L'olocausto in Piemonte

Tracce delle deportazioni ebraiche nei luoghi della Memoria

Nell'immagine: Immagine tratta da www.istoreto.it
Cristina Ricci

Vincitrice del contest La Stampa Academy, un laboratorio di giornalismo d’innovazione, indetto dal quotidiano torinese nel 2013. Ha frequentato il corso di Data Journalism organizzato dalla Federazione Europea del Giornalismo… leggi tutto
  

Il 27 gennaio 1983, ben prima del 20 luglio 2000 quando venne istituito il Giorno della Memoria, gli storici piemontesi Anna Bravo e Federico Cereja colloquiarono con Primo Levi. Vorrei partire da alcuni pensieri raccolti in quell’intervista prima di delineare il mondo della persecuzione in Piemonte.

Levi si pone questa domanda “Perché sono diverso da un altro, in cosa?”

Già, in cosa erano diversi quelle donne e quegli uomini dal resto della popolazione? Gli italiani ebrei erano probabilmente i più assimilati del mondo, come viene ribadito anche da Primo quando afferma: “Lo dimostra il fatto stesso che io parlo l'italiano, il piemontese standard, che non sono distinguibile, non siamo distinguibili in generale, cosa che è raro trovare altrove” ed esprime quel dolore che lo accompagnerà per tutta la vita: “Punire l'altro perché è altro, in base così a un'ideologia astratta a noi era sembrato il colmo dell'ingiustizia, della stupidità e dell'irrazionalità” e si rammarica per l’atteggiamento negazionista tenuto da molti ebrei che non volevano rendersi conto di ciò che avrebbe messo a repentaglio le loro vite, confessa: “Certamente, certamente esisteva, il negare a tutti i costi, queste cose da noi non capitano”. Successero invece, e quel che accadde non è dissimile dagli avvenimenti del resto d’Europa. È solo il fatto che sia meno noto a farci stupidamente illudere che in Italia le cose siano andate diversamente.

Primo Levi nella tenuta della nonna materna a Superga, 1942-1943 ca.
Primo Levi nella tenuta della nonna materna a Superga, 1942-1943 ca.
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La situazione piemontese prima del fascismo

I Savoia ancor prima dell’unificazione del regno, emanarono norme restrittive nei confronti degli ebrei adeguandosi sostanzialmente a quanto già imposto nel resto del territorio italiano. Oltre all’obbligo di portare un segno distintivo, vi era quello di risiedere nel ghetto, di non possedere immobili, di non poter far parte di corporazioni artigiane e di non poter intraprendere la carriera militare. Le uniche attività permesse erano quelle commerciali e del prestito in denaro. Durante la notte i ghetti venivano chiusi tentando una rigida separazione tra la sua popolazione da quella cristiana ma, in realtà, tra i due gruppi vi eran relazioni stabili, soprattutto di natura economica.

Nonostante il divieto di possedere immobili, prima dell’emancipazione, concessa da Carlo Alberto nel 1848, poteva accadere che alcuni ebrei fossero autorizzati al loro acquisto. È il caso di Salomon Sinigaglia a cui fu concessa l’acquisizione di un filatoio considerato che vi era, da parte del Governo, un interesse ad “aprire ai capitalisti ebrei il mezzo di impiegare cospicui fondi, che rimangono in loro mani in seguito alla vendita che sono tenuti a fare de’ loro beni”, tuttavia questa non era la regola. L’autorizzazione concessa a Fossano venne negata ad Asti dove Salvador Debenedetti aveva richiesto l’acquisto di un magazzino per il ricovero delle sue mercanzie. La motivazione del provvedimento di diniego stava nel “danno gravissimo, che apporta ai poveri contadini il frequente commercio cogli ebrei”. La giustificazione era data dal fatto che “l’Ebreo ricorrente non sarà mai nulla più che un Ebreo, non mai un negoziante alieno all’usura, e dai raggiri degli ebrei”.

La concessione dei diritti civili permise agli ebrei una maggiore integrazione nella società piemontese. La possibilità di frequentare liberamente la scuola fu solo il primo passo di una commistione che si diffuse presto in tutti gli aspetti della società. Le lotte risorgimentali assumevano, per gli israeliti piemontesi, una duplice valenza, non significavano solo l’unificazione del regno ma potevano rappresentare anche il miglioramento delle condizioni ebraiche nell’intera penisola. Le guerre d’indipendenza erano inoltre un’occasione per dimostrare la propria lealtà a quello Stato che avevano loro concesso la parità.

