Inventarsi uno sport

Dario Viale racconta i pionieri della corsa in montagna

Nell'immagine: Prima tappa dell’Himalaya Marathon, luglio 1987. Dario Viale (il primo a sinistra) con Giovanni Martino e il francese Felix Thurler.
Umberto Ledda

È nato nel 1982 in provincia di Cuneo, ma vive e lavora a Torino. Ha una laurea in lettere e un master in tecniche della narrazione. A lungo ha lavorato… leggi tutto
  

Nel 1986, un atleta venticinquenne guarda il Monviso e decide di capire in quanto tempo lo si può salire di cor­sa. Si chiama Dario Viale, viene da Limone Piemonte e ha le carte in regola per affrontare con approccio agoni­stico un’ascesa di quasi duemila metri di dislivello, di cui seicento in parete, che di solito la gente fa in sette o più ore divise in due giorni: è alpinista di buon livello e soprattutto, da anni, è tra i dominatori delle gare di corsa in montagna delle Alpi occidentali.

L’idea è bislacca: non esiste un record ufficiale di salita al Monviso, e il pensiero stesso di portare dei giudici di gara federali, abituati a lavorare comodamente a bordo pista, a 3.841 metri di quota ha un che di surreale. Ma si fa comunque: senza dar troppo nell’occhio, senza sponsor e senza giornalisti. Il 6 settembre Dario Viale copre il percorso tra Pian del Re e la sommità del Monviso nel sorprendente tempo di un’ora, quarantotto minuti e cin­quantaquattro secondi. In cima, ad aspettarlo, alcuni amici e compagni di corse. I giudici federali sono arrivati da pochi minuti: hanno fatto male i conti; pensavano di potersela prendere molto più comoda.

Il record resiste per trentun anni: e quando nel 2017 il due volte campione europeo Bernard Dematteis riesce a batterlo (in un’ora, quaranta minuti e quarantasette secondi) la corsa in montagna è cambiata. Intorno a questo nuovo record ci sono gli sponsor e gli elicotteri; c’è il soccorso alpino casomai qualcuno si facesse male, ci sono giornalisti e telecamere; c’è pubblico sul percorso. Dove prima c’erano selvaggia approssimazione e una libertà inebriante, ora c’è una struttura efficiente, definita e codificata.

È uno scarto affascinante, perché racconta molto di come si evolvono gli sport, nel bene e nel male. E Dario Viale, che la corsa in montagna l’ha vista nascere e l’ha accompagnata verso l’età adulta, diventandone uno dei primi campioni, è la persona ideale con cui fare due parole se si vuol rivivere l’epopea picaresca e arruffata dei ragazzi che nelle valli alpine degli anni Settanta e Ottanta si sono inventati un nuovo sport.

I gemelli Dematteis giungono sulla vetta del Monviso, 8 settembre 2017. Entrambi atleti di valore, hanno tentato insieme il record: Bernard lo ha battuto e poi è tornato indietro per accompagnare negli ultimi metri il fratello, che invece non è riuscito a migliorare il tempo del 1986. Dario Viale li attende presso la croce, per celebrare con entrambi il passaggio di consegne.
I gemelli Dematteis giungono sulla vetta del Monviso, 8 settembre 2017. Entrambi atleti di valore, hanno tentato insieme il record: Bernard lo ha battuto e poi è tornato indietro per accompagnare negli ultimi metri il fratello, che invece non è riuscito a migliorare il tempo del 1986. Dario Viale li attende presso la croce, per celebrare con entrambi il passaggio di consegne.
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Ribellione

All’inizio di tutto c’è l’insoddisfazione. Le valli, negli anni Settanta, sono un mondo in transizione schiacciato tra il vecchio e il nuo­vo, tra un modello tradizionale al tramonto e una modernità al tempo stesso salvifica e invadente: una modernità, soprattutto, che sembra concedere i suoi benefici esclusivamente alla pianura e dimen­ticarsi la montagna. Le prospettive sono quello che sono. Un lavoro di fatica, le sbronze il sabato sera, per tutta la vita adulta – oppure scende­re al piano, e sradicarsi:

Io ho cominciato a lavorare a quattordici anni. Facevo il manovale edile. Il mio sbocco naturale sarebbe stato fare il muratore – ma non ero neanche bravo, non ero portato, sapevo che sarei diventato uno scalzacani. E così convivevo con questa insoddisfazione, lavorativa ma anche esistenziale, questa irrequietezza.

