Passando per il quartiere di Porta Palazzo a Torino, mi è capitato spesso di chiedermi che cosa fosse quel massiccio edificio in mattoni che si affaccia su un piccolo slargo a lato di corso XI Febbraio. Credo esistano pochi edifici così bizzarri in tutta la città: pare che per qualche strana ragione sia stato demolito volutamente solo a metà e quanto sopravvissuto sia stato riadattato a private abitazioni con buona pace della onnipresente privacy da cui siamo tanto ossessionati. Solo recentemente sono riuscito a trovare una risposta alla mia domanda: la struttura di via Pisano, assieme a quella prospiciente e ancor meno visibile, è quanto rimane degli antichi Mulini dei Molassi, detti anche “Grandi Mulini”, un complesso risalente al Settecento che fu per secoli il più importante opificio torinese addetto al macinamento delle granaglie, e che oggi, dopo i parziali abbattimenti già citati e la successiva ristrutturazione, è sede della Direzione delle Attività produttive della Regione Piemonte.

Un tempo fiorente industria molto presente nel panorama urbano, la macinazione delle granaglie ha oramai abbandonato il capoluogo piemontese e di essa non resta più alcuna traccia se non in qualche edificio in gran parte oramai irriconoscibile e in alcuni toponimi come quello, celebre, delle Molinette che trae il nome da un grosso mulino industriale poi demolito proprio per lasciare il posto al più grande ospedale della città. A oggi la macinazione si è spostata in provincia, in zone più appartate, aggregandosi spesso in complessi grandi e moderni, la cui attività resta però perlopiù poco conosciuta al grande pubblico che non si domanda assolutamente da chi e in quale modo è prodotta la farina o gli altri prodotti che sono alla base di molti degli alimenti che consumiamo quotidianamente. Questa nostra lontananza fisica dai centri di produzione ci ha fatto dimenticare come lo sviluppo dell’arte della molitura sia stato uno dei momenti più significativi per l’evoluzione della civiltà occidentale. Ancora oggi il mulino, ad acqua o a vento, costituisce un’invenzione tecnologica di fondamentale importanza, che nel tempo si è sviluppata per essere impiegata nei contesti più vari: dalla macinazione alla lavorazione dei minerali, dalle segherie ai frantoi.

Dal 2011 in Italia è attiva l’AIAMS: nata sulla scorta di analoghe organizzazioni all’estero molto ben strutturate, l’Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici riunisce studiosi, appassionati e proprietari di mulini con l’obiettivo di salvaguardare e valorizzare il patrimonio molitorio nazionale. Proprio dalla lunga esperienza in AIAMS e da un lavoro di ricerca decennale, nasce il libro Mulini storici del Piemonte di Emanuela Genre e di Marianna Sasanelli (Edizioni del Capricorno), che raccoglie una quarantina di strutture nella regione subalpina destinate alla molitura, con tanto di approfondimenti tematici e un ampio apparato iconografico realizzato per ciascuna di esse. Risultato del fecondo incontro di due studiose dagli studi e dalla formazione diversa (antropologa Emanuela, architetta Marianna) che hanno saputo combinare le reciproche conoscenze e sensibilità, il libro è un’opera pionieristica che ci permette di riscoprire un patrimonio che passa inosservato ma che è parte fondamentale di un processo storico più ampio e dell’identità stessa del nostro territorio. Sfogliando le pagine di questo agile e ben documentato libretto, si ha proprio l’impressione di vedere lo svolgersi di quel lavoro corale che è alla base della pubblicazione, nata attraverso il passaparola tra proprietari di mulini e su cui si è innestato un robusto e interessante lavoro di ricerca negli archivi locali e statali della regione.