La piena assimilazione della comunità israelitica è ben testimoniata da uno scatto datato 31 ottobre 1931 in cui viene ritratto il principe di Piemonte che presenzia ad una funzione in sinagoga nella fotografia sono ben visibili bambini che indossano la divisa di balilla e piccole italiane mentre eseguono il saluto romano. Sette anni dopo, con l’emanazione delle leggi razziali, tutto cambiò.

Scatto del 31 ottobre 1931 in cui viene ritratto il principe di Piemonte che presenzia ad una funzione in sinagoga.
Scatto del 31 ottobre 1931 in cui viene ritratto il principe di Piemonte che presenzia ad una funzione in sinagoga.

Le leggi razziali

Tra la mattina e la sera del 22 agosto 1938 tutti gli ebrei vennero censiti; i rilevatori, incaricati di identificarli, vagarono per le città, di casa in casa, per stendere, a tempo di record, gli elenchi delle famiglie e i loro domicili. Con ciò cessarono di essere cittadini italiani o stranieri e divennero ufficialmente ebrei, esseri abbandonati a loro stessi, privi anche dei più elementari diritti.

Il 16 ottobre dello stesso anno il Gran Consiglio approvò una “Dichiarazione sulla razza”; il 17 novembre il re emanava la legislazione antiebraica che poneva limitazioni alla proprietà nell’ambito di un elaborato sistema di divieti che ricalcavano i provvedimenti dei secoli precedenti abrogando le concessioni promulgate dalle regie patenti albertine del 1848. Il regime, con l’emanazione delle leggi razziali, esplicitava l’intenzione di voler regolare l’intera esistenza degli israeliti che venivano di fatto rilegati in una condizione di inferiorità giuridica. Gli ebrei ritornavano ad essere rinchiusi in un vero e proprio ghetto i cui confini non erano delimitati da cancellate, ma dalla perdita dello status di cittadino. La giustificazione, o giuridicamente parlando, l’interesse pubblico da realizzare con l’emanazione della norma, era quello di escludere presenze definite nemiche dall’apparato statale, in particolare l’esercito e il mondo dell’istruzione.

Si voleva eliminare qualsiasi occasione in cui gli israeliti fossero in condizione di esercitare “il loro potere” su individui “ariani” (minori, incapaci, domestici, ecc.) ciò per evitare situazioni di subalternità non tollerabili per chi era, e doveva rimanere, a tutti gli effetti cittadino di prima categoria. Venivano quindi proibiti i matrimoni misti, per evitare “contaminazioni” di razza ed esteso il divieto per gli ebrei di lavorare nel settore pubblico. Questo provvedimento seguiva quello che stabiliva l’esclusione di allievi e insegnanti dalla scuola, già decretato in settembre. La presunta influenza “nociva” ebraica doveva essere evirata anche nella vita economica del Paese che, secondo i pregiudizi fascisti, era il mezzo essenziale usato per far valere il potere degli israeliti nella società.

Le leggi razziali pubblicate sulla Gazzetta del Popolo l'11 novembre 1938.
Le leggi razziali pubblicate sulla Gazzetta del Popolo l'11 novembre 1938.

L'inasprirsi delle norme

Gli storici italiani non hanno ancora approfondito lo studio degli effetti di questi provvedimenti, dal punto di vista della minoranza ebraica. Il primo, e forse unico, studio sul periodo antecedente al conflitto, si deve al professor Fabio Levi, docente di Storia Contemporanea all’Università di Torino. Nella sua disamina sostiene che la volontà del Duce era distinta e autonoma da quella dell’alleato tedesco, infatti, i primi atti della politica antisemita vennero promulgati prima dell'alleanza politico-militare tra Regno d'Italia e Germania nazista, siglata il 22 maggio del 1939. Nella sua ricerca Le case e le cose, lo storico analizza la realtà torinese prima dello scoppio del conflitto. Nel 1938 la comunità ebraica contava circa 4.000 individui ed era al quarto posto per numero di abitanti dopo Roma, Milano e Trieste. La composizione sociale era medio-alta, molti erano commercianti, insegnanti, impiegati dello Stato o professionisti; buona anche la consistenza dei patrimoniali immobiliari di piccola e media dimensione, che non vede una particolare concentrazione nella zona dell’antico ghetto, testimonianza del forte processo di integrazione. Analoga considerazione si può fare sulle imprese condotte da ebrei, dislocate uniformemente nella città e che contavano numerosi soci non-ebrei.

