Che aspetto ha il Monviso intorno al 1860? La montagna, ovviamente, è la stessa di oggi: nell’Ottocento ha qualche cengia in più, qualche contrafforte in più che scariche e frane limeranno; il ghiacciaio acquattato nella conca della parete sud è un ghiacciaio e non un effimero nevaio residuale. Ma non sono differenze che si possano vedere dalla pianura: da lontano, la sagoma del Monviso ha il medesimo profilo che vediamo oggi.
Ma agli occhi di chi le guarda dalle città è probabile che le montagne appaiano in qualche modo diverse. Il Monviso, centocinquant’anni fa, deve apparire più imponente, più misterioso, più incerto. Le pareti più verticali, le valli che conducono alle pareti più lunghe e disagevoli. Dalla pianura, per arrivare ai piedi della montagna vera e propria servono giorni e non ore. E chi una volta raggiunte le terre alte dove la vegetazione si spegne, oltre gli ultimi pascoli magri e gli ultimi gias, volesse proseguire verso le rocce, sarebbe costretto a uscire dalle mappe conosciute per addentrarsi in un indefinito spazio bianco, senza confini e senza riferimenti. L’alta montagna è una terra incognita.
L’alpinismo è ancora giovane: non ci sono itinerari, vie di salita già tracciate, segni umani in parete che indichino dove si passa e dove non conviene. Ad aiutare i pazzi che vogliano comunque cimentarsi nell’arrampicata non ci sono imbraghi né tessuti impermeabili in caso di pioggia. Impossibile sapere con certezza se dopo un passaggio non ce ne sarà uno più difficile, di quelli che poi non sai né salire né scendere. Chiunque supera il confine invisibile tra il mondo degli umani e quello delle pietre sa che sarà solo, e che dal basso nessuno potrà salire ad aiutarlo. Affrontare la montagna richiede forza, coraggio, prontezza e una certa dose di incoscienza.

Che aspetto deve avere il Monviso intorno al 1860, per una ragazza?
L’alpinismo ottocentesco, come buona parte delle attività umane dell’epoca, è una faccenda quasi esclusivamente maschile. Coloro che da qualche decennio a questa parte si sono gettati alla conquista delle cime più alte d’Europa (prima è venuto il Monte Bianco, nell’ormai lontano 1786, in tempi più recenti altri dei grandi Quattromila; ultimo di questa serie sarà il Cervino nel 1865) sono mossi in parte dall’interesse scientifico di misurare, mappare, dominare il territorio per poi sfruttarlo in chiave strategico-militare o economica, in parte da una esplicita volontà di competizione intrisa di nazionalismi e rivalità territoriali. Sono motivazioni piuttosto “testosteroniche”: non è un caso che il gergo alpinistico che si va definendo in questi anni, e che perdurerà per un secolo almeno, sia diretta emanazione del gergo militare: si conquistano le vette, si parte all’attacco delle cime, si lotta con l’Alpe. L’idea che si possa salire una montagna per curiosità, per il gusto di farlo, per cercare bellezza e sublime, per avventura (idea che in ogni caso ispira, più o meno sotterraneamente, la maggior parte di questi pionieri) è ancora qualcosa di cui diffidare.
Eppure nel 1857 una ragazza guarda il Monviso dalla sua casa di Verzuolo e forse già pensa che sarebbe bello salire in cima. Si chiama Alessandra Re Boarelli, Nina per parenti e amici, e appartiene alla piccola nobiltà piemontese; ha diciotto anni e da poco è sposata con il conte Emilio Boarelli da cui ha preso il cognome. Il Monviso lo conosce bene e relativamente da vicino: per anni ha trascorso la villeggiatura estiva a Sanfront, da una zia.

