Bruno Segre: una vita per la libertà

Addio all'avvocato partigiano, in lotta per oltre un secolo

Nell'immagine: Ritratto di Bruno Segre con la moglie Matilde Ottino, marzo 1974 (© Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC).
Cristina Ricci

Vincitrice del contest La Stampa Academy, un laboratorio di giornalismo d’innovazione, indetto dal quotidiano torinese nel 2013. Ha frequentato il corso di Data Journalism organizzato dalla Federazione Europea del Giornalismo… leggi tutto
  

In una mattina d’ottobre Sicor mi accoglie sul balcone della sua abitazione torinese da dove ci godiamo ancora la coda di questa lunga estate. “Pensi”, mi dice, “proprio ieri ho rilasciato un’intervista a Famiglia Cristiana” e non si capisce se è più con stupore o con ironia che esclama: “Chissà poi perché intervistano me, un ateo e laicista dichiarato!”. Poco prima aveva tolto qualche foglia ingiallita dai ciclamini, sulla mensola una busta di bulbi da interrare: “Li ho presi al mercato di Stupinigi”, dice. Sfoglia con interesse i numeri di Rivista Savej che la redazione gli ha donato e io mi sento una privilegiata a essere sua ospite e a poter chiacchierare con lui.

Sicor è lo pseudonimo con cui ha firmato alcuni dei suoi articoli ed è l’appellativo che Giulio Cesare, nel De Bello Civili, assegna al Segre, affluente del fiume Ebro. Leva 1918, Sicor altri non è che l’avvocato Bruno Segre che ha accolto l’invito a raccontare ai nostri lettori la Torino degli anni Quaranta, quella delle leggi razziali e della guerra. Concedendomi l’intervista, l’avvocato Segre tiene a battesimo la serie di articoli che, in occasione dell’ottantesimo Anniversario della Liberazione del lager di Auschwitz, racconteranno il mondo dell’ebraismo piemontese.

L'autrice dell'articolo, Cristina Ricci, insieme a Bruno Segre il giorno dell'intervista.
L'autrice dell'articolo, Cristina Ricci, insieme a Bruno Segre il giorno dell'intervista.
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La coerenza dei propri ideali

Fuggiti alle persecuzioni della cattolicissima Spagna, i Segre, come molti altri ebrei che non si vollero forzatamente convertire, arrivarono in Piemonte sul finire del Quattrocento. Parte della famiglia restò a Saluzzo, una tra le prime comunità piemontesi. L’avvocato Segre ricorda l’anziana Micaela Siônin e altri parenti che vi abitarono fino alla deportazione nei campi di concentramento, dove trovarono la morte.

Marchiato come ebreo, anche Segre subì le conseguenze delle leggi razziali, ma non se ne lamenta. Il suo racconto è sufficientemente distaccato ed è proprio questo estraniamento a dare alle sue parole la dignità della testimonianza storica. La sua vicenda personale assume così una dimensione pubblica; dichiarazioni che documentano la follia della politica antisemita fascista e non solo. Nelle sue parole non c’è nessun accenno all’autocommiserazione, si avverte piuttosto un leggero livore per il clima di indifferenza che ha permesso che tutto ciò accadesse.

Mi spiega come il fratello Glauco e la sorella Giorgina, benché iscritti alla scuola ebraica, vennero considerati ariani grazie a un falso certificato di battesimo; lui, ateo convinto, rifiutò quella scelta di comodo e venne ritenuto ebreo. I fratelli Segre erano nati da madre cattolica, Ottavia Vincenza Avondo, e da padre ebreo, Dario Segre; la differenza di trattamento tra i tre figli deriva dalla rigorosa applicazione della legge che stabiliva trattamenti differenti per la prole delle coppie “miste”. Sostanzialmente le disposizioni legislative suonavano pressappoco così:

Sono considerati ebrei coloro nati da padre e madre ebrei. Sono ebrei altresì coloro che, nati da padre ebreo e madre cattolica, o viceversa, seguono la religione ebraica; sono ebrei coloro che, nati da matrimonio misto, sono senza religione. Sono ariani coloro che, nati da matrimonio misto, appartengono alla religione cattolica.

