Dante Livio Bianco, partigiano e alpinista

Montagna, amore, Resistenza in un album di famiglia

Nell'immagine: Livio Bianco a diciotto anni.
Cuneese, vive e lavora da tempo immemorabile presso l’Istituto storico della Resistenza dove si occupa di libri e di ricerca. Da sempre attratta dalla storia sociale, ha scritto di guerra… leggi tutto
  

Se fossimo bravi, racconteremmo la storia dei Bianco come si racconta una saga familiare, una di quelle che appassionano i lettori, i pochi rimasti. Gli ingredienti ci sono tutti: l’emigrazione, l’ascesa sociale, l’amore, la guerra, la fortuna, il declino. Una grande villa in cui si muovono i protagonisti, tutti bellissimi. Sullo sfondo, un secolo che scorre ora esaltante ora tragico, capace di inghiottire le vite degli individui nel suo svolgersi tumultuoso.

Ci vorrebbero tante parole, per scrivere la storia della famiglia Bianco e non è detto che un giorno non si affronti l’impresa. Per adesso cercheremo di metterne a fuoco i volti e gli sfondi, assegnando a ciascuno il posto che gli spetta in un immaginario album di famiglia del Novecento.

Livio Bianco a vent'anni, nel 1929.
Livio Bianco a vent'anni, nel 1929.
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Il papà Gioacchino, tra Valdieri e Cannes

Prima di tutto, quindi, c’è un luogo, Valdieri, in quella valle del Gesso tanto apprezzata dai Savoia da farne residenza estiva e riserva di caccia, da Vittorio Emanuele II in poi. Terra prodiga di selvaggina e di paesaggi aspri, di acque cristalline, e tuttavia poco generosa con i suoi abitanti: montagne, campi di segale e poco altro. Da Valdieri, come da tutte le valli del Cuneese, si va, a volte per tornare, a volte no.

Gioacchino Bianco, che proviene da una famiglia di sarti e calzolai, è uno che va. Ha in mano un mestiere, un suo personale senso estetico, una volontà di ferro e l’intuito per scegliere. La Cannes di fine Ottocento è decisamente una buona scelta e lui sembra nato per l’eleganza della Costa. D’altra parte è un sarto, e ci sa fare. Non passa molto tempo, infatti, e i sogni si realizzano, anche i più ambiziosi: il Blanc Tailleur, la sartoria in cui produce le sue confections pour dames è qualcosa di cui andare fieri e scegliendo quel nome sembra aver svoltato. Quando si mette in posa tra i suoi lavoranti con i baffoni e l’abito dal taglio perfetto, ha decisamente l’aria del patron. In realtà l’amor di patria Gioacchino l’ha radicato nell’anima. Punto di riferimento della comunità italiana, si è fatto strada fino a diventare presidente della Dante Alighieri, la più italica tra le associazioni di italiani nel mondo. Quando gli nasce il primogenito, il nome del divin poeta lo fa precedere all’altro, più mortale, di Livio. È il 1909. Prima, però, nella sua vita è arrivata una moglie, di ventisei anni più giovane. Prosperina Sartore, sua sposa dal 1908, più che dalle linee flessuose della Bella Époque pare uscita dall’età vittoriana. È donna forte in tutti i sensi, anche se in quel momento ancora non immagina quanto in seguito dovrà ancor più diventarlo.

Il papà Gioacchino Bianco a Cannes.
Il papà Gioacchino Bianco a Cannes.

