Marzo 1986, lo scandalo del vino al metanolo

Una profonda ferita rimarginata ma non dimenticata

Nell'immagine: Illustrazione realizzata con Midjourney.
Davide Mana

Laureato in Paleontologia e dottore di ricerca in Geologia, in passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere, venditore di auto usate, interprete, spaventapasseri, riparatore di biciclette. Da alcuni anni lavora come… leggi tutto
  

“Se fossi in te lascerei perdere,” mi dice un amico di Incisa Scapaccino (AT), quando gli chiedo informazioni. La gente di qui, di quella faccenda non vuole parlare. È una ferita ancora aperta, un trauma che non è stato risolto.

A Incisa Scapaccino, un piccolo centro appena fuori Nizza Monferrato, aveva la sua sede l’azienda Odore, che commerciava in vini. L’attività vitivinicola è la spina dorsale dell’economia dell’area – se non si produce uva, si vinifica, si producono bottiglie, si stampano etichette, si importa il sughero per i tappi, si fa assistenza a tutti questi aspetti della filiera, si immagazzina e si vende il vino del territorio – in prevalenza Barbera.

Ci si passa davanti, ai portoni sbarrati dell’azienda di Odore, andando a Nizza al venerdì, che è giorno di mercato. Quei portoni sono chiusi dal marzo del 1986.

Come? Perché?

Tutti ricordano molto bene, in queste terre, ma non hanno voglia di parlarne. Meglio lasciar perdere. Di certe cose non si parla. Soprattutto non si parla di metanolo.

※ ※ ※

Tossicità

Il metanolo è un alcool dalla formula abbastanza semplice – un gruppo metilico CH3 legato a un gruppo idrossilico OH. È incolore e molto volatile, con un forte odore caratteristico. È altamente infiammabile e perfettamente solubile in acqua. Si produce per sintesi, ma anche per fermentazione naturale.

Dal 2023, in Islanda e in Cina, viene usato come parte del processo di stoccaggio dell’energia geotermica (impianti CO2-a-Metanolo), ma è da sempre ampiamente utilizzato in tutto il mondo come solvente per vernici, nei processi chimici, come combustibile nelle gare di IndyCar e dragster, e per i motori nel modellismo.

Il metanolo è anche fortemente tossico: causa danni neurologici, paralisi motoria, cecità e morte. Una concentrazione superiore al 3% è considerata potenzialmente letale, per questo motivo la legge italiana prevede che le concentrazioni di metanolo nei vini e negli aceti da essi derivati, dove si può generare spontaneamente, non possano superare lo 0,3% nel caso dei vini rossi e lo 0,2% nei bianchi.

Roma, aprile 1986: carabinieri del nucleo anti-sofisticazione controllano in un supermercato che le bottiglie in vendita non appartengano alle aziende sotto inchiesta.
Roma, aprile 1986: carabinieri del nucleo anti-sofisticazione controllano in un supermercato che le bottiglie in vendita non appartengano alle aziende sotto inchiesta.

Scatta l'emergenza

È il marzo del 1986 quando vengono segnalati i primi casi di avvelenamento da metanolo, a Milano e provincia. Si parla di malesseri gravi, di convulsioni, stati comatosi. La prima vittima è Armando Bisogni di Milano, trovato morto in casa il 3 di marzo. Bisogni è segnalato come noto alcoolista, e forse per questo la stampa inizialmente segnalerà le vittime come alcoolisti abituali, ma non è vero. Si tratta di persone “normali”, e ben presto si verificano altri decessi. Il 16 di marzo, con la morte di Benito Casetto all’Ospedale Niguarda di Milano, viene finalmente dato l’allarme. Le analisi confermano che si tratta di avvelenamento da metanolo, presente in quantità anomale e letali nel vino che le vittime hanno consumato durante i pasti. Uno o due bicchieri, mangiando, come è la norma per moltissime persone in tutta Italia.

