I cammini del Piemonte

Viaggiare lentamente tra storia, devozione e natura

Nell'immagine: Il pellegrino simbolo della Via Francigena e logo dell’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF) è una versione semplificata dei pellegrini del fregio della facciata della Cattedrale di Fidenza a opera di Benedetto Antelami. Oggi il simbolo viene riportato lungo l’intero percorso del cammino (foto di Giulia Liliana Ferrando).
Nata eporediese nel 1987, attualmente torinese, in futuro verosimilmente vagabonda. È biologa per formazione e comunicatrice per passione: progetta laboratori didattici e si occupa di educazione ambientale. Cammina per boschi,… leggi tutto
  

Guardando una mappa dell’Europa occidentale ci accorgiamo che il Piemonte è proprio acquattato ai margini della Pianura Padana, un po’ come una porta dell’area mediterranea per chi viene da nord e viceversa. È un crocevia naturale, una terra di passaggio che fin dai tempi dell’Impero romano fece da canale di comunicazione e di scambio. Non è un caso se alcuni degli eventi più memorabili dell’epoca latina ebbero luogo proprio qui: gli elefanti di Annibale sui passi occidentali, la conquista della Gallia da parte di Cesare che passò per la valle della Dora, ad esempio.

Quando poi l’Impero romano tramontò e le sue infrastrutture collassarono, il Piemonte rimase uno snodo cruciale per un territorio, quello europeo, che pur avendo perso l’unità politica, conservava ancora, in qualche misura, quella culturale: un’unità che si mantenne fino al XIII secolo. Mercanti, pellegrini, dignitari, uomini di politica e di cultura, soldati: a piedi, a cavallo o asino o mulo, su carri e carretti e lussuose carrozze, tutti hanno calcato le strade piemontesi con tale intensità che le loro tracce sono ancora oggi impresse nel territorio. E la più importante fra queste antiche tracce è la via Francigena, che proprio in Piemonte ha la sua unica grande biforcazione: un crocevia, appunto.

Il Forte Colle Alto o Forte Centrale del Colle di Tenda. Alle spalle le strade bianche della Via del Sale che collega Limone Piemonte e Monesi di Triora. Sullo sfondo la Cima Marguareis, la montagna più alta delle Alpi Liguri (foto di Giulia Liliana Ferrando).
Il Forte Colle Alto o Forte Centrale del Colle di Tenda. Alle spalle le strade bianche della Via del Sale che collega Limone Piemonte e Monesi di Triora. Sullo sfondo la Cima Marguareis, la montagna più alta delle Alpi Liguri (foto di Giulia Liliana Ferrando).
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Tra le Gallie e Gerusalemme

Il mondo medievale è un mondo di religione: la Chiesa, del resto, aveva sostituito con una certa continuità le strutture amministrative lasciate scoperte da un impero ormai debole. E in un universo la cui unità culturale era un’unità soprattutto dottrinale, le antiche vie di comunicazione assunsero ben presto una valenza spirituale, collegando le grandi mete di pellegrinaggio. Roma, ovviamente, rimane al centro di ogni cosa. Poi c’è Gerusalemme, che si raggiunge via Brindisi. Poi c’è l’Europa transalpina: l’area iberica, che fa riferimento al grande santuario di San Giacomo (o Santiago) di Compostela. E poi tutta la Francia e l’Inghilterra, i cui pellegrini devono potersi recare a Roma. Questa è la grande via Francigena: un fiume che dall’intera Europa raccoglie i suoi rivoli e che poi in Piemonte finalmente si riunisce e prosegue il suo corso verso la Città Santa. Un cammino spirituale che per secoli sarà percorso da milioni di piedi, di zoccoli e di ruote – attraverso guerre e mutamenti dei confini, epidemie improvvise e stagionali, briganti che infestavano questa o quella zona col trascorrere delle generazioni.

Era, per forza di cose, un percorso mutevole: le vie si intrecciavano e si modificavano sulla base del momento storico e delle esigenze contingenti, grazie al tam-tam comunicativo e agli interessi dei religiosi, degli ospitalieri e degli stessi pellegrini. Al giorno d’oggi, quella complessità si è cristallizzata in percorsi più definiti e adatti alle odierne esigenze, ma ancora ne rimane traccia: in Piemonte le antiche varianti della Francigena sono state codificate in quattro percorsi differenti. 640 chilometri da percorrere, più di 100 comuni su 5  province: questa è l’estensione del settore piemontese di una delle più antiche testimonianze dell’unità culturale d’Europa (non a caso, dal 2004, la Francigena è entrata a far parte dei Grandi Itinerari culturali europei).

