Vista dall’alto di corso Giacomo Matteotti e via Vittorio Emanuele a Torino.
Negli anni Ottanta dell’Ottocento, a seguito della proposta di intitolare una via torinese alla data del 20 settembre, giorno della “breccia di Porta Pia”, ossia dell’invasione di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia, con conseguente annessione – si scatenò una polemica politica destinata a durare anni. La strada individuata non era una qualunque, ma – per esplicita volontà dell’ala laica e anticlericale del liberalismo – quella (già denominata “della Provvidenza”) che collegava arcivescovado, seminario e duomo. Fu quella una proposta molto “divisiva”, anche in Consiglio comunale, dove venne approvata da una risicatissima maggioranza: 31 favorevoli su 59 votanti.
Molti decenni più tardi, nel 1950, i consiglieri comunali torinesi discussero accanitamente circa l’opportunità di dedicare una strada a Fernando De Rosa, militante socialista che nel 1929 attentò alla vita di Umberto II di Savoia. Quasi cinquant’anni più tardi, il nome di De Rosa venne riproposto da un consigliere di centro sinistra con delibera approvata il 30 aprile 1996 ma in una formulazione edulcorata, in cui è solo accennata la responsabilità dell’attentato a Umberto di Savoia.
Ancora, nel 2010, la Commissione toponomastica propose di intitolare la strada di accesso al carcere torinese delle Vallette a Enzo Tortora, ex presentatore televisivo, poi deputato radicale, dopo essere stato incarcerato per oltre un anno a causa di uno scambio di persona; la Giunta comunale, però, bocciò la proposta ritenendo “inopportuna e provocatoria la scelta del sedime”. La strada verrà poi dedicata a un’altra esponente radicale, Adelaide Aglietta, mentre per Enzo Tortora si ripiegherà sul passaggio pedonale ai piedi del “grattacielo” di piazza Solferino.

I tre episodi citati sono solo alcuni esempi, tra i tanti, dei numerosi e spesso accesi dibattiti che hanno caratterizzato in passato la storia delle intitolazioni toponomastiche a figure ritenute memorabili. Con l’avvicendarsi del tempo diventa sempre più probabile che i ricordi diretti relativi ai personaggi cui furono intitolati spazi pubblici sfumino progressivamente. Siccome, inoltre, poche tra quelle figure vengono studiate a scuola, molti profili toponomastici scivolano nell’oblio collettivo diventando semplici “etichette” identificative di spazi urbani del tutto scollegate dai personaggi reali che avevano ispirato le intitolazioni. Ciò anche perché le targhe della toponomastica stradale non abbondano di dettagli esplicativi.
Allo scopo di salvaguardare e trasmettere la memoria della toponomastica politica torinese si è sviluppata la ricerca Strada per strada, curata dal DIST, dipartimento interateneo dell’Università e del Politecnico, in collaborazione con la Commissione toponomastica della Città di Torino. I ricercatori, tra cui chi scrive, hanno ricostruito (basandosi su fonti archivistiche, libri, siti web specializzati, repertori vari) oltre 900 profili relativi a tutti i soggetti appartenenti alle principali “famiglie” della toponomastica politica, approfondendo inoltre (attraverso lo studio di 80 verbali della Commissione toponomastica torinese da fine Ottocento a oggi e intervistandone gli attuali membri) il dibattito che ha portato alle intitolazioni degli spazi urbani torinesi. Tutti i risultati di questa ricerca sono liberamente accessibili sul sito www.stradaperstrada.polito.it.
L’utilizzo a scopo “politico” della toponomastica urbana risale al Settecento, quando – con il razionalismo illuminista – si fa strada progressivamente la convinzione che occorra educare il popolo attraverso una nuova “pedagogia civica” adeguata all’“era moderna”. Prima, per secoli, soltanto alcuni luoghi urbani venivano denominati, in modo informale e orale, spesso con riferimento a luoghi significativi (fontane, archi, salite, porte della città, taverne ecc.), a edifici riconoscibili (come le chiese), a famiglie altolocate che vi abitavano, alla concentrazione di un certo mestiere (anche a Torino sono sopravvissute denominazioni del genere, come via Mercanti o via Stampatori).
Sarà soprattutto la Rivoluzione francese che, per sottolineare anche simbolicamente il proprio ruolo di svolta epocale rispetto ai “secoli bui” del passato, promuoverà massicce campagne di ridenominazioni e riclassificazioni: i mesi del calendario, il sistema metrico decimale, la moltiplicazione di nuovi simboli (come monumenti celebrativi e alberi della libertà), le intitolazioni a figure, miti e simboli dell’universo rivoluzionario.

