In quella che è forse la scena più tesa nel capolavoro di Dario Argento, Profondo Rosso (1975), il protagonista Marc Daly (David Hemmings) percorre uno stretto e lungo corridoio sotto gli sguardi dipinti di una schiera di inquietanti ritratti. La scena contiene la chiave del mistero che si dipanerà nel corso del film e i quadri alle pareti della galleria sono riproduzioni di uno dei più importanti artisti torinesi del ventesimo secolo, Enrico Colombotto Rosso. Per molti appassionati di cinema, questa lunga e inquietante scena è una insolita ma indispensabile introduzione all’opera del pittore.

Definito a suo tempo da Vittorio Sgarbi “visionario, […] turbinoso, disperatamente solitario, luciferino”, Enrico Colombotto Rosso nasce a Torino nel dicembre del 1925. Il padre possiede una fabbrica di ferramenta e non vede di buon occhio le aspirazioni artistiche del figlio, che pure dimostra una grande propensione per il disegno. Quando a quindici anni il giovane Enrico si vede bocciare all’esame di ammissione all’Accademia Albertina, il padre lo mette a lavorare come facchino e manovale nell’azienda di famiglia. Successivamente, Enrico troverà impiego come elettricista, magazziniere, tornitore, operaio in Fiat e impiegato in banca, senza tuttavia abbandonare il proprio sogno. Impegnato in un “lavoro vero”, Enrico continua a coltivare la propria arte, essenzialmente, da autodidatta.
Nel 1948 Enrico si reca a Parigi e durante la sua permanenza conosce l’artista e fotografa Leonor Fini, italiana di origine argentina, classe 1907, legata all’ambiente surrealista parigino (la sua prima mostra è del 1936), anch’essa artista autodidatta. L’affinità con la Fini, le cui opere spesso ritraggono sfingi, streghe e figure di femme-fatales androgine e inquietanti, è evidente e immediata. La loro amicizia segnerà una svolta importante nell’evoluzione personale e artistica di Colombotto Rosso che, attraverso la Fini, entrerà in contatto con una comunità molto attiva e vicina ai suoi interessi personali stringendo amicizia con Fabrizio Clerici, Constantin Jelenski, Max Ernst, Dorothea Tanning, Jacques Audiberti e Jean Genet.

Nel 1958 Genet creerà una scultura della ipotetica “reliquia” di una immaginaria santa settecentesca, Sante Hosmose, come regalo di compleanno per Enrico, del quale conosce gli interessi e la fascinazione per il macabro e il grottesco. Tornato in Italia, Colombotto Rosso terrà la “reliquia” nel proprio studio. La storia inventata da Genet riguardo alla sua santa ispirerà successivamente a Colombotto Rosso tre dipinti, che verranno esposti a Roma ed entreranno poi a far parte della collezione privata dell’attore Edward G. Robinson. Nel ‘64 il testo di Genet dedicato alla “santa Osmosi” verrà pubblicato sulla rivista letteraria Il Delatore nella traduzione di Stanislao Lepri. Solo nel 1998 lo stesso Colombotto Rosso pubblicherà un volume, ancora una volta intitolato Sainte Hosmose, contenente un altro inedito di Genet dedicato all’artista.
E Genet non è l’unico scrittore che troverà ispirazione nei lavori di Enrico Colombotto Rosso. L’opera del pittore torinese, a partire dagli anni Cinquanta, diventerà soggetto di lavori di autori diversi quali Libero De Libero, Alain Jouffroy, Luigi Carluccio, Guido Ceronetti, Giovanni Testori, Carlo Munari, Rossana Bossaglia, Janus.