Panorama lungo la settima tappa ufficiale della Via Francigena in Italia, nella sua versione proveniente dalla Valle d'Aosta. Questo tratto collega Ivrea con il Lago di Viverone, passando ai piedi della Serra di Ivrea, ed è lungo circa 20 km (foto di Giulia Liliana Ferrando).
Panorama lungo la settima tappa ufficiale della Via Francigena in Italia, nella sua versione proveniente dalla Valle d'Aosta. Questo tratto collega Ivrea con il Lago di Viverone, passando ai piedi della Serra di Ivrea, ed è lungo circa 20 km (foto di Giulia Liliana Ferrando).

Un arcivescovo puntiglioso

Il nome stesso, Francigena, è un indizio su quale dei mille rivoli di questo grande fiume si sia affermato come il ramo principale, la strada maestra: quella che arrivando a Vercelli da Roma, anziché virare a ovest, tira dritto verso nord dopo essere passata per Ivrea, incuneandosi nella valle della Dora per poi attraversare la Svizzera e soprattutto la Francia. Francigena vuol dire “che nasce dalla Francia”, appunto. In realtà, nasce ancora più lontano: da Canterbury, da dove un arcivescovo del X secolo intraprese il viaggio verso Roma vergando un diario che di fatto codificò l’intero percorso. Sigerico compie il suo viaggio nel 990, ed è uomo puntiglioso: nel diario, scritto sulla via del ritorno dopo aver ricevuto il pallio arcivescovile dalle mani di papa Giovanni XV, è annotata ogni singola tappa percorsa, i punti di sosta e i tempi di percorrenza. 79 tappe in tutto, quasi 1.800 chilometri: entrò in Piemonte poco lontano da Vercelli, arrivando dal Pavese, e lo lasciò dopo 85 chilometri e 4 giorni di cammino, passando per Carema diretto verso quella che oggi è la Valle d’Aosta. Da allora, le tappe della Francigena sono più o meno le stesse.

Vista sul Lago Nero presso il tratto della Via Francigena a Borgofranco d'Ivrea (foto di Linda Ferrando).
Vista sul Lago Nero presso il tratto della Via Francigena a Borgofranco d'Ivrea (foto di Linda Ferrando).

Più o meno: perché all’epoca il percorso non era segnalato da cartellonistica, cartine e mappe GPS, e venne comunque a crearsi un dedalo di varianti, scelte di volta in volta a seconda delle stagioni e degli eventi. Quelle che ora sono le risaie del Vercellese un tempo erano paludi, e questo comportava un rischio logistico non indifferente: in estate la possibilità di prendersi la malaria non era poi così remota. Allora si studiò un’alternativa più salubre, che da Torino attraversava i territori delle odierne province di Asti e Alessandria e dopo aver valicato l’Appennino Ligure-Piemontese arrivava a Genova, al Santuario di Madonna della Guardia, e poi si ricollegava alla via principale in Toscana. Era la Via del Mare: 276 chilometri che attualmente costituiscono il tratto più lungo della Francigena in Piemonte.

In generale, per farsi un’idea di quanto complesso fosse l’intrico di vie che vanno a comporre il grande fiume della Francigena, basta pensare alla Via Romea Canavesana, una variante che passa per il lago di Candia ricollegandosi all’itinerario di Sigerico a Ivrea, e che a sua volta ha le sue varianti: pensiamo alle strade come a una linea, ma si tratta quasi sempre di una rete.

Mappa della Via Romea Canavesana (immagine tratta da viaromeacanavesana.it).
Mappa della Via Romea Canavesana (immagine tratta da viaromeacanavesana.it).

Non solo Sigerico

L’itinerario che collega Roma con Canterbury è forse quello principale, ma anche tralasciando le varianti più o meno estemporanee non è certo l’unico: proprio a Vercelli, come già accennato, si trova la grande biforcazione di questo antico cammino, quella che conduce a San Giacomo di Compostela. Si passa anche in questo caso, dopo aver attraversato Torino, per una delle grandi valli di transito alpino, questa volta la Val Susa, e anche in questo caso vi sono due varianti. La prima sale verso il Monginevro e porta ad Arles prima di proseguire verso ovest; la seconda passa invece per il Moncenisio e poteva ricollegarsi, passando per Lione, all’itinerario di Sigerico.

