Sotto il sole cocente della Puglia o nel chiuso delle manifatture del Nord Italia, tra Otto e Novecento le donne lavorano il tabacco. Sono entrambi lavori faticosi e dannosi per la salute. Al tempo stesso sono lavori in cui sono richieste velocità e specializzazione. Mentre nelle campagne delle regioni calde dell’Italia meridionale le braccianti raccoglievano ed essiccavano le foglie di tabacco per prepararle alla spedizione, nelle cittadine industriali le operaie delle manifatture tabacchi erano intente a confezionare sigari, sigarette e trinciato da pipa al chiuso delle fabbriche.
La lavorazione del tabacco e la sua coltivazione erano affidate principalmente alle mani delle donne per diversi motivi funzionali al padronato e riassumibili in poche parole: manodopera specializzata a basso costo. Nelle fabbriche, le snelle mani femminili dovevano selezionare le foglie migliori per i sigari separandole da quelle destinate al tabacco da pipa. Un lavoro che veniva pagato a cottimo ed eseguito sotto la stretta sorveglianza dei padroni. Questa cernita era un'operazione essenziale che prevedeva una certa capacità e rapidità manuale.
Qualificate e consapevoli di svolgere un’attività specializzata, le sigaraie svilupparono un senso di grande solidarietà tra loro: si presentavano come un gruppo di donne coeso e fiero, compatte nel richiedere diritti e tutele. Una capacità contrattuale che non era comune in altre categorie di operaie dell’epoca, maggiormente sfruttate.

Fondata nel 1740 nei locali di un'antica fornace di via Verdi a Torino (allora chiamata via della Zecca), la Regia Fabbrica del tabacco venne ben presto ampliata grazie a una grande crescita dei consumi di tabacco. Nel 1768 il governo sabaudo fece costruire un secondo stabilimento nel quartiere del Regio Parco dove, verso metà Ottocento, venne dirottata quasi tutta l’attività produttiva. Successivamente all’Unità d’Italia, la Manifattura era la seconda più importante del regno.
Centrale era la figura della sigaraia, o tabacchina, l’addetta al confezionamento dei sigari: infatti la manodopera era costituita quasi esclusivamente da donne. Nel piazzale tra via Gottardo e via Bologna è stata posata nel 2023 una targa dedicata proprio alle operaie della Manifattura Tabacchi. Nell'Ottocento le sigaraie svolgevano un lavoro unicamente manuale; solo con l'arrivo di alcune innovazioni a partire dagli anni Ottanta dell'Ottocento vennero introdotti macchinari per il confezionamento delle sigarette (anche dette spagnolette).

Nel corso degli anni assistiamo a un continuo calo di manodopera, in particolare anche dovuto alla diminuzione della domanda dei sigari (ad esempio dal 1921 al 1926 il numero delle sigaraie si ridurrà da 1.027 a 598). Un altro grande evento cambierà radicalmente la conformazione delle fabbriche manifatturiere: l’introduzione di macchinari sempre più efficienti. Infatti la meccanizzazione, oltre a ridurre di molto gli impieghi, rese il lavoro meno specializzato e quindi adatto anche a operai non qualificati. Durante il ventennio fascista, si leggeva infatti:
Il mestiere si fa di colpo più spersonalizzante, perde il suo carattere artigianale. È la macchina che “impasta” ora il tabacco, non le dita agili delle donne: la competizione sulla capacità professionale non ha più ragione di esistere. Quello che conta è l’occhio, il controllo: cambia quindi la figura operaia, il passaggio è dalla artigiana alla operaia comune, slegata dal possesso del mestiere.
Con la Seconda guerra mondiale, poi, lo stabilimento verrà danneggiato dai bombardamenti e nel dopoguerra verrà inaugurato un cambio di programma dal governo e dal monopolio di Stato che ridusse ulteriormente la manodopera. La storia della Manifattura Tabacchi si concluse nel marzo 1996, quando l'impianto venne definitivamente chiuso. Attualmente la Manifattura Tabacchi di corso Regio Parco 142 ospita alcuni uffici dell'Università degli Studi di Torino. Nell’ottobre 2024 è stato annunciato che l’edificio si trasformerà in un polo archivistico e culturale con spazi rivolti a servizi (aule, centro studi) e università.