Ma intanto la vita di Colombotto Rosso cambia nuovamente direzione, restando però sulla stessa rotta: a ventotto anni, alla morte del padre, Enrico ritenta l’ingresso in Accademia e viene nuovamente bocciato, probabilmente perché il suo saggio (disegnare “una mela e una bottiglia di barbera vuota”) è troppo personale e anticonformista.
Succede tuttavia che il pittore Felice Casorati, dopo il saggio, chieda di poter vedere il portfolio del giovane. Casorati rimane entusiasta di ciò che vede e suggerisce a Enrico di diventare illustratore per l’editoria. Casorati non ricorda di essere stato il responsabile della bocciatura dell’allora quindicenne Colombotto Rosso, tredici anni prima, ed Enrico si guarda bene dal ricordarglielo.
Sono andato a casa sua con un carnet di miei lavori, e lui mi disse che erano cose straordinarie, e che dovevo illustrare libri. Lui non sapeva che mi aveva bocciato, a quell’esame per l’Accademia, e io sono stato ben zitto: non era il caso che facessi la lagna.
È così che i lavori di Colombotto Rosso vengono utilizzati per copertine di libri e riviste. La rivista teatrale Il dramma pubblica il dipinto Teresa-Angelica sulla copertina del numero di luglio del 1954, segnalando quello che diventerà un forte legame fra l’opera del pittore e il teatro. Sempre Il dramma utilizzerà Spirito perverso della Marchesa di Merteuil per la copertina del numero di settembre del 1954 e Espressione della donna del Diario per il numero di ottobre del 1962.

Con Giorgio Morandi, Mino Maccari, Orneote Metelli, Leonor Fini e Xavier Bueno, Colombotto Rosso è fra i primi artisti a esporre presso la Galleria Galatea, fondata da Mario Tazzoli, che arriverà nei primi anni Sessanta a ospitare artisti internazionali come Balthus e Bacon. La personale di Colombotto Rosso comprende venti dipinti, con titoli come La folle, Camicia di forza, Ofelia, Malinconia, oltre a una selezione di disegni a china intitolati Via Crucis. Nello stesso anno dell’esposizione alla Galleria Galatea, l’artista espone in mostre personali a Parigi (Galérie de l'Odéon), Providence negli Stati Uniti (Museum of Art) e Roma (Galleria dell'Obelisco).
Lo stile di Enrico Colombotto Rosso verrà successivamente interpretato dai critici come una espressione della Torino del dopoguerra, malinconica e cupa, popolata di inquietanti figure sospese tra il reale e il sovrannaturale. Il gusto macabro di molte opere di Colombotto Rosso verrà definito “neo-surrealista” e “neo-Liberty”.
Enrico è un frequentatore abituale dell’Istituto Cottolengo di Torino e del Museo di antropologia criminale di Cesare Lombroso, ma nelle immagini di volti emaciati di bambini addormentati o morti, simili a bambole, si ravvisa anche l’influenza della guerra e degli orrori dei campi di sterminio nazisti. Con le sue immagini surreali, Colombotto Rosso si fa perciò interprete di un mondo “nascosto” agli occhi del boom economico ma ben presente negli interstizi dell’Italia del dopoguerra, di cui Torino è un esempio e una sintesi.
Andavo spesso a osservare i ricoverati nei manicomi; però ritrarre visi drammatici è per me un processo ipnotico, quasi automatico, che non corrisponde alla mia interiorità. In questo ho parenti illustri, nella pittura classica, che rappresentano la mia famiglia ideale.
I dipinti “Prigioniera” e “Le tre sorelle” del 1957, olio su tela (© Fondazione Enrico Colombotto Rosso).
Un altro elemento che va a influenzare l’estetica dell’artista, e che non viene spesso ricordato, è il suo interesse per l’Antico Egitto, probabilmente stimolato dalla presenza nella “sua” Torino del Museo Egizio. È possibile ravvisare nelle opere di Colombotto Rosso da una parte l’influenza dei colori dei dipinti egizi e dall’altra l’affinità dell’artista per i temi centrali dell’iconografia e arte egizia, primo fra tutti la morte. Molti dei ritratti di volti dormienti (o defunti) possono a volte ricordare le mummie esposte al Museo Egizio.
Nella guida alla personale di Colombotto Rosso presso la Galleria Galatea del 1957, Luigi Carluccio sottolinea “il remoto monologare dei vivi e dei defunti sull’idea della morte” come uno dei temi portanti delle opere esposte, fatte di “silenzio, buio […] di tante creature chiuse nel pozzo opaco della loro solitudine”. Enrico Colombotto Rosso, ci informa la guida, è nato nel 1925, lavora a Torino ed è un autodidatta. Nel presentarlo al pubblico, Carluccio sembra quasi voler prendere le distanze, inizialmente, dall’aspetto più surreale dell’opera del pittore, il “vago indizio di favola insensata” che si coglie nei suoi dipinti.
Ma il mondo sta cambiando, il realismo sta cedendo il passo a forme artistiche meno strettamente legate al mondo materiale e a Torino i segnali del cambiamento sono stati colti e abbracciati da numerosi intellettuali.