Ne parliamo assieme a Marianna. Il luogo del nostro incontro è già di per sé evocativo: proprio davanti al Mulino Re di Brandizzo che con la sua verticale struttura tardo-ottocentesca domina il centro della piccola cittadina, in modo certo molto più suggestivo che gli anonimi e immensi capannoni di proprietà di grossi marchi di distribuzione commerciale che è impossibile non notare arrivando in auto da Torino. Da anni Marianna si batte per sottrarre l’antico edificio al suo attuale stato di abbandono: con la sua facciata seminascosta da una cortina di alberi cresciuti vicinissimi ai muri, l’intonaco scrostato e le casette di servizio avvolte dall’edera e dalle erbacce, l’esteso impianto che lavorava la canapa, la lana e il riso, “emana l’energia di un sole nero” come ha scritto recentemente Luca Morino, ed è un luogo al tempo stesso affascinante e inquietante. A pochi chilometri di distanza, l’Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese ne pare il fratello più grande, fortunato e brillante. Ancora in tanti purtroppo non lo conoscono, ma il vasto complesso settimese è forse l’esempio più virtuoso di valorizzazione di un’antica struttura molitoria in chiave culturale. Del resto, il pregio dell’edificio, con le sue arcate inquadrate da lesene in mattoni e il fregio con particolari in laterizio in rilievo, è innegabile. Per chi intende visitarlo il percorso espositivo inizia con la visita al Museo Etnografico ospitato nell’elegante silos tardo-ottocentesco che approfondisce la storia e l’evoluzione del territorio ripercorrendo gli antichi mestieri di epoca protoindustriale, e si conclude nel prospicente parco dedicato alla storia dell’energia degli ultimi due secoli.

Veniamo comunque al libro:
Nel nostro volume abbiamo deciso di prendere in esame il mulino come elemento meccanico senza circoscriverlo alla sola attività di macinazione. Le strutture sono quindi molto varie e molto diverso è stato il loro destino. Si va dalle piste da riso o da impianti dedicati alla macinazione a quelli di area più montana che funzionavano come segherie, fucine o attività legate alla lavorazione dei metalli. Anche le loro sorti sono state molto diverse. Alcuni sono stati abbandonati, altri riconvertiti in abitazioni private, altri ancora sono diventate delle realtà agricole e industriali di un certo livello. Non dimentichiamo poi quelli che sono stati riconvertiti in poli culturali come l’Ecomuseo del Freidano che è anche sede regionale dell’AIAMS, e l’Ecomuseo “Sogno di Luce Alessandro Cruto” ad Alpignano.

Il mulino è una macchina molto antica che però non decolla del tutto fino al Medioevo, quando viene meno la disponibilità di manodopera animale e schiavile per lo sfruttamento dell’energia muscolare, e la diffusione capillare di questi impianti si deve soprattutto all’intervento dei signori rurali e degli ordini monastici tra i secoli IX e X d.C. In Piemonte, in particolare, l’abbondanza di risorse idriche è stata sfruttata con la costruzione di un vasto reticolo di canalizzazioni e l’acqua così prelevata ha potuto essere impiegata sia per l’irrigazione sia come energia meccanica per mettere in movimento ruote idrauliche collegate a opifici di vario generale. Le ruote o le turbine installate lungo i canali hanno così azionato dalle macine da cereali ai battitori di canapa, dai frantoi per l’olio ai magli per la lavorazione dei metalli, fino a vere e proprie macchine industriali. La capillarità delle strutture rende oggi molto complicato un loro esaustivo censimento sul territorio regionale. Basti pensare che in un comune di limitate dimensioni come Brandizzo vi erano attivi tre mulini e che questa situazione era ricorrente su tutta l’area subalpina. Inoltre, anche studiare la storia di questi impianti e accertarne con precisione la data di fondazione diventa spesso un’impresa impossibile. Lo stesso Mulino Re, che ci appare oggi con il suo profilo ottocentesco alquanto deteriorato, era già attestato alla fine del Quattrocento.
È solo in tempi relativamente recenti che lo sviluppo industriale ha coinvolto i mulini. Le date fondamentali sono essenzialmente due. La prima sono gli anni Cinquanta dell’Ottocento quando vengono soppressi gli ultimi diritti di banno e i residui feudali che permettono una completa liberalizzazione delle terre e delle canalizzazioni. Da quel momento l’energia idrica si impone come un elemento fondamentale per avviare il percorso industriale del Piemonte. La seconda sono gli anni Ottanta del secolo appena trascorso: in questo decennio la modernizzazione della normativa costringe le aziende attive nel campo della macinazione ad adeguarsi a standard molto più restrittivi e vincolanti di un tempo e, se da un lato alcune imprese più dotate e competitive riescono a imporsi sulla scena produttiva, molte altre sono costrette a chiudere.

