L'ultimo orizzonte degli esuli russi

Fuggiti dalla Rivoluzione, vissero in Val Pellice tra il 1958 e il 1986

Nell'immagine: Una fotografia lasciata dagli esuli russi in Val Pellice. Risale al periodo precedente la Rivoluzione d’ottobre e fu scattata nella città di Char’kov, oggi in Ucraina. Immagine resa a colori tramite l’ausilio dell’AI (© Archivio L’Ora del Pellice).
Giornalista di periferia, professionista dal 1998, ha sperimentato la vita di redazione e quella del freelance. Ha coordinato un sito web di notizie negli anni ’90 e ha fondato un… leggi tutto
  

Al cimitero di Luserna San Giovanni, una piccola celletta nel seminterrato riporta la scritta: Maria Rakowski. 1880-1980. I tuoi cari. Questo nome slavo, in mezzo ad altre centinaia di tutt’altra origine, è una delle poche tracce rimaste del lungo soggiorno in Val Pellice di una particolarissima comunità: quella degli esuli russi, che tra il 1958 e il 1986 vissero – ospiti della Tavola valdese – a Villa Olanda. La comunità era molto coesa e giunse ad avere 78 componenti: tra loro aristocratici, militari, artisti, cantanti ma anche servitori e contadini.

Sulla collina di San Giovanni, non lontano dal confine con Torre Pellice, l’antica residenza patrizia divenuta albergo di lusso si trasformò, per più di un quarto di secolo, nell’ultimo orizzonte di una comunità di senza patria. L’avevano perduta nel lontano 1917, quando la presa del potere da parte dei bolscevichi segnò la fine di un’epoca: quella della Russia zarista.

I russi di fronte all'ingresso dell'ex albergo ai confini tra Luserna San Giovanni e Torre Pellice (© Archivio L'Ora del Pellice).
I russi di fronte all'ingresso dell'ex albergo ai confini tra Luserna San Giovanni e Torre Pellice (© Archivio L'Ora del Pellice).
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Dalla Cina alla valle

A ogni pasto servivamo il primo, il secondo e la frutta. Loro mangiavano un solo piatto. Il resto lo mettevano in un sacchettino. Quando gli chiesi ragione di questo comportamento, mi risposero: “E se poi non ci fosse più cibo?”.

Questa frase, come altre che seguiranno, sono tratte da un’intervista rilasciata da Franco Peyronel – l’ultimo direttore di Villa Olanda – a L’Ora del Pellice, nell’autunno 2017. Peyronel, che oggi non c’è più, condivise con gli ospiti russi una parte importante della sua esistenza. Lui era all’inizio del suo percorso professionale. Loro erano al termine di una lunga e tribolata parabola, che li aveva visti privati di tutto: “La cosa che mi ha sempre colpito era la consapevolezza che si trovavano in Val Pellice in attesa di morire”.

I primi gruppi erano arrivati nel 1958: ad aprile la valle aveva accolto otto russi, cinque ungheresi e due italiani di Pola; il 6 dicembre quattordici russi; il 20 dicembre altri diciannove. Alcuni rimasero solo per un breve periodo, prima di raggiungere altrove parenti e amici. Altri si fermarono per sempre. La maggioranza giungeva da Hong Kong, all’epoca colonia britannica. Erano russi bianchi: aristocratici, militari, intellettuali la cui Russia, quella degli zar, era stata spazzata via dalla Rivoluzione. "Nelle pieghe e nelle rughe d’ogni volto è narrato il romanzo d’una vita insieme tempestosa e squallida […]", scrisse Giuseppe Faraci su La Nuova Stampa, il 21 dicembre 1958, "La decadenza dopo lo splendore, la miseria dopo la tempesta; drammatiche vicende di nascondigli e di fughe, fino al giorno in cui hanno varcato il confine per finire in un campo di profughi".

