All'inferno di ghiaccio e ritorno

L’inizio della ritirata dei soldati italiani dopo la rottura del fronte sul Don nel gennaio 1943. Dei 229 mila soldati inviati 95 mila non fecero ritorno.

All'inferno di ghiaccio e ritorno

In dialogo con Giovanni Alutto, sopravvissuto alla Campagna di Russia del 1943

Giulia Arduino

Laureata in Scienze Storiche, collabora con l’Istituto nazionale Ferruccio Parri di Milano ed è ricercatrice presso il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà.… leggi tutto
  

A giugno 2024 uno dei più anziani reduci della Seconda guerra mondiale ci ha salutati. Piemontese doc, originario di Barbaresco (CN) e residente a Carmagnola, Giovanni Alutto ha goduto di ottima salute per 107 anni.

Nel 1943, a soli ventisei anni, riuscì a tornare a casa dalla drammatica Campagna di Russia (una fortuna riservata purtroppo a pochi).

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Mussolini e la Campagna di Russia

Mussolini, già a fianco di Hitler dal 1939 con il Patto d’Acciaio, decise di appoggiare l’alleato nell’invasione dell’Unione Sovietica dando inizio alla complessa vicenda degli italiani in Russia. Nella prospettiva del Capo del Governo, l’intervento in Russia sarebbe servito a ridurre il grado di subalternità dell’Italia nei confronti dell’alleata Germania. Questa teoria però non trovava seguito nel Cancelliere tedesco Adolf Hitler, il quale era fermamente convinto che la partecipazione italiana non fosse indispensabile sul fronte russo a causa della grande distanza fra la penisola e la zona di combattimento. Egli indicava piuttosto il versante Mediterraneo come luogo di conflitto a cui l’Italia avrebbe potuto e dovuto partecipare. Il duce, dal canto suo, rimarcava con fermezza e insistenza l’impossibilità di una eventuale assenza italiana nella Campagna di Russia:

L’Italia può mobilitare proporzionalmente un numero maggiore di uomini che la Germania. A una abbondanza di uomini corrisponde una modestia di mezzi. L’Italia nel piano bellico darà quindi più uomini che mezzi: la Germania più mezzi che uomini.

Il potenziale demografico italiano rappresentava l’unica merce di scambio che Mussolini poteva vantare nei confronti della Germania. A conti fatti, Hitler accettò. Nel luglio del 1941 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR) venne inviato sul fronte russo. Un anno dopo, vista la necessità di rinforzare la prima linea, lunga 270 chilometri, il Capo del Governo decise di mandare su suolo russo l’Armata Militare Italiana in Russia (ARMIR). Questa – composta dal CSIR, dal II Corpo d’Armata e dal Corpo d’Armata Alpino – raggiunse il fiume Don con un totale di circa 229 mila soldati.

Giovanni Alutto a 21 anni con la divisa da Sergente Maggiore, 1937.
Giovanni Alutto a 21 anni con la divisa da Sergente Maggiore, 1937.

La situazione, rimasta immutata sino a novembre 1942, precipitò il 16 dicembre. L’Armata Rossa, lanciando una prima grande offensiva, riuscì a chiudere le divisioni italiane – escluso il Corpo d’Armata Alpino – in una grande morsa, costringendole a una disordinata ritirata. Il 12 gennaio 1943 l’esercito nemico iniziò il secondo attacco, che chiuse in una “sacca” anche il Corpo d’Armata Alpino, obbligandolo a compiere un estremo e disperato ripiegamento. Durante la ritirata, le condizioni in cui versavano gli alpini erano drammatiche: trascinavano i piedi avvolti all’interno di coperte, avanzavano barcollando, le loro facce erano devastate dalla sofferenza, dal dolore, dalla fame, gli occhi infossati nelle orbite, erano smagriti, muti. Come scrisse Nuto Revelli nel libro L’ultimo fronte:

Se ieri, alla notizia della morte di un congiunto si commuovevano e le risposte erano colme di pietà; oggi sono scarne, dure. In questo momento bisogna piangere i vivi, non i morti.

