Il richiamo della montagna in Mario Soldati

Fotografia di Mario Soldati tratta dalla sua inchiesta televisiva “Viaggio nella valle del Po” realizzata in dodici puntate tra il 1957 e il 1958.

Il richiamo della montagna in Mario Soldati

Valichi, passaggi e frontiere nei racconti dell’autore

D’origine savonese ha studiato filosofia all’Università di Genova, ma da anni vive a Cuneo, dove insegna. Si occupa di storia e di letteratura, con un occhio alle figure un po’… leggi tutto
  

Sono 26 anni che Mario Soldati ci ha lasciati (1906-1999). Nella sua lunga vita accompagnata da plurime carriere (scrittore, regista cinematografico, giornalista televisivo), ha dedicato grande spazio al Piemonte, sua regione natale, anche anticipando la moda recente per la cultura enogastronomica. Poco investigato e noto è invece il suo rapporto con la montagna, e con la Val di Susa in particolare, a cui vogliamo dedicare questo articolo.

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Amando la montagna appassionatamente

Da ragazzo, a cominciare dal 1923, passai tutte le estati in montagna – Val di Susa, Valle dell’Arc, la Maurienne, il Biellese – sette lunghe vacanze estive, una dopo l’altra, fino a quando nel ‘29, partii per l’America. Avevo imparato così a amare la montagna appassionatamente. E ne ero felice perché sapevo, credevo di sapere, che avrei potuto continuare a andare in montagna tutta la vita, compresa la vecchiaia. Senonché tornato in Italia al principio del ‘31, fui costretto a lavorare nel cinema. Ora, tutto il cinema, girare e montare, si fa sempre e soprattutto in estate. E così ho lasciato trascorrere addirittura venticinque estati senza mai muovermi da Roma, sperando ogni volta in qualche fortunata occasione che mi avrebbe permesso di tornare al nord anche solo per un paio di settimane e fare qualche gita… ma invano.
Foto di Mario Soldati tratta dalla rivista Radiocorriere del 1967.
Foto di Mario Soldati tratta dalla rivista Radiocorriere del 1967.

Così, ormai anziano, nel 1986 ricorda, in Avventura in Valtellina, come fosse riuscito a tornare sulle Cozie solo nel 1956, subendo però la delusione di non riuscire a scendere da una cresta di 2.400 metri di altitudine per un improvviso dolore al ginocchio che lo costrinse alcuni giorni a letto: una stagione della vita era terminata. Nella prima giovinezza, invece, la montagna vicino a Bardonecchia e quella della Savoia, dove a Saint-Jean-de-Maurienne trascorreva le vacanze con la famiglia e, nel 1926, fece alcuni mesi di “ritiro” volontario con i suoi amici più cari, avevano rappresentato per lui un’esperienza di libertà. "Felicità" è la parola che più ricorre in questi ricordi come nei racconti a essi ispirati, come Fuga in Francia, scritto nel 1928 e raccolto in Salmace del 1929, il suo primo libro, edito dalla casa editrice novarese La Libra, creata dallo stesso Soldati con l’amico Mario Bonfantini.

In questo racconto la vicenda è narrata dal protagonista, che si ritrae come un giovane un po’ blasé, lasciato dalla sua amante (Maria) che, per distrarsi, decide di salire un sabato sera sul treno a Torino verso una località alpestre ed è infastidito dal clima di vacanza di massa che vi si respira, ma poi, portato dalle slitte al suo albergo, comincia a rivivere a contatto con l’aria fina e con le cime rischiarate dalla luna. È soprattutto l’apparizione, nel dancing dell’albergo, della stessa Maria, inguainata in un abito di seta bianca e impegnata in una danza con il socio del marito, lo slavo e grosso Adamic, a smuoverlo emotivamente. Il giovane cerca di corteggiarla e riesce solo ad avere da lei un’attenzione annoiata, e per giunta scopre, accompagnandola all’albergo, che ospita nella sua camera proprio l’Adamic. Ma al risveglio, con l’epifania della bellezza della neve e lo sforzo fisico in cui Perrero si impegna cercando di aiutare un amico montanaro a spaccare legna, si sentirà di nuovo a suo agio.