La gran parte, in seguito all’instaurazione dell’Unione Sovietica e durante la guerra civile che seguì, si era rifugiata, inizialmente, in Cina: “Divennero operai, impiegati, piccoli commercianti, artigiani, contadini", spiegò Faraci. "Per circa un quarantennio ebbero una vita di lavoro e di serenità”. Ma nel 1949 anche la Cina divenne comunista:

Intervenne l’Onu e li mise sotto a sua protezione; li raccolse a Hong Kong, e cominciò a smistarli nei vari Paesi aderenti all’organizzazione in America e in Europa. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec) mise a disposizione la propria assistenza. Per l’Italia fu offerta l’opera della Chiesa valdese di Torre Pellice.
Un documento provvisorio di Boris Krutiev, emesso in occasione del suo passaggio a Trieste (© Archivio L'Ora del Pellice).
Un documento provvisorio di Boris Krutiev, emesso in occasione del suo passaggio a Trieste (© Archivio L'Ora del Pellice).

Già nel 1954 fu istituito, per accogliere i profughi russi, l’istituto Uliveto, sempre a Luserna San Giovanni: “Un centro di vita comunitaria [per] uscire dal provvisorio; non più un rifugio, un ricovero, ma una famiglia dove ognuno ha il suo posto e il suo compito”, annunciò L’Eco delle Valli valdesi il 23 aprile 1954.

La grande impressione destata dai fatti d’Ungheria, due anni dopo, convinse la Chiesa valdese a fare ancora di più. Nel 1957 il vice-moderatore Roberto Nisbet, responsabile dei profughi dell’Uliveto, diede il via alla trasformazione del vecchio albergo Bel-Air (Villa Olanda), ricavandone stanze da due, tre, quattro letti, una grande sala da pranzo, un soggiorno, una sala di lettura, un’infermeria. L’inaugurazione avvenne il 20 aprile 1958, alla presenza del moderatore della Tavola valdese Achille Deodato, dell’alto commissario delle Nazioni Unite per il Servizio Rifugiati James Reid, del direttore per l’Italia del Servizio Rifugiati del Cec Guido Comba e del sindaco di Luserna San Giovanni Giovanni Cresto. I giornali non riportarono la reazione dei cittadini all’arrivo dei nuovi ospiti: Il Pellice, però, dovette precisare, nell’edizione del 19 dicembre 1958, che, “al contrario di quanto la stampa ha informato [sic], nessuno dei profughi è risultato tubercolotico, e tanto meno infetto da malattie contagiose”.

I principi che persero tutto

Tra i primi ad arrivare a Luserna San Giovanni ci furono i principi Obolenskij, molto vicini alla famiglia Romanov. Si chiamavano Nikolaj e Sofia ed erano esponenti di un’antica, prestigiosa e numerosissima famiglia aristocratica russa. Dopo qualche anno trovarono rifugio negli Stati Uniti. Ricerche svolte da L’Ora del Pellice fanno ipotizzare che Sofia Obolenskij (nata Ursinova, a Kiev, il 29 luglio 1895) sia deceduta a Washington il 21 marzo 1974, mentre il marito Nikolaj Obolenskij (nato a San Pietroburgo il 24 aprile 1896) a Glen Cove, New York, il 6 giugno 1978. Il figlio Alexei, classe 1919, sarà il capo del servizio di traduzione dal russo per il Dipartimento di Stato Americano.

Molti esuli disponevano del passaporto Nansen, il documento di riconoscimento internazionale degli apolidi, ed erano liberi di trovare una sistemazione. Ma la maggior parte non sapeva dove andare: erano persone che avevano perso ogni legame con il proprio passato, ogni contatto con i propri congiunti. Villa Olanda era diventata l’unica collocazione possibile in un mondo che li aveva, al contempo, salvati ed emarginati.

Facevano vita riservata. Si vedeva che avevano delle paure. – Commentò Franco Peyronel – Un giorno Boris Vejtko, uno degli esuli che più aveva accettato la sua condizione, mi disse: “Sa, è difficile non sapere che fine abbiano fatto i tuoi cari…”.

