Silvio Ottolenghi, professione fotoreporter

Da fotografo di successo a nemico di Stato

Nell'immagine: Gita della Gazzetta del Popolo sul “treno speciale” diretto ad Alba in occasione della Fiera del Tartufo, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1932 (© Archivio Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo).
Cuneese, vive e lavora da tempo immemorabile presso l’Istituto storico della Resistenza dove si occupa di libri e di ricerca. Da sempre attratta dalla storia sociale, ha scritto di guerra… leggi tutto
  

Il 4 maggio 1944 il signor L.A., incaricato dall’Istituto bancario San Paolo di Torino, si presentò alla porta di un appartamento al secondo piano di un palazzo signorile di Torino, al numero 10 di via XXIV maggio, oggi via Antonio Gramsci. Assistito dalla Guardia scelta C.M. e da un incaricato dell’intendenza di Finanza, rimosse i sigilli apposti dal Commissario di Polizia Monviso ed entrò nell’appartamento i cui abitanti se n’erano andati da un pezzo. Il signor L.A. si predispose con zelo a svolgere il compito che gli era stato assegnato. Annotò: “Inventario ed elenco descrittivo dei beni mobili di proprietà del cittadino italiano di razza ebraica Silvio Ottolenghi” e cominciò la sua ispezione, partendo dall’entrata. Impiegò un giorno intero a censire gli oggetti che trovò nella cucina, nelle quattro camere che si aprivano al di qua e al di là del corridoio, nel corridoio stesso, nel “gabinetto da bagno”, nella ritirata e nel ripostiglio. Il giorno dopo, invece, si dedicò ai mobili e agli oggetti d’arredo già requisiti e giacenti nella sede del 206° Comando Militare Regionale di Torino in corso Duca di Genova. Quando terminò, i cimeli della vita dell’ex libero cittadino Ottolenghi erano perfettamente catalogati.

Silvio Ottolenghi, illustrazione di Alessandra Parigi.
Silvio Ottolenghi, illustrazione di Alessandra Parigi.
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Una casa, una vita

Forse non era la prima volta che il signor L.A. affrontava un simile incarico. La banca per cui lavorava era uno dei diciannove istituti di credito con cui l’EGELI (Ente gestione e liquidazione immobiliare, istituito nel 1939 con compiti, tra gli altri, di accertamento vendita dei beni “eccedenti” sottratti agli ebrei) aveva stipulato precise convenzioni. Forse il funzionario aveva già visitato dimore di cittadini diventati nemici a seguito delle leggi sulla razza, spesso ma non necessariamente benestanti, che vivevano dei frutti del loro lavoro o della loro professione. Entrare nelle loro case significava entrare nelle loro vite, interrotte dal Decreto che fin dal novembre del 1938 impediva agli ebrei di possedere beni mobili o immobili oltre una certa soglia, a eccezione di coloro che avevano ottenuto di essere “discriminati” per meriti particolari verso la patria o verso il regime. Dal 1943, però, non c’era più stata discriminazione di sorta. Il governo della Repubblica Sociale, in collaborazione con gli occupanti tedeschi, non prevedeva eccezioni: gli ebrei andavano spogliati di tutto ciò che possedevano. Non importava se e quanto fossero stati partecipi della vita civile ed economica del Paese, se durante la Grande Guerra avessero ottenuto medaglie e decorazioni, se pure fossero stati iscritti al Partito Fascista: il loro annientamento sociale era il primo passo nella direzione dell’annientamento fisico.

I beni mobili della famiglia Ottolenghi erano dunque rimasti intatti fino a quel giorno di maggio del ’44, quando già l’Italia si trovava nella morsa dell’occupante nazista e la Resistenza viveva momenti cruciali. Il padrone di casa l’aveva scampata in un primo momento, ma quando le cose si erano messe male era fuggito. È certo che quando il signor L.A. entrò nell’abitazione vi trovò, oltre alle tracce di una rassicurante vita borghese, i simboli di un ventennio vissuto così intensamente che se il Duce in persona avesse varcato la soglia d’ingresso si sarebbe compiaciuto per lo sfoggio di fascistica italianità.