Lo sport è la valvola di sfogo per eccellenza a questo genere di frustra­zioni – ma in valle non ci sono impianti e questo riduce le possibilità. C’è lo sci di discesa, ma l’attrezzatura costa. L’unica cosa che si possa fare senza spendere e senza dover scendere in pianura a ogni allenamento è farsi bastare le proprie gambe. La corsa è una necessità, quindi, ma non solo. Perché in questo mondo in transizione, dove il progresso è benessere ma anche alienazione, correre è un modo per fuggire tra i boschi e le cime, in una solitudine selvaggia che è come parlare con le forze della natura – una libertà che ha qualcosa delle avventu­re raccontate da Jack London e delle imprese di Bonatti:

La corsa era qualcosa che si avvicinava all’epica. Era un ideale di bellezza – di quella bellezza che anche un sedicenne come me poteva vedere. E sentivo che la montagna era il mio posto – non sapevo moltissimo di alpinismo, ero semplicemente affascinato da questa componente di lotta per superare gli elementi, per affermarsi… era un sentimento inconscio, a malapena abbozzato da ignorante qual ero: il desiderio romantico di fare qualcosa di grande in un posto grandioso. Tutto ciò che facevo – l’andare in montagna, l’arrampicata – aveva il comune denominatore dell’avventura, dell’epica. Poi avevo anche bisogno, temo, di riconoscimenti, di competizione: per questo ho scelto la corsa e l’agonismo. Ma l’avventura rimaneva parte integrante dello spirito.
1996: in gara a Sanfront, in bassa val Po.
1996: in gara a Sanfront, in bassa val Po.

Carbonari della marcia alpina

Le cose fatte per necessità economica non vanno mai di moda. E i romantici vengono spesso scambiati per sognatori poco avvezzi alla dura realtà. Poco sorprendentemente, questo nuovo modo di fare sport non ha vita facile.

Erano visti come degli sfigati, quelli che correvano. All’epoca chi poteva si comprava le moto da trial, faceva gare di motocross. C’era un altro approccio; gli sport che non richiedevano nulla non erano interessanti – al limite poteva andare lo sci di discesa. Ma era un’epoca in cui le cose da poveri non andavano bene. Correre non andava bene.

È un’attività così impopolare che chi vi si dedica è costretto a en­trare in una sorta di cauta clandestinità:

Si correva di nascosto, non ci si allenava davanti a tutti. Le prime volte andavo a correre la sera tardi, col buio, per strade non frequentate. Indossavo calzoncini e canottiera sotto la tuta da lavoro, mi cambiavo in una strada appartata e poi correvo avanti e indietro su un breve pezzo, per quaranta minuti. Do­podiché mi rimettevo la tuta e tornavo a casa. L’inizio è stato talmente clandestino che nemmeno la mia famiglia sapeva cosa stavo facendo. Le prime due gare le ho fatte senza che i miei fra­telli lo sapessero.
Dovevi veramente tenerci: non ti portava nulla se non lazzi e sberleffi, ti sentivi urlare dietro di tutto. Quando qualcuno passando in auto mi vedeva, mi si affiancava e urlava: “Ma vai a portare secchi di calce”, perché sapeva che era il mio lavoro. “Vai a lavorare che rende di più”. Qualche volta li ho mandati a quel paese, li ho insultati a mia volta, ma non avevo il carattere giusto. Sapevo di un altro limonese che correva, ma non lo avevo mai visto allenarsi. L’ho poi incontrato una volta sulla strada del Colle di Tenda, che all’epoca era ancora sterrata. Di sera, ovvia­mente. È l’unica volta che l’ho visto correre: eravamo entrambi lì di nascosto e ci siamo salutati, con simpatia… ed è finita lì. Lui andava a valle; io ho continuato a monte.
Però sapevo che nonostante tutto c’erano delle gare, che mi ap­parivano come delle sfide epiche. Sapevo che un giorno mi ci sa­rei cimentato. O almeno, lo speravo.
Alla Tre Valloni, in valle Stura, negli anni Novanta. Discesa “a raspa”, la mitologica e pericolosa tecnica dei pionieri.
Alla Tre Valloni, in valle Stura, negli anni Novanta. Discesa “a raspa”, la mitologica e pericolosa tecnica dei pionieri.

