Valerio Berruti, quando l'arte è made in Langa

La scultura “Alba” situata in piazza Ferrero ad Alba (foto di Lavezzo Studio).

Valerio Berruti, quando l'arte è made in Langa

Il "Miglior artista italiano del 2022" si racconta

Nato a Torino, laureato in comunicazione e antropologia, è docente di storia e letteratura italiana, esperto di processi di apprendimento e inclusione scolastica. Scrive di musica, libri, fotografia, viaggi, arte,… leggi tutto
  

I Piemontesi e il successo: un rapporto complicato. Difficile negare che una delle qualità riconosciute dei piemontesi sia l’operosità, la dedizione severa e disciplinata al lavoro e alla professione: un’attitudine che ha permesso alla regione di diventare fucina di talenti, fonte di innovazione e culla di eccellenze celebrate in tutto il paese. D’altro canto, lo slancio creativo si accompagna di frequente alla remora nel celebrare i propri traguardi, i quali rischiano di restare sotto il cono d’ombra di una prudente reticenza. Ecco, per una volta diciamolo senza timidezza, Valerio Berruti – classe 1977 – è uno degli artisti contemporanei piemontesi di maggior successo in Italia e nel mondo: inserito fin dai suoi primi passi nelle collezioni che contano – quella di Lucio Dalla, ad esempio – espone con personali in ogni lato del globo, dal Brasile al Giappone, è ambasciatore di Alba nella rete creativa Unesco ed è stato nominato “artista italiano del 2022” dalla prestigiosa testata specializzata Artribune.

ValerioBerruti, foto © Letizia Cigliutti.
ValerioBerruti, foto © Letizia Cigliutti.
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La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode, e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono.

Orgoglio di Langa

Valerio è nato ad Alba, vive e lavora a Verduno, dove abita insieme alla giovane famiglia: disattendendo certe massime dell’amato Pavese “ho grande stima e credo che abbia saputo raccontare la vita con sfumature personali profondissime” non ha dovuto “girare il mondo per cercare di mettere radici, di farsi terra e paese”. Anzi, durante il nostro colloquio afferma:

Ho avuto un’infanzia molto felice e sono sempre stato consapevole di amare così tanto questi luoghi da non volermene staccare. Non ho mai avuto un rapporto tormentato con le mie radici, sono stato ovunque volessi e potessi arrivare nel mondo con la consapevolezza che sarei sempre tornato.

La sua storia mi giunge attraverso parole che tradiscono la tempra profonda e determinata di chi vive nelle Langhe da generazioni: anche di fronte al successo e ai riconoscimenti dello sfavillante mondo dell’arte, il langhetto (“un langhetto” – precisa – “non si definirebbe mai langarolo!”) non perde la sua quadratura determinata, fiera e spigolosa. E ribadisce le radici solide nella famiglia, da cui imparare l’umiltà schietta dell’operosità artigiana:

Mio papà era falegname, non ha mai creduto che io potessi portare avanti il negozio di famiglia, ha sempre saputo che avrei fatto l’artista. Da bambino avevo la certezza di voler fare l’artista e non mi importava se i miei amici giocassero a calcio: io disegnavo perché era la cosa più bella che potessi fare. Mio padre e mia madre sono stati un sostegno morale fondamentale perché mi hanno concesso la libertà di decidere, guadagnarmi da vivere e scegliere in modo autonomo cosa fare della mia vita.
Valerio Berruti davanti alla sua scultura
Valerio Berruti davanti alla sua scultura "Alba" il 1° ottobre 2022. La scultura si trova in piazza Ferrero ad Alba. Foto © Letizia Cigliutti.

Partire per poter tornare

Berruti, dunque, inizia presto a intraprendere la professione. Negli anni Novanta lavora da muratore, ma si specializza in trompe-l’oeil. Poi si iscrive al D.A.M.S. di Torino. “Mia amante, non madre né sorella” così Pavese definiva il capoluogo, con gli occhi di chi la città la vive, senza mai appartenervi. Anche Berruti la frequenta, senza mai diventarne cittadino. Torino potrebbe offrire, però, le opportunità giuste, grazie a istituzioni culturali più sensibili all’arte contemporanea rispetto ad altri centri nazionali. Così, giovanissimo, ingrana i primi successi in carriera: il Premio Celeste e il Premio Pagine Bianche della Regione Piemonte nel 2004, con cui finalmente vola a New York per sette mesi per iniziare la sua conquista del mondo. Poi l’anno successivo l’installazione Se ci fosse la luna per il rimpianto Palazzo Bricherasio, fino all’inclusione nel progetto Luci d’Artista nel 2013, a dimostrazione di un legame comunque forte con il capoluogo.