Come se l’appartamento fosse stato abbandonato in fretta e furia, infatti, il funzionario, accanto ai più comuni oggetti di uso quotidiano registrò, con identica precisione, “1 cintura dorata da parata per divisa fascista”, 5 fez di cui uno rosso con fiocco nero, “1 casco coloniale” e “13 stampe raffiguranti Mussolini”. C’erano inoltre sciarpe, berretti e spalline da ufficiale della Milizia, una bandiera italiana e un diploma di Cavaliere. Unico rimando alla religione di appartenenza, nell’entrata, tra un bastone da passeggio e un ombrello, un grande quadro “raffigurante la Sacra Scrittura”. Accanto, quasi macabra profezia, un dipinto intitolato “Danza della morte”.

Il secondo giorno, quello dedicato al mobilio, riservò il boccone più ghiotto e per redigerne elenco l’estensore usò diligenza anche maggiore, come se non riuscisse a trattenere l’ammirazione. Il signor L.A. elencò mobilio e oggetti di pregio, oltre ai soliti di comune. Al termine stabilì che l’insieme potesse valere 26.000 lire, nemmeno molto, considerando i tempi. Di fatto l’alloggio era pronto per essere occupato da un nuovo inquilino.

Il re Vittorio Emanuele III in visita all’arsenale di Torino, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1930 ca. (© Associazione Fotografia Storica Torino, per gentile concessione).
Il re Vittorio Emanuele III in visita all’arsenale di Torino, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1930 ca. (© Associazione Fotografia Storica Torino, per gentile concessione).

“Nulla sfugge al mio obiettivo”

Silvio Ottolenghi era un nome noto in città. Con una giovinezza movimentata alle spalle – nato a Pisa nel 1886, a diciannove anni aveva lasciato la famiglia residente a Livorno e un patrigno che lo maltrattava per raggiungere, a piedi, Torino – era stato capace di costruire pezzo a pezzo la sua fortuna. Negli anni della belle époque, in una città intrisa di rigore sabaudo, ricorda lo scrittore Aldo Zargani nelle sue memorie Per violino solo che davanti al Caffè Mugna “teneva una pubblica tombola, il cui unico premio di valore era un bastone con la canna di malacca e il pomo d’avorio”. E quando qualcuno vinceva il bastone messo in palio “lui lo inseguiva singhiozzando e implorando con tanta arte che quello, impietosito, glielo restituiva”. Anni di bohème, insieme all’amico Eugenio (il nonno di Zargani), finché il futuro si era materializzato sotto forma di macchina fotografica. L’incontro era stato fatale, come quello con Albertina Lidia Moscato, la graziosa signorina che diventerà sua moglie. Entrambi di religione ebraica sefardita, si erano sposati nella sinagoga di Torino nel 1910.

Negli anni seguenti, mentre la famiglia si allargava con la nascita del primogenito Felice Vittorio (1911), di Elena (1912) e di Tina Olga (1916), il capofamiglia si impratichiva nel mestiere che lo avrebbe portato a diventare uno dei primi fotoreporter d’Italia oltre che un commerciante di successo. C’è una bella fotografia che lo ritrae in quella piazza Carlo Felice in cui aprì il suo negozio di articoli fotografici al n. 1, (poi trasferitosi al 3): un uomo alto, i tratti del viso marcati, una fisicità che corrispondeva a un carattere estroverso, si dice, capace di conquistare e di farsi ben volere. Negli anni Venti Silvio Ottolenghi avviò una collaborazione con la Gazzetta del popolo e con il suo supplemento L’Illustrazione del popolo, ma saranno gli anni Trenta a decretarne il successo. Con un’intuizione fortunata lanciò uno slogan che divenne il suo marchio di fabbrica, “Nulla sfugge al mio obbiettivo”, una dichiarazione d’intenti, ma anche un metodo di lavoro che diverrà popolare ed entrerà a far parte della memoria collettiva dei torinesi.