Le confidenze, i racconti, erano rari e preziosi:

Non amavano parlare di quanto gli fosse successo. Né si azzardavano a commentare i fatti di politica e di attualità, italiana o internazionale. Non certo per ignoranza: semplicemente avevano “staccato la spina”, ne avevano viste troppe.

I primi direttori di Villa Olanda, come rifugio per profughi, furono il pastore Roberto Nisbet e la moglie Alice Rostan, cui succedettero, dal 1961, il pastore Seiffredo Colucci e, dal 1969, Luigi Peyronel, padre di Franco.

Originario di Riclaretto, era appena andato in pensione dopo aver lavorato alle dipendenze del Ministero della Difesa. – Raccontò Franco Peyronel – Per me, che ero adolescente, fu traumatico lasciare Roma per una realtà tanto diversa. La nostra famiglia, insieme ai dipendenti, si occupava di tutto: dell’organizzazione, della custodia, degli acquisti… Magari ci si doveva svegliare in piena notte per riparare un tubo. Ma fu un’esperienza che m’insegnò moltissimo dal lato umano.

E quando, alla morte del padre, nel 1976, gli fu prospettata la possibilità di prenderne il posto, il ventiquattrenne Franco – nonostante dubbi e timori – accettò. “Non me ne sono mai pentito”.

Boris l'artista

L’ospite più conosciuto in Val Pellice tra quelli che vissero a Villa Olanda è probabilmente Boris Krutiev. Fu l’ultimo a morire, poco prima del Natale 1986, ma soprattutto fu il più disposto a uscire dal rifugio, a interagire con la comunità che l’aveva accolto. Artista di buon livello, i suoi disegni e acquerelli sono un’affascinante interpretazione dei panorami locali, visti con gli occhi di un russo abituato a ben altri scenari. Girava sempre in bicicletta, carico di tele e pennelli: le sue miniature sono state utilizzate da importanti ristoranti della zona, come La Bula di Campiglione e La Posta di Cavour. Anche il disegno dell’antipasto Galfrè, squisitezza di Barge, è opera sua.

Boris Krutiev con la sua inseparabile bicicletta, con cui girava nel Pinerolese alla ricerca di soggetti da dipingere (© Archivio L'Ora del Pellice).
Boris Krutiev con la sua inseparabile bicicletta, con cui girava nel Pinerolese alla ricerca di soggetti da dipingere (© Archivio L'Ora del Pellice).

La storia di Boris Krutiev è, al contempo, emblematica e straordinaria. Aveva studiato all’Accademia di Char’kov, in Ucraina, ed era un apprezzato miniaturista, ma aveva dovuto abbandonare tutto a causa della Rivoluzione. Anziché in Oriente, aveva trovato rifugio in Occidente: Turchia, Grecia, Bulgaria e, infine, Jugoslavia. La vittoria di Tito, però, lo aveva nuovamente costretto alla fuga. Nel campo profughi di Trieste, nel dopoguerra, aveva ritrovato – come in un romanzo – un’antica “fiamma”: Alexandra Desikovic, che aveva conosciuto come giovanissima ballerina al teatro Bol’šoj. A distanza di tanti anni, poterono finalmente coronare il loro sogno d’amore. Vissero insieme a Villa Olanda fino alla morte di Alexandra, avvenuta il 16 giugno 1971. “Il fratello, invece, non riuscì più a rivederlo. Erano fuggiti insieme ma le loro strade si erano separate. Solo in età avanzata Boris seppe che era al sicuro”, ricordò Peyronel.