In Piemonte l’epoca d’oro dei mulini industriali è la fine dell’Ottocento. È in questo periodo che si costruiscono strutture imponenti e anche molto curate dal punto di vista architettonico e decorativo come nel caso del già citato mulino di Settimo Torinese o come nei complessi di San Pietro a Chivasso o della Barca a Collegno. L’attenzione all’estetica non è, peraltro, un elemento casuale. In quei tempi costruire mulini dall’aspetto monumentale e con abbondanza di elementi decorativi era anche un modo per chi li possedeva di farsi pubblicità, di esibire la propria posizione di primo piano nel mercato.
Questa situazione era comunque valida solo per le zone di pianura dove la rete di canalizzazioni era molto estesa e relativamente semplice da implementare. Nelle aree collinari o montane la realtà era molto diversa. La morfologia del territorio impediva l’intenso sfruttamento a livello industriale delle risorse idriche che spesso venivano riservate esclusivamente alla produzione di energia elettrica, e i mulini rimasero ancorati a un mondo preindustriale. Tendenzialmente il loro abbandono fu più rapido di quello dei mulini di pianura e si data agli anni del boom economico e del rapido processo di spopolamento delle campagne. Tuttavia, l’arretratezza di queste strutture le ha rese per certi versi ancora più interessanti. Molti dei mulini hanno mantenuto al loro interno la strumentazione originaria che, dovutamente recuperata, rappresenta oggi un vero tesoro per gli appassionati di etnografia e di ingegneria preindustriale. Il mulino di Nomaglio (oggi sede principale dell’Ecomuseo della Castagna), quello di Salbertrand (che fa parte dell’Ecomuseo Colombano Romean), il Varesio di Bussoleno, il Mulino Canton di Usseaux e quello comunale di Bobbio Pellice sono solo alcuni tra i tanti che meritano una visita approfondita.

Nonostante questo indubbio patrimonio, Marianna ci tiene a sottolineare come sarebbe sbagliato vedere nei mulini solo dei musei o dei luoghi ancorati al passato:
I mulini sono ancora oggi dei luoghi vivi e non solo perché in tanti casi sono ancora abitati e ospitano aziende agricole. Alcuni sono oramai diventati delle realtà pienamente industriali ma comunque attente a mantenere solide radici nel proprio territorio. Il mulino Peila a Valperga e la riseria Capittini che sono anche attive nel campo della ricerca e dello sviluppo agroalimentare, sono gli esempi più degni di menzione. In generale, rispetto a un decennio fa, c’è proprio una consapevolezza nuova del ruolo che i mulini hanno e hanno avuto nella società. All’inizio della nostra ricerca era frequentissimo incontrare mugnai o proprietari di mulini del tutto ignari della storia della loro struttura. Ora questo atteggiamento è cambiato anche grazie alla presenza di AIAMS. Adesso sono gli stessi proprietari che vogliono valorizzare il proprio mulino. Anche chi non ha potuto usufruire dei fondi del PNR ha comunque cercato di mettere in risalto la storia del proprio impianto anche attraverso i canali che usiamo tutti i giorni. L’esempio più emblematico è quello del mulino Vagliengo di Buriasco dove i nipoti dell’ultimo mugnaio hanno iniziato un percorso di recupero partendo dalla ricostruzione della storia e della memoria di quel complesso in una chiave contemporanea con video e canali social. Anche per premiare questa intraprendenza abbiamo voluto dedicare loro la copertina di questo libro.
Saluto Marianna all’ombra della mole abbandonata del Mulino Re. Guardandone la facciata con le sue aggraziate cornici modanate in laterizio, voglio aprirmi un po’ alla speranza che questo volume possa portare più consapevolezza e magari anche più sostegno a un patrimonio ingiustamente poco conosciuto, e non finisca invece solo per essere l’ennesima occasione perduta.
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