
MEMO4345, interni del museo (© MEMO4345).
Forse non tutti sanno che anche in Piemonte è stata scritta una pagina della storia della deportazione del popolo ebraico. In Italia le autorità tedesche crearono e gestirono quattro campi di concentramento e di transito: Fossoli (gestito dalla Repubblica sociale italiana tra il dicembre 1943 e il marzo 1944 per passare sotto il controllo tedesco dal marzo all’agosto 1944), Bolzano (maggio 1944–maggio 1945), la Risiera di San Sabba a Trieste (ottobre 1943–aprile 1945) e Borgo San Dalmazzo (settembre–novembre 1943), il primo a essere istituito e probabilmente quello meno conosciuto, che fu poi riaperto e gestito dalla RSI dal dicembre 1943 al febbraio 1944. MEMO4345 racconta la storia e le storie degli internati in quel campo.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, viene meno ogni controllo italiano sui dipartimenti della Francia meridionale, la quale, specialmente nelle zone di Nizza e delle Alpi marittime, aveva accolto diverse migliaia di ebrei non francesi. Intere famiglie braccate dai nazisti attraverso un sistema definito di “residenze forzate”, una sorta di prigionia domiciliare in una zona molto più vasta del classico ghetto, che assicurava comunque una complessiva, anche se precaria, sicurezza. Uno di questi luoghi di residenza è la località francese di St. Martin Vésubie, allora protettorato italiano, dove si raccolgono un migliaio di ebrei di varie nazionalità europee: ungheresi, greci, tedeschi, austriaci, rumeni, russi, croati.
A partire dal 13 settembre, attraverso i valichi alpini del colle delle Finestre e del colle Ciriegia, a oltre 2.400 metri di altitudine, gli ospiti di St. Martin Vésubie, spinti dalla convinzione che l’armistizio avrebbe reso l’Italia un territorio sicuro, cercano la salvezza migrando soprattutto nei paesi di Entracque e Valdieri, in prossimità di Borgo San Dalmazzo. Negli stessi giorni nascono i primi nuclei partigiani e i nazisti occupano Cuneo. Il 18 settembre un bando del comando SS intima agli “stranieri […] nel territorio di Borgo San Dalmazzo e dei comuni vicini” di presentarsi al “Comando Germanico in Borgo San Dalmazzo, presso la Caserma degli Alpini”. Trecentoquarantanove persone si consegnano spontaneamente, o vengono arrestate, mentre gli altri cercano rifugio presso la popolazione. La metà degli esuli viene accolta da singole famiglie o messa in contatto con la rete di soccorso che va da Genova fino a Milano e alla frontiera svizzera e che si avvale principalmente della collaborazione del clero locale. Molti ebrei possono così espatriare o spostarsi, grazie a documenti falsi, verso l’Italia centrale. Il destino degli internati è segnato: il 21 novembre 1943 saranno portati alla stazione, caricati sui carri bestiame e, attraverso la tratta Savona-Nizza, dopo un breve soggiorno nel campo di transito francese di Drancy, deportati ad Auschwitz. Grazie alla ricerca condotta, con Elena Fallo, da Adriana Muncinelli, ex insegnante, ricercatrice e saggista, collaboratrice dell’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea della provincia di Cuneo, possiamo, a oggi, documentare 39 sopravvissuti.

Adriana Muncinelli si è dedicata per 38 anni allo studio della persecuzione antiebraica avvenuta sul territorio della provincia di Cuneo a partire dalla comunità ebraica di Saluzzo fino agli ebrei stranieri giunti in massa dopo l’8 settembre in cerca di rifugio. Il suo impegno è diventato una testimonianza ed è sfociato in diversi progetti, alcuni dei quali finanziati a livello europeo in qualità di Interreg. Si ricordano i percorsi ebraici dei Sentieri della libertà, la realizzazione a Borgo San Dalmazzo del Memoriale della deportazione nell’ambito del progetto Memoria delle Alpi e la pubblicazione del saggio Oltre il nome. Storia degli ebrei stranieri deportati dal campo di Borgo San Dalmazzo, i cui materiali sono confluiti nella realizzazione di MEMO4345.
Ho visitato MEMO4345 questa estate e ne sono rimasta molto colpita, per numerose ragioni. Non solo per l'impatto visivo, ma anche per i contenuti e il modo in cui sono fruibili i filmati finali: chiaro invito affinché ognuno di noi prenda posizione e sia responsabile delle proprie scelte.
