Il caso Lea Schiavi

L’omicidio irrisolto della giornalista che osteggiava il regime

Immagine di Lea Schiavi tratta dalal copertina del libro di Massimo Novelli “Il caso Lea Schiavi. Indagine sull’omicidio di una giornalista antifascista”, Torino, Graphot, 2022.
Cristina Ricci
Cristina Ricci

Vincitrice del contest La Stampa Academy, un laboratorio di giornalismo d’innovazione, indetto dal quotidiano torinese nel 2013. Ha frequentato il corso di Data Journalism organizzato dalla Federazione Europea del Giornalismo ed è stata ideatrice e redattrice del portale SpiegaLeAli, dedicato alle tematiche legate alle questioni di genere. Appassionata di storia e di storie, è convinta che il futuro si possa costruire solo sulle solide basi del passato.

  

Il nome di Lea Schiavi, giornalista, uccisa in un agguato che tanto ricorda quello di Ilaria Alpi, è inciso nel Freedom Forum Journalist Memorial di Arlington, in Virginia, monumento che commemora i corrispondenti di guerra deceduti nell’esercizio del proprio lavoro. Il nome di Lea Schiavi, moglie del giornalista americano Winston Burdett, è il primo nome femminile che vi si legge.

Ma chi era questa donna onorata in America ma sconosciuta nel nostro Paese?

Accusata di spionaggio

Incredibilmente nessuno ne parla, né i circoli femministi, né quelli antifascisti. Persino l’Ordine dei giornalisti sembra ignorarla eppure, negli anni Quaranta del Novecento, le donne giornaliste si contavano sulle dita di una mano e quelle che partivano come inviate erano delle eccezioni.

Lea Schiavi nacque a Borgosesia il 2 marzo del 1907. Oppressa dalla mentalità ristretta della provincia e dalla dittatura, forse attratta dalla prospettiva di “girare il mondo”, fece una scelta tanto coraggiosa quanto controcorrente decidendo di proporsi come corrispondente dall’estero per i giornali il Tempo e L’Ambrosiano.

Nel 1939, alle soglie della Seconda guerra mondiale, lasciò l’Italia alla volta di Belgrado, per raggiungere poi Bucarest e successivamente spostarsi sul confine rumeno, nella zona contesa tra russi e tedeschi. È difficile tracciare i suoi spostamenti: probabilmente, allo scoppio del conflitto, si trovava a Belgrado dove, nel gennaio 1940, si recò in ambasciata per ottenere il permesso per raggiungere la Russia. Dopo una breve indagine, il 4 febbraio l’ambasciatore informò le autorità italiane di aver ricevuto informazioni riservate dalla polizia jugoslava in merito alla presunta attività di spionaggio che la giovane donna avrebbe svolto al soldo dei russi.

I sospetti nascevano dal suo fare eccentrico che la portava a voler allacciare relazioni con persone di qualsiasi ceto e professioni e dalla disponibilità di ingenti somme di denaro di cui non era nota la provenienza. Il matrimonio con il radiocronista della Columbia Broadcasting Corporation, che già allora lavorava per i servizi segreti russi, avvalorava questa tesi anche se, da indagini successive, sembra sia da escludere che Lea fosse una spia, come afferma lo stesso Burdett, nel 1955, davanti alla Sottocommissione d’inchiesta del Senato degli Stati Uniti.

Ciò nonostante Lea Schiavi entrò nel mirino dei servizi segreti italiani. Il suo nome era stato schedato tra le persone sospettate di spionaggio e ogni suo spostamento, da lì in avanti, verrà controllato. Venne persino emesso un ordine di arresto nei suoi confronti, qualora fosse rientrata in Italia.

Winston Burdett (foto tratta da inthevintagekitchen.com)
Winston Burdett (foto tratta da inthevintagekitchen.com)

Dichiaratamente anti-fascista

Come accennato, il cronista della Columbia, davanti al Senato americano, descrisse la moglie come una persona di coraggio quasi audace, estremamente schietta e fonte costante di imbarazzo per le autorità italiane di qualunque paese in cui soggiornava, aggiungendo che, ovunque andassero, era cordialmente odiata dalle autorità del governo italiano. Così affermava: “Aveva sempre dimostrato i suoi sentimenti antifascisti, le sue idee erano ben note a tutti i colleghi italiani e parimenti alle legazioni italiane di Bucarest, Sofia, Belgrado”.