È probabile che la piramide imponente e isolata del Viso la affascini fin dall’infanzia, ma non è dato sapere quale sia la scintilla che genererà la decisione, inaudita e assolutamente scriteriata nel contesto sociale dell’epoca, di salirvi in cima davvero. Precedenti di alpinismo femminile non ce ne sono, o quasi: nel 1838 Henriette d’Angeville ha raggiunto la vetta del Monte Bianco, ma è un caso del tutto isolato, e non è detto nemmeno che Alessandra Re Boarelli ne sia al corrente, visto che l’impresa della nobildonna francese è stata prontamente dimenticata. E poi non si tratta di una cima già nota, ormai addomesticata e mappata come quella del Bianco: nel 1857, nessuno è ancora salito sul Monviso, maschio o femmina che sia. Nessuno che lo abbia poi detto in giro, almeno.
Di certo per Alessandra Re Boarelli non c’è alcun tornaconto utilitaristico per desiderare di compiere l’ascesa: la giovane torinese non ha prospezioni né misurazioni da fare, né bandiere da piantare. Le sue motivazioni devono essere più sottili. Forse, come per ogni avventura che si rispetti, conta soprattutto il fatto che il Monviso è lì – dunque va scalato. Forse per la giovane Boarelli le terre alte oltre il confine della civiltà sono un luogo di sottrazione: un luogo dove non vigono le regole sociali, dove è la realtà e non l’etichetta a stabilire come comportarsi, cosa si può e non si può fare. Forse è un desiderio di fuga, un ideale sublime di bellezza romantica, una ribellione o una provocazione contro qualcuno o qualcosa. Forse è solo il desiderio di vedere dei bei paesaggi, nella mentalità dei touristes europei dell’epoca. O forse è un sentimento indefinito che raccoglie in sé queste e mille altre sfumature di rivalsa, sfida, libertà, catarsi o spiritualità. In ogni caso, da qualche parte intorno al 1860, la scintilla scatta e Alessandra Re decide che lei lì sopra vuole andarci.

Non è comunque un’idea che viene dal nulla. Intorno al 1860 l’alpinismo – e il Monviso in particolare – è un tema caldo. Il Monviso non è un Quattromila, ma in compenso ha una qualità che lo rende ancora più prezioso: è una specie di faro, una sentinella che domina le grandi pianure di quella che proprio in questi anni sta diventando ufficialmente Italia. Si vede da Milano, nelle giornate migliori addirittura dal Veneto. La sua sagoma è un elemento identitario per un bel pezzo della valle padana, e a maggior ragione per i Savoia, che l’Italia la stanno unificando e che il Monviso ce l’hanno dietro casa. Conquistarne la cima, piantandovi il tricolore, sarebbe una grande mossa di marketing, che sottolineerebbe simbolicamente l’avvenuta unificazione.
Le cose, però, non vanno come dovrebbero. Dopo alcuni tentativi più o meno estemporanei il Monviso viene infine conquistato proprio nel 1861, pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia, ma dagli stranieri: una cordata composta da William Mathews e Frederick Jacomb raggiunge la cima passando per la Val Varaita il 30 agosto. Peggio ancora: le due guide che li accompagnano sono francesi, di Chamonix. Sul piano simbolico è una piccola débacle.
Non va meglio l’anno successivo, quando una seconda spedizione guidata dall’inglese Francis Ford Tuckett raggiunge la cima il 4 luglio. In questo caso c’è un italiano, Bartolomeo Peyrot. Ma il suo ruolo nella spedizione non è nemmeno quello della guida: è un portatore, un subalterno, un ruolo senza fascino. La relazione di Tuckett sulla ascesa, che uscirà l’anno successivo, fa riferimento al Peyrot con una certa sufficienza. In ogni caso è un secondo smacco al neonato orgoglio nazionale, un’onta che in qualche modo va lavata.

È probabile che tra l’estate del 1862 e la primavera del 1863 a casa Boarelli si parli spesso di Monviso. Molti nobili torinesi, in qualche modo legati alla corte sabauda e al nascente Regno d’Italia, frequentano Verzuolo come località di villeggiatura estiva e intrattengono rapporti con Emilio Boarelli. Tra loro c’è il conte Paolo Ballada di Saint Robert, originario proprio di Verzuolo, che da qualche anno ha lasciato la carriera militare per dedicarsi agli studi di fisica e scienze naturali ed è un buon alpinista, tra i migliori candidati a una prima scalata italiana del Monviso. Di certo Alessandra Re Boarelli conosce l’importanza politica di una prima ascensione italiana al Monviso, ed è quantomeno verosimile che sia al corrente con largo anticipo del tentativo programmato per l’estate del 1863 dall’ex ministro delle Finanze del Regno Quintino Sella e dallo stesso Saint Robert – e che dunque decida di provare a batterli sul tempo. Non è invece dato sapere se Sella sapesse del tentativo di Alessandra Re Boarelli, né in quale misura lo prendesse sul serio.
Nel gennaio 1863 esce la relazione di Mathews sulla prima salita, che descrive il percorso e la via seguita sulla parete sud, raggiunta dalla Val Varaita. A marzo esce quella di Tuckett, che rende pubblici altri dettagli utili alle successive ripetizioni. Non che sia diventata una passeggiata: rimangono terre selvagge da affrontare in braghe, o gonne, di flanella. Ma ora chiunque voglia salire sul Monviso sa almeno dove si può passare, e non è poco.
Gli assalti cominciano ai primi di agosto. A inizio mese si ha notizia del tentativo di un avvocato napoletano, che però trova ancora neve e deve rinunciare. Stessa sorte per un gruppo di quattro persone che a cavallo tra luglio e agosto completa il giro del Viso e tenta l’ascesa alla vetta, ma si deve fermare a causa del maltempo.