MEMO4345 è un testimone muto che urla con i gemiti, i pianti e le preghiere di chi partì dalla stazione di Borgo San Dalmazzo, destinazione l’ignoto. L’opera donata da Enrico Tealdi Ombre nella memoria accoglie il visitatore all’interno dell’ex chiesa di Sant’Anna e gli pone subito una domanda: qual è il senso della storia? E qui intendo la locuzione “senso” come “direzione” e non come “significato”. Quelle due figure poste sull’orizzonte della storia, e legate da un labile filo, rappresentano forse il passato e il futuro? E, se sì, dove poniamo il presente? Ma soprattutto, quale dei due rappresenta l’uno e quale l’altro? Le due figure si guardano reciprocamente o una insegue l’altra? Ed è la figura di destra o quella di sinistra a tracciare la strada? È il futuro/presente o il passato a delineare il nostro percorso e la nostra esistenza?
Sono queste le prime domande che mi sono posta camminando nel silenzio di MEMO4345 e che sono racchiuse nella definizione che si legge visitando il sito del museo: "MEMO4345 è un tempo per fermarsi a pensare e guardare se stessi nello specchio della storia". Visitare MEMO4345 è un’esperienza. Ognuno ha ben presente il dramma della Shoah, ma l’efficacia della comunicazione è tale che l’emozione per quel che è stato appena vissuto lascia attoniti e ammutoliti.
Per comprendere la complessità e l’accuratezza della ricerca bisogna immaginare di avere a disposizione solo l’elenco degli esuli che, ottemperando all’ordine imposto dal comando tedesco, si consegnarono spontaneamente. Un elenco compilato di fretta, indicando spesso erroneamente i luoghi di nascita, tutti stranieri, molti dell’Europa orientale. La ricercatrice Adriana Muncinelli, curatrice anche dell’installazione museale, ritiene che il pensiero che albergava freddamente in chi stilò il documento fosse: “Non mi importa chi sei, ignoro da dove vieni, non voglio sapere chi sei e avanti il prossimo”.
Lei ribalta quell’idea.

Inizia a interessarsi a loro, a chiedersi chi fossero e da dove provenivano, un desiderio di andare oltre il loro nome e che si è concretizzato in una ricerca via via sempre più approfondita, che si è progressivamente trasformata da semplice curiosità a impegno morale. Quelle persone cantate da Guccini “nel vento” chiedevano di essere ascoltate. Adriana sente di doversi far carico della loro storia e di doverne testimoniare la memoria. Parte da qui, nel 2009, l’avventura condotta assieme a Elena Fallo, con la quale cercano di rispondere a dove, e come, avevano vissuto quelle persone. Quali sono stati gli eventi e le scelte che li hanno indotti a migrare, tappa dopo tappa, dai loro luoghi di origine fino a raggiungere Borgo San Dalmazzo?
Iniziano ricostruendo le relazioni di parentela. L’analisi dei luoghi di nascita dei componenti familiari le lascia basite. Spesso i figli sono nati in nazioni diverse dai genitori; gli stessi fratelli vengono alla luce in differenti stati. La migrazione è dunque iniziata ben prima della Shoah.
Adriana racconta:
Avevo acquistato una grossa mappa dell'Europa sulla quale indicavo con gli spilli il tragitto di ogni famiglia. Oggi anche quei viaggi sono ripercorribili visitando il nostro museo grazie a video. Spesso i parenti non immaginano che i loro cari siano passati da Borgo allo stesso modo in cui noi non avremmo immaginato il loro pellegrinare per l'Europa.

Conosciuta Adriana, che mi serve un tè in graziose tazze di fine porcellana, posso immaginare la meticolosità con cui compila quella prima mappa fisica, cui segue la redazione delle schede personali. Un archivio cartaceo che ben presto si arricchisce di fotografie e corrispondenza e che successivamente costituirà il nucleo del database oggi consultabile anche online. Racconta ancora:
Avevamo un camper. Per anni io e mio marito abbiamo passato le vacanze visitando gli archivi francesi, nel tentativo di ricostruire la vita delle persone passate per Borgo. I sopravvissuti avevano una voce, ma gli altri? Quelli che non erano tornati? Raccontare la loro vicenda è un gesto di giustizia.
Aldo Galliano, suo marito, ci ha raggiunte da poco. Racconta i momenti più emozionanti della ricerca: l’incontro con chi visita MEMO4345 alla ricerca delle proprie origini. La deportazione ha spezzato spesso il legame familiare tra generazioni. Disquisendo ancora sull’opera creata da Tealdi, che non a caso sorge dove un tempo si trovava l’altare, diamo una nuova lettura al filo rappresentato, che riallaccia le connessioni interrotte permettendo di “rimettere insieme i pezzi” di famiglie che si sono disgregate. Lo sanno bene i parenti delle vittime che visitano MEMO4345 con la volontà di ricostruire la storia della propria famiglia.
Questo è il valore aggiunto dell’esperienza. Queste visite sono toccanti. Il Memoriale è l’unico luogo fisico in cui poter commemorare il proprio caro. Spesso da questi incontri nasce un’amicizia che si protrae nel tempo.