Gioacchino quando torna a Valdieri – perché lì vuole tornare – è un uomo di successo. L’espressione della sua fortuna prende la forma di una casa ispirata alle più belle ville art nouveau della Costa, con fregi, volute, boccioli di gesso, un ampio terrazzo e una torretta. La fa costruire all’imbocco del paese, in un punto che non si può ignorare nemmeno volendolo, una casa diversa da tutte le altre che si distingue per la sua bellezza e segna inevitabilmente una distanza: i Bianco sono sempre più “i Bianco”. Gioacchino ormai è un notabile, impegnato nella politica locale anche per tutti gli anni della guerra, che intanto è scoppiata brutale. Non avrà tempo di godere della pace imminente perché nell’agosto del 1918, durante una cena seguita a una riunione, ha un malore. Dodici giorni di agonia e per lui è finita. Per la sua famiglia, tutto cambia. È a quel punto che fa il suo ingresso un personaggio nuovo, il fratello di Prosperina, che si rivelerà supporto indispensabile nell’educazione dei ragazzi, rimasti senza padre. Si chiama Domenico, ma per tutti sarà soltanto lo “zio Menegolo” e in questa storia in cui i luoghi sono importanti quanto le persone, Taggia, paese natale di Domenico e Prosperina, sarà l’altro punto di riferimento geografico per la famiglia. C’è poi un altro Domenico, un vecchio zio di Prosperina, padre scolopio, che prenderà a cuore l’educazione di Alberto.

La madre, Prosperina Sartore.
La madre, Prosperina Sartore.

Dante Livio e Alberto, fratelli felici

Dante Livio e Alberto sono legati tra loro e diversi come solo due fratelli possono esserlo. Livio: obbedienza, studio, rigore, autodisciplina e senso del dovere. Una sola passione, furiosa: la montagna. Alberto: in adorazione del fratello maggiore ma sempre un passo indietro, voti bassi, rimproveri che fioccano, eleganza naturale ereditata dal papà. Una passione: la vita (in quanto di meglio può offrire).

Nell’Italia fascista degli anni Venti, Livio studia greco e scala. Con lui ci sono il cugino Aldo Quaranta, gli amici Edoardo Soria, Gianni Ellena e molti altri, alpinisti fin nel midollo. A quindici anni partono in gruppo e scalano le Marittime dietro casa. D’estate la roccia nuda è affrontata con corde di canapa e piccozze; d’inverno la neve è l’elemento che accresce la sfida, il tappeto incontaminato su cui lanciarsi dopo ore di salita sugli sci di legno. A volte si raggiunge un rifugio e si sta fuori la notte; a volte neve e nebbia confondono i contorni e si dorme all’addiaccio, senza conforti, al riparo di un roccione. Ma la felicità è assoluta. Si legge nelle parole dei diari di Livio, trapela dai volti dei ragazzi che si fotografano a vicenda. Alberto, ragazzino, guarda ammirato quel gruppo di spericolati, vorrebbe aggregarsi, ma Prosperina vigila come un falco.

Per Livio, quello della montagna è uno spazio ritagliato alle responsabilità, a quell’essere primo dei figli, primo nello studio, erede del buon nome, a quel fardello che talvolta pesa, ma che accetta come un destino scritto.

Crescono così i fratelli Bianco, tra il terrazzo della casa di Valdieri e il mare di Taggia, nell’Italia conformista e occhiuta del regime. Per il primogenito la facoltà di Giurisprudenza a Torino significa entrare in contatto con un ambiente diverso, respirare aria di antifascismo e costruirsi a poco a poco una coscienza politica indipendente. La sua laurea, con massimo dei voti, viene accolta con un annuncio sui giornali e biglietti di felicitazioni, com’è d’uso nei migliori ambienti. Di fronte a sé ha una carriera da brillante civilista. Alberto, dal canto suo, percorre strade diverse. La passione per gli animali lo porta a iscriversi alla facoltà di Veterinaria, senza disdegnare, nel tempo libero, gli eventi mondani che animano quella Torino per metà proletaria, per metà imbrillantinata, già avviata, come il resto del paese, verso la catastrofe della guerra.

Livio Bianco a 17 anni (primo a sinistra), al centro Aldo Quaranta, terzo Edoardo Soria.
Livio Bianco a 17 anni (primo a sinistra), al centro Aldo Quaranta, terzo Edoardo Soria.