Si può dunque affermare che il colpo inferto dalle leggi razziali fu pesante per l’intero tessuto economico che, dall’oggi al domani, dovette adeguarsi al divieto imposto ai cittadini italiani di razza ebraica di essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti per la difesa della Nazione o con più di cento dipendenti. Proibita inoltre la proprietà di fabbricati urbani e di terreni. Benché gravi, le limitazioni di carattere economico risultavano essere, a leggere con attenzione il testo di legge, le meno radicali. La scelta di salvaguardare il patrimonio piuttosto che la persona è indice della volontà di perseguire gli ebrei in quanto tali.

La situazione si inasprisce con l’ordine n. 5 del 30 novembre 1943 con cui si dispone l’arresto degli ebrei, il loro internamento in campi di concentramento e il sequestro di tutti i loro beni. Come se non bastasse è prevista una ricompensa per chi compiva delazioni, in questo modo venivano istituite, di fatto, vere e proprie taglie.

Intervista allo storico Fabio Levi in occasione del centenario della nascita di Primo Levi.

Emigrazione

Le scelte per la sopravvivenza non erano facili e si riducevano alla fuga all’estero, o nel cercare un nascondiglio con un nome falso e in luoghi dove non si era conosciuti. Chi decideva di riparare in Svizzera incorreva nelle maglie sempre più strette del controllo da parte delle autorità. La frontiera italiana era controllata da tre differenti distaccamenti: la Guardia di finanza, i Carabinieri e la Milizia, una sorta di polizia politica composta da volontari fascisti che garantivano la sicurezza delle frontiere.

Per emigrare era necessario affidarsi a una guida esperta che conoscesse l’organizzazione della sorveglianza lungo il confine. Fondamentale conoscere le guardie, i loro turni e tentare l’attraversamento solo quando erano in servizio quelle più malleabili. Gli “spalloni” più affidabili erano spesso in “affari” con i doganieri ed erano gli unici a poter indicare il momento migliore per l’attraversamento.

La ricercatrice Liliana Picciotto stima che solo il 20% dei fuggitivi riuscì a mettersi in salvo con le proprie forze mentre almeno il 40% dei sopravvissuti deve la salvezza ad un aiuto esterno. Ogni spostamento era rischioso, con il susseguirsi del tempo si veniva, sempre più spesso, chiamati a dimostrare la propria identità. La conformazione della penisola favorì le fughe da una regione all’altra. Gli spostamenti avevano una loro logica, anche se oggi possono apparire casuali. Chi si spostava verso la campagna poteva mantenere la propria identità perché difficilmente i contadini erano in grado di riconoscere i cognomi ebrei, in città, invece, era necessario avere un nuovo nome certificato da documenti falsi. Non tutti però avevano la disponibilità economica per procurarseli.

Il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano ritiene che gli ebrei che furono deportati dal Piemonte furono almeno 773; non tutti erano italiani, più della metà provenivano dal sud della Francia e avevano cercato rifugio nelle località di confine.

Il progetto di ricerca dedicato alla “Memoria della salvezza” identifica sette diverse modalità di fuga precisando che ogni fuggiasco avrebbe potuto sperimentarle tutte. Gran parte delle persone lasciarono la propria casa cambiando identità e residenza (28%), molte furono ricoverate presso amici o conoscenti (27%) altre vennero aiutati da religiosi (13%), o si rifugiarono in Svizzera (13%), mentre furono molti di meno quelli che si finsero malati (4%) o che raggiunsero l’Italia meridionale già liberata dagli Alleati (3%).

La deriva nazista ha sconvolto l’Europa, cercare un rifugio sembra quasi impossibile. La rete solidale è l’unica scelta possibile. È necessaria un’assistenza che garantisca l’anonimato e si preoccupi di procurare una nuova identità. I primi luoghi in cui gli ebrei cercarono rifugio furono quelli di villeggiatura. La famiglia di Primo Levi, assieme ai vicini di casa Segre, si rifugiano in una piccola borgata di San Vincenzo alla Fonte (oggi Saint-Vincent, AO), altri trovano rifugio nelle valli di Lanzo o in val Pellice dove sono forti i legami stretti con la minoranza valdese.

A Rorà è tutta la comunità a dare sostegno agli esuli. È lo stesso impiegato comunale, Silvio Rivoir, a realizzare i documenti falsi necessari per ottenere la tessera annonaria e, il 25 aprile 1945, il pastore valdese inviterà tutti gli ebrei rifugiati presso la Casa valdese affinché possano festeggiare la fine dell’occupazione tedesca che sanciva il ritorno a una vita sociale come uomini liberi e il riappropriarsi della propria identità. Ma, prima di arrivare a quel giorno, il Piemonte avrà a che fare con l’invasione dell’armata tedesca.