Carta fotografica con il timbro del fotografo “Nulla sfugge al mio obbiettivo”.
Carta fotografica con il timbro del fotografo “Nulla sfugge al mio obbiettivo”.

La fotografia collettiva

Da autentico reporter Ottolenghi si muoveva in città e fuori dalla stessa facendosi trovare ovunque accadessero eventi degni di essere immortalati, seguendo i membri della Famiglia Reale durante le occasioni pubbliche – le innumerevoli “visite” che coinvolgevano i Principi di Piemonte o il re in persona – o le gite fuori porta organizzate dalla Gazzetta del Popolo. Con passione venata di ironia, il suo sguardo coglieva i momenti solenni e quelli ludici di una società che consumava i suoi riti in un’apparente spensieratezza fatta di parate, gare di sci, serate a teatro e gite dopolavoristiche. Sotto la cappa opprimente del regime che tutto controllava Ottolenghi fissava su carta al bromuro d’argento ciò che quel regime voleva mostrare di sé, una società soddisfatta in cui gli operai posavano sorridenti davanti alle fabbriche allo stesso modo delle eleganti signore all’ippodromo in guanti e abiti di seta. La dimensione collettiva, più del ritratto, era la sua cifra.

Alba, Fiera del Tartufo, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1932. Sfilata in via Maestra, in primo piano lo stendardo del vincitore del Palio degli Asini (© Archivio Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo).
Alba, Fiera del Tartufo, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1932. Sfilata in via Maestra, in primo piano lo stendardo del vincitore del Palio degli Asini (© Archivio Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo).

Nel 1932 dalla banchina della stazione Ottolenghi riprendeva in prospettiva alcuni vagoni di un treno in partenza verso la Fiera del Tartufo di Alba. Su un fianco un cartello proclamava “Treno speciale della Gazzetta del Popolo” mentre ai finestrini viaggiatori entusiasti si accalcavano facendo penzolare uno yo-yo, che all’epoca avranno forse chiamato rocchetto. Immagine metaforica di un paese lanciato verso l’autodistruzione con un sorriso infantile sulle labbra, coglie perfettamente la dimensione di massa che tanto amavano il Regime e la sua propaganda, una dimensione che Ottolenghi prediligeva per i suoi scatti. Scrive Laura Danna, che per prima ha ricostruito la vita e l’opera del fotografo dedicandogli una mostra fotografica e un bel catalogo nel 2005:

Ottolenghi fotografava l’evento (rari i primi piani) così come gli si presentava, senza selezionare o isolare gli “attori” principali o l’azione culminante. Anzi, spesso il personaggio illustre diventava quasi marginale, decentrato e riconoscibile solo a un occhio attento, preferibilmente era immortalato in contesti affollatissimi di persone, privilegiando la gente, il popolo in attesa dell’evento o del personaggio illustre, con la sua espressione di ingenua aspettativa.

Così aveva fatto ad Alba, per esempio, nei giorni in cui la città celebrava i suoi frutti più celebri e “autarchici”. Con altri colleghi (gli albesi Agnelli e Liuzzi o il suo concorrente più prossimo, Carlo Gherlone che, dalla medesima piazza Carlo Felice di Torino aveva lanciato il proprio slogan “Fotografo tutto dappertutto”) Ottolenghi si era inoltrato tra la folla della città in festa. In via Vittorio Emanuele da un punto di vista sopraelevato aveva ripreso gli uomini con il borsalino, le donne con i cappellini di sghimbescio all’ultima moda, l’aria furba dei bambini (gli sguardi di tutti diretti all’obbiettivo), ma anche insegne commerciali e carri allegorici in sfilata. Sempre dall’alto aveva fotografato il palio degli asini in piazza, sfilze di nocciole e tartufi, e non erano sfuggiti al suo obbiettivo gerarchi in divisa e il sottosegretario all’Agricoltura e Foreste Arturo Marescalchi in visita. Ai clown che si aggiravano in città aveva riservato lo sguardo più divertito.