L’importanza di questo intreccio di strade va ben oltre l’elemento religioso, pur fondamentale: la Francigena era una delle grandi rotte dell’epoca – e oltre ai mercanti e ai viandanti vi passarono a volte i grandi eserciti della storia. Sul tratto che collega Oulx alla Sacra di San Michele, attraverso il Gran Bosco di Salbertrand, passò Carlo Magno nel 773 e, giunto alla Sacra di San Michele, accerchiò i Longobardi durante la Battaglia delle Chiuse. All’epoca era un semplice segmento di una strada ben più ampia; oggi, grazie agli eventi notevoli di cui fu testimone, è un cammino a se stante: il Cammino dei Franchi, settanta chilometri di storia e suggestioni da affrontare in quattro tappe. Dove un tempo si marciava per rovesciare le sorti dei regni e degli imperi, oggi camminiamo inseguendo una pace interiore che nonostante il progresso ancora non siamo riusciti a conquistare.

La Sacra di San Michele al tramonto, agosto 2019 (foto © Fedooo89 - CC BY-SA 4.0).
La Sacra di San Michele al tramonto, agosto 2019 (foto © Fedooo89 - CC BY-SA 4.0).

Impronte antichissime

Nonostante la Francigena di Sigerico sia a tutti gli effetti la strada maestra non è la parte più antica di questa grande arteria della circolazione europea. Il concetto stesso di antichità, va detto, è piuttosto relativo: ogni strada si origina sulle vestigia dei percorsi precedenti, in una continuità che andando a ritroso nei secoli e nei millenni ha idealmente origine nei sentieri tracciati nella natura selvaggia dai primi uomini (che probabilmente, a loro volta, sfruttarono il solco tracciato prima di loro dagli animali). Ad esempio, il tratto di Francigena che collega Torino con Vercelli ricalca l’antica strada consolare romana che collegava Augusta Taurinorum a Piacenza: e se adesso parte dalla Gran Madre, un tempo la sua origine era coerentemente il Quadrilatero, vale a dire la parte più antica dell’odierno capoluogo.

Nessuna strada è davvero nuova: seguiamo sempre le impronte del passato. Ma tutto cambia: e se parliamo dei grandi cammini del pellegrinaggio cristiano, che inaugurarono un nuovo modo di spostarsi e un nuovo scopo per viaggiare, allora il segmento di Francigena che collega i due passi della Val Susa con Torino e Vercelli è ben più antico di quello tracciato da Sigerico nel 990. Entrambe le varianti sono citate nell'Itinerarium Burdigalense, che risale al 333 o al 334 – vent’anni dopo l’Editto di Costantino, dunque agli albori dell’epoca cristiana. Non sappiamo chi lo scrisse: ma si trattò probabilmente di un pellegrino che da Bordeaux viaggiò fino a Gerusalemme e al Santo Sepolcro. È la più antica testimonianza giunta fino a noi di un itinerario cristiano: il padre di tutti i cammini.

Nei pressi dell'abitato di Piverone, lungo la Via Francigena, si incontra il “Gesiun”, i resti dell'antica chiesa di San Pietro di Sugliaco, di cui restano alcuni muri perimetrali e un affresco. Gesiun significa “chiesona”, nonostante le modeste dimensioni, ed è una singolare testimonianza dell'architettura romanica in Canavese (foto di Giulia Liliana Ferrando).
Nei pressi dell'abitato di Piverone, lungo la Via Francigena, si incontra il “Gesiun”, i resti dell'antica chiesa di San Pietro di Sugliaco, di cui restano alcuni muri perimetrali e un affresco. Gesiun significa “chiesona”, nonostante le modeste dimensioni, ed è una singolare testimonianza dell'architettura romanica in Canavese (foto di Giulia Liliana Ferrando).

Non tutte le strade portano a Roma

La Via Francigena è l’arteria principale: ma il sistema circolatorio dei pellegrinaggi religiosi è vasto e articolato, e anche in Piemonte una fitta ragnatela di cammini unisce e collega altrettanti centri religiosi più o meno rilevanti. Anche in questo caso l’elemento devozionale, il pellegrinaggio vero e proprio, si avvale di percorsi già segnati da mercanti e contrabbandieri. Ma se un grande cammino come la Francigena si adagia sulle tracce solenni delle grandi vie consolari, nel caso dei pellegrinaggi minori le strade sono più a misura d’uomo: antichi sentieri popolari che in occasione delle feste permettevano di raggiungere i santuari dai villaggi e dai paesi circostanti, in quella che spesso era l’unica occasione dell’anno per incontrarsi, scambiarsi merci e confrontarsi con persone provenienti da aree diverse, in un tempo in cui pochi chilometri erano una grande distanza.