Il tempo è un altro elemento fondamentale in questo racconto.

MEMO4345 è il frutto di un percorso di ricerca iniziato con il lavoro per l’allestimento del Memoriale posto dinnanzi alla stazione di Borgo San Dalmazzo, inaugurato nel 2006. Sul binario tre vagoni faticosamente ottenuti dalle ferrovie, 20 lastre in ferro verticali e 335 lamine poste a terra che corrono parallele alle rotaie: le prime ricordano coloro che, transitati per quel luogo, sopravvissero ai campi di sterminio, mentre quelle a terra riportano nome, età e nazionalità di coloro che non fecero ritorno.
Successivamente, nel 2016, la ricerca viene pubblicata da Le Châteaux Edizioni nel saggio Oltre il nome. Storia degli ebrei stranieri deportati dal campo di Borgo San Dalmazzo, i cui proventi sono devoluti dalle autrici al progetto museale MEMO4345, che viene inaugurato nel 2021, in una chiesetta sconsacrata, distante appena pochi passi dal Memoriale e che custodisce più di 160 schede grafiche di ricostruzione dei viaggi intrapresi dai deportati da Borgo San Dalmazzo e 878 schede dedicate ai rifugiati ebrei transitati nella valle Gesso (dati anagrafici, percorsi, storie, destino), ognuna corredata dalla indicazione delle fonti.
Adriana è una donna che non lascia nulla al caso. Aveva idee ben chiare di ciò che desiderava comunicare, al punto di essere disposta a rinunciare all’incarico di curatrice se non si fosse riconosciuta nel risultato finale.
Non accettavo la proposta di un allestimento che riducesse la visita ad appena una mezz’ora. Volevo che il visitatore avesse a disposizione il tempo necessario per comprendere, che nascesse in lui il desiderio di approfondire, tornando magari a visitarci più volte, o sfruttando il materiale messo a disposizione online.
Adriana ha vinto la sfida per la quale si era battuta: ha costruito con maestria il percorso di visita, sfruttando diversi canali comunicativi. Si inizia dai pannelli che declinano le definizioni.
"È la sezione più importante per leggere il passato”, dice, “perché è necessario avere consapevolezza di tutti gli elementi che hanno profondamente segnato il volto dell’Europa a partire dal 1870, anno della guerra franco-prussiana. Da quel momento i conflitti divennero extraeuropei, ebbe inizio il colonialismo e incominciarono a manifestarsi i primi nazionalismi etnici che ben presto sfoceranno in sentimenti quali la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo e che daranno avvio a una spirale discendente che sfocerà nei due conflitti mondiali".
Dopo queste nozioni, il visitatore ha a disposizioni infografiche e, attraverso monitor multimediali, può interrogare gli archivi e ricostruire la migrazione dei profughi arrivati a Borgo San Dalmazzo ripercorrendo in parte il lavoro di ricerca. Al centro della chiesa, nel luogo deputato all’altare, è posizionato lo schermo dove, attraverso l’interpretazione della compagnia Progetto Cantoregi di Racconigi, viene data voce ai protagonisti. “Non abbiamo inventato nulla”, spiega, “tutti i testi interpretati dagli attori sono stati tratti dalla documentazione emersa dalla ricerca”.

Compiuto il giro di boa, ci lasciamo il passato alle spalle per interrogarci sul presente e chiederci quale futuro vogliamo.
"Abbiamo notato che, in ogni gruppo, dopo l’ascolto di una delle storie personali, cala un profondo silenzio", racconta Adriana. "Il visitatore è pronto per potersi confrontare con la sua realtà, a domandarsi quale posizioni assumere nel quotidiano davanti a derive come quelle dei migranti, ad esempio".
Forse anche il presidente Mattarella ha colto questo aspetto. Adriana racconta ancora con quanta emozione sia stata accolta la visita del presidente in occasione del 25 aprile 2023.
Benché il tempo a disposizione fosse molto limitato, il presidente era ben informato e conosceva anche la nostra attività di sensibilizzazione. Quando è giunto davanti all’installazione sui migranti mi ha detto, con un sorriso: "ottimo accenno!" È stato per me un piccolo gesto di incoraggiante significato.