Alla Manifattura Tabacchi di corso Regio Parco si affaccendavano le tabacchine e le sigaraie addette a confezionare sigarette, trinciato da pipa e sigari. Vi erano due categorie principali: quella superiore e quella secondaria (o subalterna). Della prima facevano parte il direttore, l’ispettore, il capo tecnico e il controllore. Gli impiegati secondari invece erano i computisti, i periti, i fabbricanti, i magazzinieri, i commessi, seguiti poi, per ordine di importanza, dagli agenti subalterni (macchinisti, visitatrici con compito di perquisizione, inservienti) e infine dagli operai e dalle operaie (capi, sottocapi, maestre e lavoranti a paga fissa e a cottimo). La manodopera a cottimo era formata principalmente dalle tabacchine.
Le istruttrici e verificatrici non dovevano avere più di 40 anni per essere assunte e dovevano superare una prova di 600 giorni. Le operaie comuni, invece, erano assunte per concorso e dovevano essere cittadine italiane, avere una sana e robusta costituzione fisica e un’età compresa tra i 17 e i 21 anni, dovevano inoltre possedere il certificato di proscioglimento dall’istruzione elementare, esibire il certificato di non incorsa penalità e quello di buona condotta, rilasciato dal sindaco del Comune. Era stilata una graduatoria ed esse venivano sottoposte a 300 giorni lavorativi di prova. Metà dei posti era riservata alle orfane di guerra, alle figlie di operai o operaie già in servizio presso la Manifattura e alle figlie di dipendenti defunti o collocati a riposo.
La testimone Gina Perona (La Manifattura Tabacchi e il suo borgo. 1860-1945) racconta che l’assunzione delle orfane e delle vedove di guerra fu l’ultima grande assunzione prima di quella del 1975, a eccezione di quella di cui beneficiarono le profughe istriane che provenivano dalla Manifattura di Pola agli inizi degli anni Cinquanta. Tutti i lavori pesanti e di facchinaggio erano invece esclusivamente di competenza maschile.

Cuffia bianca in testa, la cesta con il tabacco grezzo e un tavolo di lavoro con scatole di legno. Scatole dai bordi bassi dove venivano riposti i sigari e le sigarette dopo che erano stati arrotolati. Le mani diventavano scure, le dita si affaticavano… Si lavorava al chiuso, sotto le luci delle finestre o delle basse lampade sopra le teste. Una a fianco all'altra, gomito a gomito. Era questa la condizione lavorativa delle tabacchine.
Per arrivare al confezionamento dei sigari e delle sigarette, le foglie di tabacco dovevano essere sottoposte ad alcune fasi di lavorazione che erano rigidamente codificate e controllate nei vari passaggi: la separazione delle foglie, la selezione, la combustione chimica per renderle aromatiche e adatte a essere bruciate, la scostolatura (ovvero il taglio delle spesse nervature della foglia). Per spuntare i sigari, le donne si aiutavano nelle operazioni di confezionamento con un coltello a lama ricurva. Si lavorava in squadre da 10-12 sigaraie mentre una verificatrice controllava la qualità del lavoro. Era vietato lasciare nei laboratori cuffie o indumenti per evitare furti di tabacco, inoltre vi era il divieto di introdurre acqua o fiori che potevano aumentare il peso delle foglie.