Costretti a percorrere centinaia di chilometri a piedi, con indumenti ed equipaggiamento inadeguato, con mezzi di fortuna e a una temperatura di 40 gradi sottozero, furono pochi gli italiani – ma anche gli ungheresi, i tedeschi e i rumeni – che riuscirono a resistere al freddo, alla fame e ai colpi dell’artiglieria russa. La Campagna di Russia, e l’annessa ritirata, si rivelò disastrosa dal punto di vista di perdite umane: circa 95.000 italiani – di cui 10.312 piemontesi – non fecero ritorno dalle proprie famiglie. Se per il trasporto sul fronte russo erano state impiegate duecento tradotte, per il ritorno a casa ne bastarono diciassette.

Giovanni Alutto, all’epoca della partenza per la Russia a malapena venticinquenne, è uno di quei diecimila piemontesi che riuscì a ritornare a casa. Dopo ottantun anni dalla tragedia, “grazie a mia mamma che mi ha fatto sano e fortunato” è qui con noi a raccontarci la sua storia.

Distintivo commemorativo della “Campagna di Russia” prodotto nel maggio 1945 dalla Fratelli Lorioli di Milano.
Distintivo commemorativo della “Campagna di Russia” prodotto nel maggio 1945 dalla Fratelli Lorioli di Milano.

La giovinezza e la carriera militare

La storia di Giovanni Alutto inizia il 17 novembre 1916, a Barbaresco, comune all’interno del territorio delle Langhe. Nato da una povera famiglia di contadini mezzadri, fin da piccolo, insieme a sua sorella Giulia e suo fratello Luigi, aiuta i genitori nei lavori manuali in campagna. Dopo aver frequentato le scuole elementari, inizia a lavorare come vaccaro, successivamente come servitore. Non volendo continuare questo mestiere, decide di lavorare prima come floricoltore poi per un albergo di Alba, addetto ad accogliere i viaggiatori alla stazione. Nel 1934, compiuti i 18 anni, svolge il servizio di leva obbligatorio e frequenta un corso per diventare radiotelegrafista.

Il 7 marzo 1938, all’età di 21 anni, viene chiamato militare e inquadrato nel II Reggimento Alpini, Battaglione Borgo San Dalmazzo. A maggio, insieme ad altri seicento soldati, viene inviato un mese a Roma a sfilare per il Cancelliere tedesco Adolf Hitler e per il “testone” (in questo modo Alutto chiama Mussolini). Durante la lunga parata il reduce e i suoi compagni utilizzarono un escamotage:

Avevamo riempito gli zaini che portavano sulla schiena con molta paglia e una coperta arrotolata. In questo modo non pesavano eccessivamente, ci consentivano di camminare senza eccessivi sforzi e soprattutto appagavano la vista del Führer e dei numerosi spettatori.

Dopo la breve ma suggestiva avventura a Roma ritorna in sede a Cuneo e, una volta terminata l’estate, viene promosso prima Caporale poi Caporale Maggiore. Mentre sta svolgendo il ruolo di contabile per la sua Compagnia, decide di “raffermarsi”, cioè di prolungare il tempo da militare. In questo modo dieci mesi dopo acquisisce il grado di Sergente.

La Divisione Alpina “Tridentina”, prima impegnata sul fronte greco-albanese, nel luglio 1942 venne trasferita sul fronte russo (© Archivio Associazione Nazionale Alpini).
La Divisione Alpina “Tridentina”, prima impegnata sul fronte greco-albanese, nel luglio 1942 venne trasferita sul fronte russo (© Archivio Associazione Nazionale Alpini).

