suoi personaggi viene descritta o parla, in una sorta di teatro che ha ricordato a Giovanni Tesio Spoon River. Questo poi non significa che nella poesia di Bertolino non ci sia l’eredità della tradizione poetica contemporanea. Bertolino è infatti poeta di grandi letture. Così ancora ci dice:

Una poesia di Bertolino al suo "tecc" (foto di Luca Corti).

Mi sono nutrito di grande poesia: Rainer Maria Rilke, Robert Frost, Aleksandr Blok, Anna Achmatova, Antonio Machado, Emily Dickinson, William Butler Yeats… vertici di sublime bellezza. Per me scrivere in dialetto non è mai stata una regressione del pensiero, una forma minore di folklore o nostalgia.

Nei luoghi della Guerra del sale

Se la sua poesia ha un afflato europeo e contemporaneo, in lui però non viene mai meno il dovere della memoria: in questa lunga passeggiata che ci ha portato a vedere i luoghi che sono l’ombelico della sua ispirazione poetica, abbiamo dedicato molto tempo a esplorare i luoghi della Guerra del sale e cioè della guerra che i Savoia sulla fine del Seicento hanno combattuto in vari luoghi del Piemonte ma in particolare nel montaldese, per sedare le rivolte che erano esplose per ribellarsi contro l’introduzione della tasse sul sale da cui prima erano esenti. Ne nacque una vera e propria guerra civile con una resistenza armata da parte della popolazione locale e dei giovani. Per ben due volte l’esercito regolare li affrontò e vinse, ma nella seconda incursione, nel marzo del 1699, il tutto finì con una repressione violenta che comportò l’uccisione e l’impiccagione di tanta della “bella gioventù” montaldese, che aveva con baldanza deciso di sfidare i Savoia, e addirittura il taglio dei castagni di un intero versante del loro territorio, umiliazione e danno ovviamente gravissimi.

Di questo terribile conflitto, che adottò metodi durissimi di rappresaglia e uccisione di civili che purtroppo richiamano alla mente episodi più recenti, i documenti ricordano, fra gli altri, di una donna decapitata con suo figlio nella chiesa parrocchiale, insieme a un vecchio mendicante e Bertolino, che sostiene di avere quasi avvertito la voce di quei fatti, ne ha scritto una cronaca struggente, (L’uomo che raccontava della guerra del sale, 2017) immedesimandosi nelle parole di un cantastorie popolare che ne riferisce gli episodi, eroici e tremendi, nelle veglie delle stalle. Invenzione non del tutto arbitraria se ci riferisce di avere ancor sentito echeggiare questa epica nei racconti del padre e dei vecchi quando era bambino.

Il ponte sul Corsaglia, luogo di una delle battaglie della Guerra del sale (foto di Luca Corti).
Il ponte sul Corsaglia, luogo di una delle battaglie della Guerra del sale (foto di Luca Corti).

Tra ricchezza e povertà

Nell’ultima raccolta, Ùltime reuse (Ultime rose), del 2023, la riflessione sul lutto personale diventa però meno frequente e matura sia una meditazione sulla catastrofe della pandemia comune sia quella sull’alternarsi di tempi di lutto e chiusura e momenti di ispirazione e “raccolta” nella vita di tutti. Così, nel breve ciclo Al Piš, scrive questi versi:

Ël mè maestro om guida
tra rèis che in gatijo ij pé.
“Nòstre rèis, sì” o grigna
e om fà sègn
là, a mesa còsta,
ël ro drice come tor
su castej ëd ròca. 

“Oh, ël rèis,
in parlo dël mond sotan,
san che dop ël quaresime
dë snè e riso
la lus a monta ën glòria... 

Posso ël save
vers j’arciam
dël nìvole ch’i passo
sovra ël rame
sëmnand speransa…”
Il mio maestro mi guida / fra radici che solleticano i piedi. / “Le nostre radici, qui” ride / e mi indica/ a mezza costa / le querce dritte come torri / su castelli di roccia. / “Oh le radici ci parlano/ del mondo di sotto, / sanno che dopo le quaresime / di cenere e di ruggine / è il tripudio della luce. / Spingono le linfe / verso i richiami / delle nuvole che passano / sopra i rami / seminando speranza…”
Remigio Bertolino nel suo studio (foto di Luca Corti).
Remigio Bertolino nel suo studio (foto di Luca Corti).

Quindi il suo “maestro”, che può ricordare appunto la lezione eliotiana della Waste Land, gli indica che questi momenti di grazia, di abbondanza dopo la quaresima, si fanno metafora di una sorta di ritmo di alternanza di momenti di ricchezza e di povertà entrambi necessari alla vita. E la trama del lutto che contraddistingue le prime raccolte si distende ina una sorta di accettazione.