Non mi sono mai aspettato niente da ‘un luogo’ o da ‘un sistema’ in particolare. Torino, tra le altre cose, ha Artissima che ora è indubbiamente la più importante fiera d’arte italiana e l’unica davvero conosciuta nel mondo, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che è uno dei più importanti riferimenti internazionali per il contemporaneo, il Castello di Rivoli e galleristi che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea. Se la crescita di un’artista, come credo, parte dall’ambiente culturale in cui si trova direi che Torino è più che straordinaria. Ma come ho detto mi sono sempre cercato le opportunità da solo muovendomi il più possibile e questo, almeno per me, è l’unico modo in cui ottenere dei risultati.

Un rapporto sereno con le radici sembra aver consentito a Berruti di alimentare il fuoco sacro della creatività tra i morbidi declivi dei luoghi famigliari, senza la necessità degli strappi o degli esili, frequenti in chi insegue vocazioni artistiche.

Pur sapendo che avrei voluto tornare, non ho mai avuto problemi a partire. A sedici anni sono andato da solo a lavorare a Londra per imparare l’inglese, negli anni successivi realizzavo scenografie per pagarmi le attrezzature più costose e appena ho potuto, anche durante l’università, ho partecipato a ogni tipo di residenza artistica all’estero per confrontarmi con un sistema internazionale.

Particolari della scultura "Alba".

Credere nella luce

Berruti sceglie infine la solitudine per coltivare il suo percorso artistico. D’altronde, “chi a travaja për sò cont a val për tre”. Nel 1995, infatti, dà una svolta al suo romanzo bildungsroman e corona un sogno visionario: grazie all’imbeccata di una compagna di scuola, scopre che il parroco di Verduno – allora Don Teresio – ha bisogno di disfarsi della Chiesa di San Rocco, diroccata e pericolante, perché crea troppi problemi di ordine pubblico alla Curia. Senza risolvere quella magagna Don Teresio non può andare in pensione. Detto fatto, con i soldi del lavoro da muratore Valerio l’acquista, la restaura e la trasforma nel laboratorio-atelier a cielo aperto con cui ha costruito la sua celebrità.

Da sempre mantiene un rapporto laico con la spiritualità: dichiara di essere ateo, ma trova nei luoghi sacri uno dei contesti di espressione. Come la Chiesa di San Domenico ad Alba, dove nel 2011 ha esposto la sua istallazione la Rivoluzione Terrestre, e nel 2018 ha presentato la Giostra di Nina, il progetto che forse più di tutti ha fatto emergere la sua personalità anche dal di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori. La Giostra di Nina è un progetto pluridisciplinare – caratteristica distintiva del lavoro di Berruti, il quale è anche diplomato al Conservatorio – poiché include una scultura di ben 7 metri di diametro a forma di carosello, in cui i tradizionali cavalli sono stati sostituiti da uccellini sul punto di spiccare il volo verso la libertà, e un cortometraggio cinematografico composto tra 3.000 disegni a mano, i quali sotto forma di sequenza continua si trasformano in un video. Il successo dell’opera è stato trasversale: colonna sonora scritta dalla star del piano contemporaneo Ludovico Einaudi, co-produzione di Sky Arte – che per la prima volta ha deciso di cimentarsi nell’animazione – e presentazione al Maxxi in occasione della Festa del Cinema di Roma. Riconoscimenti, esposizione mediatica e un pizzico di glamour, a cui lo schietto carattere langhetto non è certamente avvezzo. L’opera è stata esposta temporaneamente alla Reggia di Venaria fino al luglio del 2023.