Lo spirito indomito di Lea la portava a non fare mistero della sua posizione di antifascista; testimoni affermano che sputasse quando altri pronunciavano il nome di Mussolini. A chi le chiedesse se non temesse per la propria incolumità rispondeva di non essere preoccupata essendo moglie di un cittadino americano. Nonostante l’apparente sicurezza confessò all’amico Raoul Șorban di essere ossessionata dall’idea della vendetta fascista.

Nell’ottobre del 1940 la coppia, dopo essere stata espulsa dalla Romania, si recò a Belgrado dove subì la stessa sorte e raggiunse così la Turchia nel marzo 1941. In quel periodo i controlli sulla donna da parte del Servizio informazioni militari si intensificarono. Agli inizi del 1942 Lea iniziò a lavorare come fotografa per il quotidiano newyorkese PM ed era in stretto contatto con l’Intelligence Service. Divenuta attivista del Movimento Libera Italia cercò proseliti negli ambienti che frequentava. La sua persona attirò presto l’attenzione anche degli agenti nazisti di Ankara.

Lea Schiavi al porto di Istanbul.
Lea Schiavi al porto di Istanbul.

La sua vita si interruppe in circostanze misteriose il 24 aprile 1942, quando venne uccisa in un’esecuzione premeditata nei pressi di Miandoab, non lontano da Tabriz, la più importante città dell’Iran del Nord che era, all’epoca, il quartier generale dell’Armata Rossa. Il 25 aprile 1942, il console statunitense di Tabriz, la capitale dell’Azerbaigian iraniano, inviò un messaggio a Washington informando che, il giorno precedente, la moglie del corrispondente della CBS, era stata uccisa in un conflitto a fuoco in una località sperduta nell’Azerbaigian orientale. A ucciderla, secondo le prime notizie, sarebbe stato un curdo ma le ragioni sono oscure; di certo non si trattava di rapina.

Secondo il marito, che in quei giorni era a New Delhi, il console non si occupò del caso con sufficiente diligenza, forse perché Lea non aveva ancora ottenuto la cittadinanza americana. Si limitò a curarne la sepoltura nel cimitero cattolico ma non si interessò alle indagini iraniane in merito all’assassinio. In Italia, ciò che trapelò del suo omicidio, venne gestito in via riservata dal Servizio Informazioni Militari, dalle autorità di polizia e dal Ministero degli Esteri. Nel fascicolo a lei dedicato dalla Polizia Politica, il n. 1232, si legge che oltre all’attività giornalistica la coppia Burdett-Schiavi, svolgeva opera di persuasione nei campi di concentramento ove si trovavano italiani, sia militari prigionieri di guerra che civili internati, per indurli ad aderire a un movimento denominato "Italia Libera".

Immagine di Lea Schiavi tratta dall'intervista video a Massimo Novelli (autore de
Immagine di Lea Schiavi tratta dall'intervista video a Massimo Novelli (autore de "Il caso Lea Schiavi), su rainews.it

Un omicidio dalle motivazioni oscure

Ma chi ha ucciso Lea Schiavi? La giornalista è stata trucidata perché aveva scoperto qualcosa che non doveva trapelare o era semplicemente una vittima innocente di una faida tra tribù curde? È stata uccisa perché antifascista o la sua morte è legata a motivi di spionaggio visto che le autorità jugoslave l’avevano additata come spia? Per i militari sovietici, che in quel periodo occupavano Tabriz, gli istigatori dell’omicidio erano da ricercarsi tra gli agenti dell’Asse, italiani o tedeschi che fossero, mentre in Italia l’accusa veniva rigettata ai russi. Ma cosa è davvero accaduto quel 24 aprile?