Nel 1964, a partire da un’idea dell’artista Lorenzo Alessandri, prende vita a Torino il movimento “Surrealismo e Fantasia”, anche noto come “Surfanta”. Enrico ne entra a far parte, insieme con altri artisti e intellettuali, fra i quali Abacuc (Silvano Gilardi), Lamberto Camerini, Giovanni Macciotta, Mario Molinari, Raffaele Pontecorvo, Gianluigi Marianini, Alberto Cesare Ambesi e Peter Kolosimo. Viene pubblicata una rivista, intitolata appunto Surrealismo e Fantasia, sulla quale trovano spazio i testi e le opere dei membri del gruppo.
Il gruppo Surfanta organizza anche mostre, in Europa e negli Stati Uniti, dei lavori dei suoi membri. Enrico Colombotto Rosso viaggia perciò in Europa e negli Stati Uniti ed espone i propri lavori, con un notevole successo di pubblico e di critica, in importanti eventi internazionali: a Sydney in occasione dell'“Italian Parade”; alla Galerie de Seine di Parigi e al “Kongress Für die Freiheit der Kultur” di Amburgo; a Zurigo, presso la Galleria Alessandro Roesle e a Madrid, presso la Sala de Exposiciones de la Dirección General de Bellas Artes, a Londra per la Seven Arts Gallery; a Tokyo per il “3rd International Young Artists Exhibition” del 1964.
A New York Enrico incontra numerose personalità del mondo artistico e culturale, tra i quali John Huston, Eugène Jonesco, Andy Warhol, Albrecht Becker e anche gli italianissimi Federico Fellini e Anna Magnani. Dall’incontro con Jonesco nascerà una collaborazione con Colombotto Rosso impegnato a creare le scenografie e i costumi per Il gioco dell’epidemia del drammaturgo franco/rumeno che il Teatro Gobetti di Torino metterà in scena nel 1971. Sempre al Gobetti, Enrico curerà anche scenografie e costumi de La Gallinella acquatica di Witjiewicz; il suo stile macabro e onirico troverà uno spazio anche nella Salomé di Oscar Wilde e nella Danza di morte di Strindberg.
Il gruppo Surfanta si scioglie nel 1974, ma a quel punto Colombotto Rosso si è già allontanato, reclamando la propria individualità. Sulle sue tele compaiono figure che, pur mantenendo un aspetto onirico, non grondano inquietudine come quelle del passato: farfalle e libellule, figure in abiti da sposa, gatti. Gli elementi perturbanti diventano più sottili, ma non scompaiono mai del tutto.

Ancora considerato da più parti un artista “maledetto” e “ribelle” – nonostante le interviste rivelino piuttosto una personalità ironica e fortemente indipendente – Enrico Colombotto Rosso lascia Torino nel 1991 per trasferirsi in Monferrato, a Camino (AL), dove può dedicarsi alla propria arte svincolandosi dalle esigenze del mercato. Fra le opere realizzate in questa condizione di assoluta libertà artistica spicca Ossessione, del 1992–1993, un dipinto alto due metri e lungo circa un chilometro. L’indipendenza dalle regole del mercato dell’arte permette a Colombotto Rosso di ritornare con maggior prepotenza agli aspetti più crudi e brutali della sua poetica.
Tuttavia, l’artista “maledetto” e votato al macabro troverà anche il tempo per creare una serie di ritratti di gatti, realizzati a china, che sembrano rivelare una personalità meno tenebrosa e morbosa di quanto il pubblico pensi.
La villa-atelier di Camino Monferrato diventa una sorta di museo personale dove Colombotto Rosso colleziona opere d’arte, libri misteriosi e oggetti disparati riuniti in composizioni che sono un’ulteriore sfaccettatura del suo approccio al surrealismo, sganciati dalle facili classificazioni e dalle mode.
Apre una finestrella: nel vano tra vetro e grata esterna c’è una ruota di bicicletta, un falcetto, una chiave, una mandibola d’animale: “Ecco – sorride – un’opera d’Arte Povera.”