Arriva il 1939. Dalla primavera all’autunno Alutto viene mandato nelle montagne cuneesi e nei primi mesi del 1940 a Pietraporzio, in Valle Stura. Il 10 giugno 1940 dal balcone di piazza Venezia, a Roma, Mussolini annuncia l’entrata dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale dichiarando guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. La portata di questo messaggio è epocale, tanto da rappresentare un vero e proprio spartiacque nella vita degli italiani. D’ora in avanti i soldati saranno in balìa degli eventi bellici e dovranno combattere nei fronti più disparati, in condizioni impervie, lontani dagli affetti al fine di raggiungere l’obiettivo che il Capo del Governo si è prefissato: l’indiscutibile vittoria del Regno d’Italia. Giovanni Alutto e i suoi compagni vengono inizialmente mandati a presidiare il Colle del Maurin, ma dopo pochi giorni viene dato loro un contrordine: recarsi velocemente a Comeglians (in Friuli-Venezia Giulia). Terminato l’inverno, i soldati possono abbandonare la cittadina friulana per raggiungere il Piemonte. Si dirigono prima a Cuneo poi a Vinadio, in Valle Stura.

Nel dicembre 1940 l’alpino Alutto viene costretto nuovamente a ripartire. Questa volta la destinazione non si trova entro i confini italiani. La meta è il territorio albanese. Una mattina, Giovanni e altri alpini si trovano su un’auto a Bari. L’autista improvvisamente si ferma senza togliere la marcia, facendo fare un balzo all’autocarretta. Giovanni, essendo in piedi e il primo a scendere, viene sbalzato fuori dalla vettura e i compagni di conseguenza. Alcuni di loro inevitabilmente gli cadono addosso, provocandogli la rottura del pollice della mano sinistra. Mentre viene inviato all’ospedale di Bari, alcuni suoi commilitoni vengono imbarcati per l’Albania. Solo successivamente scoprì che la nave in cui avrebbe dovuto imbarcarsi venne silurata dall’esercito inglese, provocando diverse vittime. Raccontando l’accaduto, Alutto esclama: “molto probabilmente l’incidente in auto mi salvò la vita”. Una volta guarito dalla frattura raggiunge il suo reparto: “ci misi diciannove lunghe ore ad attraversare l’Adriatico e a raggiungere Durazzo, un’eternità”. Proseguì successivamente per Valona, per Berat e infine arrivò a Elbasan. Da questo luogo sarebbe dovuto partire per la conquista della vicina Grecia, ma vista la sua resa all’esercito italiano tornò in patria al termine della primavera.

Copertina de “La Domenica del Corriere” del 10 gennaio 1943 dedicata agli alpini della divisione “Julia” impegnati nella battaglia sul Don.
Copertina de “La Domenica del Corriere” del 10 gennaio 1943 dedicata agli alpini della divisione “Julia” impegnati nella battaglia sul Don.

In partenza per la Russia

Giunto nuovamente a casa, viene mandato a fare i campi estivi e invernali nelle vallate cuneesi. Neanche il tempo di abituarsi al clima e agli affetti, che nell’estate 1942 arriva l’ordine di ripartire: Mussolini ha deciso di inviare altri uomini nella lontana e fredda Russia.

Alutto, e in generale diversi soldati italiani prossimi alla partenza per il fronte russo, non vedono l’avvenire con occhi del tutto pessimistici. Il loro stato d’animo è condizionato dalle parole sicure e assertive del duce. Il Capo del Governo rassicura i soldati affermando come la Campagna di Russia sia una “guerra lampo”, destinata a far tornare in patria i militari dopo pochi mesi, vista l’imminente vittoria della Germania in territorio bolscevico. Queste le parole di Giovanni:

Mi ricordo bene il giorno della partenza dalla stazione di Cuneo. Era lunedì 12 luglio 1942: appartenevo alla Divisione Cuneense, Battaglione Borgo San Dalmazzo, XIII Compagnia ed ero diventato alcuni mesi prima Sergente Maggiore. Mia mamma e mio fratello vennero in stazione a salutarmi. Mia mamma era preoccupata, ma capiva che la partenza era qualcosa di naturale, cui non potevo sottrarmi. Io vedevo il territorio russo lontano dalla mia terra…

E così era: il fronte sovietico distava 3.000 km dall'Italia.

Divisa alpina conservata al Memoriale Divisione Alpina Cuneense.
Divisa alpina conservata al Memoriale Divisione Alpina Cuneense.