Secondo il Dipartimento di Stato americano la donna fu assassinata da uno dei componenti di una banda composta da cinque curdi mentre stava viaggiando in automobile nelle vicinanze di Miandoab. La giornalista stava facendo un giro del Kurdistan ed era accompagnata da un interprete, da un poliziotto e da due curdi che riuscirono a sfuggire indenni. In realtà sull’auto viaggiava anche un’amica armena di Lea. Le indagini delle autorità iraniane furono sommarie. Secondo loro l’omicidio sarebbe stato accidentale, avvenuto nel corso di un regolamento di conti tra tribù e Lea sarebbe stata uccisa per uno scambio di persona; anche l’identità del sicario non era certa. Sembra di leggere la storia di Ilaria Alpi, la giornalista e fotoreporter italiana assassinata a Mogadiscio nel 1994. Anche per lei non esiste una verità giudiziaria nonostante l'attività di cinque magistrati, vent’anni di indagini e una commissione parlamentare di inchiesta.

Tornando a Lea, il giornalista inglese Alaric Jacob raccolse la testimonianza dell’amica Zina Aghayab che forniva elementi differenti. La donna avrebbe identificato uno degli assalitori che era stato arrestato e diede una ricostruzione precisa dei fatti sostenendo che la morte di Lea era stata un’esecuzione premeditata. I due sicari, che fermarono l’auto qualificandosi come gendarmi, dapprima accertarono l’identità della giornalista poi le avrebbero sparato. Nonostante questa dichiarazione prevalse la versione della morte accidentale.

Nel fascicolo “Lea Schiavi” depositato presso l’Archivio Centrale dello Stato, si può leggere però la relazione del 27 giugno 1942 redatta da Lauro Laurenti, funzionario dell’ambasciata d’Italia ad Ankara, su richiesta della stessa legazione italiana. Laurenti conferma sostanzialmente quanto affermato dalla testimone:

i banditi hanno dapprima domandato le generalità alla signora Aghayan, e saputele, l’hanno lasciata in pace; domandatele successivamente alla signora Burdett, sono andati a confabulare con qualcuno, poi sono ritornati presso la macchina e le hanno sparato cinque colpi.
Articolo di giornale tratto dall'intervista video a Massimo Novelli (autore de
Articolo di giornale tratto dall'intervista video a Massimo Novelli (autore de "Il caso Lea Schiavi), su rainews.it

Il ruolo del marito e l'inchiesta della Magistratura

A nessuno interessava conoscere la verità sull’assassinio della reporter e il documento restò lettera morta, non solo perché la donna era antifascista ma anche per la sua attività politica per conto degli alleati. Solo il giovane Winston Burdett, convinto che la moglie fosse stata uccisa su istigazione dei fascisti italiani, cercò di scoprire la regia occulta dell’assassinio. Winston, durante la sua indagine, incontrò proprio Lauro Laurenti che gli avrebbe dichiarato che il colonello Ugo Luca – generale italiano dei Carabinieri che raggiunse i massimi incarichi nel controspionaggio italiano – aveva, per sua ammissione, dichiarato più volte di essere responsabile dell’assassinio di Lea Schiavi. Sulla base di questa informazione nel 1945, l’americano presenterà a Roma una denuncia in cui ribadisce il sospetto che la moglie sia stata vittima di un omicidio premeditato.

L’inchiesta della magistratura italiana non ebbe però alcun esito. Quando i magistrati convocarono Laurenti questi dichiarò, non senza imbarazzo, che si era trattato di un evidente equivoco. Il colonnello Luca non si sarebbe mai vantato di aver organizzato l’assassinio di Lea Schiavi, avendo affermato di sospettare che l’assassinio fosse stato ordinato a Roma. Cos’era accaduto? Burdett aveva frainteso le parole di Laurenti o questi era stato indotto dai servizi segreti anglo-americani, con i quali aveva collaborato durante la guerra, a ritrattare per non coinvolgere nella vicenda il colonnello Luca appartenente al Servizio informazioni militare?

"Il caso Lea Schiavi" di Massimo Novelli (Graphot, 2022) ricostruisce la storia della giovane giornalista attraverso numerosi documenti inediti.