L’ultima raccolta di Bertolino è ancora molto legata alla ferita recente della pandemia e descrive, nel primo gruppo di liriche, in italiano, un mondo umano racchiuso fra finestre sbarrate mentre all’esterno la primavera lascia i suoi primi segni e gli animali riprendono lo spazio. C’è qualcosa di apocalittico, in un’immagine di tre oche che passeggiano indisturbate, ma anche dei caprioli che scendono verso gli uomini, in un modo in cui quest’ultimi sono chiusi dietro le sbarre delle loro finestre.

Caprioli, discesi a valle,
sostano, assorti, lungo
sentieri d’erba,
il capo volto al silenzio
delle case rinchiuse come fortezze
A fine Aprile
Remigio Bertolino nel suo studio (foto di Luca Corti).
Remigio Bertolino nel suo studio (foto di Luca Corti).

Il poetare come l’ëmborborì

Oltre a queste immagini di un’apocalisse domestica, in un’altra sezione del libro Bertolino ci conduce, nuovamente in dialetto, al ricordo delle serate in balera della sua adolescenza. E qui è tenero e ironico il ritratto di quei montanari (moscon ëd campagna) tirati a lucido che tentavano di ballare al suono dei Bee Gees (le cui orecchie si riempivano non a caso di “miele”): A strop ruvavo balerin: / chi tut soagnà / e du come un mërluss / ënt ël braje a piòta d’elefant, / chi ënfagotà drinta la vestimenta, / ël man ën sacòcia, / smijava ëndèissa dreda / trasse ëd crave. (A greggi arrivavano i ballerini /chi tutto agghindato alla moda /duro come un merluzzo /nei pantaloni a zampa d’elefante, /chi infagottato nel completo della domenica, / le mani in tasca, / sembrava andasse dietro / tracce di capre) anche se la serata descritta diventa poi una bolgia infernale, non priva di violenza in cui un eros troppo compresso esplode.

La raccolta si conclude con una postfazione che propone una riflessione sulla poesia, e sul suo prodursi che paragona il poetare a un gesto antico, l’ëmborborì che si fa alle botte di legno prima di metterci il vino nuovo: spesso sono sformate, dissestate, e allora è necessario riempirle di acqua che fa dilatare il legno e di nuovo chiudere le tavole e sigillarle: è un gesto di preparazione all’accoglienza della nuova materia che deve giungere. Così nell’opera di Bertolino, fin dalle prime poesie, c’è un’attenzione estrema ai tempi della creazione artistica, imprevedibili ma insieme naturali, che vanno preparati accogliendo l’alternarsi delle stagioni e dei tempi di sterilità.

Ripensando a queste osservazioni rivedo, alla fine della nostra passeggiata, i suoi quaderni, a righe, da scolaro, in cui traccia in molteplici versioni e varianti, a mano, le sue poesie. Forse quella traccia precisa di scrittura è quella che più mi dà il senso di un lavoro che non ha mai voluto essere semplice nostalgia di uno strapaese ma uno sprofondamento in una dimensione più pura ed essenziale della parola. Se un indovinello veronese, forse il documento più antico del volgare, paragonava la scrittura a un aratro che traccia il terreno, Bertolino, in una sua prosa, la descrive come gli sci che segnano la neve. Non perché ci voglia evocare impianti di risalita e skilift moderni, ma la fatica di un bambino di un paese di mezza montagna che sale con le sue forze le sue colline per gettarsi a capofitto nella discesa con le gote arrossate e vecchi guanti di lana. Così si imparava a sciare e così Remigio imparò a scrivere: lasciando quel surplus di pennino gonfio sul vuoto di un’assenza che ci si ostina a non volere mai accettare. Perché scrivere è volere rovesciare il corso del tempo ma anche, come Bertolino ci ricorda, citando Rilke, attesa: "Occorre predisporre l’anima come un catino che attende la misura dell’acqua che lo colmerà ed allora sarà specchio raggiante." E l’accettazione di quella genesi misteriosa, in cui il catino si colma fa parte di una saggezza che non ha nulla di provinciale.

Bertolino al suo
Bertolino al suo "tecc" (foto di Luca Corti).

Bibliografia

Alcune opere di Remigio Bertolino:

  • Ël vos, con una nota di Giovanni Tesio, Novara, Interlinea, 2003.
  • Rabeschi, Gli spigolatori, Mondovì, 2009.
  • L’uomo che raccontava della guerra del sale, Rivoli, Neos Edizioni, 2017.
  • Ùltime reuse (Ultime rose) ed altri versi, prefazione di Ferrari M., Pasturana, Puntoacapo, 2021.

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