Pinella e Alda, l’amore in tempo di guerra

Ma prima, c’è tempo per l’amore. Le ragazze affascinate dalla bellezza ombrosa del giovane Livio non hanno una chance al mondo di far breccia nel suo cuore, se non interessate alla montagna. La giovane francese con la quale intrattiene a lungo una corrispondenza epistolare commette l’errore fatale di confessare che preferisce le passeggiate sui boulevards. Storia chiusa, inevitabilmente. Toccherà a Pinella Ventre scrivere le pagine più tenere della sua vita, condividendo con lui, allo stesso tempo, le pagine epiche della guerra di Resistenza. Pinella: minuta, vivace, capace di far capitolare il ragazzo ruvido e pensoso, di trascinarlo nel suo sorriso in un’allegria contagiosa. Non rende giustizia quella fotografia del matrimonio, in un giorno freddo di gennaio del ’37: quei cappottoni neri, quel cappellino triste… Pinella nuota, arrampica, fuma, conversa. Pinella è il cuore di Livio, senza retorica. Il destino sentimentale di Alberto, invece, si chiama Alda, una bellezza folgorante. Alberto la incontra in una sala da ballo, ed è tutto dire. I due si sono riconosciuti: stessa eleganza, stesso fascino da divi del cinema. È la guerra, un’altra, a interrompere i progetti matrimoniali. Alberto parte per il fronte, direzione Montenegro. Sono anni di lettere, come per tutte le coppie separate, di preoccupazioni e di speranze. Fino a quando tutto, nel paese e intorno a loro, frana.

Livio Bianco e Pinella Ventre.
Livio Bianco e Pinella Ventre.

Si lotta, in montagna

8 settembre 1943: armistizio, caos, i vecchi alleati adesso sono nemici pronti a occupare e a far pagare caro il tradimento. Livio racconterà nel suo libro Venti mesi di guerra partigiana di come avesse capito presto che “Se l’esercito si sfasciava, se generali e colonnelli mancavano alla prova, se coi reparti regolari non si poteva concludere nulla, tanto valeva che gli antifascisti cercassero di far da sé”. Anche su dove andare non c’era stato dubbio: “in montagna”!

Il 12 settembre, dunque, Livio sale a Madonna del Colletto con Duccio Galimberti e altri dieci a dar vita alla banda Italia libera, primo nucleo di Resistenza e poi alle formazioni Giustizia e Libertà, espressione di quel Partito d’Azione che aveva contribuito a fondare, a Torino, nel 1942. Per tutti, quei venti mesi sono la prova della vita. Più di un lutto, più delle responsabilità, quel lasso di tempo mette sottosopra ruoli e certezze. Chi è ancora ragazzo si fa uomo, per forza. Le ragazze sperimentano indipendenza, spirito di iniziativa, rivelano tutto il coraggio che non sanno di avere. Pinella percorre le valli con la bicicletta, affronta posti di blocco; Alda sfida la paura e si inoltra nel bosco, di notte, per salire in banda. Ognuno combatte la sua guerra: Livio ha la testa del politico, possiede una visione dell’Italia che vorrebbe e già pensa al dopo. Diventa commissario della I Divisione G.L., più tardi comandante di tutte le formazioni G.L. del Piemonte. Alberto invece ha incarichi operativi in valle Grana, poi lascerà la montagna per guidare la III Divisione G.L. nelle Langhe, ma è un territorio sconosciuto, insidioso, dove conoscerà i giorni più bui: “Tanta fatica e pochi uomini”. È l’8 gennaio del ‘45 quando scende per la cosiddetta “pianurizzazione”, ma pochi giorni prima ha fatto in tempo a convolare a nozze. Il primo gennaio, a Pradleves, ha sposato la sua Alda alle otto e mezza di sera, con le armi al collo, “tra mille complicazioni perché il vescovo di Cuneo non voleva dare il permesso al matrimonio religioso”. Livio si infuria, minaccia un disdicevole matrimonio civile, e infine l’autorizzazione arriva. Attorno a loro, la notte più profonda si riverbera nella neve che cade senza sosta. È la loro notte di nozze, poi, appunto, via, per quei mesi che mancano alla liberazione densi di tormenti e di dolori. Alda perde il bambino che aspetta.