Scatta l’emergenza, forse con troppo ritardo. Il vino al metanolo è già stato acquistato, portato a casa, bevuto.

La magistratura avvia le indagini, che portano rapidamente i carabinieri a sequestrare le bottiglie di “Barbera del Piemonte” nei supermercati Esselunga, GS e COOP del milanese, e a seguirne la pista a ritroso, fino ai responsabili. Il vino arriva da Incisa Scapaccino ed è commercializzato dall’azienda di Vincenzo Odore. Odore – che viene prontamente arrestato e da questa vicenda uscirà distrutto – tuttavia si è limitato a imbottigliare e distribuire quel vino, che arriva dalla vicina provincia di Cuneo, da Narzole, dalla rinomata azienda vitivinicola di Giovanni Ciravegna.

Scattano gli arresti, che coinvolgeranno alcune decine di persone in tutta Italia. È il diciotto di marzo del 1986 e lo “Scandalo del Metanolo” è appena iniziato. Il bilancio finale sarà orribile: 19 morti, che saliranno successivamente a 23, 153 persone intossicate, alcune con danni neurologici permanenti, e 15 persone rimaste “cieche assolute”, per citare i certificati dell’epoca, in Lombardia e in Liguria.

Milano, marzo 1986: analisi di laboratorio su alcune bottiglie sequestrate.
Milano, marzo 1986: analisi di laboratorio su alcune bottiglie sequestrate.

I “narsulìn” e la ditta Ciravegna

A Narzole, un paese con all’epoca 3.500 abitanti, erano 120 le aziende che commerciavano in vino all’ingrosso. Erano i “narsulìn”, i “narzolini” guardati con malcelata superiorità dai produttori di vino più titolati, e considerati dei produttori di serie B, specializzati nel commercializzare vini di bassa qualità destinati alla grande distribuzione. Molti “narzolini” non avevano a proprio nome neanche una vite: acquistavano uve o mosti in varie località italiane, e poi vinificavano a Narzole, cosicché il prodotto finale potesse essere commercializzato come “vino del Piemonte”. Un marchio di qualità, a prezzi molto competitivi, per la grande distribuzione.

Fra i “narzolini”, Giovanni Ciravegna, classe 1929, era una leggenda. La sua azienda fatturava un miliardo e mezzo l’anno negli anni Ottanta e poteva vantare certificati, premi e medaglie d’oro assegnati ai suoi vini nei decenni precedenti. Lo chiamavano “cavajer dudes e mes”, Giovanni Ciravegna, per la sua capacità di portare qualunque vino alla gradazione desiderata. Per la legge italiana, la gradazione alcolica dei vini non può essere inferiore a 6°, mentre quella complessiva naturale non può essere inferiore a 8°. Il vino bianco ottenuto dalle uve “Moscato” può essere posto in commercio con gradazione non inferiore a 4°, sotto al 12 i vini vengono considerati a bassa gradazione. Mescolando vini di provenienze diverse e, nel caso, “aggiustando” il prodotto con zucchero, Ciravegna aveva sempre la gradazione giusta. In effetti Ciravegna era già stato condannato, in precedenza, per sofisticazione alimentare e condannato a pagare una multa di 500 milioni. In appello la sentenza era stata poi annullata.

Nel 1984 l’Ispettorato Centrale Repressione Frodo (ICRF) di Treviso aveva contestato alla ditta Ciravegna un uso eccessivo di metanolo. Era stato eseguito un sequestro preventivo (a fronte di analisi) ed era partita contestualmente una denuncia penale della quale non si ebbe più traccia, tanto che i titolari continuarono a produrre vino indisturbati fino al 1986, e all’esplosione dello scandalo. Quando i carabinieri lo arrestano, insieme al figlio Daniele, il 21 di marzo del 1986 l’accusa è, in prima battuta, di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, oltre che di sofisticazione alimentare. Nelle sue cisterne di fermentazione si trovano 9.000 ettolitri di vino e il tenore di metanolo arriva al 19%.

