
Illustrazione della certosa di Pesio oggi, tratta dal cartellone del Parco Alta Valle Pesio.
L’ordine certosino è stato fondato nel 1084 e resiste, granitico, da oltre nove secoli. Si tratta del più austero e contemplativo degli enti monastici della Chiesa cattolica, perché la vita che i monaci conducono nelle certose è fatta di silenzio e di solitudine: i certosini non parlano tra di loro e non hanno che rarissimi contatti con l'esterno; rappresentano l'ordine monastico più chiuso e inaccessibile infatti, tant'è che per un visitatore entrare in un monastero in attività è quasi impossibile.
In quei cenobi il tempo perde il suo senso e il “nostro” mondo rappresenta un altrove remoto.
Ma come ha potuto questa radicale scelta di rimanere ai margini della società, dettata da san Bruno, fondatore dell'ordine, incidere in maniera così profonda sulla collettività, sulla storia e sui territori dove sono nate le certose?
Occorre partire dalle origini, per trovare una risposta.

Le vicende che caratterizzano gli inizi della storia certosina in Italia sono decisamente piemontesi: infatti, escludendo l'eremo fatto costruire sulla Sila da san Bruno, gli insediamenti monastici che hanno visto iniziare la storia di questo ordine religioso nel nostro paese si collocano in Piemonte e nascono tutti nel breve arco temporale compreso tra il 1083 e il 1190. Il primo convento venne edificato nei pressi di Valcasotto, al confine tra i comuni di Garessio e di Pamparato; a questo fece seguito un secondo cenobio che sorse nei pressi di Chiusa Pesio, entrambi nelle valli di Mondovì; seguirono la certosa di Santa Maria di Losa e quella di Montebenedetto in Val Susa.
La comunità religiosa di Casotto, sebbene la sua appartenenza all’ordine certosino sia stata esplicitata solamente in una bolla pontificia del 1199, sarebbe nata il 5 aprile 1083 a opera di alcuni frati benedettini provenienti da San Pietro in Varatella. Lo afferma il professor Renzo Amedeo, lo storico cui è ascrivibile la più ricca bibliografia relativa alla certosa stessa. Amedeo, infatti, asserisce di aver rinvenuto un documento inconfutabile che ne fissa la fondazione a quella data, mentre la certosa di Pesio risulta fondata nel 1173. Entrambe si insediarono in due distinte, ma vicine, vallate delle Alpi monregalesi. La seconda nacque per gemmazione della precedente, poiché andava crescendo il numero dei monaci e non più di dodici potevano convivere nello stesso monastero. Pochi anni più tardi, in Val Susa, compare la certosa di Santa Maria di Losa; il cenobio risulta infatti esistente già nel 1189, poiché è documentato che in quell'anno ricevette una vasta donazione di terreni da parte del conte Tommaso I di Savoia. Gli stessi monaci si trasferirono poi, una decina di anni più tardi, a Montebenedetto. Dopo due secoli e mezzo una forte alluvione costrinse la comunità monastica a trasferirsi di nuovo, questa volta a Banda, una località del comune di Villar Focchiardo nella media Val Susa.
L'insediamento di Banda, sorto nel 1205 come grangia di Montebenedetto, si era gradatamente sviluppato acquistando importanza poiché, nei suoi territori prossimi al fondovalle, si coltivavano la vite e il castagno e con l'arrivo dei monaci assunse lo status di certosa.

Ma torniamo alle origini: san Bruno, maìtre Bruno, come lo indicano gli antichi documenti, era nato a Colonia nel 1030, la sua famiglia portava il nome di Hartenfaust ed era nobile e antica. La città tedesca allora era una grande capitale della cristianità, ma Bruno si era allontanato dalla famiglia ancora giovane per completare i propri studi, trasferendosi a Reims presso l'École Cathédrale, dove era rimasto per una trentina d'anni. Qui, dove era entrato come studente, divenne prima insegnante e poi direttore, nominato dal vescovo di Reims, Gervais. Durante questa lunga permanenza si era distinto per l'eccellenza della sua mente e si era affermato come personaggio dal grande carisma, sia nel campo religioso che in quello della cultura. Quando il vescovo Gervais morì, accadde un fatto destinato a creare molto scompiglio negli ambienti clericali della città francese. Un avventuriero prevaricatore riuscì a farsi eleggere al soglio vescovile: si trattava di Manassès de Gournay. Grazie all'ingerenza abusiva dei sovrani nelle nomine religiose, egli ottenne questa alta carica ecclesiastica, secondo quanto riportato dai testi certosini, pur non avendo alcuna vocazione sacerdotale.