Il lavoro di tabacchina comportava problemi di salute dovuti alla respirazione del tabacco oltre ad altre malattie che colpivano la pelle e le mani. Gli eczemi e i dolori alle mani, oltre che l'annerimento e altre problematiche, erano all’ordine del giorno. Mancavano poi adeguate condizioni di sicurezza sia a livello di tutele sia a livello igienico-sanitario. La testimone Gina Perona racconta:
La produzione dei sigari si faceva in tre reparti grandissimi e venivano prodotti tutti completamente a mano. Al mattino appena entrate si andava al magazzino a prelevare la quota, ovvero la quantità di tabacco necessaria per la giornata. Si doveva entrare con il fazzoletto sul naso, mancava il respiro, tali erano le esalazioni e la puzza del tabacco in fermentazione.
Alcune fasi della lavorazionde dei sigari.
Respirare il tabacco per un tempo prolungato provocava malori di vario tipo: era comune avere febbre e allucinazioni, ma talvolta i dolori arrivavano anche allo stomaco. L’ambiente era malsano e una tabacchina anonima racconta come due volte al giorno venisse somministrata una razione di latte per disintossicarsi. A detta di molte il solo reparto dove si poteva lavorare per diverse ore senza rischiare di avere problemi di salute era il reparto dell'inscatolamento, che aveva un ambiente e un'aria migliori.
Dalle fonti risulta che l’orario di lavoro a fine Ottocento nelle manifatture fosse di otto ore, dalle 8 alle 16, per cinque giornate lavorative: un orario piuttosto buono rispetto ad altre mansioni dell’epoca. Addirittura nel 1904 venne ridotto a sette ore (con una pausa pranzo di un’ora). Essendo la manodopera impiegata principalmente femminile, ciò consentiva alle tabacchine di potersi dedicare alla casa e alla famiglia, un privilegio non da poco se paragoniamo le manifatture tabacchi alle altre industrie dove spesso si lavorava oltre le dieci ore giornaliere! Vi erano inoltre le ferie di 15 giorni all’anno, portate poi a un mese.
Le operaie venivano sottoposte dalle visitatrici a un controllo all’ingresso e all’uscita, una sorta di perquisizione per accertare che non venissero introdotti oggetti o sottratte quantità di tabacco. Venivano create due file di uomini e donne, che erano controllati rispettivamente dai visitatori e dalle visitatrici (talvolta a campione, talvolta a tappeto).
Cristoforo Incorvaia, un capo-laboratorio, racconta:
Il problema dei furti era un problema reale, ma soprattutto nel periodo della guerra e nell’immediato dopoguerra era un mezzo di sostentamento; [le sigarette] venivano nascoste nelle panciere, nei sottofondi delle borse. D’altronde in quel periodo i controlli erano meno severi, spesso si scappava via a causa dei bombardamenti. Arrivavano le Camicie Nere e si portavano camion di sigarette, arrivarono poi i partigiani e fecero la stessa cosa. Perfino gli agenti della Guardia di Finanza che avevano un ufficio dentro la Manifattura si portavano via sigarette. Questi, essendo dei militari, non potevano essere perquisiti, ma un giorno la Direzione generale lo venne a sapere e quindi fu deciso che dovevano rimanere a fare la sorveglianza fuori dalla Manifattura. Poi gradualmente il fenomeno scomparve, rimanevano soltanto dei fatti isolati. Mi ricordo per esempio un episodio: arrivarono degli operai provenienti da un’agenzia di coltivazione di tabacco del Meridione che all’uscita si riempirono gli indumenti di pacchetti di sigarette.
Nella Manifattura Tabacchi di Torino, fino al 1952, esistevano delle sale denominate “incunaboli” con culle e lettini, fasciatoio e alcuni giocattoli dove le operaie potevano lasciare i bambini (fino all'età di circa 3 anni). Venivano accuditi da operaie dello stabilimento destinate a queste mansioni per motivi di anzianità o salute. Era un vero e proprio asilo nido. In queste sale, inoltre, le madri potevano allattare i figli, ma non dimentichiamo che il luogo della fabbrica era comunque un ambiente insalubre e viziato dalle polveri del tabacco e da altre sostanze che potevano incidere sulla salute dei bimbi e delle loro mamme. Fino agli anni Cinquanta del Novecento le future madri potevano inoltre avere un permesso pagato di circa 32 giorni e di 40 dopo il parto, poi la normativa si uniformò a quella nazionale.