Il comune di Rorà in una foto d'epoca.
Il comune di Rorà in una foto d'epoca.

I soldati nazisti arrivano in Piemonte

L’esercito di Hitler arrivò a Torino il 10 settembre 1943. La prima vittima ebrea è l’ottantacinquenne Amadio Levi, ucciso davanti alla stazione di Porta Nuova da una mitragliata che voleva essere la risposta alle urla e ai fischi di alcuni manifestanti.

Il martire partigiano Emanuele Artom scrive nel suo diario: “I tedeschi sono entrati ieri a Torino e circolano le voci più folli: che tagliano le mani alla gente per prendere gli orologi da polso ecc.”

Il clima di preoccupazione è testimoniato dall’allora segretaria della scuola ebraica, Mima Momigliano, la quale ricorda come il professore Marco Levi decida di far sostenere gli esami agli alunni all’aria aperta, passeggiando per le vie cittadine per confondersi tra la folla e avere qualche chance in più nel caso di fuga. L’albergo Nazionale di via Roma, la caserma La Marmora di via Asti, la casa Littoria in via Carlo Alberto, le Carceri Nuove e il poligono del Martinetto diventarono ben presto luoghi di tortura e morte. I primi arresti avvengono ad ottobre e riprendono con vigore dopo l’emanazione dell’ordine n. 5. La principale razzia è forse la più infame. Avviene il 15 dicembre 1943 e riguarda i 40 ricoverati ospitati dall’Opera Pia Lotteri.

A Cuneo i tedeschi arrivarono il 12 settembre. La politica del terrore si riversa prima di tutto nei confronti delle bande partigiane, il 19 un reparto incendierà ben 350 abitazioni della cittadina di Boves. Il giorno successivo, a Borgo San Dalmazzo, il comando tedesco emise un’ordinanza rivolta a tutti gli ebrei stranieri presenti sul territorio comunale imponendogli di presentarsi nell’ex caserma degli alpini. Dopo l’8 settembre gli ebrei francesi e non, residenti a Saint-Martin-Vésubie erano fuggiti dal sud della Francia e approdati in città attraversando i valichi alpini che collegano Provenza e Cuneese. La fuga era dettata dall’illusione che la guerra in Italia si sarebbe conclusa presto. L’occupazione tedesca li colse di sorpresa. Il provvedimento venne rispettato solo da 349 persone spaventate dall’imminente inverno e dalla massiccia presenza tedesca. Erano principalmente famiglie con anziani e bambini. Partiranno con un convoglio il 21 novembre destinate al campo di internamento di Drancy e da dove raggiungeranno Auschwitz. Del gruppo sopravvissero solo 19 persone.

Adriana Filippi, “Visione di Boves in fiamme” 1943, pastello colorato su carta, cm 54x71,5.
Adriana Filippi, “Visione di Boves in fiamme” 1943, pastello colorato su carta, cm 54x71,5.

Borgo San Dalmazzo con Fossoli, Bolzano e la Risiera di San Sabba fu uno dei quattro campi di transito italiani. In zona gli arresti proseguirono anche nei mesi successivi. La comunità di Saluzzo pagò si estinse a seguito della Shoah. I primi arresti avvennero nella casa di riposo Tapparelli; seguì il rastrellamento delle abitazioni. Un bambino di dieci anni, Aldo Zargani, descrive così l’arrivo dei tedeschi ad Asti: “In compatta schiera, a capo nudo, i capelli biondi e fini”. Era il 10 settembre 1943.

Convinta, come molti altri, che in Italia “Certe cose non accadono” la comunità prosegue la vita di sempre fino a inizio dicembre. Le autorità fasciste hanno un elenco sul quale il questore depenna, i nomi dei fermati. Ancora una volta l’operazione si sofferma su anziani, donne e bambini condotti presso il campo di concentramento istituito nei pressi del seminario vescovile.

Dopo i primi arresti, il Capo della Provincia Roberto Celio, chiederà la somma di un milione di lire per ottenere la sua protezione. Riceverà solo 220.000 lire, annotate nei registri della Prefettura sotto la voce “Beneficenza”. La frase avrebbe tutt’altro peso, e forse corrisponderebbe maggiormente alla realtà se fosse stata il Capo della Provincia Roberto Celio estorse alla comunità ebraica la somma di 220.000 lire per ottenere la sua protezione ma, durante il processo, avvenuto nel 1945, il Prefetto verrà assolto sostenendo che il ministero dell’interno esigeva di introitare somme destinate a rifondere le spese sostenute dall’amministrazione per il funzionamento del campo di concentramento.