Esperienze artistiche così diversificate hanno consentito a Berruti di declinare, attraverso tecniche molteplici, le tematiche predilette che costituiscono il carattere distintivo del suo linguaggio: l’infanzia, l’innocenza, le relazioni famigliari, il poetico quotidiano. Dichiara di non possedere un metodo, di seguire l’ispirazione del momento, assecondando la tecnica all’idea. Così nei quadri giovanili utilizza i materiali della tradizione, come l’affresco, ma anche dell’arte povera, mescolando addirittura le due tecniche, ad esempio nella mostra Out of your own del 2017. Ogni lavoro trae spunto iniziale quasi sempre dal disegno, da semplici schizzi a mano di fanciulle che possono trasformarsi in immagini affrescate e retroilluminate, come nel progetto Credere nella luce realizzato nel 2021 per la Galleria Cracco, di proprietà dello chef più famoso d’Italia. Il ferro è stato invece il protagonista della già citata La Giostra di Nina e di varie opere destinate al territorio, mentre recenti sono le sperimentazioni con i video e la musica, anche grazie a collaborazioni con artisti eccezionali di rilievo, sia italiani (Paolo Conte, Gianmaria Testa e – appunto – Ludovico Einaudi) e internazionali, come la cantautrice cult Joan As A Police Woman e, addirittura, il compianto maestro dell’avanguardia Ryuichi Sakamoto.

La “Giostra di Nina” alla Venaria Reale (© Consorzio delle Residenze Reali Sabaude - Foto di Tino Gerbaldo).
La “Giostra di Nina” alla Venaria Reale (© Consorzio delle Residenze Reali Sabaude - Foto di Tino Gerbaldo).

Tra le dolci colline

Nonostante la clientela ormai internazionale, dunque, “un paese ci vuole”: se non altro per metterci su famiglia (Elisa, moglie e Ufficio Stampa, i figli Zeno e Nina), recuperare una vecchia “casa sulla collina” di arenaria a Verduno, ristrutturata all’architetto Blengini e coltivare filari per produrre Pelaverga per famiglia e amici. Il successo fornisce tra l’altro l’occasione all'artista di diventare testimonial della bellezza del territorio presso clienti e colleghi da tutto il mondo, accolti e sedotti dalla cucina di casa Berruti: “pane, burro e acciughe, carne battuta al coltello e i tajarin di mia suocera, ovviamente con il mio pelaverga”.

Ma non solo.

Chiunque venga in Langa – aggiunge – specialmente dagli Stati Uniti, non può che restarne estasiato: l’ultimo amico artista americano che è venuto a trovarmi la scorsa estate ha particolarmente apprezzato il pernottamento al Castello di Verduno e a pochi passi le cene all’aperto sotto il ciliegio di Ca del Re così come è rimasto estasiato dal Castello di Serralunga d’Alba e dall’aperitivo alla Terrazza da Renza a Castiglione Falletto. Credo che ogni luogo autentico abbia un fascino ineguagliabile.
Cancello/scultura “Ovunque proteggimi” alle Cantine Ceretto (foto Stefania Spadoni).
Cancello/scultura “Ovunque proteggimi” alle Cantine Ceretto (foto Stefania Spadoni).

E Berruti ricambia disseminando il territorio di alcuni dei propri lavori più significativi, di cui parla con particolare fierezza:

A Castiglione Falletto, all’ingresso della cantina dei miei carissimi amici produttori Ceretto, c’è un cancello/scultura ‘Ovunque proteggimi’ che incornicia i loro vigneti ed è uno dei miei primi lavori monumentali a cui sono molto affezionato. A Monticello d’Alba c’è il muro ‘Frammenti’ che segna un patto con gli abitanti del paese: se non poteranno l’edera che convive con i miei bassorilievi inevitabilmente la natura si mangerà le mie opere. L’opera nasce grazie ad un bando (Distruzione della Fondazione CRC) geniale perché ha permesso di cancellare con l’arte un brutto muro in cemento e poi sono stato fortunato perché grazie a quel muro e alla collaborazione col paese ho conosciuto delle persone straordinarie.
L'opera “Frammenti” a Monticello d'Alba (foto di Tino Gerbaldo).
L'opera “Frammenti” a Monticello d'Alba (foto di Tino Gerbaldo).

La leggerezza dell'infanzia

Ad Alba, nella residenza per anziani Ottolenghi, luogo a cui sono profondamente legato, c’è la mia scultura luminosa ‘L’abbraccio’ e trovo molto significativo che abbiano scelto i miei bambini per rappresentare quel luogo. E poi c’è ‘Alba’ la mia scultura in acciaio inox bronzato alta oltre 12 metri, un dono della famiglia Ferrero alla Città di Alba proprio nella piazza dedicata al grande imprenditore albese.