Le sigaraie svilupparono subito tra loro una grande solidarietà e le più esperte aiutavano le più giovani. La disciplina ferrea e la stretta sorveglianza delle responsabili non fecero che accentuare il senso di appartenenza e coesione tra le operaie. Rispetto a loro, che erano pagate a cottimo, gli uomini venivano invece in gran parte impiegati nella gestione delle macchine, regolarmente assunti, e godevano di uno stipendio fisso. Le operaie erano però tra loro molto solidali e svilupparono una coscienza di classe, diventando un simbolo di lotta nel movimento femminile anche durante la Resistenza, anni in cui il loro impegno attivo fu di grande rilievo per Torino. Una testimone anonima racconta un’azione che lei e le compagne misero in campo per aiutare una collega operaia che aveva subito uno sfratto: “Tutte le compagne della squadra, a turno, chiedemmo un’ora di permesso retribuito per andare a protestare dal padrone di casa e convincerlo a ritirare lo sfratto”.
Questo clima di reciproco aiuto faceva sì che le tabacchine condividessero anche il loro tempo libero. Le testimoni raccontano che proprio vicino alla fabbrica c’era un campo da bocce e uno da tennis, con un bar dove talvolta gli operai e le operaie si trattenevano dopo il lavoro. A causa di queste attività ricreative spesso le giovani lavoratrici venivano additate come troppo libere. Molte di loro frequentavano anche i caffè e i locali attorno allo stabilimento e mettevano piede per la prima volta in luoghi considerati tipicamente maschili. Una delle più importanti e celebri soubrette torinesi, Isa Bluette, era stata a sua volta tabacchina proprio nella Manifattura del Regio Parco. Anche lei era solita frequentare alcuni di questi locali e proprio lì decise di coltivare la propria vocazione al mondo dello spettacolo.

Le operaie che lavoravano fuori casa e ricevevano un salario (come le cioccolataie, le sarte, le operaie industriali e le tabacchine) venivano criticate da un certo moralismo di stampo patriarcale: non erano più le brave donne del focolare ma, fuori dal controllo del marito, diventavano donne chiacchierate e giudicate “leggere” per il solo fatto di lavorare al di fuori della propria abitazione.
I doppi sensi e le allusioni anche sui comportamenti e l’abbigliamento non mancavano e le giovani operaie venivano spesso associate a prostitute. Esistono alcuni canti popolari che riportano parole di giudizio negative sulle operaie. Ad esempio, una canzone dice: “E la Luisina a fa la sigalera / da la matina a la sera giù da la stra dël parch”. Mentre un canto canavesano racconta: “E la tabachin-a porta pa i causet / sensa ch'a l'abiu 'n bel pisèt… / E la tabachin-a porta pa 'l capel / sensa ch'a l'abiu 'n bel usèl”.
Furono proprio queste operaie del Regio Parco a dare vita alle prime proteste e lotte operaie della Manifattura. Dopo alcune agitazioni dal carattere spontaneo e improvvisato, tra il 1904 e il 1906 le donne si organizzarono e furono decise e compatte nel chiedere una riduzione dell'orario lavorativo, anche sostenute dalla Federazione dei lavoratori dello Stato. Il 9 maggio 1906 chiesero una diminuzione della giornata lavorativa, rivendicando un trattamento decoroso e un miglioramento delle condizioni dell’ambiente in cui lavoravano. Fu così che venne approvata la giornata lavorativa di sette ore.
Le agitazioni continueranno anche negli anni seguenti, tanto che nel 1917, come riporta l’Avanti! del 13 agosto, esse protestarono contro i soprusi e i provvedimenti disciplinari dei capi che colpivano le più giovani, richiedendo inoltre “un’indennità di caroviveri uguale per uomini e donne conteggiata sulla base di una lira e venti centesimi giornalieri”.