Ero felice. Non mi ricordavo più né di Adamic né di Maria. In un attimo mi vestii e fui fuori dall’hotel, con gli sci. Mangiai un boccone in fretta e furia, in piedi al banco di un tabaccaio che teneva anche osteria. Poi uscii subito nel campo retrostante e calzati gli scii li battei fortemente saltando due o tre volte sullo stesso punto.

Questa frase di ardimentoso entusiasmo segna la svolta nella trama perché, proprio a questo punto, il giovane riceve la richiesta d’aiuto da parte di Maria. È arrivato infatti nel frattempo suo marito da Torino, ricercato dalla polizia insieme al suo socio per bancarotta, e i tre hanno bisogno di aiuto per passare in Francia clandestinamente. Chi può fornirlo se non Perrero, che è un esperto sciatore? D’altronde anche Maria lo è, audace e leggera nel suo completo di lana azzurra, mentre i due uomini d’affari sono incapaci di muoversi in quell’ambiente a loro estraneo. È quindi per solidarietà con la donna, per amore di avventura e forse ancora di più per mostrare la sua abilità, che il giovane decide di rischiare un passaggio notturno del confine per una via poco battuta e spinge i tre alla marcia con gli sci verso la frontiera, trascorrendo la notte in quota con la luna piena per passare nella mattina successiva in Francia.

Da questo momento in poi si dirama la parte più bella del racconto, che descrive l’ascesa fra le grange, il valico di un fiume, le casermette di frontiera e le salite fra gli alberi: da una parte l’impresa proverà la maturità del giovane, che dovrà continuamente vincere la goffaggine dei due uomini, ma soprattutto gli fornirà l’eccitante sensazione di rischio per l’impresa illegale. La topografia è incerta, se al lettore può sembrare che i luoghi siano quelli vicini al valico dell’Échelle sopra a Bardonecchia o le caserme vicino al Colle del Fréjus, Soldati confonde volutamente le idee, chiamando “Clarance” (un fiume della Francia del Nord) la Clarée e deformando o inventando altri toponimi (Col de la Chèvre, del Brus). I quattro comunque arriveranno in Francia al mattino successivo, dopo avere evitato guardie di frontiera e difficili passaggi di roccia, si saluteranno commossi e Perrero tornerà in Italia per una strada più facile e con un umore euforico, per essere poi, al suo ritorno, arrestato.

Prima edizione originale di "Salmace" edito dalla casa editrice La Libra, di Novara. Immagini tratte dalla Libreria Antiquaria Pontremoli.

Il racconto di una fuga montana

Nel racconto trovano spazio l’avventura dell’illegalità, il ritratto dei due ricchi banchieri anziani e paurosi, seppure detentori del potere sulla donna, ma anche il fascino del paesaggio montano, evidente quando il giovane blasé, “indifferente” (il romanzo di Moravia è dello stesso anno), viene risvegliato dallo sport sulla neve. Il passaggio del confine di notte si muove fra difficoltà crescenti e continue (roccia, neve, fiume) che creano però solidarietà fra i due giovani e i due sgangherati banchieri prima tanto goffi (l’Adamic definito a un certo punto come “un grosso rospo”): “Adamic e Fogliani andavano come montoni, senza chiedersi per dove sarebbero passati, e riposando interamente sulla mia guida”, narra il protagonista. Il fatto di portare tutti in salvo gli concede poi una delle soddisfazioni maggiori: un sottile senso di trionfo edipico, che in questi primi racconti di un giovanissimo Soldati non è infrequente, ma sarà presente anche in altri successivi, come ne La giacca verde del 1948 (dove il direttore d’orchestra citato come “W” è apparentemente reso in posizione subalterna dal modesto suonatore di timpani Romualdi). Fuga in Francia è però sicuramente interessante per il soggetto, che doveva apparire alquanto inconsueto nell’anno in cui venne pubblicato, anche se di difficile lettura è il fatalismo con cui il protagonista affronterà poi il suo arresto e il carcere. Forse non rimpiange quel momento di vera vita, al cospetto delle montagne, in cui è stato guida di due cittadini goffi, ma ammirato da una bella donna aggraziata.

Ero così contento! Finalmente mi capitava qualcosa di nuovo.