Nel capoluogo subalpino, una Commissione toponomastica comunale esiste dal 1850 ma è stata più volte modificata nel tempo, assumendo nel 1994 la sua attuale configurazione. Quello torinese è tra i pochi casi – almeno tra le grandi città – in cui la Commissione è diretta espressione del Consiglio comunale. Le proposte di intitolazione, accompagnate da un profilo biografico e storico, possono provenire da soggetti interni all’amministrazione civica (sindaco, assessori, membri del Consiglio comunale, circoscrizioni), oppure da esterni (associazioni iscritte a un apposito registro comunale, petizioni firmate da almeno 300 abitanti). Dal 2021, per essere approvata, una proposta di intitolazione deve raggiungere una maggioranza molto elevata, pari a tre quarti dei consiglieri comunali; ciò allo scopo di convergere su intitolazioni ampiamente condivise.

Attualmente, a Torino esistono oggi circa 2.000 toponimi (tra strade, piazze, spazi pubblici, edifici istituzionali come scuole, ospedali, ecc.). Quello delle intitolazioni con valenza politica costituisce il principale raggruppamento (sono quasi 700), precedendo di gran lunga le dediche a comuni piemontesi (472 toponimi), a regioni e città italiane (211), a toponimi tradizionali (208), a poeti e scrittori (142), a pittori e scultori (118). Le intitolazioni toponomastiche politiche più numerose sono quelle dedicate alle tre principali “epopee” nazionali che hanno fondato, negli ultimi due secoli, identità e memorie della nostra nazione: in termini quantitativi, il primo posto spetta al Risorgimento (con 184 intitolazioni), seguito dalla Resistenza ai totalitarismi (145) e dalla Prima guerra mondiale (125). Per ciascuna di esse nei decenni immediatamente successivi a ciascuno dei tre eventi storici si registrò una prima ondata di intitolazioni, via via attenuatasi nel tempo; nel caso della Resistenza, però, si può notare anche una sorta di “revival” di intitolazioni nel XXI secolo, probabile risposta ai sempre più numerosi attacchi ai valori dell’antifascismo, ad esempio da parte di chi bolla le celebrazioni del 25 aprile come “divisive”. Sempre a proposito del nuovo secolo, è interessante inoltre rilevare come siano cresciute notevolmente, da un lato, le intitolazioni femminili, dall’altro quelle a vittime di mafie e terrorismi (praticamente ignorate fino al 2000), segno evidente di una maggior valenza politica attribuita alle tematiche di genere e della legalità.

Nel caso delle intitolazioni toponomastiche a personaggi, luoghi, eventi legati al Risorgimento, dalla ricerca Strada per strada emerge come, specie nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento, si sia andata costruendo una sorta di “ecumenico” pantheon, in cui hanno trovato progressivamente posto personaggi (e posizioni politiche) che in vita erano stati spesso abissalmente distanti e in lotta tra loro, dai conservatori clericali fino a mazziniani e rivoluzionari. Non di rado, tuttavia, per conseguire questa sorta di progressiva “pacificazione” nazionale attraverso la toponomastica, sono occorsi molti decenni. Un esempio: Giuseppe Mazzini. Egli, è bene ricordarlo, in vita fu arrestato più volte, subì condanne dai tribunali sabaudi e da altri regni italiani vivendo di fatto da latitante gran parte della sua esistenza. Eppure, il processo che portò al suo inserimento tra i “padri della patria” e, a Torino, all’intitolazione di una via nel centro storico, richiese oltre 30 anni. Invece per personaggi come Garibaldi o Gioberti l’intitolazione avvenne subito, praticamente all’indomani della morte.

Nel caso delle intitolazioni risorgimentali, la copertura territoriale della città risulta estremamente diffusa e pervasiva: ai protagonisti più noti e celebrati – come Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele ecc. – sono intitolati spazi pubblici importanti del centro storico, alla miriade di patrioti “minori” sono dedicati spazi urbani fino alle più remote periferie.
Nel caso dei Savoia, la geografia delle intitolazioni risulta fortemente concentrata nel centro storico, con alcune eccezioni, come nel caso di certe scuole in quartieri periferici (Principessa Isabella, Duca d’Aosta, Tommaso di Savoia e altre). Un caso curioso è quello dei ponti: sul totale dei 17 (con una precisa intitolazione) che attraversano Po, Dora e Stura, ben 13 sono dedicati a membri della casa reale sabauda o a parenti acquisiti, come il re Alberto del Belgio (padre dell'ultima regina d’Italia Maria José) cui nel 1912 venne intitolato il ponte sulla Dora al fondo di corso Principe Oddone (anch’egli membro di casa Savoia: figlio quartogenito di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena). La prima intitolazione a un membro di casa Savoia riguardò proprio un ponte, quello di fronte alla chiesa della Gran Madre, dedicato nel 1818 a Vittorio Emanuele I (ancora vivente, come usava all’epoca per i reali, morirà poi nel 1824).