Bruno venne confermato dal nuovo vescovo alla direzione di tutte le scuole della città ma, nonostante ciò, egli non poteva tacere uno scandalo tanto eclatante e, sostenuto da alcuni compagni, denunciò l'arcivescovo al sinodo di Autun del 1077, secondo le normative e le procedure del diritto canonico. Manassès reagì facendo forzare le case dei suoi accusatori e confiscando i loro beni. Fece poi ricorso a Roma, per cercare di ottenere il consenso del papa Gregorio VII. Tuttavia l'iter avviato da Bruno portò alla deposizione del vescovo. Il pontefice però promise a quest'ultimo la propria clemenza a condizione che egli risarcisse completamente coloro che lo avevano accusato cercando giustizia. Tuttavia Manassès preferì ritirarsi presso Enrico IV di Germania, allora scomunicato e in aperto conflitto con Roma, schierandosi in modo definitivo contro la Chiesa cattolica.
Questi fatti segnarono profondamente l'indole di Bruno, il quale aspirava sempre di più a condurre un altro genere di vita. In quel momento arrivò da Roma la proposta di far sedere Bruno sulla sedia vescovile di Reims, ma egli decise, messo alle strette da questa improrogabile scelta, di abbandonare la vita pubblica e di iniziarne una da asceta. Distribuì i suoi beni ai poveri e si ritirò nella selva di Sèche Fontaine, località solitaria appartenente all’abbazia di Molesme nella Borgogna-Franca Contea, insieme a due compagni che lo seguirono nella sua scelta. La ricerca di un luogo ideale per vivere da eremita, come lui desiderava, lo portò presto via da Sèche Fontaine e lo fece approdare a Grenoble, dove sant’Ugo, vescovo della città, gli indicò la sommità della sperduta e selvaggia valle di Chartreuse (da cui l'italiano “certosa” e “certosino”). Si dice che sant’Ugo sia stato avvertito dell'arrivo di Bruno e dei suoi seguaci da un sogno premonitore. Narra infatti la sua biografia che egli sognò sette stelle che avanzavano verso di lui. Questa visione onirica diede poi origine al simbolo della Grande Chartreuse dov'è raffigurato il mondo sormontato dalla croce e circondato da sette stelle.

Era il 1084 e Bruno, assieme a sei compagni, iniziò i lavori per un insediamento nella parte alta di questa valle, a monte rispetto al luogo dove sorge attualmente la Grande Chartreuse. Si formò in quel modo il fondamentale prototipo di ogni certosa, con i primi frati e i primi conversi e costituito dalla casa alta, dalla correria e dalle grange. Occorre precisare che per casa alta si intende il monastero vero e proprio, mentre il termine correria indica la casa bassa del convento. La definizione deriva da currerius, il termine con il quale si indicava il procuratore, un frate con il compito di sovrintendere all'operato dei conversi e degli accoliti che vivevano nella correria e vi svolgevano le proprie attività lavorative. La grangia (da grange, granaio) invece era una sorta di fattoria che si trovava lontana dai monasteri. Essa sorgeva su terreni di proprietà della certosa, era accudita dai conversi e da semplici accoliti che vi esercitavano attività agricole, forestali, pastorali a beneficio del monastero stesso. Sui lavori sovrintendeva un monaco, definito talvolta grangerius. Molti luoghi che un tempo furono adibiti a tale funzione ancora oggi conservano il toponimo che riporta alla loro originaria destinazione.
Tornando alla nascita della prima certosa, il vescovo di Grenoble si prodigò affinché gli eremiti fossero al sicuro e garantì loro la proprietà del Deserto della Chartreuse, procurando un ritiro legalmente inviolabile: erano state interrate le radici di un nuovo ordine che si sarebbe ben presto diffuso in tutta l'Europa.