La vita al fronte

Il lungo viaggio – che ha come meta le montagne del Caucaso – i soldati italiani lo percorrono all’interno di vagoni “bestiame”. Ma dopo essere quasi giunti a destinazione, il contrordine: il fiume Don è il nuovo punto di arrivo. Una volta arrivati, dopo giorni di estenuante cammino, i militari iniziano a scavare trincee per trascorrere l’inverno, con l’esercito russo a poche centinaia di metri davanti a loro. Questa la vita al fronte:

I “miei” alpini costruivano bunker, facevano trincee e camminamenti per muoversi più liberamente. Ci era stato detto che avremmo dovuto “svernare”, cioè trascorrere l’intero inverno, per questo arrivarono dall’Italia delle stufette che potessero tenerci un po' di caldo, visti i 30 gradi sottozero. La neve, essendo come farina, non diventava liquida. Il problema principale, quindi, non era il cibo ma la totale mancanza di acqua: riuscivamo a recuperarne solo un litro al giorno ciascuno – grazie al nostro postino che prendeva le borracce e le riempiva nelle retrovie – e non potevamo neanche lavarci, se non sciacquarci la faccia. Io non uscivo quasi mai dal bunker, se non per bisogni primari. Il tempo lo impiegavo per dirigere la mia squadra e chiedere alle retrovie di inviarci ciò che mancava.

Una delle difficoltà, oltre alla mancanza di acqua, è dunque il freddo. Le divise e gli scarponi dei soldati italiani, rispetto al vestiario tedesco, non sono adatti a temperature così gelide.

Prima di partire – ricorda Giovanni – mi ero comprato degli scarponi che nulla avevano a che fare con quelli militari. La mia scelta venne ripagata: i miei piedi non subirono mai il fenomeno del congelamento. Gli altri alpini, invece, utilizzando gli scarponi dati all’esercito italiano con attorno i chiodi, che facevano passare l’umidità, subirono disgraziatamente i supplizi e le sofferenze dell’assideramento.

Mentre i soldati italiani si stanziano sul fronte in maniera permanente in attesa della fine dell’inverno, rispettando l’ordine di riprendere l’avanzata in primavera, alle spalle dell’esercito italiano si muovono con velocità e astuzia i sovietici. All’alba dell’11 dicembre l’esercito russo dà avvio alla battaglia di logoramento che sancisce l’inizio della disfatta delle forze dell’Asse. Cinque giorni dopo, il 16 dicembre, dirigendosi celermente in profondità, i russi accerchiano i soldati dell’Asse intrappolandoli in una “sacca”. Mentre il II Corpo d’Armata e il CSIR si ritirano, il Corpo d’Armata Alpino, non ancora impegnato in combattimenti, rimane schierato sul fiume Don.

Il 17 gennaio 1943 il Corpo d’Armata Alpino risulta irrimediabilmente e fatalmente accerchiato. Gli alpini, ostinatamente tenuti sul Don dagli ordini provenienti dall’Italia e dalla Germania, iniziano una tragica e disperata ritirata: camminano a 40 gradi sottozero, tentano in tutti i modi di aprirsi la strada, lottano in sanguinosi combattimenti e cercano disperatamente cibo, acqua e armi per continuare la lotta per la sopravvivenza e la salvezza.

“Mitragliatore sul Don”, Cesare Andreoni, 1941–1942 (© Archivio Cesare Andreoni, Milano).
“Mitragliatore sul Don”, Cesare Andreoni, 1941–1942 (© Archivio Cesare Andreoni, Milano).

La “ritirata” di Giovanni Alutto

L’alpino Giovanni Alutto ebbe un destino diverso rispetto ai suoi compagni d’armi. Di seguito le sue parole:

Solo alcuni giorni dopo l’inizio della ritirata compresi che i russi avevano accerchiato una parte dell’esercito italiano. Il mattino del 12 dicembre 1942 mi svegliai e vidi una ferita a ridosso della ciste che avevo sull’inguine. Andai dal dottore del reparto per farmela togliere, ma lui mi disse di non avere né filo né bisturi. Mi disse perciò di recarmi all’ospedale situato nelle retrovie. Io – malgrado la volontà di guarire e tornare con i miei alpini – feci “un’andata senza ritorno”: mentre mi recavo all’ospedale i russi avevano accerchiato i reparti italiani.