Una manica di matti

Una volta trovate le gare e rotto il ghiaccio, Dario Viale non si ferma più. Si dimostra subito uno dei più validi atleti sulla scena pie­montese, vincendo quasi tutto quel che si può vincere in zona all’epoca: la Chaminado da Cuneo a Castelmagno, lunga come una maratona ma con milleduecento metri di dislivello, che vincerà die­ci volte; l’Ivrea-Mombarone che vincerà tre volte. D’inverno gareggia nello scialpinismo facendo coppia con Marco Olmo, che nei decenni successivi diventerà un campione e una celebrità dell’ultramaratona: insieme vincono alcune tra le gare più prestigiose del circuito, come la Tre Rifugi a cui partecipano atleti da tutta Europa, o il Trofeo dell’Etna in un’ardita trasferta siciliana. Nel 1986 arriva il record di salita al Mon­viso, che per un bel pezzo nessuno si sogna di attaccare. L’anno succes­sivo il trionfo all’Himalaya Marathon, in Pakistan: una gara a tappe in ambiente estremo che anticipa di decenni l’era degli ultratrail.

Se sul piano sportivo spesso non c’è gara, su quello umano accade il contrario, ed è una rivelazione: non è l’unico matto a correre. C’è tutta una nicchia di gente che sopporta gli sberleffi e la diffidenza – altri in­soddisfatti, altri romantici, altri irrequieti che si sono inventati questo strano sport in cui si corre senza bisogno di una pista.

Eravamo gente disparata – e a volte anche un po’ disperata –, ma c’era un denominatore comune: eravamo tutti spiriti un po’ eccentrici, nel bene e nel male. Alcuni erano dei disadattati duri e puri, si vedeva subito, appena li conoscevi. Tutta gente con un po’ di originalità, insomma – anche perché altrimenti non lo avresti fatto, in quel contesto sociale non proprio incoraggiante.

Addirittura c’è gente che sfoggia quasi con orgoglio il proprio modo di vivere – che lo rivendica, senza nascondersi:

C’era uno come Marco Olmo, col suo carattere volitivo, che quan­do gli urlavano qualcosa lungo la strada si fermava e gli andava a chiedere: “Hai qualche problema? Sto consumando qualcosa del tuo? Sto consumando le tue scarpe?”. Magari questi erano insieme con la famiglia, e lui gli faceva fare una figura tremenda. Era il metodo migliore.
Presso il santuario di Castelmagno, nel 1986, durante la Chaminado. Partenza a Cuneo, quaranta chilometri più indietro e milleduecento metri più in basso.
Presso il santuario di Castelmagno, nel 1986, durante la Chaminado. Partenza a Cuneo, quaranta chilometri più indietro e milleduecento metri più in basso.

L'improvvisazione è libertà

Il nuovo sport che sta prendendo forma nelle mani di questi ra­gazzi è selvatico quanto loro. Non esiste un metodo di allenamento – o meglio: ci sarebbe anche nei circuiti dello sport organizzato, ma In­ternet è di là da venire e senza contatti diretti è impossibile accedervi: al limite gira di mano in mano qualche libro di esercizi.

Ognuno aveva il suo allenamento. Magari uno si allenava in un certo modo un paio di volte e poi faceva un’ottima prestazione: allora si convinceva di aver fatto chissà quale miracolo e conti­nuava così, anche se in realtà era stato un caso e stava sbaglian­do tutto… Io avevo deciso che dovevo correre sempre, a qualsiasi pendenza: camminare sarebbe stato imperdonabile. Ora buona parte delle salite dei trail viene fatta camminando, per rispar­miare energie: io mi imponevo di non farlo mai, e forse è per questo che sono diventato più forte degli altri in salita… non sa­pevo che camminare ogni tanto era normale, che non dovevo vergognarmene! Avevo sistemi di calcolo empirici: se il record mondiale sui diecimila era un determinato tempo, allora dove­vo tenere quella media, sennò non valeva neanche la pena di provare a correre. Certo, loro lo fanno in pista, ma cosa vuoi che cambi? Certo, io ho i saliscendi, ma alla fine le salite e le discese si equilibrano, no?