Il terzo tentativo è quello di Alessandra Boarelli: ma così come le motivazioni, anche buona parte dei dettagli dell’avventura è andata perduta. Si sa che con lei ci sono Giacinto Ballada di Saint Robert, fratello di Paolo, e quel Bartolomeo Peyrot che l’anno prima ha raggiunto la cima come portatore. Si sa che anche Alessandra Boarelli e i suoi devono fermarsi a causa del maltempo all’altezza del ghiacciaio, poco sotto l’inizio della parete vera e propria, dopo aver risalito tutta la Val Varaita e aver pernottato nella zona dei laghi delle Forciolline come avevano fatto le spedizioni inglesi. Pare, ma questa è solo una diceria, che a rinunciare per primo sia stato il Peyrot, per paura e nonostante il meteo non fosse poi così terribile, privando gli altri del suo fondamentale supporto. L’unica cosa che si conosce davvero con certezza è l’elenco delle vettovaglie e delle attrezzature portate sulle pietraie del Viso da ignoti portatori: vino in quantità e grappa, polli arrosto e orzata, ventagli e guanciali e guanti di seta, oltre a una gonna morbida dotata di un nastro in fondo in modo da poterne regolare l’altezza e a un cappotto foderato di pelliccia per la notte.
Mentre la spedizione intraprende la strada del ritorno, sconfitta, Quintino Sella e Paolo Ballada di Saint Robert si preparano a risalire la valle per il loro tentativo. Giacinto Ballada, una volta tornato a Verzuolo, fa in tempo ad aggregarsi al fratello e tentare insieme con lui nella ben più organizzata spedizione messa su dall’ex ministro. È la volta buona: il 13 agosto 1863 Sella, Giacinto e Paolo Ballada di Saint Robert, il deputato calabrese del Regno Giovanni Barracco e alcune guide sono la prima spedizione italiana a conquistare il Monviso.
La conquista diventa fin da subito strumento di propaganda: del resto, anche la scelta di includere un calabrese nella spedizione suggerisce un’accurata pianificazione in tal senso. Pochi giorni dopo essere tornato dalla Val Varaita, Quintino Sella, raccontando l’ascesa in una lettera, delinea per la prima volta il progetto di un Club Alpino Italiano (CAI) sulla falsariga di quello inglese, che in qualche modo vada a cementare l’idea di un’identità nazionale stabile. Nella lettera si legge: “Qual è l’italiano non affatto insensibile alle bellezze della natura, il quale non desideri soggiogare questa splendida montagna, la cui vetta è per intiero nostra?”. Nel generale entusiasmo seguito alla conquista italiana del Monviso, debitamente alimentato, il CAI nascerà ufficialmente pochi mesi dopo.
Forse, pensando al fallimento del tentativo di Alessandra Boarelli che avrebbe potuto rovinare una tale simbolica festa, qualcuno tira un sospiro di sollievo.