L'ipotesi del movente russo

Vittima del maccartismo, nella 1955, davanti al Senato degli Stati Uniti, anche il marito ritratterà la sua versione e dirà che Lea cadde per mano dei russi. Il movente sarebbe stato la conoscenza del fatto che i sovietici addestravano partigiani jugoslavi per le milizie comuniste di Tito. La giornalista poteva inoltre riferire su un altro argomento scottante avendo visitato i campi di concentramento dove erano detenuti i polacchi, catturati dopo la spartizione russo-tedesca, della Polonia. Dunque Lea Schiavi fu uccisa perché sapeva troppo?

Un altro elemento fa propendere per l’ipotesi del movente russo: il giovane Burdett aveva deciso di interrompere la sua collaborazione con i servizi russi proprio in quel periodo. L’omicidio della moglie poteva essere la sua “punizione”. I sovietici smentiranno sempre un loro coinvolgimento: non erano stati forse proprio loro a tentare di dissuadere la Schiavi a intraprendere quel viaggio? La vicenda potrebbe essere interpretata anche come spy story. Poteva essere Lea un’altra Mata Hari?

Nel suo soggiorno a Bassora la Schiavi fece un reportage della città per il quotidiano PM e scattò diverse foto che giunsero negli Stati Uniti solo cinque mesi dopo e furono pubblicate postume. Nel rapporto di sorveglianza della giornalista, di cui si è già detto, Lauro Laurenti riferisce che la giornalista avrebbe incontrato un agente del SOE (Special Operation Executive). Questa organizzazione britannica durante la Seconda guerra mondiale operò, secondo le parole del primo ministro Churchill, per incendiare l’Europa con il sabotaggio e la sovversione dietro le linee tedesche. Creato nella più assoluta segretezza rappresentò uno dei pilastri della strategia di offensiva britannica per i primi anni di guerra del secondo conflitto mondiale.

Lo scopo di quelle conversazioni sembra essere la possibilità di costituire un comitato italiano antifascista in Iran con l’obiettivo di raccogliere informazioni da utilizzare contro il regime fascista, anche con azioni militari. Lea non solo avrebbe cercato adepti ma pare non avrebbe esitato a segnalare coloro di fede nazifascista. Era forse stata reclutata dagli inglesi?

Il 25 aprile 2021 l'amministrazione comunale di Borgosesia, sua città natale, le intitola i Giardini Pubblici.

Fu la Mata Hari italiana?

Quel che è certo è che fosse molto ben inserita, molto amata dai persiani e molto meno dai suoi concittadini che si trovavano in una situazione di difficoltà in un paese straniero privo di una rappresentanza diplomatica e che vedevano l’esuberante giornalista come un pericolo per la propria incolumità. Quando alcuni italiani furono tradotti in un campo di concentramento in molti iniziarono a mormorare che Lea Schiavi potesse essere una spia, non si capiva se inglese o russa. Per gli italiani in terra straniera ciò contava poco, era comunque vista alla stregua di un nemico, di una persona da cui bisognava guardarsi le spalle e diffidare.

A febbraio del 1942 Winston venne richiamato ad Ankara dalla CBS e dovette proseguire per New Delhi. Lea restò sola a Teheran e un giorno comunicò improvvisamente di dover partire per raggiungere il marito in India. In realtà prese la via dell’Azerbaigian: pare volesse indagare sulle rotte di rifornimento delle armi alle tribù curde. In quei mesi fu oggetto di alcune note informative del consolato italiano di Adana che si conclusero segnalando a Roma che la donna era un “elemento comunista”.

Era davvero così? Il fatto non fu appurato. Come non volle essere appurato quali fossero i mandanti del suo omicidio. L’unica cosa che pare certa sono le parole di una vecchia che leggeva fondi di caffè. Poco prima della sua partenza le profetizzò: “Voi state per intraprendere un viaggio. Non andate. In fondo a questo viaggio c’è la morte”.

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Bibliografia

  • Archivio Centrale dello Stato, Roma, fondo Polizia Politica, fascicolo Lea Schiavi, n. 1232.
  • Franzelli M., Guerra di spie. I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati 1939 – 1943, Milano, Mondadori, 2004.
  • Novelli M., Lea Schiavi. La donna che sapeva troppo, Torino, Spoon River, 2006.
  • Novelli M., Il caso Lea Schiavi. Indagine sull’omicidio di una giornalista antifascista, Torino, Graphot, 2022.
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