Alba, Fiera del Tartufo, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1932 (© Archivio Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo).
Alba, Fiera del Tartufo, fotografia di Silvio Ottolenghi, 1932 (© Archivio Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo).

Le immagini del regime

Cosa pensasse davvero Ottolenghi di quel mondo che osservava attraverso la lente dei suoi obiettivi non è dato sapere. La sua iscrizione al Partito Nazionale Fascista dell’ottobre del 1932 fu forse un passo necessario per svolgere indisturbato la professione. La “scheda personale del camerata”, tessera in cui si definisce “Redattore fotografico della Gazzetta del Popolo”, lo rivela iscritto al sindacato giornalisti fregiandosi dell’onorificenza di Commendatore della Corona d’Italia, ma nessuna carica passata o presente nelle gerarchie fasciste. E forse non era così ligio ai dettami. Nel 1934 il Segretario federale Piero Gazzotti gli aveva inflitto il provvedimento disciplinare della “deplorazione” perché il 24 maggio, giorno delle celebrazioni per l’entrata in guerra dell’Italia, non aveva indossato la camicia nera contravvenendo agli ordini “delle Superiori gerarchie”. L’inadempienza era finita davanti alla Commissione di disciplina che infine aveva deliberato di non prendere provvedimenti “mancando ogni prova della sussistenza dei fatti addebitatigli”. Pochi giorni dopo, il 15 giugno, era già a Venezia per documentare l’incontro tra Hitler e Mussolini.

Negli anni seguenti Ottolenghi aveva continuato a seguire eventi di cronaca locale e nazionale, e di fatto l’apice della sua carriera aveva coinciso con l’apoteosi del Regime. Così, se nel dicembre del 1935 fotografava la consegna delle fedi nuziali delle donne torinesi alla Gran Madre, nel febbraio dell’anno seguente era al lavoro tra la folla assiepata di fronte alla grande carta geografica esposta presso la sede della Gazzetta intenta a commentare “con esultante fierezza” la vittoria dell’Amba Aradan ottenuta da Badoglio con l’uso dei gas. Pochi mesi e la conquista dell’“Impero” sarebbe stata sbandierata alla Nazione.

I Principi di Piemonte in visita all’Orto botanico di Torino immortalati da Silvio Ottolenghi, 1930 ca. (© Associazione Fotografia Storica Torino, per gentile concessione).
I Principi di Piemonte in visita all’Orto botanico di Torino immortalati da Silvio Ottolenghi, 1930 ca. (© Associazione Fotografia Storica Torino, per gentile concessione).

Salvarsi

La catastrofe, tuttavia, si profilava in un orizzonte non troppo lontano. Per Silvio Ottolenghi, per la sua famiglia, per l’intero Paese. Nel 1938, con la promulgazione delle leggi sulla razza, Ottolenghi cessò di colpo di essere il fotoreporter alla moda conosciuto nel bel mondo e diventò semplicemente un cittadino di second’ordine, poi un nemico dello Stato. Quell’anno aveva fotografato negozi straripanti di mercanzie e in estate, mentre si preparava il primo censimento dei cittadini ebrei, bambini intruppati come soldatini in partenza per le colonie.

Il 30 novembre una lettera dei Fasci di Combattimento di Torino a firma del solito Gazzotti gli comunicava con freddezza l’estromissione dal Partito Fascista “perché di razza ebraica” intimandogli di restituire la tessera e il distintivo. Da quel momento per lui e la sua famiglia ebbe inizio la trafila, tristemente condivisa da molti, di progressiva perdita di diritti e di beni (spesso a vantaggio di altri), di fuga e di persecuzione. Per poter continuare a svolgere il suo lavoro, per esempio, già dall’ottobre del 1938 il fotografo cedette la ditta al suo commesso Luigi Bertazzini con la speranza di rientrarne un giorno in possesso. Anche sulle pagine della Gazzetta il suo nome e le sue fotografie sparirono. Al contrario fu inserito in un elenco di persone da controllare alla frontiera e venne segnalato al ministero degli Interni per sospetto traffico di valuta in favore dei correligionari.