E se l’artista si è ritirato dalla metropoli e dalla frenesia del mondo artistico, il mondo dell’arte e della cultura non si è dimenticato di lui: nel 2000 la Regione Piemonte organizza una sua grande mostra personale presso la Sala Bolaffi a Torino. Nel 2002 Vittorio Sgarbi invita Colombotto Rosso alla mostra “Surrealismo padano - Da De Chirico a Foppiani, 1915–1986”. E ancora Sgarbi vorrà le opere di Colombotto Rosso alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, nel 2005, per la mostra “Il Male - Esercizi di pittura crudele”. Il 2003 vede una mostra presso il Museo Egizio di Torino, nella quale vengono esposte le opere di Colombotto Rosso influenzate dal suo interesse per l’Antico Egitto. Nel 2004 crea il drappellone del Palio di Asti, oggi conservato presso la Collegiata di San Secondo. Nel 2010, su richiesta dell’editore Bolaffi, crea 500 tavole per illustrare I Fiori del Male di Baudelaire.
Negli ultimi anni della sua vita, Colombotto Rosso cerca una collocazione definitiva per la sua collezione, al fine di lasciare una testimonianza articolata e accessibile del suo lavoro. Per un breve periodo, nel 2010, sembra che Mathi (TO) possa ospitare la sede definitiva della fondazione creata dall’artista ma, dopo un periodo di trattative, l’ipotesi viene archiviata per problemi legati alla crisi economica in atto.
Oggi la Fondazione Enrico Colombotto Rosso ha sede a Camino Monferrato, dove gestisce la Casa Museo di Colombotto Rosso. Altre opere si trovano a Villa Vidua di Conzano, nel palazzo del comune di Camino e al Deposito Museale di Pontestura, presso il palazzo civico, che detiene un fondo di oltre 150 opere. Fra queste, 66 disegni a china su carta realizzati tra il 1998 e il 2002. Sempre all'interno del Palazzo Civico, nel 2007 viene inaugurato il “Museo dei Giocattoli”, che comprende la raccolta di giochi, bambole e libri per l'infanzia che Colombotto Rosso mise insieme durante la propria vita.

Enrico Colombotto Rosso si spegne a Casale Monferrato nell’aprile del 2013, all’età di ottantotto anni. Pochi mesi dopo, la Città di Casale Monferrato dedica all’artista scomparso una mostra intitolata “Il mondo fantastico e inquietante di Enrico Colombotto Rosso”, che riscuote un notevole successo. Sarebbe tuttavia sbagliato parlare di una “riscoperta” di Colombotto Rosso da parte del pubblico, perché l’artista e la sua opera sono sempre stati presenti negli anfratti della coscienza degli italiani, e non solo.
Nel 2015, il fondo conservato presso il comune di Pontestura viene riorganizzato in mostre permanenti, alle quali si affiancano negli anni mostre tematiche (come quella del 2016 su Colombotto Rosso e l’Egitto).
Enrico Colombotto Rosso è Maestro ineguagliabile dall’immaginazione drammatica, per nulla consolatorio, anzi inquietante e veicolo di profondi interrogativi. Come curatore ho sempre dato il giusto merito al Maestro ritenendolo un protagonista dell’arte che occupa un posto eminente nella pittura italiana dal secondo
Novecento ad oggi e nell’esposizione di Pontestura ritrovo tutti i motivi che fanno di Colombotto Rosso un artista acuto e affascinante.
👉 Si ringrazia il signor Gaetano Giacomelli, presidente della Fondazione Enrico Colombotto Rosso, per la gentilezza, la disponibilità e la concessione delle immagini la cui riproduzione è vietata.
Le fotografie dell’articolo sono tratte dai volumi:
“Portraits. Ritratti a Enrico Colombotto Rosso”, Torino, Edizioni Antonio Attini, 2010;
“Una vacanza con Leonor Fini”, Torino, Edizioni Antonio Attini, 2009; Fondazione Enrico Colombotto Rosso, “Catalogo dei dipinti 1954–1989”, s.d.; Fondazione Enrico Colombotto Rosso, “Scarlatto”, catalogo della mostra tenutasi a Ciriè nel maggio–giugno 2018.
Rivista Savej è un progetto di Edizioni Savej, casa editrice della Fondazione Enrico Eandi.
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