Con un certo orgoglio racconta:

Mi dichiarai ateo, ho sempre considerato sciocchezze riti e regole quali il digiuno e il cibo kosher. Ho sempre pensato che le religioni, come il comunismo, che considero alla stregua di una religione, siano strumento di conforto e di sfruttamento dell’ingenuità altrui. Il bisogno religioso è la conseguenza del fatto che gli uomini non sono padroni della propria sorte e non riescono a trovare spiegazioni razionali per le disgrazie che li colpiscono e per la morte che li attende.

Il rifiuto del battesimo, seppur fittizio, non è solo un atto di coraggio; è piuttosto la testimonianza dei valori di coerenza e della rigorosa onestà che la famiglia gli aveva impresso attraverso l’educazione. Virtù che hanno permeato tutta la sua esistenza. Dice:

Mi venne inculcato che la parola data andava rispettata, a qualsiasi costo.
Bruno Segre in una fotografia dei primi anni Quaranta (© Archivio Bruno Segre).
Bruno Segre in una fotografia dei primi anni Quaranta (© Archivio Bruno Segre).

La crudeltà delle leggi razziali italiane

Il suo carattere indomito lo portò a schierarsi apertamente contro l’idea che potesse essere biologicamente realistica l’esistenza di una razza italica. Ne scrisse, poco dopo l’emanazione delle leggi del 1938, in un saggio pubblicato dalla rivista L’Igiene e la Vita, diretta dall’ex-deputato socialista Giulio Casalini. L’articolo attirò l’attenzione delle autorità; evidentemente le critiche erano fondate e potevano trovare proseliti, visto che il periodico venne immediatamente soppresso dal regime.

Ma gli ebrei rappresentavano davvero una minaccia per il governo di Mussolini? La sua risposta delinea il quadro di quel periodo:

La comunità ebraica era formata da circa 40.000 persone, che su 46 milioni di abitanti, non potevano certo rappresentare un pericolo per la dittatura.

L’avvocato Segre ritiene anche che le leggi razziali italiane fossero persino peggiori di quelle approvate in Germania perché estromettevano di fatto gli ebrei dalla vita pubblica e privavano dei diritti fondamentali tutti gli ebrei italiani. Prima ancora della deportazione causavano, di fatto, la morte civile.

Il trauma delle comunità italiane era, se possibile, ancor maggiore che nelle altre comunità europee perché in Italia gli ebrei erano completamente assimilati nel tessuto sociale. Il nostro paese era forse l’unico al mondo in cui la popolazione israelita era compenetrata con le caratteristiche tradizionali dei luoghi e della storia del territorio in cui viveva. Il mondo ebraico torinese non faceva eccezione: anche sotto la Mole l’osservanza dei riti era ridotta al minimo e l’ebraismo era fortemente integrato nella società; molti dei suoi membri si ritenevano italiani di religione ebraica piuttosto che ebrei italiani.

Per dimostrarlo mi mostra l’articolo pubblicato da una delle riviste che ha diretto per molto tempo: Libero Pensiero, voce dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” di cui, dopo anni di presidenza effettiva, è oggi presidente onorario. Nel pezzo Era il fratello di mio nonno scrive che il capitano Giacomo Segre comandava la quinta batteria del nono Reggimento di Artiglieria che aprì la breccia di Porta Pia ponendo fine al malgoverno pontificio. Orgogliosamente asserisce che la famiglia Segre ha dato quindi il suo contributo affinché nel nostro paese potesse esistere una vera libertà religiosa e un profondo laicismo. Purtroppo lo sforzo fu vano e venne annullato dal Concordato fra il regime fascista e la Chiesa cattolica.

Ritratto di Kathleen Keegan in Segre con il figlio Bruno Segre alla Stazione Centrale di Milano, 1951 ca. (© Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC).
Ritratto di Kathleen Keegan in Segre con il figlio Bruno Segre alla Stazione Centrale di Milano, 1951 ca. (© Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC).