La minore ampiezza non rende questi cammini meno intricati e ramificati, anzi: millenni di passi e di vita non lasciano una singola traccia ben definita. Il Cammino di Oropa, nato originariamente come collegamento tra Santhià e il santuario della Madonna Nera, si è fatto via via più complesso fino a raccogliere e definire quattro varianti: gli antichi cammini di chi, mentre la rilevanza del santuario aumentava, cercava di raggiungerlo da zone sempre più (relativamente) lontane. E così, oltre che da Santhià, oggi si arriva a Oropa anche dal Canavese, dalla Valle Mosso o dalla valdostana Fontainemore. Il tempo di percorrenza varia dai due ai sette giorni.

Non si tratta esclusivamente di percorsi antichi: la rete dei cammini devozionali ha continuato a evolversi e ad ampliarsi anche in tempi inaspettatamente recenti, a testimonianza della sua importanza nella cultura popolare: un’importanza che eccedeva di parecchio i confini puramente religiosi, facendosi motore di aggregazione e di confronto. E così, accanto a percorsi antichi come il Cammino di Sant’Anna (che in sessantacinque chilometri e millecinquecento metri di dislivello collega Cuneo con l’omonimo santuario e con la Roccia dell’Apparizione, dove nel Quattrocento la Madonna sarebbe apparsa alla pastorella Anna Bagnis), vi sono itinerari ben più recenti. Un esempio evidente è il Cammino di Don Bosco, che dal centro di Torino raggiunge dopo duecento chilometri la Basilica del Colle don Bosco, nell’astigiano, dopo essere passato per Superga e per la collina chierese. Oppure il Cammino Devozionale dei Sacri Monti, pensato per collegare i Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, patrimonio Unesco, in ventinove tappe e oltre seicento chilometri.

Tappe lungo il Cammino di Oropa (foto di Linda Ferrando).

Le vie del commercio

I cammini della devozione hanno segnato profondamente i percorsi degli uomini, modificando e a volte definendo i collegamenti fra luoghi più o meno lontani: ma la religione non è certamente l’unica forza a plasmare le direttrici della comunicazione, e le strade del commercio hanno scavato a volte un solco ancora più profondo.

In questo caso, per quanto riguarda il Piemonte, la specificità del territorio ha fatto come sempre la sua parte. Siamo una terra di montagna senza sbocco sul mare, ma a pochi passi dalla costa: naturale, quindi, che si sia sviluppata una serie di Vie del Sale che attraverso i valichi meridionali raggiungessero la Liguria, e che queste vie abbiano finito per influenzare la cultura piemontese, la sua identità. Senza queste strade, non esisterebbe la bagna cauda – un piatto di pesce, per quanto appunto sotto sale, tra valli e colline.

Curiosamente la più nota fra le Vie del Sale, l’unica a essere giunta fino a noi, non ricalca gli antichi itinerari dei mercanti: la strada che collega Limone Piemonte a Monesi di Triora sfrutta in realtà le vecchie sterrate militari che rifornivano la vasta rete di fortificazioni della zona. Non è un dettaglio da poco, perché proprio grazie a questa origine bellica la Via del Sale del Colle di Tenda deve la sua solenne bellezza: i grandi muraglioni bianchi che la caratterizzano in modo così spettacolare sono stati eretti per consentire lo spostamento di cannoni e altri materiali pesanti, per cui non sarebbe bastata una strada normale.

Il Forte Colle Alto o Forte Centrale del Colle di Tenda si trova in Francia, al confine tra la piemontese Valle Vermenagna e la francese Valle Roya (foto di Giulia Liliana Ferrando).
Il Forte Colle Alto o Forte Centrale del Colle di Tenda si trova in Francia, al confine tra la piemontese Valle Vermenagna e la francese Valle Roya (foto di Giulia Liliana Ferrando).

Che fosse una vera via del sale oppure no, la Limone-Monesi rimane uno dei percorsi più affascinanti del Piemonte, non solo a livello paesaggistico ma anche ecologico. È una lunga strada bianca, sorprendentemente pianeggiante nonostante l’ambiente montano, che attraversa il parco naturale del Marguareis e quello delle Alpi Liguri, immergendosi in uno dei grandi santuari della biodiversità vegetale europea – d’altra parte il Piemonte, piazzato a metà tra il Nord e il Sud dell’Europa, è un crocevia per tutte le forme di vita così come lo è stato per l’uomo.

Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi.

Una nuova spiritualità

Molti dei grandi cammini affondano le radici nel passato più remoto: ma non siamo più nel Medioevo di Sigerico né ai tempi in cui il commercio di sale era un importante tassello dell’economia, e di conseguenza anche i cammini hanno dovuto mutare forma.

Da un lato, l’elemento devozionale e spirituale è venuto meno: camminare ha perso la connotazione del pellegrinaggio e con essa la sua dimensione più austera. Non è un caso se gli ultimi arrivati tra i cammini piemontesi sono quelli dedicati al cibo e al turismo enogastronomico, come le Strade Reali dei Vini Torinesi e, in parte, la Grande Traversata delle Langhe o il Grande Cammino del Monferrato: andar per vino e prodotti tipici è un camminare ben più terreno e edonistico dei passi che si fanno per onorare un voto.

Dall’altro lato, però, si è venuta a sviluppare una nuova forma di spiritualità, meno dottrinale ma non meno profonda. L’atto dell’andare a piedi, che prima era un mezzo per raggiungere un luogo o un fine, ha assunto un valore intrinseco: in un mondo in cui tutto è connesso in tempo reale e tutto è veloce, muoversi lentamente è un modo per ritrovare se stessi, per allontanarsi dalla vita frenetica di città, dai pensieri del lavoro e dalla quotidiana ansia da prestazione. Ma è anche un modo per tenersi in salute, non solo fisica ma anche mentale.

Camminare ci fa bene, ed è un benessere che forse viene da molto lontano: da quando i primi Homo si sono alzati e hanno iniziato a deambulare in posizione eretta, rendendosi conto che davanti a loro c’era un orizzonte tutto da esplorare e da scoprire. Camminare ci permette di vivere un territorio, di osservarlo non limitandoci ad attraversarlo rapidamente a bordo di un’auto senza mai avere il tempo per capirlo davvero. Il mondo è un posto complesso, e conoscerlo è questione di sfumature: camminando si possono attraversare passo dopo passo le zone di transizione, e questo è un passaggio fondamentale per comprendere, e accettare, le differenze.

Indicazione della Via Francigena a Santhià.
Indicazione della Via Francigena a Santhià.

È una nuova visione del cammino che va oltre anche all’aspetto sportivo e che si fonda su un approccio meno agonistico, più conoscitivo. Nascono percorsi e trekking che non sono più mere concatenazioni di escursioni e ascese: il fine non è più la scalata alla vetta più alta, una corsa al tetto del mondo. Al contrario: alla verticalità dell’alpinismo si aggiunge l’orizzontalità dell’esplorazione. Cambia, di conseguenza, anche la tipologia dei tragitti: ai sentieri alpinistici, che non perdono tempo in smancerie e vanno dritti verso la cima, si preferiscono battere gli antichi itinerari dei commercianti e dei passatori, quelli dei colli e delle linee di minima pendenza, più gentili, che permettono al viandante di fermarsi e di guardarsi intorno per godersi il panorama. Spesso si tratta di percorsi ad anello, come il Giro del Monviso o del Marguareis sui cui sentieri si incamminano sempre più camminanti, o la Curnis Auta in Val Grana. E spesso, soprattutto negli ultimi anni, la loro stessa genesi non è più esclusivamente escursionistica ma culturale, come accade con i Percorsi Occitani della Val Maira.

È un modo di viaggiare più lento e sostenibile,  che  riprende  per alcuni aspetti lo spirito contemplativo dei pellegrini contrapponendolo alla frenesia contemporanea. Se viaggiare è diventato solo un fastidioso intermezzo tra una partenza e un arrivo, allora farlo lentamente, passo dopo passo, diventa una presa di posizione: il gesto stesso di muoversi al ritmo naturale dei nostri passi diventa il fulcro dell’esperienza, mettendo in secondo piano l’importanza della meta. Camminare senza nulla di preciso da conquistare significa potersi fermare a osservare meglio i posti e le piccole cose, fosse anche un fiore o un’impronta o le tracce degli altri abitanti dei luoghi – oppure ancora le tracce dell’uomo, onnipresenti e a volte riconquistate dalla natura, a testimonianza di un rapporto che dura ormai da millenni.

Bibliografia
  • Grosso F., Cammini storici del Piemonte, Torino, Edizioni del Capricorno, 2019.
  • La via Francigena. Itinerari in Piemonte, collana I tascabili di Palazzo Lascaris, Torino, Consiglio Regionale del Piemonte, 2016.
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