Siamo nel 1928 quando un Soldati appena ventiduenne scrive questo racconto. Si è appena laureato con Lionello Venturi, con una tesi di storia dell’arte, ha avuto già un incarico per la Galleria d’arte moderna di Torino per cui ha compilato il catalogo. Frequenta, pur senza impegnarsi in modo diretto, il bel mondo dell’intellighenzia antifascista torinese, ha conosciuto Gobetti, è istintivamente antifascista. Casorati e la sua scuola sono i suoi modelli artistici e appartiene alla ristretta schiera di giovani favoriti dal mecenatismo di Riccardo Gualino, la cui straordinaria avventura imprenditoriale proprio in quegli anni aveva toccato uno dei suoi culmini. Proprio per il rapporto con la bancarotta del francese Oustric, Gualino cadrà in disgrazia, i suoi beni saranno requisiti fino a essere mandato al confino a Lipari nel 1931. Ma tutti questi fatti sono successivi al racconto (avvennero a partire del 1929) e sarebbe davvero troppo immaginare che Soldati avesse già potuto scorgerne segni premonitori. Non si può forse escludere che l’idea della fuga fosse debitrice di ricordi di espatri che nel mondo antifascista degli anni ‘20 non erano certo stati rari. Ma questa fuga, nel racconto, è moralmente incerta: atto di illegalità e di avventura in cui la parte più indimenticabile è proprio costituita da quella galoppata “ariostesca” attraverso le montagne, di notte, in una prova di scrittura che di poco precede la vera fuga soldatiana a New York, per cui abbandonò la promettente carriera universitaria, tanto desiderata dalla madre, e cambiò vita.

Fotografia di Mario Soldati del 1982.
Fotografia di Mario Soldati del 1982.

Dalle pagine alla pellicola

Fuga in Francia prese la forma di un molto più celebre film, realizzato dallo stesso Soldati nel 1948, in clima neorealistico, con sceneggiatura di Pietro Germi e collaborazione addirittura di Cesare Pavese. Nel film la vicenda è diversa: il fuggitivo è un gerarca fascista pesantemente compromesso con la RSI che sceglie di fuggire in Francia dopo la Liberazione. Quest’ultimo si chiama Torre, è interpretato dall’attore Folco Lulli (che fra l’altro era stato partigiano proprio in Piemonte, nelle formazioni badogliane della Val Casotto), è un bieco figuro che non si ferma neanche davanti alla necessità di uccidere una giovane e bella cameriera che lo ha riconosciuto. Anche il fatto che Torre sia costretto a portare con sé il figlio, che lo ha seguito fuggendo dal convento di frati in cui il padre lo aveva nascosto, non lo rende più umano: durante la fuga cercherà anzi di usare il ragazzo solo per avvantaggiarsi della situazione, al punto che alla fine lo stesso figlio arriverà a disconoscerlo. L’intreccio nel film poi si complica perché l’impresa di valicare i confini verrà compiuta insieme a un gruppo di italiani costretti a emigrare per cercare lavoro e fra essi ci sono anche degli ex partigiani. A questo contesto vi sono richiami espliciti: nella caserma di frontiera in cui si rifugiano è scritto sui muri “W Duccio” a volere segnare un messaggio chiaramente resistenziale.

Nella rilettura della vicenda dell’espatrio Soldati decide quindi di prendere decisamente partito per una lettura sociale e politica della “fuga”. Quella che nel racconto del 1928 era una trama esile di tre lussuosi profittatori che il protagonista aiutava a fuggire solo per una sorta di gesto gratuito, nel film di vent’anni successivo diventa una meditazione “impegnata” sulla tristezza dell’emigrazione italiana e sulle fosche trame del dopoguerra. Non è un caso che uno degli sceneggiatori del film, Pietro Germi, subito dopo abbia realizzato Il cammino della speranza in cui il tema dell’emigrazione era centrale. Curioso invece che il soggetto della fuga del gerarca sia stato consigliato a Soldati dal produttore Carlo Ponti, anche se il film poi non soddisfò la critica dell’epoca proprio perché troppo “estetico” e “calligrafico”. Tuttavia, Soldati si ricordò del tema, con un classico lavoro di riuso del materiale, in un racconto di molto successivo, La fine di Flok, raccolto nella prima versione dei Racconti del Maresciallo (1967) che condivide con Fuga in Francia il tentativo da parte di un criminale repubblichino di nascondersi. Se nel racconto tardo la storia è inserita in una trama “gialla” di un misterioso attentato alla villa di un bieco personaggio connesso al gerarca, anche ne La fine di Flok c’è una donna che passa da uno all’altro (qui è prima moglie del gerarca e poi del suo collaboratore, l’ingegnere). In entrambi i casi i due personaggi sono contrassegnati da una certa dimestichezza con il mondo degli affari, anche se il gerarca dei Racconti del Maresciallo è solo un sarto dotato di destrezza imprenditoriale. Possono essere coincidenze superficiali, ma dimostrano che al tema dell’occultamento di un criminale di guerra Soldati rimase molto sensibile, anche per i risvolti “noir” che implicava.