Come è stato possibile tutto ciò?

Una delle etichette della ditta Ciravegna.
Una delle etichette della ditta Ciravegna.

Perché proprio il metanolo?

Quella del 1984 è una data critica: in quell’anno una modifica del regime fiscale rende il metanolo dieci volte più conveniente dell’alcool etilico e dello zucchero. La sostanza ideale per “aggiustare” la gradazione del vino da tavola al costo più basso possibile. E non solo: il processo di sofisticazione mediante metanolo è molto più rapido di quello con l’uso di zucchero, il che rende minimo il rischio di flagranza, in caso di controlli (all’epoca purtroppo già scarsi in partenza).

Una situazione ideale, quindi, che permette di produrre del “vino” (le virgolette sono d’obbligo) che, in bottiglioni di vetro da due litri, con etichetta e tappo a capsula, costa all’epoca 1.860 lire. Un “vino del Piemonte” a cinquanta centesimi di euro al litro. L’adozione del metanolo per la sofisticazione assume immediatamente proporzioni drammatiche: in un ambito in cui le concentrazioni si calcolano per milligrammi al litro, dalla metà di dicembre 1985 al marzo 1986, vengono impiegate circa 2 tonnellate e mezza di metanolo.

Cosa potrebbe mai andare male?

Fiumi rossi

Le indagini e gli arresti proseguono. Mentre i “narzolini” si affrettano a scaricare nel Tanaro il contenuto delle proprie cisterne, tanto che le acque del fiume diventano rosse nel giro di una notte, in Italia si scatena il panico. Il Ministro dell’Agricoltura, Filippo Pandolfi, riferisce in Senato ammettendo che in Italia sono in circolazione 600.000 litri di quello che viene ormai chiamato “il vino killer”.

La paura (legittima) si allarga all’Europa e al bacino del Mediterraneo; navi cisterna italiane vengono sequestrate in Francia, in Germania 500 bottiglie di Barbera d’Asti sequestrate per ordine del Ministero della sanità risultano contenere 6.7 grammi di metanolo per litro. Per il mercato vinicolo italiano è un colpo terribile e non manca chi accusa le autorità estere (soprattutto quelle dei Laender tedeschi) di praticare coi loro sequestri e controlli una politica che mira a penalizzare i prodotti italiani per favorire la produzione nazionale e i vini prodotti in Spagna e Portogallo (nel 1986 di fresco entrati nella CEE). Di sicuro, dati alla mano, le vendite nella sola Germania crollano del 50% secco. A fronte della crisi, vengono stanziati ingenti fondi ministeriali per alleviare le sofferenze del mercato.

Intanto, la legge prosegue il suo corso, e vengono arrestati molti altri membri di quella che sarà definita la “filiera corta” della sofisticazione. Tra questi, l’autotrasportatore Giuseppe Franzoni, di Bagnolo San Vito (Mantova), Roberto Piancastelli di Riolo (Ravenna), con precedenti per sofisticazione, e Antonio Fusco di Manduria (Taranto), commerciante internazionale di vino. Ma se il caso sembra in prima battuta abbastanza chiaro – vino addizionato di metanolo che ha causato morti e danni a centinaia di persone – la conduzione delle indagini e la costruzione del caso diventano lunghe e complicate. Solo cinque anni dopo, nel 1991, si avrà il processo di primo grado per 18 imputati, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.

La notizia viene ripresa dai principali quotidiani nazionali e gli sviluppi della vicenda saranno seguiti con interesse anche dalla stampa estera.
La notizia viene ripresa dai principali quotidiani nazionali e gli sviluppi della vicenda saranno seguiti con interesse anche dalla stampa estera.