Mentre proprio in quell’anno funesto nascevano le sue due nipoti, il figlio Felice, un elegante ragazzone che al padre assomigliava come una goccia d’acqua, finì allo stesso modo nel mirino della polizia. È sempre Zangani a descriverlo “altissimo, bellissimo, Nizza Cavalleria, elmo dorato e cimiero d’argento”, e ancora “simpatico e allegro, figlio di papà”. Lo ricorda tranquillamente seduto al Caffè degli specchi “con le lunghissime gambe accavallate accanto alla vetrata sotto i portici”, incurante del divieto d’ingresso “ai cani e ai giudei” e dei rischi, un poco incosciente, un poco smargiasso. Felicino, il gagà, il “peggior allievo della scuola” al Collegio militare Umberto I, forse per aiutare la famiglia fu sorpreso a vendere una macchina fotografica a Nizza e venne multato di duemila lire, nulla al confronto di ciò che lo aspettava.

Gita sulla neve, fotografia di Silvio Ottolenghi, anni Trenta (Collezione privata).
Gita sulla neve, fotografia di Silvio Ottolenghi, anni Trenta (Collezione privata).

Il 4 ottobre 1943 fu arrestato dalle SS e condotto all’Hotel Nazionale, dove la Gestapo torturava i prigionieri e a lui fu riservato lo stesso trattamento per estorcergli notizie sul nascondiglio della famiglia. Silvio Ottolenghi aveva infatti lasciato l’appartamento di via XXIV maggio in cui si era trasferito nel 1940 ed era riparato a Milano, in cerca di un rifugio sicuro, insieme alla moglie e alla figlia Tina. L’altra figlia, con il marito, era già fuggita a Milano. Felicino fu interrogato per giorni ma non parlò, quindi fu trasferito in carcere e in seguito tradotto a Milano, a San Vittore. Da qui, il 6 dicembre fu aggregato a un convoglio di ebrei diretto ad Auschwitz, il primo dei molti che sarebbero partiti dalla Stazione Centrale. Arrivò l’11 e superò l’unica selezione che introdusse 61 uomini nel campo. Il suo ostinato silenzio consentì alla sua famiglia di salvarsi, pur tra molte traversie. Fu la nipote di Silvio, Miriam Romanin Guetta, a raccontarlo in una testimonianza, molti anni dopo. A Milano vennero arrestati tutti: prima suo padre, in seguito sua madre e lei stessa bambina di sette anni finirono in carcere, e i nonni (Silvio, il fotografo), una zia e una cuginetta. Ma era ormai il 1945 e per fortuna non furono organizzati altri trasporti verso i campi di concentramento. In quel carcere rimasero tre mesi, fino all’arrivo dei partigiani che apparvero dai portoni spalancati del carcere e li liberarono.

Ricominciare

Felicino morì ad Auschwitz nel novembre del 1944. Suo padre Silvio e il resto della famiglia, invece, ebbero salva la vita e lentamente ripresero i fili di un’esistenza interrotta. Ma nulla era più come prima. Il mondo patinato che aveva impresso su carta fotografica in migliaia di scatti era andato in frantumi, come tutto ciò che da quel mestiere amatissimo aveva ricavato. Per lui cominciava adesso un doloroso tentativo di rientrare in possesso di ciò che, in vario modo, gli era stato sottratto. I beni materiali, per cominciare. Con la stessa burocratica precisione il 20 maggio 1945 alla presenza del maggiore B.B. venne registrata la restituzione dei mobili requisiti dall’appartamento di via XXIV maggio, o meglio, ciò che di essi rimaneva. Nei trasferimenti tra case e depositi, infatti, molto era andato, per così dire, “smarrito”. Così se gli oggetti più voluminosi erano ancora lì – il buffet e controbuffet in stile impero, per esempio – altri oggetti forse ormai arredavano case sconosciute: la sedia “savonarola”, i tendaggi damascati, i candelabri da parete di cristallo, ma anche quadri, lampade e un’infinità di altre cose, spazzettoni e pattine compresi.