L’entusiasmo con cui racconta mi induce a pensare che la motivazione che l’ha spinta e sorretta in tutti questi anni deve essere fondarsi su basi molto solide, così le domando quale ne sia l’origine. Mi risponde così:
Il mio insegnante di matematica al Liceo di Saluzzo si chiamava Ugo Levi. Era un uomo dal carattere difficile, che poteva dare in escandescenze per poco, afflitto da una grave psoriasi. Percepivo che era una persona tormentata ma non riuscivo a capirne la causa. In classe il mio compagno Giuseppe Segre, futuro presidente della comunità ebraica di Torino, non assisteva alle lezioni di religione, usciva dall’aula perché ebreo. Mi sembrava normale. All’epoca gli adulti non raccontavano nulla. A scuola si studiava appena la Seconda guerra mondiale, considerata ancora cronaca e non storia. Solo più tardi, mentre intraprendevo il primo lavoro di ricerca, ho scoperto che il mio professore era stato costretto a lasciare la scuola a causa delle leggi razziali e che parte della sua famiglia, così come di quella di Beppe, non era sopravvissuta alla deportazione. Allora ho rimpianto di non aver imparato e capito in tempo.

Credo che da quel momento la ricerca, per Adriana, abbia acquisito un valore diverso, che sia diventato un impegno morale e che sia nato in lei il bisogno di conoscere e comunicare.
Le chiedo dei programmi futuri.
Sento di dover fare un passo indietro e lasciare che il progetto di MEMO4345 possa evolversi autonomamente. Mi piacerebbe però che la ricerca continuasse, sono certa che nuove informazioni arriveranno e andranno ad arricchire il nostro database. Vorrei che venissero resi disponibili sempre nuovi contenuti di approfondimento che stimolino il visitatore a tornare alla scoperta di qualcosa di nuovo. MEMO4345 deve restare vivo e dunque crescere, aggiornarsi, dialogare con il presente, raccogliere persone intorno a ragionamenti.
Ritengo che la formazione e la presa di coscienza siano l’unico modo per evitare che eventi come quello della Shoah si possano ripetere. L’attualità ci dice quanto ne abbiamo bisogno. I genocidi non si sono mai fermati e occorre riconoscere e contrastare fin dai primi segni la cultura da cui si originano. Al di là del riconoscimento da parte dell'Istituto Yad Vashem, chi, fin dalla prima ora, ha preso una posizione chiara e netta contro l’ingiustizia ha fatto la differenza. Forse, se più persone si fossero opposte alle prime discriminazioni, le cose avrebbero potuto andare diversamente.
Non si può che condividere questo pensiero. I contenuti e i messaggi che MEMO4345 rimanda ai visitatori sono quanto mai attuali, anche alla luce dello scenario internazionale. Uscendo, il visitatore si porta dietro il seme del dubbio. È viva la riflessione sul presente, ci si interroga su quanto sia davvero distante da quel passato. Come teme Hannah Arendt, i genocidi e i massacri sono ancora possibili, per questo MEMO4345 vuol essere anche un luogo di formazione.
Sono molte le scolaresche che vengono a visitarci. Il percorso si conclude con attività che cercano di far vivere ai ragazzi il momento della scelta. In genere sono preparati, ma sorprese piacevoli arrivano dalle classi delle scuole elementari che hanno un senso quasi istintivo della solidarietà.
Il tempo della visita giunge al termine, sono ormai trascorse più di due ore. Piove, Aldo insiste per accompagnarmi fino al parcheggio, nonostante io abbia un ombrello. Salgo in auto pensando che, se è vero che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, è altrettanto vero il contrario, e mi convinco che grazie a persone come loro il mondo possa essere migliore.
Per questo articolo avevo pensato a un incipit in cui esprimere la volontà di raccontare una vicenda piuttosto che una storia perché le storie sono quelle che hanno un lieto fine, e questa, trattando dello sterminio volontario di un popolo, non avrebbe potuto averla. Riflettendo durante la stesura mi sono invece resa conto che, proprio come insegna MEMO4345, una speranza resta viva e quindi un lieto fine c’è. A fare la differenza sono i Giusti, quelli che hanno messo in gioco la propria vita per salvare quella di un altro: di uno sconosciuto. A fare la differenza, a poter determinare un lieto fine sono persone come Adriana Muncinelli, Roberto Bianco, Luca Vallone e le amministrazioni comunali che, a staffetta, hanno lavorato per il progetto e continuano a sostenerlo. A fare la differenza saranno tutti quelli che usciranno da MEMO4345 più consapevoli, capaci di scrollarsi di dosso il peso dell’indifferenza. Saranno coloro con la volontà di prendere posizione e di schierarsi non dalla parte della ragione declamata dai più forti, ma dalla parte della giustizia di chi spesso non ha voce.
Alessandria: campo di concentramento di San Martino di Rosignano per donne straniere.
Asti: campo di concentramento di Asti, presso il palazzo del Seminario di Asti. Gli internati furono trasferiti a Fossoli in febbraio, e quindi in maggio con tappa nelle carceri di Torino e Milano.
Vercelli: campo di concentramento di Vercelli, nella cascina Ara Vecchia di proprietà del Comune, e poi nella casa di riposo Vittorio Emanuele III.
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