Folco Lulli ed Enrico Olivieri in una scena del film
Folco Lulli ed Enrico Olivieri in una scena del film "Fuga in Francia", 1948.

La Val di Susa in Il vero Silvestri

È strano come in quelle montagne che scrive di avere abbandonato per quasi 30 anni, Soldati decida invece di ambientare il significativo incipit di uno dei suoi racconti più belli e celebri, e cioè Il vero Silvestri. Cominciato, secondo Bruno Falcetto, all’inizio del 1954 e pubblicato nell’Illustrazione italiana nel 1957 (quindi dopo il breve ritorno a Bardonecchia con la moglie e figli, avvenuto nell’estate del 1956, secondo Avventura in Valtellina), in questo caso i fatti si svolgono in gran parte a Roma con limitate escursioni a Torino e nella campagna vercellese. Ma lo spostamento che ci conduce a scoprire quella storia inquietante è proprio lungo la Val di Susa, dove il narratore, l’avvocato Peyrano (nome non tanto diverso dal Perrero precedente) è un cinquantenne, anche lui annoiato, che vive con un cuoco ungherese e una cameriera e deve per affari recarsi a St. Raphael, in inverno. Poiché ha tempo e la strada è percorribile, decide di risalire la Val di Susa e poi scendere attraverso Briançon, Gap e Sisteron. Una sorta di Route Napoléon al contrario. Mentre percorre la valle innevata, ricorda i suoi trascorsi alpinistici e sentirebbe ancora l’impulso, se solo avesse con sé un paio di scarponi, di mettersi in marcia. Comincia anzi a canticchiare l’aria di Marcello in Bohème “Gioventù mia tu non sei morta, né è morto è il sovvenir” (aria la cui melodia era stata cantata poco prima da Musetta) che inneggia alla gioventù non ancora passata (esattamente come Perrero cantava esaltato canti alpini scendendo con gli sci dal colle dove aveva espatriato).

Quel momento euforico si arresta però davanti ai paesi sfregiati dal boom che, mantenendo i brutti nomi italiani e fascisti, solo a tratti fanno affiorare le loro linee di tetti di pietra inseriti organicamente nel paesaggio. Per un caso, a Montgenèvre avviene l’incontro che mette in moto la trama: la necessità dell’acquisto di un paio di calze di lana spinge l’avvocato in una piccola bottega dove ritrova una sua antica conoscenza romana: Aurora, che all’epoca lui credeva sposata con l’americano Almagià conosciuto nei mesi della Liberazione come comandante delle truppe alleate. Aurora gestisce invece un negozietto di merceria modesto ed è accompagnata da un grosso signore dall’accento romanesco.

L’antipatico e “albagioso” Almagià era in realtà solo l’amante (ma si saprà dopo) di questa donna bellissima (una francese dall’aspetto “spagnolo” e dall’accento volgare, probabilmente marsigliese, chiosa il narratore) e la vicenda, complessa, è raccontata in diversi capitoli proprio da Aurora all’avvocato, si snoda a Roma nel dopoguerra (cinque anni prima della sosta a Montgenève) e ha a sua volta al centro, finalmente, il vero protagonista del racconto, che solo a questo punto si svela: un amico dell’avvocato, un uomo sensibile e sfortunato con le donne (oltre che molto brutto) che si chiamava Silvestri e che dopo una vita dedita ad affetti per donne mercenarie, aveva provato una passione sfrenata per Aurora, decidendo di consacrarle la vita.  Un intreccio ottocentesco e cechoviano avvolto magistralmente in vari strati di carta: grazie a un incontro casuale sui monti il narratore trova la persona che lo farà interrogare sulla natura vera di un suo amico ormai morto e sulla natura delle persone in generale. Senza svelare tutto l’intreccio, ci basti dire che il racconto si spezza in due versioni, perfettamente credibili entrambe: quella di Aurora che sostiene che Silvestri la volesse ricattare per ottenere i suoi favori e quella di Peyrano che, fedele alla memoria dell’amico, crede che la donna abbia interpretato male il suo comportamento.  Chi è davvero Silvestri? Si chiedono pirandellianamente il narratore (e l’autore). Mentre ci addentriamo nel cuore della storia, la scena delle montagne scompare e scendiamo in un inferno romano, con tanto di dolce vita del dopoguerra, camerieri e chauffeur, visti da un mondo che passa le vacanze fra Capri e Portofino.