Ancora più dolorosa fu l’impresa di recuperare il negozio e il marchio, che riuscì solo in parte. Dopo una lunga battaglia legale Ottolenghi vide riconosciuta la paternità di quello slogan che tanta fortuna gli aveva portato. Il negozio di piazza Carlo Felice, invece, non lo riebbe indietro. Dovette aprirne un altro, in via Giolitti 2 bis che chiamò proprio “Nulla sfugge al mio obiettivo”. Cambiò anche casa, di nuovo, e mentre negli anni del dopoguerra dovette salutare la figlia Tina che si trasferiva in America, continuò ad accogliere i clienti con gentilezza, con galanteria, come ricordava molti anni dopo l’amata nipote Miriam. Per lei rimase per sempre “un eroe” che non temeva nulla. Non temeva nulla perché ne aveva viste troppe. Su quell’uomo era passata una tempesta che aveva sconvolto il mondo e aveva spazzato via uomini e cose, rivelando l’umanità nei suoi più profondi abissi di malvagità e nelle sue più alte vette dello spirito, nel coraggio, nella capacità di rialzarsi dopo le cadute. Fu comunque una fatica immane, forse troppa per un uomo solo. Silvio Ottolenghi morì d’infarto nel 1953. La moglie Albertina gli sopravvisse fino al 1974, anno in cui morirà, a Boston, dove si era trasferita per raggiungere la figlia.

Del fotografo torinese oggi restano migliaia di immagini, memoria di un’epoca e memoria del suo sguardo sul mondo. Di Felice, invece, del ragazzo che amava la bella vita e che con il suo silenzio aveva salvato la famiglia, rimane oggi una pietra d’inciampo posta di fronte alla casa di via Gramsci, e un nome, tra altri 773, sul Muro del Memoriale della Shoah, alla Stazione centrale di Milano. Tra gli oggetti rinvenuti nell’appartamento pochissimi parlavano della professione del suo antico occupante: una “manica in satin per fotografi”, una borsa in cuoio da fotografi, una taglierina per il taglio delle stampe… poco altro. Non certo le macchine fotografiche che l’avevano accompagnato per gran parte della vita e che ne avevano fatto uno dei più affermati e celebri foto reporter di Torino, e forse d’Italia.

Giornata dell’Ala, Campo di Mirafiori, fotografia di Silvio Ottolenghi, giugno 1934 (Collezione privata).
Giornata dell’Ala, Campo di Mirafiori, fotografia di Silvio Ottolenghi, giugno 1934 (Collezione privata).

Bibliografia
  • Compagnia di San Paolo, Le case e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell’EGELI 1938–1945, Quaderni dell’Archivio Storico, 1998.
  • Danna L., Romanin Guetta M., Zargani A., “Nulla sfugge al mio obbiettivo”. Silvio Ottolenghi photo Reporter, Torino, Associazione per la fotografia storica, 2005.
  • Levi F. (a cura di), L’ebreo in oggetto, Torino, Silvio Zamorani, 1991. Picciotto Fargion L., Il libro della memoria, Milano, Mursia, 1991.
  • Picciotto Fargion L., Gli ebrei in provincia di Milano: 1943–1945, Milano, Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, 1991.
  • Vioglio N., Alba e il tartufo. La Fiera ai suoi esordi, Alba, Associazione Aldo Parusso, 2022. Zargani A., Per violino solo, Bologna, Il Mulino, 1995.

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