Una gioventù senza diritti

Tornando alla sua esperienza giovanile, l’avvocato Segre non ricorda una vera e propria cultura antisemita nel nostro paese. Esisteva un atteggiamento espresso per lo più con battute, scherzi e gesti volgari.

Non mi sono mai sentito emarginato, seppur aleggiasse questo sentimento antisemita di cui non mi rendevo ben conto.

Nessun ebreo avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe successo di lì a poco ma, a partire dal settembre 1938, improvvisamente, molti scoprirono amaramente cosa volesse dire essere ebreo. Compresero di essere ebrei quando furono colpiti nei loro diritti civili, quando venne loro precluso il servizio militare, quando fu loro negato di frequentare le scuole, quando persero il lavoro nei pubblici uffici, quando venne loro impedito di avere alle dipendenze personale ariano, di possedere un apparecchio radio, di essere titolari di società; quando venne loro persino negata la libertà di sposarsi con persone di religione diversa dalla loro.

Le leggi razziali rinchiusero gli ebrei in un vero e proprio ghetto, dove l’isolamento non derivava dall’innalzamento di muri, ma dalla negazione dello status di cittadino. Segre inframezza la narrazione con qualche barzelletta: “A quei tempi erano l’unico modo per esprimere il dissenso”, dice. Mi racconta quella su Mussolini che, incontrando D'Annunzio, alza il braccio nel saluto fascista pronunciando: “Ave, fante alato”. Risponde il poeta: “Salve, lesto fante”.

Sembra quasi che questi tragici avvenimenti non l’abbiano toccato mentre, se si ascoltano le pause e i silenzi, ecco emergere la drammaticità della sua vicenda personale e le difficoltà sperimentate in quegli anni. Le ristrettezze di quei giorni sono confessate a Carlo Greppi, curatore del volume Quelli di via Asti. Memorie di un detenuto nelle carceri fasciste nell'anno Millenovecentoquarantaquattro:

Allora io rimasi disoccupato e anche in difficoltà finanziarie perché la persecuzione ci aveva messo a terra sotto ogni profilo.

La condanna del padre al confino in Abruzzo, l'attività di famiglia che viene intestata alla madre, i problemi per la riscossione dei crediti paterni sono solo alcune delle gravi difficoltà che si trovò a fronteggiare. Ma lo sconvolgimento arriva anche per la famiglia della zia paterna Augusta, moglie dell’industriale Emilio de Benedetti, che emigra in Uruguay e in quella della zia paterna Diodata, moglie del banchiere Roberto Foà, il donatore dei manoscritti musicali del compositore Vivaldi alla Biblioteca Nazionale di Torino, che trova rifugio negli Stati Uniti. Non si può non ricordare la morte nei lager dei cugini Italo, Dante e Aldo Momigliano e l’estinzione, a seguito della Shoah, del ramo saluzzese della famiglia. L’esperienza di quei giorni emerge in una definizione che lui stesso scrisse nel saggio citato:

A quei giovani era stato impedito di vivere la loro giovinezza, spostati di colpo, tra episodi di violenza e scene di orrore, dall’adolescenza innocente alla consapevolezza desolata della maturità. Vecchi dunque senz’essere stati giovani, con un’esperienza non acquisita per gradi e quindi priva di equilibrio, lontani per sempre dalla serenità interiore, disincantati nel giudizio sull’uomo.

Nella biografia che gli dedica Nico Ivaldi si coglie il segno lasciato da quegli anni. Anni tristissimi, di sofferenza e umiliazioni continue. Gli insulti erano scritti anche sui muri ed era impossibile difendersi da quelle costanti nefandezze pubblicate anche dai giornali, e non solo dalla rivista La difesa della razza diretta dal fanatico Telesio Interlandi.