Krutiev sapeva farsi voler bene. Dalle persone comuni cui regalava piccoli biglietti d’auguri da lui stesso illustrati. Ma anche da Paola di Liegi, futura regina dei belgi: “Un giorno si presentò a Villa Olanda, senza alcuna formalità, questa distinta signora. Chiese di Boris, l’artista. Fu lui a dirmi chi fosse!”, disse sorridendo Peyronel. Non si sa come avessero fatto conoscenza, ma Krutiev aveva dipinto per la principessa nella località di Campiglione, nella pianura pinerolese, dove veniva in visita dalla sorella, coniugata con un aristocratico del luogo.

In camera, come tutti gli esuli, Boris, aveva, tra le icone, un’immagine di Nicola II:

Lo chiamava batjuška, “piccolo padre”, e ne parlava come di una persona buona, devota al suo popolo, ma debole, priva di carattere e mal consigliata. Krutiev e gli altri avevano invece una pessima opinione di Rasputin, il mistico che ebbe grande influenza sulla famiglia dello zar.
Una nostalgica poesia scritta da Boris Krutiev (© Archivio L'Ora del Pellice).
Una nostalgica poesia scritta da Boris Krutiev (© Archivio L'Ora del Pellice).

Vite interrotte

Maria Rakowski (o Rakowska) era un’aristocratica nata a Kaluga, presso Mosca, il 26 dicembre 1880. La sua perfetta conoscenza dell’inglese, del francese e del polacco ne faceva un’ottima insegnante: “Diverse persone della valle hanno preso lezioni d’inglese da lei. Mai di russo, però”, precisò Peyronel.

Mio padre era un alto funzionario zarista – aveva raccontato la stessa Rakowska a L’Eco del Chisone – e fu torturato dai rivoluzionari. Per fuggire mi sposai con un giudice della Lettonia. Da questa regione, dove la rivoluzione non era ancora arrivata, si poteva espatriare. Dopo varie peripezie arrivai a Milano.

Qui, a partire dagli anni Venti, tradusse libri per le più prestigiose case editrici.

Non sempre le biografie degli esuli di Villa Olanda avevano contorni tanto precisi. I ricordi erano filtrati dal rammarico, dalla sofferenza, dall’orgoglio. Vasilij Skrotskij, un colonnello degli ussari soprannominato “la carabina più veloce di Russia”, raccontava di aver vinto la medaglia d’argento in una specialità di tiro alle Olimpiadi di Stoccolma, nel 1912. Non era del tutto vero. Skrotskij partecipò, effettivamente, ai Giochi e gareggiò in ben tre discipline: bersaglio mobile a squadre (classificandosi 5º), bersaglio mobile individuale (16º), bersaglio mobile – doppio colpo individuale (20º). L’argento, invece, fu appannaggio dei suoi compagni di squadra nella pistola militare a squadre. Ma questa piccola bugia non ne scalfisce la figura di tiratore di livello internazionale e di grande sportivo: diversi, in valle, ricordano ancora la sua propensione a praticare, anche in età avanzata e con qualunque condizione meteorologica, un’ora di ginnastica e di corsa. Rimasto in disparte durante la Rivoluzione, aveva lasciato l’Unione Sovietica nel 1923 poiché ricercato: “Scappai in Corea", raccontò a Gente nel 1970. "Dovetti adattarmi a fare tutti i mestieri per procurarmi il cibo”. Il colonnello fece il guardiano notturno, il calzolaio, l’autista, il venditore ambulante. Dovette privarsi di ogni ricordo per raggranellare un po’ di denaro. L’unica cosa che conservò, gelosamente, fu la sua bellissima divisa da ussaro: quando morì, a 93 anni, lui che era nato nel 1878, volle essere sepolto vestito da colonnello.

Vasilij Skrotskij, già colonnello degli ussari. Partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 (© Archivio L'Ora del Pellice).
Vasilij Skrotskij, già colonnello degli ussari. Partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 (© Archivio L'Ora del Pellice).

Anche Boris Vejtko era un militare, ma aveva un piglio assai meno marziale di Skrotskij.