"Il vero Silvestri", nell'edizione di Garzanti del 1957, successiva al romanzo comparso a puntate sull’Illustrazione italiana. Immagine tratta dalla Libreria Antiquaria Pontremoli.

La libertà del valicare

Copertina de
Copertina de "Lo Smeraldo", edito da Club degli Editori (Mondadori), 1975.

La domanda che ci potremmo porre, a questo punto, è se abbiano qualcosa in comune i due racconti valsusani (la Fuga in Francia e Il vero Silvestri), se cioè la comune cornice montana celi qualche significato. In effetti, se nel secondo la montagna sembra rappresentare solo un fondale secondario, un filo sottile sembra comunque congiungere le due storie. In entrambi i casi il narratore è testimone di un triangolo con al vertice una maliarda, manipolatrice, anche se nel caso di Fuga in Francia il giovane ne è chiaramente innamorato, mentre ne Il vero Silvestri il narratore ne subisce il fascino ma se ne tiene lontano, temendo la sua sottile trama di inganni e volgarità. Però, nei due racconti è proprio il momento di passaggio delle Alpi a coincidere con lo svelamento di rapporti complessi: un momento che si concretizza soprattutto nel lungo racconto che Aurora recita nella sua scura bottega, mentre dalle finestre fanno capolino le nevi di Montgènèvre, come in un Io ti salverò di Hitchcock.

In quel sottile punto di confine fra Francia e Italia situato sulle Alpi Cozie, si può dire che Soldati sfiori uno dei suoi ombelichi narrativi. Se il suo immaginario si muove spesso per associazioni spaziali (lui stesso disse di sé di avere l’anima di un geografo), il confine fra Francia e Italia assomiglia in questi due casi a una specie di faglia psichica. Se volessimo cercarne un’interpretazione psicologica forse potremmo azzardare che ciò ha a che fare con il fatto che la famiglia Soldati, torinese di lunga data, aveva svolto per un lungo periodo attività di commercio di seta a Lione e il padre, bon vivant, affettuoso ma poco previdente, era morto in Francia dopo un secondo matrimonio, come lo scrittore racconta ne Lo smeraldo del 1974. D’altronde, in questo stesso libro, sono proprio i fili che si dipartono da un anello con un grosso smeraldo appartenuto al padre ed ereditato dall’autore con una pietra ormai contraffatta che portano l’io narrante a cercare a Saorge, nella Val Roya, tracce per ritrovare quella autentica. E, sempre a Saorge, affioreranno ricordi delle estati del 1925-26 in Savoia, con la gente del luogo che gioca alla longue (un tipo di bocce diverso dalla pétanque provenzale) proprio in quel Saint-Jean-de-Maurienne dove andava in vacanza con la famiglia.

Insomma, fra i vari strati della memoria che si parlano nei suoi racconti, a distanza regolare di quasi 20 anni, la Savoia, le Cozie, e, in ultimo, persino le Alpi Marittime della Val Roya paiono contenere frammenti profondi e segreti. Luoghi dove ai protagonisti (e al narratore) è ancora possibile reperire tracce dello “smeraldo perduto”. Si potrebbe ipotizzare che proprio nei “passaggi”, in quei momenti di libertà che solo il valicare confini e limiti spaziali permette, si situi spesso la cifra più autentica della narrativa breve di Mario Soldati e di tanti suoi racconti così perfettamente cesellati.

Bibliografia
  • Soldati M., La fuga di Flok, in Id., Racconti del Maresciallo, Palermo, Sellerio, 2004.
  • Id., Fuga in Francia, in Id., Romanzi brevi e racconti, a cura di Falicetto B., Milano, Mondadori, 2009.
  • Id., Il vero Silvestri, in Id., Romanzi brevi e racconti, a cura di Falicetto B., Milano, Mondadori, 2009.
  • Id., Lo smeraldo, Milano, Bompiani, 2018.

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