Bruno Segre, avvocato dell'obiettore di coscienza Giovanni Quaranta al processo di primo grado dopo la lettura della sentenza di assoluzione, 9 giugno 1973 (© Archivio Centro Studi Sereno Regis).
Bruno Segre, avvocato dell'obiettore di coscienza Giovanni Quaranta al processo di primo grado dopo la lettura della sentenza di assoluzione, 9 giugno 1973 (© Archivio Centro Studi Sereno Regis).

Il pericolo è ovunque

Benché laureato a pieni voti gli fu impedito di esercitare la pratica legale. La legge 1054 del 19 giugno 1939, Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica, emarginava i professionisti ebrei dalla vita lavorativa e sociale dal mondo in cui fino a poco tempo prima erano appartenuti. La legge riguardò, oltre che gli avvocati, i procuratori e i patrocinatori legali, le professioni di giornalista, medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, esercente in economia e commercio, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario o industriale. Segre cercò di sopravvivere dando lezioni private, compilando tesi di laurea e collaborando a settimanali dove firmava i suoi pezzi con lo pseudonimo Sicor.

Come se non bastasse, a questo clima si aggiunse il dramma della guerra. Con il bombardamento della casa di via Michelangelo il giovane Bruno perse tutti i ricordi di gioventù. Il fatto, benché l’avvocato non lo espliciti, probabilmente lo segnò profondamente, al punto che, anche dopo la fine della guerra, l’evento ricorrerà spesso nei suoi sogni. Dopo l’armistizio dell’8 settembre fu costretto ad abbandonare Torino, un luogo dove vivere era divenuto troppo rischioso. Scrive a tal proposito:

Il pericolo è ovunque, per strada, a casa, in tram. In qualunque momento una mano può posarsi sulla tua spalla e silenziosamente sottrarti per sempre alla libertà e alla vita. È un incubo continuo, che fa balzare il cuore se qualcuno ci fissa intensamente o se un passo ci segue come a pedinarci o se il campanello suona inaspettato. Giorno e notte, sera e mattina, il nemico ci è vicino, in borghese o in uniforme, magari a contatto di gomiti e potrebbe con un sol gesto annientarci.

Per sottrarsi a questa situazione sfolla nella piccola località cuneese di Castelletto Busca dove nel gennaio 1945, tre mesi dopo l’esperienza carceraria di via Asti, si reca al Comando di Zona di Giustizia e Libertà a Pradleves. Qui incontra un vecchio amico: l’avvocato Faustino Dalmazzo, commissario politico della Divisione Giustizia e Libertà. Decide così di concretizzare l’idea che già gli balenava, quella di aderire al Movimento della Resistenza, e gli verrà affidato il compito di redattore del diario storico della Divisione. Sarà tra i primi a scendere dalle montagne per partecipare alla liberazione della città di Caraglio, occupata dalla Divisione Littorio e dalle Brigate Nere.

Bruno Segre in via Asti il 21 aprile 2011, oratore durante una delle commemorazioni ufficiali per la Festa della Liberazione (© Christian Grappiolo).
Bruno Segre in via Asti il 21 aprile 2011, oratore durante una delle commemorazioni ufficiali per la Festa della Liberazione (© Christian Grappiolo).
In via Asti ho capito che non bisogna mai arrendersi interiormente. Mi dava forza lo sguardo fiero di Aurelio Peccei, un antifascista che passeggiava in terrazzo a torso nudo: trasmetteva tranquillità al contrario delle facce inquiete dei repubblichini appesantiti dal carico di mitra e delle bombe a mano.

Non arrendersi

Prima dell’adesione al Movimento partigiano l’avvocato Bruno Segre venne arrestato due volte, ospite de Le Nuove prima e delle carceri di via Asti poi. Ricorda:

Mangiai il miglior risotto che abbia mai assaggiato! Frutto del complesso delle merci sequestrate dai militari fascisti. Esisteva un unico rancio che veniva cucinato indistintamente per tutti, senza distinzione tra guardie carcerarie e detenuti.

Il primo arresto per disfattismo politico avvenne nel 1942, quando completava le scritte “W il Re” con una O finale:

Il Re era davvero un reo, perché aveva tradito il giuramento di fedeltà allo Statuto e perché non aveva usato le leve del potere per fermare l’ascesa di Mussolini.