Se gli allenamenti sono un concetto personale e in continuo divenire, la scelta del calendario non è da meno. Non esistono strategie – o me­glio, esistono ma seguono la pendenza dell’epica e del romanticismo, non certo quelle dell’efficienza e della convenienza:

Eravamo liberi. Io, se ero affascinato da una gara, puntavo drit­to su quella, anche se magari mi sarebbe convenuto cercarne al­tre che mi avrebbero portato più avanti nelle graduatorie nazio­nali… ma se ce n’era una che mi affascinava ci dedicavo un sacco di energie, e questa gara diventava nella mia mente una specie di impresa da eroi omerici… e non solo le gare: a volte bastava che un determinato percorso sembrasse fatto a mio uso e con­sumo, come è accaduto con la Limone-Ventimiglia. Non avevo mai visto il mare, e decisi di correre a vederlo. Ero all’inizio, e mi sembrava un’impresa da far tremare i polsi: anche perché ovvia­mente dovevo farla correndo, tutta, senza mai camminare… E così mi rassicuravo: “Dodici chilometri li faccio senza problemi”, mi dicevo. “Questi sono dodici, più dodici, più dodici, più dodi­ci… Che problema c’è? È solo questione di sommare, no?” Alla fine non ce l’ho fatta a correre per tutto il tempo: a un certo pun­to ero morto e ho dovuto camminare un po’, prima di arrivare a Ventimiglia. Ho rosicato per anni.
1999, trofeo Mezzalama: partenza a Cervinia e arrivo a Gressoney, attraverso il Monte Rosa.
1999, trofeo Mezzalama: partenza a Cervinia e arrivo a Gressoney, attraverso il Monte Rosa.

I dannati della montagna

Uno sport così duro e rischioso in mano a un manipolo di ventenni ec­centrici e irrequieti è una piccola bomba a orologeria. L’ottimizzazione delle prestazioni è un concetto di là da venire, certo, ma questo non vuol dire che le gare siano tranquille sgambate fra amici – tutto il con­trario. Semplicemente, i valori non sono tanto quelli delle percen­tuali, dei battiti, delle giuste strategie quanto quelli di un agoni­smo selvaggio e arrembante. Lo sport è per sua natura una metafora sublimata della guerra: ma qui il livello di sublimazione è molto basso.

L’andatura lenta non era prevista: sembravamo tutti dei danna­ti, come se in ogni corsa dovessimo giocarci la vita. Le partenze erano tutte veloci, non esistevano inizi tranquilli come accade ora in questo genere di gare. Si partiva a tutta, e poi chi ce la faceva continuava, gli altri rallentavano di colpo ed erano fuo­ri… c’erano gare che ci sembravano di lunghezze mostruose, qua­ranta, cinquanta chilometri, e poi quando le misuravano seria­mente veniva fuori che erano la metà. Sembravano così lunghe perché la affrontavamo con il coltello tra i denti, lottando allo spasimo fin dal primo minuto, e allora diventava una roba da rimanerci secchi: eravamo imballati di acido lattico tutto il tem­po, ovvio che i chilometri sembrassero il doppio! Ora l’approccio è diverso: molto più rilassato, molto più gestibile. All’epoca gli organizzatori delle gare aspettavano i primi concorrenti, e poi cominciavano a smontare il traguardo. Se uno aveva la disgra­zia di correre un po’ più lento trovava un’aria di smobilitazione che gli faceva passare la voglia…

Il fatto che le gare siano organizzate secondo gli stessi criteri e gli stessi valori degli atleti comportava alcuni effetti collaterali. Per dirne una, l’organizzatore francese dell’Himalaya Marathon è così selvatico che scompare subito dopo la vittoria di Dario Viale, portando con sé il si­gnificativo premio in denaro che gli sarebbe spettato. Anche rimanen­do sulle Alpi, le gare sono organizzate secondo un modello epi­co-avventuroso di lotta contro gli elementi: il modo in cui vengono segnalati i percorsi di gara non perdona alcun errore ed è normale che qualcuno si perda.

Soprattutto lo scialpinismo era uno sport rischioso: per andare più veloci usavamo gli sci da fondo, senza lamine, sui classici percorsi scialpinistici… bastava un pendio ghiacciato per ri­schiare davvero. Se non ci fosse stata la componente dell’epica, dell’avventura, non lo avremmo fatto. All’epoca si organizzava­no le gare un po’ così: c’era un percorso di massima, e se per disgrazia c’era nebbia erano guai. Nella prima gara scialpinistica che ho fatto in vita mia c’era un traverso così ghiacciato e ripido che siamo passati in cinque: il sesto è scivolato giù fino in fondo, per fortuna senza farsi troppo male. Allora tutti i concorrenti si sono fermati per aspettare che il soccorso alpino mettesse una corda, e solo quando lo hanno fatto sono ripartiti. Adesso in ogni tratto pericoloso devono esserci delle corde di sicurezza, se organizzi una gara come le nostre ti denunciano.
Himalaya Marathon, 1987. Arrivo allo Skoro Pass, a 5.073 metri di quota.
Himalaya Marathon, 1987. Arrivo allo Skoro Pass, a 5.073 metri di quota.