Nella provincia di Asti gli ebrei deportati furono una cinquantina, il campo restò in funzione fino al il 28 febbraio 1944. Nell’alessandrino, l’antisemitismo aveva radici ben radicate. Il 7 ottobre 1943 il cronista de Il Popolo di Alessandria si lamenta della politica antisemita del regime, a suo dire, troppo morbida e condotta da dilettanti; esorta perciò le autorità affinché venga radicalmente inasprita. Non deve quindi stupire che la comunità alessandrina, che nel 1938 contava 222 membri, si ridusse, nel giro di tre anni, a solo 50 unità che scesero a 15 dopo l’8 settembre 1943. La zona era fortemente presidiata dai tedeschi che temevano lo sbarco alleato in Liguria. Gli arresti erano all’ordine del giorno, le sinagoghe di Alessandria e Casale vennero devastate, rubate le argenterie e bruciati i rotoli delle scritture. L’aberrazione di ciò stava accadendo in quegli anni alla popolazione ebraica è ben evidenziata da quando accadde nei bombardamenti dell’agosto del 1944 quando i militi della Repubblica Sociale Italiana impedirono ai soccorritori di spegnere gli incendi propagatesi nel ghetto a seguito dallo scoppio delle bombe vietando, di fatto, di portare aiuto ai feriti del ghetto.

Nell’alessandrino i deportati saranno 93, nessuno di loro farà ritorno.

Sinagoga di Alessandria, targa agli ebrei morti nella Shoah.
Sinagoga di Alessandria, targa agli ebrei morti nella Shoah.

Anche a Novara, benché non si potesse parlare di un vero e proprio insediamento ebraico – non esisteva neppure la sinagoga – i tedeschi reperiscono le liste dei residenti ebrei. Giacomo Diena e lo zio Amadio Jona vengono arrestati e uccisi nel settembre del 1943, stessa sorte per Sara Biertie Kaatz di cui si perdono le tracce dopo l’arresto. Queste non saranno però le uniche vittime della Shoah. Sulle rive del lago Maggiore si contano una decina di eccidi di perseguitati che tentarono la fuga verso la Svizzera. Il più noto è quello di Meina dove furono uccise 16 persone tra le quali alcuni bambini. Il testimone Mario Mazzucchelli racconterà di aver chiesto a un ufficiale tedesco quali fossero le ragioni per tenere imprigionati dei fanciulli e di aver ricevuto come risposta: “I bambini crescono e diventano schifosi ebrei”.

Dopo Torino e Alessandria la comunità di Vercelli era una delle più popolose in Piemonte. Contava 138 membri in città e 325 risiedevano nella sua provincia. I tedeschi vi giunsero il 10 settembre. È ancora una volta un bambino a raccontare di una città deserta e impaurita dove la fuga aveva lasciato nella piazza del mercato banchetti rovesciati e verdure abbandonate nelle strade. Via Foa è la strada in cui è ubicata la sede della Comunità, viene per dileggio rinominata via XXVII novembre, data in cui vennero promulgate le leggi razziali. Non appena giunti in città i tedeschi sequestrano l’edificio trasformandolo in magazzino: gli arredi distrutti o confiscati. Le prime vittime degli arresti furono, ancora una volta, le meno offensive. Erano due donne già avanti con gli anni: Olda Franchetti e Delia Segre. Entrambe moriranno ad Auschwitz. Gli ebrei vercellesi verranno condotti nel campo di concentramento provinciale creato nella cascina di Aravecchia. La direzione venne affidata all’ufficiale di Pubblica sicurezza Giulio Panvini Rosati. Nel luogo furono provvisoriamente raccolti quindici ebrei poi inviati a Fossoli e da qui all’ultima destinazione: Auschwitz.

Bibliografia
  • Levi F., Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell’EGELI 1938-1945, collana Quaderni dell’archivio storico, Compagnia di San Paolo, Torino, Ages Arti Grafiche Spa, 1998.
  • Levi P., Bravo A., Cereja F., Intervista a Primo Levi, ex deportato, Torino, Einaudi, 2011.
  • Maida B., La Shoah in Piemonte. Storie, immagini, luoghi della persecuzione, Torino, Edizioni del Capricorno, 2016.
  • Picciotto L., Per ignota destinazione. Gli ebrei sotto il nazismo, Milano, Mondadori, 1994.
  • Picciotto L., Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2017.

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