Un’altra tipologia di intitolazioni “politiche” ampiamente diffusa, a Torino come in molte altre città italiane, riguarda la celebrazione di combattenti, caduti, luoghi della Prima guerra mondiale, evento che segnò profondamente la storia italiana in modo tragico e/o glorioso, a seconda dei punti di vista o appartenenze politiche. A Torino, le prime intitolazioni si ebbero a conflitto ancora in corso: nel 1916, subito dopo la sua morte, venne dedicata una via del centro a Cesare Battisti, avvocato e deputato alla Dieta trentina, irredentista, volontario negli Alpini, poi catturato dagli austriaci, condannato per diserzione e impiccato nel Castello del Buonconsiglio a Trento. In quello stesso anno, una via del quartiere Santa Rita venne intitolata a Gradisca, località sull'Isonzo occupata dalle truppe italiane all’inizio del conflitto mondiale.
Dal punto di vista della geografia urbana, i toponimi torinesi legati alla Prima guerra mondiale – in gran parte deliberati nei 15-20 anni successivi al conflitto – si concentrano, in particolare, nei quartieri che si stavano espandendo in quei due decenni, oggi semiperiferici e periferici. Tra le strade principali che ricordano personaggi o luoghi della Grande Guerra, si segnalano, ad esempio a nord, la via dedicata alla medaglia d’oro al valor militare Guglielmo Reiss Romoli, a ovest i corsi e le vie intitolati a luoghi simbolici di quel conflitto (Monte Cucco, Monte Grappa, Gorizia, il comune di Castelgomberto sull’altipiano di Asiago), a sud le vie Plava (località sull’Isonzo) e Passo Buole (luogo di diverse battaglie, sul fronte trentino). In collina, buona parte delle intitolazioni corrispondono ai vialetti interni al Parco della Rimembranza, inaugurato nel 1925, all’interno del quale si contano ben 59 toponimi dedicati a luoghi chiave del fronte italiano durante la Prima guerra mondiale, con alcune eccezioni, quelle dei vialetti dedicati alle località francesi di Bligny e di Chemin des Dames (nel 1918 teatro di combattimenti tra truppe italiane, alleate di quelle francesi, e truppe tedesche), all’Albania e alla Macedonia (in ricordo delle spedizioni italiane nei due paesi, per combattere contro l’esercito austro-ungarico). Una curiosità: 34 dei toponimi attribuiti ai vialetti del Parco della Rimembranza risultano “doppi” a Torino, in quanto a essi è dedicata anche una strada urbana.

Le intitolazioni a località geografiche si caratterizzarono per motivazioni in senso lato “politiche”. Se si osserva la mappa che riassume tutti i toponimi geografici cui a Torino sono stati dedicati spazi pubblici, emergono infatti diverse tipologie riconducibili per l’appunto a motivazioni politiche.
Un primo caso riguarda la copertura capillare di denominazioni stradali relative ai capoluoghi italiani, conseguenza delle direttive emanate dai governi post-unitari, finalizzate a far sì che in ogni città (o, almeno, nelle più grandi) fossero intitolate strade a tutti i capoluoghi di provincia del nuovo Regno d’Italia. Anche a Torino queste direttive vennero scrupolosamente rispettate fino agli anni Settanta del XX secolo, tant’è che non mancava dalla lista delle strade torinesi nessun capoluogo di provincia italiano. Poi la tradizione si è sostanzialmente persa, tant’è che nessuna nuova intitolazione toponomastica è seguita alla creazione dei nuovi capoluoghi italiani a fine Novecento (nel 1992, Lecco, Prato, Verbania, Vibo Valentia) e all’inizio del nuovo secolo (nel 2004 Fermo, nel 2021 Gallura, Medio Campidano, Ogliastra, Sulcis Iglesiente).

Nel caso delle regioni italiane, invece, a Torino si registra curiosamente l’assenza di alcune intitolazioni toponomastiche, anche di un certo peso: mancano infatti all’appello la Campania, l’Abruzzo e le regioni del Triveneto (esistono solo toponimi dedicati a loro subaree – Cadore, Carnia, Carso – in quanto luoghi simbolici della Prima guerra mondiale). Questi ultimi fanno parte della più generale e ricca concentrazione di intitolazioni toponomastiche torinesi dedicate alle tante località del Nord-Est italiano dove si combatterono prima le guerre risorgimentali poi le battaglie del 1915–18.
Un’ultima tipologia toponomastica interessante riguarda le intitolazioni a città straniere, quasi tutte riconducibili a ben precise ragioni politiche: quelle dedicate nei secoli scorsi a numerose località francesi (a testimoniare i legami storici consolidati e ultrasecolari di Torino e del Piemonte con esse), a inizio Novecento sia alle città americane che accolsero rilevanti colonie di migranti torinesi e italiani sia a località riconducibili al colonialismo e alle politiche espansioniste italiane in Africa e nel Mediterraneo, infine alle nazioni “alleate” che contribuirono a liberare l’Italia nel 1945.

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