L’opera, inaugurata il 29 settembre del 2022, è al momento l’ultimo grande lascito di Berruti al territorio. Essa consolida il rapporto con le realtà produttiva e amministrativa locale, che ha scelto per coronare la riqualificazione dell’antica piazza albese, risalente al 1845. E conferma appieno la poetica dell’artista: Alba è costituita da una silhouette gigante dalle fattezze di una bambina, con cui l’artista sembra evocare la necessità di fermare di interrompere il flusso degli affanni e riscoprire la leggerezza dell’età infantile. I bambini, ritratti con linee essenziali, tutto contorno e colore, sono i soggetti della sua produzione, ma anche l’oggetto di attenzione dal punto di vista umano. Ne è testimonianza la serie L’Abbraccio più forte del 2020, una collezione di 700 disegni di bambini, realizzati per sostenere il fund rising per il recente ospedale di Alba-Bra: la raccolta si è tradotta in un boom di donazioni (circa 250.000 euro) ed è diventata un video e un libro, edito da Gallucci Editore.

Berruti rifiuta comunque l’idea che il fanciullo possa essere ritenuto il suo trademark:

Le mie opere hanno poco a che fare con il “fanciullino” pascoliano. Per me non sono nemmeno bambini, in verità, o almeno non lo sono più. Sono l’unico segno tangibile, a mio avviso, del momento più importante della vita, quello in cui tutto può ancora avvenire e in cui tutti si possono specchiare.

Per questo sottoscrive i timori legati ai pericoli in cui incorre l’infanzia di oggi, tra isolamento, disattenzione e la tentazione da parte degli adulti di educarli attraverso la tecnologia:

Il giorno in cui i miei figli passeranno il loro tempo sui tablet anziché a giocare in cortile per me sarà un fallimento. Per fortuna per ora non è ancora accaduto, ma bisogna sapere/poter fornire delle alternative. Ai nostri tempi era la normalità, adesso è una scelta da difendere.
Copertina del libro
Copertina del libro "L'abbraccio più forte" di Valerio Berruti, Gallucci editore, 2020.

L'etica del lavoro

Ad oggi Valerio Berruti è certamente un artista maturo e consolidato: i mercati dell’arte di Francia, Corea, Giappone, Cina ne hanno decretato il successo, senza scalfirne umiltà e modestia:

Negli anni mi sono sempre più accorto che il mio coefficiente ha continuato costantemente ad alzarsi e i miei lavori a essere acquistati; sono felice che ci siano le gallerie a occuparsi di questo perché la mia testa è proiettata sul lavoro e non su chi li acquisterà. Per fortuna non mi sento arrivato da nessuna parte, ma posso dirti, però, che vorrei ancora andare in mille luoghi.

Determinazione e fermezza di intenti sono la chiave, secondo Berruti, per vincere la scommessa sul proprio talento. Che è condizione necessaria, ma non sufficiente, per farcela in un settore competitivo come quello dell’arte: “Sicuramente credo che la volontà conti quasi quanto il talento. Puoi essere talentuoso, ma se aspetti che le situazioni ti capitano nello studio di casa tua non succederà mai”, chiosa. L’etica del lavoro è argomento da prendere molto sul serio, anche a costo di venir considerati schivi e un po’ “sgobboni”:

È vero, noi langhetti siamo grandi lavoratori, così tanto da farlo diventare un limite. Abbiamo l’ansia di fare senza goderci il momento presente o sentendoci in colpa se ci concediamo del tempo libero.

Pragmatismo e visione, professionalità e creatività, accompagnati da un’etica del lavoro rigorosa: questo è dunque il segreto del successo di Berruti. Un metodo, ma anche un modello di attitudine esistenziale che l’artista ritrova nel tessuto imprenditoriale del territorio, in primis nell’esempio dei Ferrero, e nell’operosità quotidiana di tutte le realtà produttive del territorio. Forse per questo “Alba”, il capolavoro che ormai accoglie gli ospiti in città, è davvero un’opera destinata a diventare monumento della singolarità del carattere langhetto: la timidezza e l’essenzialità, la simbiosi con lo spazio del territorio, la spontanea, autentica fierezza.

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