Sono l’undicesimo figlio di un medico di corte. – Aveva raccontato in un’intervista pubblicata su L’Eco del Chisone del 21 febbraio 1980 – Mio padre, non avendo molti soldi per farmi studiare, mi avviò all’Accademia militare. Divenni sottotenente degli ussari. Con il generale Denisov [in realtà Denikin, N.d.R.] dell’Armata Bianca combattei contro i comunisti. Nel ‘20, finita la guerra, fui degradato. Quando i ribelli ci strapparono i gradi di dosso capii che era la fine per la Santa Russia.

Dopo lunghe peregrinazioni tra Corea, Manciuria e Hong Kong, era finito in Jugoslavia e di lì al campo profughi di Trieste:

Era un grande appassionato di giardinaggio – fu la descrizione di Peyronel – e, durante gli anni trascorsi in Cina, aveva appreso l’arte del bonsai. Me ne trasmise i segreti. Nell’ultimo periodo giunsi ad averne quasi quattrocento.

Vejtko era persona di grande umanità:

Un giorno la mia sorellina ed io accompagnammo mio padre alla stazione ferroviaria. – Raccontò l’ex direttore – Qui trovammo un cagnolino che sembrava abbandonato. Lo portammo a Villa Olanda e mia sorella gli si affezionò. Il giorno dopo, però, trovammo il legittimo proprietario, cui riconsegnammo la bestiola. Immaginerete il dramma per la piccola. Boris si commosse e trovò un altro cane per consolarla.

L’animale, tuttavia, divenne il compagno inseparabile di Vejtko, quando faceva il giro dei bar di Torre Pellice per gustare qualche vodka.

Franco Peyronel sorride pensando a un altro episodio che la dice lunga sulla personalità di quest’ospite singolare:

Un giorno ci invitarono a una trasmissione dell’emittente Telecupole, La trattoria dei ricordi, che all’epoca era davvero molto seguita. Boris – che suonò con la balalajka il ballo folkloristico kazačok – era il personaggio della serata, al punto che fu coinvolto, suo malgrado, in uno spot pubblicitario. Gli avrebbero servito un amaro e lui avrebbe dovuto dire che era buono. Quando fu il momento, in diretta, non si seppe trattenere: “Non è male... Ma preferisco la mia vodka!”.

Per anni, la bevanda nazionale della Russia fu prodotta artigianalmente a Villa Olanda dagli stessi esuli. “Qualcuno si era portato gli alambicchi necessari e diversi partecipavano al rito di preparazione. Gli ingredienti erano: alcool puro, bucce di limone, zucchero e orzo triturato”. Buona? “Certo. Ma con un solo difetto: era fortissima”, risponde Peyronel.

La vodka era apprezzata anche dalle donne. Perfino da Ol’ga Žigin, cantante lirica e insegnante di pianoforte, giunta in valle già ai tempi dell’Uliveto. Nata a Odessa nel 1894, era stata la moglie di un ufficiale da cui – durante l’esilio in Jugoslavia – aveva avuto due gemelli, Irina e Alexander, e una terza figlia, Nadežda.

Anche la nipote, Nina, era nata in Jugoslavia alla fine della Seconda guerra mondiale e, nel 1962, con i suoi 16 anni, era la più giovane di Villa Olanda. Graziosa e intelligente, parlava cinque lingue (russo, serbo-croato, francese, inglese e italiano). Era destinata ad avere una vita avventurosa, ma mai come la nonna Ol’ga, che al settimanale Gente, il 23 febbraio 1970, raccontò il modo in cui, nel caos rivoluzionario, riuscì a ricongiungersi al marito, nascosto a Char’kov dopo essere stato sottoposto a terribili torture: “Trovai [...] lavoro in una compagnia che faceva spettacoli per le forze armate. Come paga per i concerti ci davano scarpe, vestiti e cibo”. Quando il tour raggiunse Char’kov, dopo un concerto carico d’emozione, si dileguò per raggiungere il rifugio dove si trovava il suo amato. La città era in mano ai bolscevichi, ma il fronte era vicino: “Mio marito venne informato che i ‘bianchi’ avrebbero sferrato un’offensiva [...]. Allora io mi dichiarai ammalata e dissi agli organizzatori dei concerti per le forze armate che non potevo lasciare la città [...]. Qualche giorno dopo Cha’rkov era in mano ai ‘russi bianchi’. Io e mio marito potemmo andarcene all’estero insieme”. Dopo mille peripezie tra Jugoslavia e Trieste, giunsero finalmente in Val Pellice. Il marito di Ol’ga Žigin morì a Villa Olanda nel 1959.