Il secondo arresto avvenne nel settembre 1944. L’avvocato si trovava nell’ufficio sito negli ammezzati di piazza Solferino 3 dove continuava a lavorare sotto falso nome. Entrarono due agenti dell’Ufficio Politico Investigativo alla ricerca del partigiano Franco Momigliano. Ai due l’avvocato esibì un Personalausweis originale dal quale risultava il nome del tenente dei carristi Bruno Serra. Durante la perquisizione vennero trovati molti documenti con il nome Segre che insospettirono i due fascisti. Intuito il pericolo, e temendo che scoprissero anche materiale compromettente che distribuiva in città, Segre tentò la fuga ma uno dei due poliziotti gli rivolse la pistola contro e sparò tre colpi. Solo uno di questi fu messo a segno ma, per fortuna, il portasigarette di metallo bloccò il proiettile. Segre non venne ferito ma non poté sottrarsi all’arresto. Scrive:

Al tempo dei nazifascisti, entrando in prigione, si finiva spesso, anziché al confino, deportati in Germania. Partire per la Germania era davvero e non metaforicamente, un po' morire.
Portasigarette in metallo che salvò la vita a Segre da uno dei tre proiettili esplosi contro di lui nel settembre 1944.
Portasigarette in metallo che salvò la vita a Segre da uno dei tre proiettili esplosi contro di lui nel settembre 1944.

In carcere subì interrogatori e vessazioni ben ricordate nel libro Quelli di via Asti:

Tirò fuori di nuovo la rivoltella e me la ripuntò al petto… afferratomi, mi trascinò alla finestra. Poi mi spinse sul davanzale facendomi oscillare verso la strada… Quel miserabile si faceva gioco come un oggetto della mia persona. Avrei voluto dirgli che offendendo me, impotente a reagire, egli offendeva se stesso nella dignità di uomo. Ma quale linguaggio poteva valere per un simile individuo?

E ancora:

Per dolorose che fossero le ferite ricevute dalle armi dei russi o degli inglesi, cioè dai supposti nemici, non hanno fatto male quanto le torture subite da parte dei tedeschi e dei fascisti, cioè da alleati e da italiani. Ché si sono rivelati con tutta la brutalità di gente nata alla violenza, con l’odio che accieca la ragione e la rabbia della sconfitta che vuole rivalersi su qualcuno.

La sorella nel frattempo si era mobilitata per la sua liberazione rivolgendosi all’avvocato Mario Dal Fiume, il quale, dietro il lauto compenso di 20.000 lire, riuscì a far scarcerare il giovane.

A Greppi è raccontato il clima dell’immediato dopoguerra:

Intanto moltissimi ignoravano la fine dei deportati: tutti sognavano che i loro parenti tornassero. E dappertutto erano esposte le loro fotografie. A Porta Nuova c’era l’assemblea permanente dei famigliari – e tutti gli ex-militari, tutta la gente che tornava dall’estero veniva bloccata: “Ha visto questo qui? Ha visto questo qua?”, esibendo la fotografia dell’assente. La percezione drammatica, ansiosa, fu quella dei parenti, degli amici dei deportati, alcuni dei quali tornarono e presto morirono.

Dopo un’ora di conversazione l’avvocato è ormai stanco, 105 anni sulle spalle non sono un fardello da poco. Nel salutarlo gli stringo la mano e gli raccomando di resistere. Mi guarda e negli occhi azzurri mi sembra di scorgere un punto interrogativo. “Come sempre!”, aggiungo. Solo allora ammicca e in quello sguardo complice ritrovo la confessione fatta all’amico Nico Ivaldi, curatore della sua biografia:

Vorrei essere ricordato come una persona onesta, sincera, leale che ha creduto in taluni valori fondamentali dell’uomo: la libertà di movimento, di parola e di stampa; la giustizia; la fratellanza; la tolleranza e la fiducia nel progresso democratico delle persone. Come una persona che si è sempre opposta a tutti i tentativi di prevaricazione, d’imposizione forzata in sede politica o religiosa. Sul mio sepolcro vorrei il motto di Saul Bellow: “Qui giace un vinto – dalla morte – che non si è mai arreso”.
Bruno Segre durante un'intervista nel 2020 (© Archivio Centro Studi Sereno Regis).
Bruno Segre durante un'intervista nel 2020 (© Archivio Centro Studi Sereno Regis).