Bruno, tuttavia, visse presso la Chartreuse solo fino al 1090 poiché in quell'anno venne chiamato a Roma da papa Urbano II. Il pontefice, all'epoca di Reims, era stato un suo allievo e nutriva grande stima verso il suo vecchio maestro e insegnante. Il distacco dal Deserto fu amaro, ma non si poteva ignorare l'ordine del Papa.
Durante il suo viaggio si dice che Bruno sia transitato per la valle Casotto dove avrebbe incontrato gli anacoreti che vi si erano stabiliti. Tra essi ci sarebbe stato anche Guglielmo Fenoglio; questo personaggio assumerà una grande importanza nella storia della prima certosa italiana, lasciando il segno in tutta la storia dell'ordine. Si ipotizza che in quell'occasione san Bruno abbia dettato a quegli eremiti le regole che portarono alla fondazione, alcuni anni più tardi, del convento di Casotto. Non potremo avere mai la certezza che maître Bruno e Guglielmo si siano effettivamente incontrati, tuttavia ipotizzando che questo sia accaduto, sappiamo che in quel momento Bruno era un uomo maturo di sessant'anni, mentre Guglielmo un giovane eremita di venticinque.
L'arrivo a Roma non fu felice; la vita presso la Curia papale si rivelò incompatibile con l'indole di Bruno, che aveva scelto le rupi della Chartreuse per la loro solitudine. Inseguito, per via della sua fama, da continue proposte di cariche ecclesiastiche, Bruno rifiutò l'elezione a vescovo di Reggio Calabria per rifugiarsi, sotto la benedizione papale, presso l'odierna Serra San Bruno. Molti eremiti popolavano già le grotte della Sila ed erano per lo più monaci greci; a Bruno piacque il posto, egli lodò la bellezza del paesaggio e iniziò la costruzione della certosa. Qui sarebbe poi morto, il 6 ottobre 1101.

Nel XII secolo, grazie all'affermarsi della Regola certosina, che non fu stilata da san Bruno bensì dai suoi successori della Grande Chartreuse, vi fu un gran proliferare di nuovi conventi. Intanto anche i monasteri piemontesi si radicavano profondamente nei loro territori di origine e crescevano, pur tra alterne fortune e nonostante gravi difficoltà dovute a incendi e scorrerie. Le proprietà delle certose si ampliavano di anno in anno e, mentre all'interno delle celle si coltivavano il silenzio e la meditazione, all'esterno, nella correria, nelle grange e nelle grandi estensioni di terreni che i cenobi avevano acquisito grazie alle donazioni dei signori locali, la vita si svolgeva con i ritmi di un'azienda ben coordinata. Molto probabilmente sarebbe valida ancora oggi l'organizzazione delle attività artigianali, agricole e pastorali così come l'avevano pianificata i monaci.
La loro presenza incise profondamente sui territori che essi presidiavano: l'inserimento di nuove colture come quella del castagno, che in molti casi andò a sostituire le foreste di quercia, l'introduzione delle tecniche dell'agricoltura di versante, con i terrazzamenti che consentivano di recuperare particelle pianeggianti anche nelle aree ripide di montagna, la coltivazione della vite con nuove tecniche, la semina dei cereali e del riso nelle aree di pianura, l'allevamento di bovini e caprini, la produzione di formaggi con sistemi innovativi. Nuove tecniche edilizie crearono una rivoluzione silenziosa che segnò profondamente le economie e i territori delle valli interessate perfino con la nascita, come nel caso di Chiusa Pesio, di nuove borgate e di nuove strade.
Lo svolgersi secolare delle vicende certosine non è sempre stato lineare, ma potremmo anzi dire che è stato assai tormentato. Come accadde alla casa madre, nata nel deserto della Chartreuse e che venne riedificata nella posizione attuale dopo essere stata travolta da una valanga, così pure i conventi di casa nostra patirono eventi funesti come abbiamo già brevemente accennato per Montebenedetto danneggiata dalle alluvioni.