Dopo l’ascesa del 1863, per sfoggio di galanteria, Quintino Sella ha intitolato ad Alessandra Boarelli il pianoro in cui entrambe le spedizioni hanno montato il campo prima di affrontare la salita vera e propria, che ora si chiama maita Boarelli. Non è inverosimile che il dettaglio le pesi: ha rischiato di essere tra i primi salitori italiani del Monviso, in un momento decisivo per l’alpinismo nazionale, è stata sfortunata, e ora la storia conserverà memoria del suo nome solo per questa gentile concessione – un luogo a mezz’altezza, che non rende giustizia alla serietà del suo tentativo.
In ogni caso non ha intenzione di rinunciare, e con l’arrivo dell’estate del 1864 inizia a organizzare una nuova spedizione. Ad agosto mette insieme un gruppo apparentemente sconclusionato: ad Alessandra, ormai ventiseienne, si accompagnano la sua damigella Cecilia Filia, di quattordici anni, il parroco di Casteldelfino e altri due alpinisti di cui la storia ha conservato solo i cognomi: Mainardi e Richard. Come l’anno precedente, risalgono la Val Varaita e risalgono il vallone delle Forciolline, piantando il campo nella zona dei laghi. Il mattino successivo, dopo che una pioggia notturna ha fatto presagire il peggio, il cielo si rasserena consentendo un tentativo. Cecilia Filia, che inizialmente doveva accompagnare il gruppo soltanto fino al bivacco, viene promossa sul campo e affronta insieme agli altri i 600 metri di dislivello della parete sud.
Quando finalmente arrivano in punta non trovano una croce né i grandi e caratteristici medaglioni in bronzo con il Cristo e la Madonna, che verranno posizionati solo nel 1896. Una manciata di umani ha già messo piede su queste pietre, ma questo pensiero non deve farle apparire meno selvagge. È probabile che anche la vista, da lassù, appaia diversa ai salitori ottocenteschi rispetto a quella che si può godere oggi, pur essendo sostanzialmente la stessa. Nessuno di loro è in alcun modo preparato: non esistono fotografie della cima né di ciò che lo sguardo può abbracciare da una vetta così alta. Senza alcun riferimento pregresso, l’immagine stessa della pianura osservata da una tale distanza verticale ha probabilmente qualcosa di sconvolgente: è una vista inedita, un modo nuovo di vedere il mondo. Forse qualcuno ha la percezione di essersi allontanato, dal mondo – di vederlo per la prima volta da fuori, dall’alto, e senza più farne parte.
Ma sono solo suggestioni. Anche in questo caso, pochi dettagli sono stati tramandati: rimane qualche lettera, qualche articolo di giornale. Lontana dalle sirene del patriottismo e della ragion di Stato, così come dall’epica di conquista dell’alpinismo dell’epoca, l’ascesa di Alessandra Boarelli, pur significativa, viene derubricata fin da subito a episodio folkloristico. La febbre del Monviso si è placata con la conquista di Quintino Sella; di questa ascesa non vengono pubblicate relazioni. E i giornali trattano la faccenda con ironia, come se l’avvenuta conquista del Monviso da parte di una donna ne ridimensionasse drasticamente la portata: “Ora che è provato che perfin le donne raggiunsero quella punta culminante, che fino all'anno scorso si credette inaccessibile, chi sarà quel touriste che si perderà di coraggio all’atto della prova?”, si domanda La sentinella delle Alpi. Forse anche per non sgonfiare la retorica patriottica che Quintino Sella aveva costruito intorno alla sua ascesa, la salita di Alessandra Re Boarelli viene prima sminuita e poi dimenticata: è il motivo per cui qualsiasi storia su di lei deve basarsi sulle suggestioni e sulle ipotesi più che sui fatti. Di lei si sa che morirà nel 1908.

Pensare a ciò che avrebbe potuto accadere e non è accaduto è un’attività futile e spesso irritante, ma a volte può essere istruttiva. Dunque: cosa sarebbe accaduto se nel 1863 Bartolomeo Peyrot, traumatizzato dall’ascesa dell’anno precedente (in cui aveva dovuto portarsi in spalla tutto il materiale scientifico degli inglesi e pernottare in cima a 3.841 metri senza neanche un vestito adatto), non si fosse spaventato di fronte all’eventualità del maltempo? Cosa sarebbe accaduto se Alessandra Re Boarelli avesse portato a termine l’ascesa prima di Quintino Sella?
Rimane un esercizio perfettamente inutile, perché non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Probabilmente sarebbe cambiato poco. Però in una vicenda come quella della conquista del Monviso, fin da subito ammantata di significati ulteriori, di strategie politiche e nazionalistiche, sarebbero forse cambiate alcune delle sfumature simboliche. Se una donna l’avesse preceduto, Quintino Sella avrebbe rinunciato a trasformare l’ascensione in uno strumento di marketing politico? Di certo, volendo comunque sfruttarla, avrebbe dovuto usare altre argomentazioni. Il CAI sarebbe nato lo stesso, ma forse sarebbe stato costruito su un’impalcatura retorica leggermente meno improntata all’eroismo guerresco, alla conquista, al coraggio virile. Forse ci sarebbero state più sfumature.
Se Alessandra Re Boarelli fosse stata la prima scalatrice italiana al Monviso, sarebbe stato un precedente impossibile da sminuire e da dimenticare in fretta e furia, come invece è stato fatto. Forse altre ragazze avventurose avrebbero deciso, guardando dalla finestra, che questa o quell’altra cima doveva essere scalata, perché sì: per avventura, per bellezza, per gioia o per vendetta. Forse la storia dell’alpinismo sarebbe potuta essere leggermente diversa. Forse: è impossibile dirlo, e rimane il fatto che nella realtà le cose non sono andate così. Ma c’è mancato davvero poco.
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