L'addio nel Giorno della Memoria

Ho conosciuto l’avvocato Segre a ottobre 2023. Mi accolse nel suo alloggio e iniziò a raccontare la sua esperienza di vita, come ebreo, come partigiano ma soprattutto come uomo. Quel che più mi colpì era l’apparente distacco dalle vicende narrate. La lucidità di rappresentarle non come vicende personali, ma come fatti. Mi chiedo se questa capacità fosse dovuta al trascorrere del tempo o all’esperienza giornalistica. Ho avuto il privilegio di incontrare ancora Bruno Segre il 29 dicembre 2023. Incontrare una persona di quello spessore è sempre un’occasione irripetibile ma, in quel caso, l’unico sinonimo che mi viene in mente è “dono”. Quel giorno ricevetti davvero un regalo inaspettato, una di quelle opportunità che la vita ti concede e sta a te darle un senso. Quando arrivai, l’avvocato Segre dormiva sul divano e non c’è stato modo di svegliarlo per più di qualche minuto. Quel lasso di tempo trascorso ancora con lui, quando probabilmente aveva già intrapreso il viaggio che lo avrebbe allontanato dalla vita, è stato un regalo prezioso. Le circostanze mi hanno permesso di entrare nell’intimità di Segre che, in quel momento, metteva a nudo, davanti a me, la sua fragilità. A meno di un mese da quel giorno, Bruno ha deciso di andarsene. L’ha fatto con stile scegliendo, non a caso, il Giorno della Memoria. Ogni 27 gennaio noi non potremo dimenticare l’anniversario della sua morte e constatare che Bruno Segre non si arrese mai, e che solo la morte lo vinse.

L’impegno verso le persone con disturbo mentale

Tra i tanti ruoli ricoperti da Bruno Segre nei suoi 105 anni di vita ci fu anche quello di consigliere presso l’Opera Pia Ospedali Psichiatrici di Torino. In quei dieci anni in carica – dal 1958 al 1968 – Segre si applicò con passione al suo ruolo: visitò strutture analoghe negli U.S.A. e fondò la rivista Nuovi Orizzonti, un periodico a cui i malati ricoverati nei manicomi potevano inviare testi e disegni al fine di emanciparsi dall’ozio e dalla solitudine. Erano anni di grande fermento che Segre – intervistato da Alessandro Re su L’Incontro il 6 luglio 2023 – ricorda così:

La situazione dei malati era disastrosa: condizioni di vita carcerarie per la maggior parte dei ricoverati, con punizioni per ogni minima infrazione a regole assurde ed assenza di qualsiasi prospettiva di miglioramento in tutti i settori. Mi resi conto che molti ospiti non erano infermi, ma piuttosto un onere insopportabile per le famiglie che se ne disfacevano con un semplice certificato medico. […] Il vero cambiamento avvenne però in quegli anni sotto il profilo culturale: alla base di ciò vi fu la convinzione che il malato di mente era in primo luogo una persona che doveva essere curata ed assistita, ma senza che fosse necessario privarlo della libertà, se non in quei casi in cui egli poteva essere di pericolo a se stesso ed agli altri. Occorre ricordare che per legge il malato era privato dei diritti civili ed iscritto al casellario giudiziario, con un marchio di infamia e di pericolosità che durava per tutta la vita.
Bibliografia
  • Ivaldi N., Non mi sono mai arreso, Torino, Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella, 2018.
  • Segre B., Quelli di via Asti. Memorie di un detenuto nelle carceri fasciste nell’anno Millenovecentoquarantaquattro, Torino, Edizioni Seb27, 2013.

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