Dopo

È un mondo in divenire, modellato giorno per giorno dagli atleti stessi. Nei primi anni non esiste una federazione che possa uniformare le pratiche e i regolamenti. E non ci sono altri sport simili da cui mutuare strategie e strutture:

C’era l’atletica in pista, che aveva una sua federazione ma che sostanzialmente non ci riguardava. Era un mondo tutto da co­dificare: era anarchia pura, con un sentimento di totale libertà che non si vede spesso nell’agonismo, che solitamente è ben più indirizzato. Da noi potevi inventarti di tutto, e infatti nascevano gare di tutti i tipi: sono nate le prime gare sulle lunghissime di­stanze, che all’epoca sembravano pura follia, come la Tre Rifugi in val Pellice… che poi era lunga la metà di quel che pensavamo, ma sembrava una follia lo stesso. Era un mondo che scoprivi un po’ alla volta – adesso chi si getta nel mondo dei trail sa già cosa aspettarsi; basta dare un’occhiata online.

Dario Viale corre tra gli anni Ottanta e Novanta: due decenni in cui l’a­narchia pura dei pionieri inizia a cristallizzare in regole e codici.

Quando ho iniziato, alla fine degli anni Settanta, non esistevano neanche gli allenatori. Solo più avanti ho visto qualcuno che si faceva seguire negli allenamenti. Io non ne ho mai avuti: sarebbe stato bello, ma bisogna fidarsi, e chi come me non era portato alla fiducia non ce l’aveva, ed era normale. Però io stesso, chie­dendo agli allenatori altrui e leggendo i testi su cui via via riusci­vo a mettere le mani, ho razionalizzato il mio approccio.

Lentamente, con l’approccio, cambia ogni cosa. La sgangherata anar­chia dei primi tempi si istituzionalizza. Arrivano le federazioni; la corsa in montagna finisce sotto l’egida nazionale della Fidal, in­quadrata quindi nell’alveo dell’atletica leggera. Entrano in gioco i grandi gruppi sportivi militari, dalle Fiamme Gialle alla Forestale.

Tutto cambia: a volte in peggio, a volte in meglio. Nessuno si perde più nelle scialpinistiche e nessuno rischia la pelle. Nessuno scappa più con i soldi del montepremi. Nessuno si allena più seguendo metodi inventa­ti lì per lì e potenzialmente devastanti. L’agonismo feroce dei primi tempi si stempera nella ricerca della prestazione e dell’efficienza; la tecnica smussa gli angoli più taglienti di uno sport sempre più matu­ro, sempre più definito. Per contro, il romanticismo diventa un fattore secondario; nessuno più insegue i temibili fantasmi dell’epica.

I pionieri di un tempo sono mediamente troppo selvatici per trovarsi a proprio agio in questo nuovo sport, che pure non esisterebbe senza di loro: e così, proprio mentre arrivano una relativa visibilità, gli sponsor e il pubblico, la prima generazione della corsa in montagna si defila. Da­rio Viale, che di questa prima generazione è stato tra i portabandiera, non sembra patirne più di tanto. Scrolla impercettibilmente le spalle:

Eravamo semplicemente in anticipo sui tempi. Gare come l’Hi­malaya Marathon, che mi aveva affascinato fin dal primo istan­te, sembravano una bizzarria, una cosa senza seguito… e invece poi hanno avuto un seguito pazzesco! Ecco: abbiamo giocato d’anticipo, e quasi sempre quando giochi d’anticipo vuol dire che non è ancora il momento. Pensa a quel tipo che in America, nell’Ottocento, ha brevettato il primo frigorifero. Si chiamava John Gorrie, è fallito ed è morto in povertà. Poi quelli che ci han­no provato dopo di lui hanno fatto i miliardi, perché nel frattem­po anche grazie a lui la gente si era abituata all’idea.

E se la ride.

Al rifugio Granero durante la Tre Rifugi in val Pellice, negli anni Novanta.
Al rifugio Granero durante la Tre Rifugi in val Pellice, negli anni Novanta.

Bibliografia
  • Degiovanni C., Trail degli invincibili. Lo sport incontra la storia, Saluzzo, Fusta editore, 2017.
  • Viale D., Trail de vie, FSaluzzo, Fusta editore, 2016.
  • Id., Sebastiano A*, Il primo salitore del Monviso, Saluzzo, Fusta editore, 2023.

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