Una truffa miliardaria

Ma nel frattempo, con il processo ancora in fase istruttoria, Ciravegna viene scarcerato nel 1987 per decorrenza dei termini. A fronte del fallimento dell’azienda di famiglia in seguito allo scandalo il Cavajer Dudes e Mes presenta in comune i registri della cantina per la vidimazione, in modo da poter riprendere l’attività. Resta sorpreso quando la vidimazione gli viene negata. A Narzole i cittadini hanno portato la propria protesta al Sindaco – da molti considerato spettatore passivo di anni di malaffare – e il comune è una delle 54 parti civili al processo, insieme con le vittime e le loro famiglie, gli enti professionali, le associazioni dei consumatori.

L’inchiesta porta al coinvolgimento di grossisti e faccendieri e dai dati successivi si arriverà a stabilire come il fenomeno delle sofisticazioni al metanolo interessi, quasi esclusivamente, le regioni del centro-nord: Piemonte, Emilia-Romagna, Trentino Alto Adige, Lombardia, Toscana, Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia oltre che la Puglia. Si scoprono le strade nascoste del vino fasullo venduto a cisterne e navi. Sullo sfondo si delinea una possibile truffa miliardaria ai danni della CEE: i vini adulterati sono stati prodotti con materie che sarebbero dovute andare alle distillerie, per incassare i contributi. E i contributi sono stati incassati, ma nel frattempo si è prodotto il vino killer.

I personaggi coinvolti “fanno a scaricabarile” (come osserverà in seguito uno degli avvocati), primo fra tutti Giovanni Ciravegna, che si dichiara innocente: sono stati dei fornitori disonesti, sostiene, ad avergli venduto il metanolo, che lui non sapeva avrebbe potuto causare dei decessi.

Ho sbagliato a non dire subito chi mi aveva fornito quell’alcol di contrabbando, che credevo fosse etilico, una semplice sofisticazione per aggiustare un po’ il grado […] Mica sono pazzo ad avvelenare i miei clienti.
Amsterdam, analisi di laboratorio su alcune bottiglie sospette provenienti dall'Italia.
Amsterdam, analisi di laboratorio su alcune bottiglie sospette provenienti dall'Italia.

La sentenza e i mancati risarcimenti

Il processo di primo grado si chiude con 12 condanne per oltre un secolo complessivo di pena.

Le sue dichiarazioni non convincono i giudici, che arriveranno a considerare Giovanni Ciravegna il vero cervello dell’intera operazione. Le norme erano ben note e tutte le persone coinvolte nella sofisticazione – grossisti, imprenditori, trafficanti di alcol metilico, titolari e gestori di cantine – sapevano benissimo che il vino al metanolo era tossico. A Giovanni Ciravegna i giudici comminano 16 anni, al figlio Daniele 13. In appello nel 1993 la pena viene ridotta rispettivamente a 14 e 11, con quattro anni condonati. La Cassazione confermerà la sentenza. Ciravegna sconterà 10 anni di reclusione per accuse di associazione per delinquere, omicidio volontario plurimo, lesioni gravi, adulterazione di sostanze alimentari.

Per buona misura, alla vigilia della conferma della condanna, Giovanni Ciravegna provvede a fornire la lista completa di tutte le persone che aveva pagato per non essere disturbato nelle sue attività illegali. La lista delle persone finite in carcere, tra repressione, frodi ed emissari locali del ministero, si allunga.

Vengono anche disposti dei risarcimenti per le vittime: quattro miliardi, a carico dei condannati. Ma qui si presenta un problema che si sarebbe tentati di definire “squisitamente italiano”: durante i lunghi anni del processo, gli imputati si sono disfatti di tutte le proprietà a proprio nome e al momento della sentenza risultano perciò nullatenenti. La legge impone loro il risarcimento, ma loro non lo possono pagare. Nessuna delle vittime vedrà mai una lira.

Una bottiglia originale di vino al metanolo, conservata ed esibita da Coldiretti © Coldiretti, 2016.
Una bottiglia originale di vino al metanolo, conservata ed esibita da Coldiretti © Coldiretti, 2016.