La certosa di Casotto, invece, ha subito nei secoli alcuni devastanti incendi che hanno costretto i religiosi ad abbandonarla in attesa della ricostruzione; i monaci migrarono, infatti, nella grande grangia di Consovero, dove sono ancora evidenti le tracce della loro presenza. Qui, poco distante dal loro insediamento, sorge la piccola chiesa di S. Maria di Castro Murato, nota come Santuario del Brichetto. Ampiamente rimaneggiato all'esterno nella prima metà dell'Ottocento, l'edificio riporta al suo interno uno straordinario ciclo pittorico, che risale alla fine del XV secolo. Tra gli eccezionali affreschi che ricoprono il presbiterio e parte della navata, dedicati alla vita della Vergine, spicca una delle più antiche rappresentazioni del beato Guglielmo. Il converso certosino è raffigurato tra due Madonne con Bambino dipinte, negli atteggiamenti e nell’espressività, quasi del tutto uguali.
Il ritorno a Casotto, avvenuto nel 1698 è documentato da una grande epigrafe in pietra ritrovata nei pressi della certosa stessa che recita:
La Religione Certosina, anticamente nata fra i monti, affinché non li debba lasciare, restituendosi ad antica giovinezza questa Certosa già anticamente costruita, qui originariamente pone questa epigrafe per ordine del moderatore generale Don Innocenzo Le Masson essendo in visita alla Certosa Don Giovanni Battista Berger priore di Villeneuve, il 6 ottobre 1698.
In seguito a questo rientro venne affidato all'architetto Vittone lo studio per la ricostruzione; i lavori previsti, tuttavia, proseguirono sotto la direzione dell'architetto monregalese Francesco Gallo. Di quelle che fossero le intenzioni progettuali del Vittone abbiamo un'immagine ben chiara perché esiste un disegno prospettico che mostra una certosa completa di chiesa, foresteria e celle, dotata di un'ampia area recintata dedicata agli orti. La ricostruzione, purtroppo, avvenne solo in parte perché il decorso degli avvenimenti non ne consentì il completamento secondo il disegno predisposto. La facciata della chiesa riporta la data della sua inaugurazione, che avvenne nel 1754. Una lapide posta sulla facciata recita: “RESTAURATA VETUSTAS MDCCLIII”. La chiesa venne poi consacrata nel 1770 dall'arcivescovo di Torino, monsignor Lucerna Rorengo di Rorà.

Nel 1796, quando le truppe napoleoniche invasero il Piemonte, la certosa conobbe nuovi difficili momenti. Degradanti atti vandalici furono perpetrati dalle truppe francesi ai danni dei suoi edifici, che divennero, in molti casi, quartiere generale delle milizie. Vi soggiornò anche il generale Massena con oltre cinquecento soldati alla vigilia della battaglia di Loano. Ufficializzata la fine di tutti gli ordini religiosi da parte del governo francese, con un decreto del 1802, la costruzione, ricca di una enorme estensione di terreni e boschi a essa collegati, venne messa all'asta e acquistata da un certo “Cavalier Avena”, che acquistò anche la certosa di Pesio, alla quale toccò il medesimo destino.
Questo atto rappresentò l'irrimediabile calo del sipario sulle certose e sui loro splendori. Gran parte delle suppellettili e degli ornamenti fu venduta o portata altrove; addirittura alcuni pavimenti vennero divelti per essere commerciati.
Arrivarono poi i Savoia, e fu Carlo Alberto, nel 1837, ad acquistare il rudere di Casotto. Si iniziò quindi, per l'ennesima volta la ricostruzione, che venne terminata solo in parte e si ridusse essenzialmente all'adattamento della parte anteriore del fabbricato a casa di caccia. I Savoia tennero la proprietà fino al 1882 e fu soprattutto Vittorio Emanuele II a goderne, utilizzandola come residenza estiva e punto di partenza per le battute di caccia nell'alta valle. Oggi l'edificio, dopo un'importante operazione di restauro da parte della Regione Piemonte, che ne è diventata proprietaria, è visitabile.
La certosa di Chiusa, considerata una delle più belle e ricche del suo tempo, edificata in una stupenda posizione della valle accanto al corso del fiume Pesio, non ebbe sorte migliore.
Prima del decreto napoleonico del 1802 i danni peggiori li subì a causa di ripetute devastazioni perpetrate dai valligiani che si ripeterono nei secoli, come documenta Domenico Giorgis nelle sue memorie storiche quando asserisce che alla base dei litigi ci sarebbe stato un problema di terreni:
Il tenore del primitivo atto di donazione, piuttosto vago e privo di esatte configurazioni, sembra aver dato luogo a continui litigi fra la Certosa e gli abitanti di Briga Marittima da un lato, e quelli di Chiusa Pesio dall'altro.