Alla ricerca di un dottore che possa medicarlo, Alutto si dirige in diverse località russe: da Izjum a Rossos’, poi a Voroschilovgrad, infine all’ospedale di Dnipropetrovsk. Qui gli viene esportata la ciste, finalmente. Continua:

Una volta uscito mi recai nel vicino comando di tappa trovandovi un capitano del VII Reggimento Alpini. Gli dissi le mie intenzioni: ritornare insieme alla mia Compagnia sul Don. Lui mi guardò e mi disse: “Non può tornare al fronte! Non sa che siamo in rotta totale? Tutto l’esercito si è sciolto”. Dopo questa notizia rimasi impietrito.

Solo in quel momento Alutto venne a sapere la terribile vicenda: mentre si recava in diversi ospedali, i suoi compagni stavano compiendo una forsennata ritirata per uscire dall’accerchiamento e tornare a casa. Da Dnipropetrovsk, egli viene prima trasferito a Gomel’ poi a Leopoli. Da questa cittadina, salito su una delle pochissime tradotte necessarie per trasportare i superstiti dalle loro famiglie, raggiunge l’Italia. Dopo alcuni giorni di viaggio giunge a Bologna, dove viene spogliato e spidocchiato e agli inizi di maggio 1943 torna finalmente ad Alba dalla sua famiglia. Dopo così tanto tempo lontano da sua mamma e suo fratello “incontrarli fu una vera festa”. Alla domanda “quali sensazioni ha provato una volta rientrato in Italia?”, Alutto – dopo un sospiro di rammarico – risponde:

È stato bello ma difficile. Quando sono tornato a casa, ad Alba, ero parecchio malmesso: ero tornato dalla guerra in Russia “nudo e crudo”, avevo bisogno di tutto. Non avevo un lavoro, non avevo soldi, mi sentivo “un peso” nei confronti di mia mamma e mio fratello. Stanco, decisi di non aderire alla Repubblica di Salò, diventando disertore. Alba era troppo pericolosa, dovevo spostarmi verso una meta più sicura. Così mi trasferii a Torino da mia zia e mia cugina. Torino è stata la città che mi ha offerto una nuova vita. Iniziai a lavorare all’acciaieria Fiat. Ma neanche un anno dopo, ad aprile del 1944, venni costretto ad abbandonare la fabbrica per motivi bellici. Iniziai perciò a svolgere il ruolo di contabile presso un laboratorio torinese.
Cappello conservato al Memoriale Divisione Alpina Cuneense, con incisa la scritta
Cappello conservato al Memoriale Divisione Alpina Cuneense, con incisa la scritta "Mamma ritornerò".

La vita dopo la Liberazione

La guerra civile, iniziata con l’Armistizio dell’8 settembre 1943, termina il 28 aprile 1945, giorno in cui Torino viene liberata dai nazifascisti. Nel 1946, siccome il laboratorio per cui lavora si trasferisce in Calabria, Giovanni viene assunto in una carrozzeria di Carmagnola. Lasciata la casa torinese, si trasferisce a Carmagnola nell’appartamento della sua futura moglie Francesca e sua mamma. Dopo undici anni di lavoro nella carrozzeria carmagnolese, nel 1957 inizia a lavorare nuovamente a Torino, all’interno di un’officina. Percorre la tratta Carmagnola – Torino per vent’anni: “arrivavo a casa alle 22.30 e partivo il giorno dopo con il treno delle 5.40. A sessant’anni, il 17 novembre 1976, andai in pensione”.

Al termine dell’intervista domando ad Alutto quando ha iniziato a dedicarsi alla memoria e perché.