DOC, DOCG e il rilancio del vino italiano

La “coda lunga” dello Scandalo del Metanolo incide pesantemente sulla cultura del vino in Italia e di conseguenza su tutti gli aspetti della produzione vitivinicola nel nostro paese. Un mercato già assediato dalla pubblicità “Birra, e sai cosa bevi” con cui Renzo Arbore sottrae giovani bevitori “convertendoli” alla birra. Le vendite dei vini italiani raggiungono il minimo storico. Per correre ai ripari, il Governo vara una serie di provvedimenti d’urgenza, destinati a rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari. Ai provvedimenti urgenti per controllare la distribuzione (e quindi il consumo) di vini adulterati (12 aprile 1986) seguono misure in materia di prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari che diventeranno la legge del 7 agosto 1986 n. 462 (tuttora vigente), che istituisce l’anagrafe vitivinicola su base regionale, che deve raccogliere i dati relativi alle rispettive attività.

In parallelo vengono potenziati i servizi di controllo aumentando gli organici dei NAS e si istituisce l’Ispettorato Centrale Repressione Frodi (oggi ICQRF) articolato in uffici interregionali, regionali e interprovinciali. Alla fine del 1986 nasce l’Age-Control S.p.A. con il compito di controllare gli aiuti comunitari al fine di prevenire le frodi. Ma sul piano commerciale la crisi perdura. È quindi la Camera di commercio di Asti a lanciare l'idea di applicare la denominazione d'origine controllata, per tutti i vini, compresi quelli regionali. La produzione ha subito una battuta d’arresto, ma in pochi anni la certificazione DOC porta a un progressivo ritorno della fiducia dei consumatori (e a un proporzionale incremento dei prezzi), favorendo il rilancio del settore.

Sarà necessario un decennio, ma il vino tornerà a essere uno dei principali prodotti esportati dall'Italia in tutto il mondo e il Piemonte con i suoi vini DOCG – Barolo, Barbaresco e Roero – assumerà un ruolo di leader sui mercati internazionali.

Una tragedia di tutti?

La si potrebbe quasi considerare una faccenda positiva, dalla quale il mercato vitivinicolo è emerso più forte, eliminando gli elementi criminali e portando a una valorizzazione della qualità e dell’eccellenza. La tragedia ha obbligato tutte le persone coinvolte – lo Stato, i commercianti, i produttori, i bevitori stessi – ad adeguarsi a standard di controllo e di qualità che hanno reso il vino italiano un prodotto sicuro e altamente esportabile. Il mercato è salvo, la vita di tante famiglie può tornare alla normalità dopo la crisi.

Una bella storia, se non fosse per quei 23 morti, per quelle centinaia di persone che subirono danni irreparabili alla salute, per quelle famiglie che non videro un centesimo dei rimborsi che erano stati assegnati loro.

Giovanni Ciravegna è morto nel 2013. Si è sempre dichiarato innocente. Vista l’età avanzata, Ciravegna dopo pochi anni di carcere viene assegnato alla comunità dei padri Comaschi di Padre Albano. Preghiera, lavoro e volontariato in Romania in una comunità di minatori. Intervistato dalla TV Svizzera nel 2006, aveva confermato di essere tornato a produrre e vendere vino, e sulla questione delle vittime, aveva dichiarato “a me degli altri non interessa.”

Sono io la vittima, mi hanno fregato, io avevo comprato quelle cisterne pensando fosse vino. Versare dei soldi io? Ma neanche per sogno.

In un  articolo del  2016  pubblicato da  Slow  Food si  propone una tesi alternativa, che l’avvelenamento sia derivato dal fatto che ogni passo della filiera addizionava abitualmente il vino col metanolo, cosicché le quantità si sommavano, all’insaputa degli altri operatori, che a loro volta aggiustavano il prodotto. Un incidente, quindi, frutto di una situazione in cui tutti sapevano, ma non sapevano abbastanza. Il referente di Slow Food è anonimo, un tipo riservato.