A partire dagli anni Venti, con la diminuzione del consumo dei sigari in favore delle sigarette, il personale venne ridotto di molto, poiché queste ultime venivano fabbricate da nuovi macchinari moderni che soppiantarono in parte la manodopera.
Molte sigaraie erano ferventi oppositrici al fascismo e grandi contestatrici politiche. Nei duri anni della Seconda guerra mondiale, due bombardamenti e un incendio, il 13 luglio 1943, distrussero e provocarono ingenti danni alla fabbrica e di conseguenza al ciclo produttivo. Inoltre la Manifattura venne tenuta sotto controllo dal regime fascista perché proprio lì lavorava un forte nucleo antifascista – tra gli altri un fratello di Dante Di Nanni, partigiano insignito della Medaglia d’oro al valor militare, e la madre delle sorelle Arduino, vittime dell’eccidio del marzo 1945. Era proprio dalla Manifattura Tabacchi che si organizzavano collette e invii di beni alle formazioni partigiane. Nel 1944 le Brigate Nere fecero irruzione nella fabbrica a scopo intimidatorio e repressivo, tanto che le sigaraie fuggirono, dopo la retata, tagliando i copertoni dei camion fascisti. Sempre in quel periodo non mancarono i furti di sigarette e tabacco, spesso rivenduti clandestinamente, non solo da operai ma anche dagli agenti della Guardia di Finanza. A partire dagli anni Cinquanta iniziò poi un lento e implacabile declino che porterà alla chiusura della Manifattura dopo pochi decenni. Il 19 marzo 1996 la fabbrica terminò la sua attività produttiva.

Oggi la Manifattura Tabacchi resta un luogo fisico e architettonico di forte suggestione e in via di riqualificazione, proprio vicino al parco della Colletta, nella zona torinese soprannominata Borg dël füm, tra il Cimitero Monumentale e la confluenza della Dora e del Po, una zona di grande interesse storico per la memoria di noi torinesi. Si tratta di un quartiere operaio che è stato teatro di vite e vicende storiche significative per le sue fabbriche e per il suo impatto sulla città: oggi ripercorrere le strade e i luoghi e raccontare le vicende legate alla Manifattura Tabacchi è un viaggio che merita di essere compiuto.
Riportiamo il canto pugliese Fimmine fimmine, forse il più famoso per quanto riguarda la condizione delle tabacchine: si tratta di un canto corale in cui le lavoratrici parlano in prima persona e denunciano le condizioni di sfruttamento e di molestie e le violenze che esse potevano subire da parte dei padroni, con conseguenti gravidanze non desiderate (il verso “ne sciati ddoi e nne turnati quattru” denuncia proprio questo). Nella raccolta del tabacco nei campi, oltre a giovani donne, venivano impiegati talvolta bambini e bambine, sfruttati e pagati molto meno degli uomini.
Fin dal 1925, all’inizio dell’era fascista, si ha già notizia di una manifestazione delle tabacchine a Trepuzzi, dove un corteo di 500 operaie sfilò per il paese protestando. Nelle regioni meridionali l’ultima fabbrica, la Manifattura Tabacchi di Lecce, è stata chiusa il 1° gennaio 2011.
Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu ne sciati ddoi e nne turnati quattru.
Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu lu sule è forte e bbu lu sicca tuttu.
Fimmine fimmine ca sciati allu tabaccu la ditta nu bbu dae li talaretti.
Fimmine fimmine ca sciati a vindimmiare e sutta allu cippune bu la faciti fare.
Fimmine fimmine ca sciati alle vulie ccugghitinde le fitte e le scigghiare.
Donne donne che andate al tabacco partite in due e tornate in quattro. Donne donne che andate al tabacco il sole è forte e ve lo secca tutto.
Donne donne che andate al tabacco la ditta non vi dà nemmeno i telaietti.
Donne donne che andate a vendemmiare e sotto la vigna ve la fate fare.
Donne donne che andate alle olive raccogliete le fitte e le sparse.
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