Prosegue poi:
Le molte concessioni e le servitù tollerate a favore dei Chiusaschi, in misura veramente notevole e proporzionata ai bisogni dell’aumentata popolazione, non valsero però a soddisfare questi ultimi, che con le loro scorrerie, invasioni, incendi, provocarono a più riprese la parziale distruzione della Certosa e dei tesori storico-artistici che vi si andavano accumulando. Tanto che nel 1350 l'Ordine Certosino ne deliberò l'abbandono e fin quasi all'inizio del XV secolo la Certosa rimase deserta.
E aggiunge ancora:
Le molestie non cessarono tuttavia. La località di san Bartolomeo, allora ancora deserta, trovandosi sui confini fra la proprietà della Certosa e quella del Comune della Chiusa, era stata oggetto di continue interminabili dispute e, riaccesesi le ostilità dei chiusaschi, l'anno 1509 si giunse a tal segno da invadere a mano armata la Certosa. Dopo aver devastate le proprietà del monastero incontrate per via, i chiusaschi manomisero ogni cosa e appiccarono il fuoco alla Certosa. I monaci furono maltrattati, minacciati di morte, qualcuno anche ferito. Padre Simondino, Vicario, schivò per miracolo un colpo di pugnale; e Padre Alberto da Ceva venne ucciso il giorno di san Pietro e Paolo. Gli uomini e la comunità della Chiusa furono condannati, e il Duca di Savoia mandò commissari e soldati a far eseguire le sentenze e a rimettere i monaci in possesso dei loro beni.
Ma le ostilità non erano finite perché tre secoli dopo si ripetono gravi vandalismi:
L'anno 1655 poi, è rimasto famoso nelle cronache della Certosa per le sacrileghe e plateali bravate commesse contro il monastero dalla così detta “banda del carnevale” della Chiusa, congrega di buontemponi e, all'occorrenza, di mascalzoni e criminali, che capeggiati da due pessimi soggetti, per rancori personali e odio contro i monaci, strinsero d'assedio la Certosa e vi celebrarono il carnevale.

La legge napoleonica fece il resto.
Come già accennato, il monastero venne acquistato all'asta da Giuseppe Avena e successivamente adattato, nel 1840, a stabilimento idroterapico e ospitò numerose personalità di spicco del mondo politico e intellettuale dell'epoca. Il declino di questa attività all'inizio del Novecento, dovuto anche alla crisi provocata dall'avvento della Prima guerra mondiale, ne causò nuovamente l'abbandono finché, nel 1934, il monastero venne affidato ai padri Missionari della Consolata. La loro presenza costante, che dura tuttora, ha garantito alla certosa di rianimarsi e di proporsi ancora, a distanza di secoli, nella sua ammaliante e solenne bellezza.
Le certose nate sotto la spinta di quell'anelito possente sgorgato dalla figura di san Bruno, necessitarono tutte del sostegno economico dei signori del tempo, i quali fecero donazioni di terreni e denaro auspicando ampie ricompense immateriali. Negli atti di donazione, infatti, compare quasi sempre la postilla che quel che regalavano ai nascenti cenobi doveva servire “pro remedio anima sua e suorum” ovvero andare a vantaggio e sostentamento non solo di coloro che avrebbero servito e vissuto nelle certose, ma anche dei donatori, per creare meriti innanzi a Dio per la remissione dei propri peccati e di quelli dei loro famigliari.
Oggi, delle circa trenta certose nate nei secoli in Italia, ne rimangono in funzione solamente tre. Solo ventitré risultano attive nel mondo, sette sono in Francia, quattro in Spagna, mentre i frati sono meno di trecento in tutto. Rimangono però gli edifici, quasi sempre monumenti notevoli, tra i quali possiamo ricordare la certosa di Parma, quella di Garegnano, quella di Firenze, quella di Valmanera in provincia di Asti, quella di Trisulti o ancora di Pontignano, ma ce ne sono molte altre a testimonianza di un fenomeno religioso che ebbe una portata davvero imponente.
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