Il problema fu che ognuno operò all’insaputa dell’altro; ognuno aggiunse metanolo senza sapere che altri lo avevano già fatto… e così si arrivò a uccidere 23 persone. Fu una tragedia, per tutti. E nulla fu più come prima… per fortuna dico io…

Una tragedia di tutti.

Un incidente. È colpa di tutti. È colpa di nessuno.

Ma forse è meglio lasciar perdere, come mi ripetono in molti da queste parti.

Nota della redazione

In seguito alla pubblicazione di questo articolo ci è stata segnalata da Ernesto Abbona – presidente della rinomata cantina Marchesi di Barolo ed ex presidente della UIV (Unione Italiana Vini) – una precisazione storica relativa al rapporto tra la normativa sulle denominazioni di origine e lo scandalo del vino al metanolo del 1986.

La Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Docg) non fu infatti introdotta come conseguenza dello scandalo, ma era già stata istituita nel 1980 con l'obiettivo di rafforzare la tutela delle produzioni di qualità e contrastare le frodi nel settore vitivinicolo. Il nuovo sistema prevedeva, tra l'altro, l'apposizione sulle bottiglie di fascette numerate rilasciate dal Poligrafico dello Stato, in numero corrispondente al potenziale produttivo dei vigneti, rendendo molto più difficile l'immissione sul mercato di vino di provenienza non certificata.

Gli effetti della riforma, tuttavia, non furono immediati. I primi vini promossi da Doc a Docg, Barbaresco e Barolo, poterono essere commercializzati solo dopo i previsti periodi di affinamento, rispettivamente dal 1983 e dal 1984. Inoltre, la presenza sul mercato delle scorte prodotte prima dell'entrata in vigore della normativa fece sì che l'impatto del nuovo sistema di controllo diventasse pienamente percepibile soltanto nella seconda metà degli anni Ottanta.

È in questo contesto che si colloca lo scandalo del metanolo del 1986, che contribuì a evidenziare, agli occhi dell'opinione pubblica e degli operatori del settore, l'importanza di strumenti di certificazione, tracciabilità e controllo già introdotti negli anni precedenti. In questo senso, il nesso individuato dall'autore va inteso non come un rapporto di causa ed effetto tra scandalo e nascita della Docg, bensì come una coincidenza temporale tra la piena affermazione della nuova disciplina e una delle più gravi crisi vissute dal vino italiano, crisi che accelerò la valorizzazione delle denominazioni di origine come garanzia di qualità e autenticità.

Bibliografia
  • Ferrero F., Metanolo Story, in Pagina99, 04 aprile 2016.
  • Giavedoni F., Se vuoi ti dico come andò veramente quella faccenda del metanolo…, in SlowFood, 18 marzo 2016.
  • La Fillossera, Metanolo, lo scandalo che cambiò per sempre la storia del vino italiano, 17 marzo 2020.
  • Miravalle S., Il silenzio e le preghiere del “cavaliere metanolo”, in La Stampa, 16 novembre 2010. Symbola, Lo scandalo del vino al metanolo, dicembre 2018.
  • Vannuccini V., Dopo lo scandalo del metanolo l’import di vino ancora bloccato, in La Repubblica, 23 maggio 1986.
  • Vettori E., Trent'anni fa lo scandalo del vino al metanolo: nessun risarcimento ancora per le vittime, in La Repubblica, 17 marzo 2016.
Ricevi le newsletter di Rivista Savej. Scrivi qui sotto la tua mail e clicca "Iscrivimi".
Nelle ultime 24 ore si sono iscritte 7 persone!

Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
Pubblicazione registrata al tribunale di Torino.
Direttore responsabile: Lidia Brero Eandi.