Uncinetto, tv e scacchi

La comunità dei russi di Villa Olanda fu particolarmente coesa:

Con la Žigin facevano musica, cantavano… Poi avevano una biblioteca, si prestavano i libri. Per passare il tempo, giocavano a scacchi. Chi aveva parenti o amici all’estero, specie negli Stati Uniti, scriveva e riceveva lunghe lettere.
Un gruppo di esuli russi a Villa Olanda, intenti a giocare insieme (© Archivio L'Ora del Pellice).
Un gruppo di esuli russi a Villa Olanda, intenti a giocare insieme (© Archivio L'Ora del Pellice).

In ogni camera era stato ricostruito un piccolo angolo di Russia: icone, foto, volumi in caratteri cirillici… “A volte si riunivano la sera e parlavano in russo dei vecchi tempi. Chissà cosa si dicevano!”, si chiese Franco Peyronel.

Anche la televisione era vista in modo collegiale. Era per loro l’unica finestra sul mondo: lo stesso mondo che, in fondo, li aveva emarginati. Nell’estate 1964 quello che, all’epoca, era l’unico apparecchio di Villa Olanda si guastò. Specchio dei tempi, la rubrica dei lettori de La Stampa, raccolse i fondi necessario a sostituirlo.

Nei pressi della residenza, fu costruita una piccola cappella ortodossa. I riti erano rari ma molto partecipati, officiati da un pope che, periodicamente, giungeva da Ginevra.

Per quasi tre decenni, a Villa Olanda, convissero aristocratici, ufficiali, artisti e servitori. Alcuni erano semplici contadini, come Galina Semkov, che fu la penultima a morire. Arrivò in valle nel 1959, proveniente dal campo di Hong Kong, e in quasi trent’anni non imparò mai una parola d’italiano. “Ma si dava da fare, era abilissima con l’uncinetto", ricordò Franco Peyronel. "I suoi centrini erano apprezzatissimi, quando organizzavamo i bazar per raggranellare qualche soldo”.

Una volta, a un evento di autofinanziamento, partecipò gratuitamente un’artista che negli anni Venti era stata l’amante del principe Umberto di Savoia ma che poi ebbe successo sia come cantante che come attrice: Milly.

Villa Olanda si reggeva sulla generosità delle donazioni, con integrazioni da parte del ministero degli Interni e della Tavola valdese: “Nelle camere che si liberavano, a poco a poco, iniziammo ad accogliere anziani italiani. Per cinque anni, dopo la scomparsa dell’ultimo russo, Boris Krutiev, nel dicembre 1986, l’istituto rimase aperto proprio per loro”. Poi la dolorosa chiusura, nel 1992. Proprio Krutiev, in uno dei suoi ultimi scritti, aveva descritto così il crepuscolo della villa: “La casa cade in rovina, il giardino è abbandonato, i viali ricoperti di erba, il cancello è arrugginito e tutto è nascosto dal glicine”.

👉 L'articolo, a cura di Daniele Arghittu, è stato pubblicato per la prima volta sul numero XX della rivista L’Ora del Pellice, nell’autunno 2017. Si tratta di un trimestrale di cultura locale dedicato alla Val Pellice realizzato dall'Associazione Hari, con cui abbiamo un accordo di collaborazione e scambio.

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