I fratelli Bianco durante la guerra di liberazione.
I fratelli Bianco durante la guerra di liberazione.
I fatti l’hanno poi dimostrato, dando ragione a coloro che vedevan la guerra di liberazione non come una guerra fra stati, fra “nazioni” e “potenze” e “governi” in conflitto, ma come una vera guerra civile, una guerra ideologica e politica quant’altre mai, una guerra destinata non solo a scacciar gli invasori tedeschi e ad eliminare i traditori fascisti, ma a gettare le Basi per un nuovo ordine politico e sociale.

La disillusione del “dopo”

La primavera arriva, infine, e sono tutti vivi. La guerra l’hanno vinta insieme, gli uomini con le loro donne, ognuno facendo la sua parte, e quello che provano forse non si può esprimere a parole, forse non si può neanche comprendere se non si è vissuto. Sono i giorni in cui orgoglio e fiducia si mescolano, mentre il futuro cui tanto hanno aspirato è già lì, a portata di mano. Ma è una soddisfazione effimera. Molti anni dopo, in un'intervista Alda confesserà che la disillusione era stata feroce: il nuovo paese non era affatto quello per cui avevano lottato e sofferto.

In quei primi anni del dopoguerra, dunque, nella consapevolezza che nel cambiamento molto, troppo, era rimasto immutato, il privato diventa lo spazio in cui costruire. Prosperina è ancora lì, salda, cuore della famiglia, in quel paese dove sta la radice più profonda, e il grande terrazzo di Villa Bianco si apre agli amici, soprattutto d’estate. Alberto, che con una seconda laurea in Giurisprudenza ottiene un impiego di prestigio all’Olivetti, cambia spesso città, mentre Livio e Pinella vivono a Torino, senza figli ma uniti in una comunione di progetti. Acquistano una piccola casa di campagna a Neviglie, nelle Langhe, dove si circondano delle persone che la stagione della Resistenza ha prodotto. Invitato all’inaugurazione, nell’ottobre del ‘52, lo scrittore Carlo Levi descriverà in una pagina struggente la perfezione di quel convivio:

…come era libera e felice quella raccolta di uomini attorno alla tavola, e insieme com’era seria e profonda in ciascuno, nel viso bellissimo di Livio, e in quelli ugualmente nobili e individuali dei suoi compagni. Un uomo è un uomo intero e anche un pranzo è un atto della vita che va compiuto nel modo migliore […]. Livio cominciò sull’aia con la moglie a ballare. Un mondo riviveva in quei colori, un mondo di totali rapporti umani, di vere amicizie, un tempo durissimo di morti, di sorti incerte e di incerta volontà, sereno oggi nel canto, ma già sereno allora per questa certezza.

In questo album di famiglia è, questa, l’ultima immagine di felicità piena e condivisa. Quella successiva ha i colori del dolore straziante.

Alda Frascarolo e Alberto Bianco.
Alda Frascarolo e Alberto Bianco.

L’addio al comandante partigiano

12 luglio 1953, una domenica come tante. La collina è dolce, ma Livio non sa stare lontano dalle sue montagne. Così, insieme a Gianni Ellena e a Giovanni Mina, si avvia verso la Cima Saint-Robert, nel gruppo del Gelas, per un’ascesa non particolarmente rischiosa, già sperimentata. La giornata è chiara, la salita tranquilla. La piccola comitiva ha quasi raggiunto la vetta quando un masso si stacca e colpisce Livio alla testa facendolo precipitare per cinquanta metri. La vita di un uomo finisce così, in una frazione di secondo. Ciò che accade dopo è il trambusto che segue le disgrazie inaspettate: lo sbigottimento generale, le corse affannose degli amici, le parole, tante, che vorrebbero lenire ma non riescono. La bandiera di G.L. che ricopre la bara portata a braccia dai partigiani e l’orazione funebre di Ferruccio Parri sono l’ultimo saluto all’amico e al comandante partigiano.