Quando tornai dalla guerra cercai di dimenticare e di trovare un lavoro, con l’obiettivo di ricominciare da capo. Passati molti anni dalla Campagna di Russia sentii l’esigenza, e soprattutto il dovere, di ricordare. In Russia ho perso molti amici. Qualcheduno è tornato, ma centomila sono rimasti là. Giovani vite spezzate, famiglie frantumate, madri che aspettarono il ritorno dei propri figli per anni. Questi, morti di freddo, di fame, di dissenteria, di tifo petecchiale morirono per cosa? Per niente!

È il dolore il sentimento che accomuna tutti coloro che ebbero la fortuna di tornare a casa.

Abbiamo continuato a vederci per molti anni. Però è necessario dire che non tutti vollero ricordare. Mi viene in mente un reduce che non voleva sentir nominare la Campagna di Russia, lui che era salvo per miracolo dopo aver fatto la ritirata… Oggi, avendo la veneranda età di 107 anni, ho perso i contatti con quasi tutti i sopravvissuti, ma fino a pochi anni fa eravamo in molti ogni anno a commemorare le vittime. Devo ringraziare Dio, ma soprattutto mia mamma Olimpia, che mi ha fatto un uomo sano e fortunato. Se non avessi avuto l’apertura della ciste pochi giorni prima dell’accerchiamento russo probabilmente oggi non sarei qui a raccontarle più di cent’anni di vita. Quindi… grazie mamma!
Giovanni Alutto a maggio 2023.
Giovanni Alutto a maggio 2023.

Il dovere di raccontare di Giovanni Alutto

Incontrai per la prima volta l’alpino Giovanni Alutto il 12 maggio 2023 a Carmagnola. Appena arrivata mi presentai e gli dissi quanto mi sentivo onorata di poterlo incontrare. Dopo avermi ringraziato mi fece segno di seguirlo in salotto. Accesi la telecamera e, taccuino alla mano, gli feci la prima domanda. Nel nostro colloquio la mia voce si sentì raramente. Alutto – o meglio dire Giovanni, come lo chiamavo negli ultimi mesi – si rivelò subito molto loquace. Percepii la sua necessità di raccontarmi tutto ciò di cui aveva memoria. E la sua memoria era di ferro. Per tre ore, senza mai fermarsi, mi raccontò dagli anni della giovinezza agli anni della pensione.

Prima del mio ritorno a casa mi porse un libro. Era la sua autobiografia: Dalla Nascita a Novant’anni (…la tragi-commedia di una vita) 1916–2006. Fu così che tra noi si instaurò un vero e proprio legame. A settembre mi invitò alla sua festa di compleanno per gli imminenti 107 anni. Il 17 dicembre 2023 mi recai così a Barbaresco, sua città natale, per partecipare alla cerimonia. Terminata la messa domenicale, nella piazza antistante la chiesa gli sbandieratori resero la festa più concitata e divertente. Erano presenti alpini, militari, uomini delle istituzioni, vecchi amici. In cuor nostro sapevamo potesse essere il suo ultimo festeggiamento.

Così fu. Il 19 giugno 2024 Giovanni ci lasciò. Passò a miglior vita un uomo intraprendente, garbato, altruista, generoso, gentile e sempre pronto ad aiutare il prossimo. Ti ricorderò, anzi ti ricorderemo, con il sorriso stampato sul volto e gli occhi pieni di gioia.

Bibliografia
  • Bedeschi G., Centomila gavette di ghiaccio, Milano, Mursia Editore, 1963.
  • Corradi E., La ritirata di Russia, Milano, Mondadori Editore, 1986.
  • Milani G., I naufraghi del Don. Gli italiani sul fronte russo. 1942–1943, Bari, Laterza, 2017.
  • Revelli N., L’ultimo fronte: lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale, Torino, Einaudi Editore, 1971.
  • Rigoni Stern M., Il sergente nella neve: ricordi della ritirata di Russia, Torino, Einaudi Editore, 1953.
  • Scaccia P., Voci e ombre dal Don. Lettere, documenti, memoriali, immagini dell’ARMIR in Russia, Lucca, Tra le righe libri, 2017.

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