A Prosperina è andato in sorte di sopravvivere al figlio e Alberto ha perso il suo faro. Pinella è piegata in una sofferenza senza fine. Nessuno ormai la chiama più “Josephine”. Lontana dalla famiglia, seguirà Livio dodici anni dopo.

C’è un’altra persona, però, che quella morte improvvisa ha privato di un affetto profondo. L’anno precedente è nata Alessandra, figlia di Alda e Alberto. Sarebbe stata amata dallo zio, che non aveva avuto figli e che di questo un poco soffriva, ma sarà amatissima dai suoi. È lei la protagonista – insieme ad Alda – dei chilometri di pellicola in 8 millimetri che suo padre gira negli anni successivi riprendendola a casa, al mare, al parco giochi, sull’altalena, allo zoo, naturalmente a Valdieri, da sola o abbracciata alla mamma, in tutte le stagioni. Quando, crescendo, diventerà palese la sua fragilità, l’amore e le attenzioni dei genitori se possibile si amplificheranno in uno smisurato istinto di protezione.

I funerali di Dante Livio Bianco.
I funerali di Dante Livio Bianco.

L'ultima pagina dell'album

La famiglia Bianco a poco a poco si ridimensiona, com’è inevitabile, ma gli anni Sessanta, i Settanta, gli Ottanta sono anche densi di soddisfazioni professionali, di viaggi. La casa di Valdieri regge al tempo e si anima di voci, la terrazza per i giorni d’estate, la taverna per le sere d’inverno. Si canta, si balla, spesso con le stesse persone che anni prima avevano condiviso gli ideali più alti, pensando sempre a come tradurli nel momento corrente. Alberto diventa presidente del Parco delle Alpi marittime, contribuisce al suo decollo a livello europeo ed è sempre più attivo nell’Istituto storico della Resistenza. La scomparsa di Alda, nel 1991, è un colpo durissimo. Il ricordo di chi scrive è per il gentiluomo in trench dall’aria inglese e per la piccola stanza dell’Istituto in cui si rifugiava a guardare, in solitudine, la videocassetta con l’intervista a sua moglie. Ancora e ancora, senza stancarsene. La porta veniva chiusa per rispettare quel colloquio intimo.

Poi è andato via anche lui, il 3 ottobre 1997, mentre già si preparava a festeggiare gli ottantant’anni. Alessandra gli sopravviverà a lungo, seguita amorevolmente dalla famiglia Mori, di Brescia, cui i genitori l’avevano affidata. Se ne andrà nel 2018, portando con sé quel cognome che aveva significato qualcosa per una valle ma anche per l’intera nazione.

L’ultima pagina dell’album della famiglia Bianco vuole però essere dedicata alla vita, che continua a scorrere. Villa Bianco, sede del Parco delle Alpi Marittime, è sopravvissuta a un secolo straordinario e brutale e oggi risuona delle voci di chi vi lavora per tutelare e valorizzare quel territorio prezioso. Le fanno da sfondo le Marittime, immutabili nella loro aspra bellezza, che settant’anni fa si presero un uomo, ma che di quell’uomo furono l’orizzonte dei giorni più intensi, dei più belli.

👉 Tutte le fotografie sono tratte dall'Archivio dell'Istituto storico della Resistenza di Cuneo e dal libro “L'edera e l'olmo”, a cura di Paola Agosti.

La grande villa della famiglia Bianco a Valdieri.
La grande villa della famiglia Bianco a Valdieri.

Bibliografia
  • Agosti P. (a cura di), L’edera e l’olmo. Storia di Livio, Pinella, Alda e Alberto Bianco, Cuneo, +Eventi Edizioni, 2007.
  • Bianco A., Testimonianza partigiana, a cura di Calandri M., Demichelis A., Savigliano, Tipografia l’Artistica, 1999.
  • Bianco D. L., Venti mesi di guerra partigiana nel Cuneese, Cuneo, Panfilo, 1946 (prima edizione).
  • Id., Diario delle gite in sci, a cura di Demichelis A., Ruzzi M., Cuneo, Primalpe, 2023.

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